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Emmanuelle Smirou - Laboratoire LAHM, UMR 6566 CReAAH, Université Rennes 2

Season Team

  • AIAC_373 - Incoronata - 2013
    Nella zona centrale del pianoro (Settore 4) è stata portata alla luce una nuova fossa di forma ovale (di m 3 x 1,60) riempita da terra cinerognola contenente numerosi frammenti ceramici, a sua volta ricoperta da un deposito composto da terra, pietre e ceramica, le cui caratteristiche confermano le nostre precedenti conoscenze sulle modalità di riempimento e di obliterazione di queste fosse: frammenti ceramici, greci e indigeni e qualche vaso quasi intero, sono stati rigettati nella terra mista a cenere al momento dell’obliterazione dell’area artigianale. Al suo interno, un deposito di ceramica è stato realizzato (fine del VII secolo a.C.) con azioni rituali fra cui la collocazione, sul fondo del deposito, di un vaso capovolto protetto da pareti di grandi contenitori. Lungo il margine meridionale del pianoro (Settore 1) è stato verificato come il pavimento enotrio sottostante di VIII secolo prosegua verso ovest, ripetendo la medesima estensione del successivo: una conferma che il più antico pavimento di VIII secolo dovette assumere un’estensione pari a quella del rifacimento di fine VIII, e che l’intera area abbia rivestito un ruolo con tutta probabilità analogo lungo entrambi i secoli di occupazione della collina. All’estremità occidentale del plateau era stato portato alla luce nel 2012 una struttura di pietre e terra che si eleva in quota al si sopra del pavimento (fig. 1). La presenza esclusiva di ceramica enotria al suo interno sembra suggerirne una datazione in una fase precedente l’installazione della comunità greca sulla collina, e dunque ancora all’interno dell’VIII secolo. A nord di questi pavimenti si è proceduto ad approfondire lo scavo dell’area artigianale, e in particolare della struttura di forma subcircolare già intercettata lo scorso anno, caratterizzata in superficie da uno strato di argilla concotta e bruciata, e ritrovata riempita dalla successione di una serie di strati di cenere (almeno tre) contenenti frammenti di fornace. Essa si trova adiacente a un edificio absidato orientato nord-ovest–sud-est, con ingresso a est (m 6 x 4), quasi interamente conservato a livello delle fondazioni (fig. 2). Al centro due pietre piatte sono facilmente interpretabili come le basi dei due pilastri centrali che sostenevano il tetto. Un grande strato di crollo di mattoni, potrebbe suggerire l’esistenza di un elevato realizzato con questi materiali. La tipologia della costruzione corrisponde a un edificio di culto, o di residenza del ruler della comunità, avendo rivelato al suo interno la presenza, esattamente al centro della parte absidata, di un doppio apprestamento rituale (databile in VII secolo): il fondo di un’anfora SOS, ritagliato e infisso verticalmente nel terreno come “tubo fittile” per realizzare libagioni nella terra, e i resti di una pratica rituale comprendente legni carbonizzati e forme ceramiche destinate ad un uso cerimoniale: un grande stamnos dipinto di produzione greca locale (fig. 3), un askos acromo, un askos monocromo enotrio (ma lo scavo di questo insieme non è stato ancora concluso). L’edificio appare dunque caratterizzabile come un luogo in cui si svolgevano pratiche cerimoniali, realizzate da una componente mista (a conferma delle osservazioni sviluppate nel corso degli ultimi anni), come l’associazione di ceramica greca e indigena all’interno di un medesimo contesto dimostra.
