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AIAC_3613 - Capo Don - 2014
Il sito di Capo Don si trova nell'odierno territorio del comune di Riva Ligure (IM), al suo confine con quello del comune di Taggia (IM). In coincidenza del sito, l’Aurelia, dirigendosi a ponente, disegna una curva verso nord (“giro del Don”) che delimita l'area demaniale sottoposta a vincolo archeologico.
Poco oltre il “giro del Don” si trovava in antico, verso ovest, la foce del torrente Tabia (poi Taggia, odierno Argentina), che risale tutta l'attuale valle Argentina. Oggi il corso del torrente si è spostato di qualche centinaio di metri ad ovest, e l'antico letto del fiume, ormai scomparso, è stato rimpiazzato da una zona pianeggiante che già nella cartografia storica del '500 guadagnò il toponimo di Prata (odierno Prati).
A partire dal II o I secolo a.C. l'approdo alla foce del torrente venne utilizzato da una villa romana, rinvenuta oltre il “giro del Don” a circa 3 m dal piano di campagna. La villa è stata scavata solo molto parzialmente, ma i dati archeologici che ne sono stati ricavati hanno consentito di ipotizzare una continuità di uso fino al III o IV secolo d.C.
Le scoperte effettuate negli anni 2009-2011 e 2014 nelle campagne di scavo condotte dal Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana consentono di fugare quasi ogni dubbio sulla presenza proprio in questo punto del luogo di sosta noto nelle fonti topografiche e cartografiche antiche come Costa Balenae.
Per conoscere la cristianizzazione del sito non esiste alcuna certezza anteriore alla prima metà del VI secolo, quando viene costruita la “basilica di Capo Don” con il suo fonte battesimale ed un’area funeraria cospicua: la basilica venne con ogni probabilità costruita su impulso del vescovo di Albenga, nella cui diocesi il sito ricadeva. La basilica amministrava la liturgia ordinaria, era dotata di battistero e la sua funzione funeraria era molto articolata sia esternamente che nell’uso della navata nord e del settore nord del nartece): assicurava quindi la _cura animarum_ di una vastissima area senza un vero e proprio centro abitato urbano.
Nel 2014 si è svolta la prima campagna di scavo in concessione da parte del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana. L'indagine ha riguardato l'area circostante i resti della basilica paleocristiana, e ha permesso l'individuazione di una serie di ambienti preesistenti, ad essa adiacenti, uno dei quali aveva un rivestimento pavimentale musivo e almeno due strati di intonaco corrispondenti ad altrettanti momenti di frequentazione degli ambienti. Sullo strato più tardo si notano debolissime tracce di pittura rossa su fondo bianco.
La prosecuzione dell'indagine sulle stratigrafie individuate tra 2009 e 2011 lungo il limite nord dell'area ha poi consentito di ipotizzare, in alcuni deboli lacerti di strutture allineate lungo un asse E-O, la presenza di strutture artigianali di produzione di metallo, ceramica e vetro (probabilmente da associare alla presenza del luogo di sosta di Costa Balenae).
Una prima analisi dei ritrovamenti ceramici conferma una sequenza cronologica completa dal I secolo a.C. fino al VII secolo d.C.