  • AIAC_373 - Incoronata - 2016
    La campagna di scavo del mese di settembre 2016 ha inteso proseguire l’esplorazione dell’area circostante l’edificio absidato, in cui sono stati ritrovati i resti di una pratica rituale ctonia realizzata con materiali greci e indigeni (fig. 1), allo scopo di approfondire le nostre conoscenze intorno alla stratigrafia e alla natura dei suoi diversi piani di frequentazione. Una serie di risultati di grande rilievo sono stati ottenuti grazie a un accurato e paziente lavoro di microstratigrafia, che ha consentito di identificare, al di sotto del grande strato di copertura che ha obliterato tutto questo settore della collina al momento dell’abbandono del sito tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C., una sequenza di piani di calpestio, associati a strutture la cui funzione non appare al momento ancora determinabile con chiarezza. Siamo tuttavia di fronte, per la prima volta nella storia degli scavi di questo sito, alla percezione definitiva dei caratteri e della natura dei diversi piani di frequentazione di quest’area, che si sono perfettamente conservati uno sull’altro nel corso del VII secolo, grazie giustamente alla grandiosa operazione finale di “obliteraterazione conservativa”, che ha ricoperto tutta l’area con terra, pietre e ciottoli, dopo aver sistematicamente demolito sino alle fondazioni ogni struttura esistente. Lo scavo, condotto su una superficie di circa 90m2, ha messo in luce, immediatamente al di sotto degli strati di obliterazione, i livelli di frequentazione cronologicamente più recenti. Verso est (intorno alla grande fossa che si apre davanti all’edificio absidato, US 406) questi appaiono caratterizzati da piani realizzati in piccoli ciottoli (fig. 1, US 440). Più a nord, dalla presenza di un’ampia concentrazione di ceramica, entro terra mobile recante notevoli inclusi carboniosi (fig. 1, US 437), le cui pareti appaiono notevolmente consunte e sovente annerite. Si tratta di ceramica indigena (monocroma, acroma, impasto), di importazione probabilmente dal Salento, e greca (coppe, pithoi). Potremmo essere di fronte a un generico scarico, oppure (più verosimilmente) a una deposizione post-rituale, in ragione del tipo di classi ceramiche attestate, del loro stato di conservazione e delle caratteristiche della terra entro cui si trovavano. A ovest di questo insieme sono stati portati alla luce allineamenti di pietre che sembrano sistemarsi in modo ortogonale e poggiare (?) su una possibile preparazione in ciottoli fluviali, forse usata come drenaggio. Poco distante, a pochissima distanza dalla parete settentrionale dell’edificio absidato, un piccolo saggio in profondità ha permesso di identificare la presenza di tre fosse dal profilo circolare, scavate progressivamente una nell’altra, e riempite di terra marrone scuro, ricca di resti carboniosi e di frammenti ceramici greci e indigeni (fig. 2). Le caratteristiche specifiche dei materiali e la modalità della loro deposizione al momento della chiusura delle fosse sembrano rimandare a una scelta intenzionale: pareti consistenti di ceramica locale greca dipinta, un piatto a bande rosse, ceramica enotria bicroma, due fusaiole, una punta di lancia in ferro, frammenti di probabli pareti di forno, sono stati deposti, a piatto, sulla superfice superiore del riempimento della fossa più grande (US 495); frammenti di ceramica esclusivamente enotria, a tenda, sono stati deposti a piatto sul fondo della seconda fossa (US 514, fig. 3); nella terza (US 515), la più profonda delle tre, è stato trovato solo l’orlo di un’olletta enotria monocroma. Lo scavo - parziale - di questo complesso non consente per ora una valutazione precisa degli aspetti funzionali e dei significati relativi alle azioni di riempimento delle tre fosse. Tuttavia, le modalità delle differenti deposizioni del materiale ceramico, la scelta delle forme di quest’ultimo, i marcati resti di elementi carboniosi, e soprattutto l’operazione progressiva di realizzare una fossa dentro l’altra, costituiscono importanti argomenti capaci di rimandare a un possibile contesto di tipo rituale. L’altro dato di notevole interesse, relativo a tutta quest’ultima fase di occupazione dell’area, viene dalla conferma (se ancora ce ne fosse bisogno) della compresenza di “marcatori culturali” greci e indigeni lungo tutto il VII secolo a.C., sino al momento dell’abbandono del sito. Intorno al perimetro della grande fossa antistante l’edificio absidato (US 406), sono emersi, verso est, la parte superiore di una fossa (US 441) riempita da terra rossastra e, verso nord, un nuovo piano di frequentazione, sottostante il piano di ciottoli US 440, che si caratterizza per la presenza di elementi argillosi arrossati dal fuoco, forti concentrazioni di argilla annerita, alcune pietre di piccole dimensioni. L’estensione ancora limitata del saggio non consente per ora un’interpretazione precisa di questi dati, i quali suggeriscono in ogni caso la presenza di uno spazio che ha subíto certamente l’azione del fuoco. Infine, nel settore nord-occidentale dello scavo, a ovest dell’area in cui era stato portato alla luce un imponente allineamento di grossi blocchi di pietra in senso est-ovest, è stato asportato il possente strato di copertura realizzato al momento dell’obliterazione finale per sigillare, e dunque proteggere, tutto questo settore della collina. Al di sotto, è emersa una spettacolare concentrazione di materiale da costruzione intenzionalmente ridotto in frantumi (pietre, scaglie, ciottoli, mattoni) a formare un ampio blocco, estremamente compatto e allettato orizzontalmente, dal profilo quadrangolare (US 428). Misurante m 2,50 x 1,60, appare perfettamente delimitato in senso ortogonale sul lato Nord (fig. 4). Posta a fianco di una nuova struttura di pietre di dimensioni molto grandi, misurante m 1,50 x 0,75, di forma amigdaloide (US 466, che sarà oggetto di scavo l’anno prossimo), tale sistemazione poggiava direttamente su un ulteriore strato di semplice terra. Il profilo netto dei suoi limiti ne suggerisce in ogni caso la pertinenza a un probabile complesso di elementi - in positivo come in negativo (porzioni di strutture in terra cruda ?) – che solo il futuro ampliamento dello scavo permetterà di comprendere.