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AIAC_162 - Via Gemina - 2015In base alle indagini fino ad oggi condotte la cd “Domus dei Putti Danzanti”, collocata all’interno della seconda _insula_ a nord-est del Foro, si estendeva probabilmente all’intere quartiere; non è stato, infatti, ancora individuato alcun limite perimetrale, se non quello verso il cardine che delimitava ad est il quartiere, né, tanto meno, spazi di _ambitus_ tra edifici contigui. La prossimità con le “Case del fondo ex-Ritter”, messe in luce negli anni Trenta del secolo scorso da Giovanni Brusin, e con il pavimento del “Tappeto Fiorito” rende piuttosto probabile l’esistenza di un’unica dimora di notevole ampiezza. L’area scavata si colloca in un’area che sembrerebbe aver subito un progressivo “declassamento” già nel corso del IV secolo d.C., momento nel quale concordemente gli studiosi individuano uno spostamento del nuovo centro cittadino attorno al complesso basilicale.
L’area gravitante attorno al Foro, in questo momento simbolicamente restituito all’originario prestigio, avrebbe tuttavia potuto costituire un punto di riferimento per quella parte della classe dirigente locale che legava, come ampiamente documentato nel IV secolo d.C., il successo nella carriera politica alla propria paideia. Nelle strutture messe in luce risulta evidente una precisa organizzazione degli spazi in settori diversamente fruibili, articolati intorno a corti, secondo una tendenza tipica delle residenze di grande livello di età tardo antica, che prevedeva l’accostamento paratattico di nuclei di ambienti raccolti attorno ad aree scoperte, collegati da corridoi, ma in qualche modo autonomi sotto il profilo funzionale. Dei tre spazi aperti fino ad oggi individuati, quello meglio leggibile è sicuramente la corte porticata a nord del cantiere di scavo. Il rinvenimento di alcuni blocchi di elementi architettonici, in particolare una porzione di cornice calcarea di chiaro riferimento all’ordine tuscanico, nonché di basi _in situ_ e di numerosi resti di stucco di rivestimento di colonne, di colore azzurro-verde acqua, hanno consentito di formulare alcune ipotesi circa l’organizzazione architettonico/decorativa della corte porticata e di fornire un’ipotesi ricostruttiva del complesso. Si tratta di un’area scoperta, di circa 100 mq, molto probabilmente allestita a giardino (ma resta da verificare), con colonnato disposto almeno su due lati. Sul lato occidentale, scenograficamente opposta ad un ampio ambiente di rappresentanza con pavimento in _opus sectile_, si trovava una fontana, alimentata da una _fistula plumbea_. Lungo il perimetro dell’area scoperta, in prossimità dello stilobate, correva una canaletta costituita da una serie di grandi blocchi calcarei, a sezione rettangolare con incasso semicircolare. Forse è possibile riferire a questa zona anche alcuni frammenti di _labrum_ reimpiegati come materiale da costruzione in una struttura muraria della seconda fase edilizia della Casa: si tratta di bacile in marmo bianco (circa 90 cm di diametro) con orlo estroflesso decorato con _kymation_ ionico e superficie esterna a baccellature. Stante la scarsità di attestazioni provenienti da contesti residenziali è sicuramente interessante il rinvenimento di alcuni pezzi scultorei (una testa femminile, con capelli raccolti in un fiocco e un arto inferiore femminile, non panneggiato) nell’area occupata dalla corte porticata, della quale con ogni probabilità costituivano parte dell’arredo. L’apparato decorativo della prima fase della dimora risulta, nel suo complesso, improntato ad un forte recupero classicista, che emerge con grande evidenza nei rivestimenti pavimentali. Anche nella pittura, meno conservata e più difficilmente leggibile dei resti pavimentali, si possono riscontrare indizi di una voluta ripresa dell’“antico”: esemplare l’assenza di pareti ad imitazione del marmo, ampiamente documentati in Italia settentrionale proprio tra III e IV secolo d.C.
Sono stati, invece, recuperati alcuni avanzi di affresco, a fondo giallo, con ghirlanda e specchiatura in rosso da uno strato sigillato tra due pavimenti riferibili alle due principali fasi edilizie della Casa.
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AIAC_162 - Via Gemina - 2016
Dal 2005 l’Università di Trieste ha dato avvio ad una campagna di scavo in un’area a ridosso della via Gemina e coincidente con una delle insulae residenziali più importanti della città antica, vicina al Foro e al porto fluviale. L’intera area era stata indagata da Brusin negli anni Trenta del Novecento; altri sondaggi, con trincee oblique più vicine all’area in questione, si devono a Bertacchi.
La zona a ridosso della strada moderna, tuttavia, attigua al punto di rinvenimento del cosiddetto mosaico del “Tappeto fiorito”, non era mai stata interessata da interventi moderni. Le indagini hanno permesso di individuare un importante complesso edilizio, probabilmente di proprietà di un funzionario imperiale o di notabili locali, che si inserisce tra i più interessanti contesti di natura residenziale tardo-antica dell’Italia settentrionale. Per quanto la planimetria completa della casa non sia ancora nota, è verosimile proporre la presenza di più ingressi: il principale (non ancora individuato) doveva aprirsi verso la via Gemina, da alcuni indicata come il decumano principale della città antica, posta a sud della strada moderna, mentre un’area di accesso secondaria, dotata di corte lastricata e di un pozzo, è stata in parte scavata sul lato orientale della Casa, in rapporto con il cardine che delimitava ad est l’insula. Ciò che si evince con grande evidenza dalla lettura planimetrica della Casa è l’accostamento paratattico di nuclei di ambienti raccolti attorno ad almeno tre corti scoperte collegate da corridoi, ma in qualche modo autonomi e definiti da destinazioni diverse.
La Casa deve il suo nome al pavimento musivo policromo, con eroti all’interno di ghirlande fiorite, che decorava uno degli ambienti privati. Un dato di notevole rilievo è stata la possibilità di datare con estremo rigore, la realizzazione di uno dei pavimenti musivi agli anni 337-340 d.C. Questo terminus post quem, congiunto alla valutazione delle quote e dei rapporti stratigrafici dei piani pavimentali, ha permesso di distinguere tre fasi edilizie: l’impianto originario della dimora si porrebbe nei decenni centrali del IV d.C., mentre la principale fase di ristrutturazione intorno agli anni Settanta del medesimo secolo; quest’ultima fase non modificò in modo significativo la planimetria della Casa, anche se si verificano alcune modifiche all’apparato decorativo nel suo insieme.
L’intervento edilizio più vistoso consiste, infatti, nel rifacimento di alcuni mosaici, ad una quota superiore di dieci centimetri rispetto a quella della pavimentazione originaria. A una terza fase (V d.C.?) corrisponderebbe, infine, il restauro di alcuni pavimenti o la realizzazione di nuovi, nonché la costruzione di intramezzi murari funzionali alla suddivisione di ampie stanze in ambienti più piccoli. È molto interessante notare come l’apparato decorativo della domus nella sua prima fase richiami modelli e motivi di chiara derivazione classicista, mentre nella seconda fase sembrano prevalere scelte decorative più in sintonia con il linguaggio formale dell’epoca.
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AIAC_2963 - Domus dei “Putti Danzanti” - 2016
Dal 2005 l’Università di Trieste ha dato avvio ad una campagna di scavo in un’area a ridosso della via Gemina e coincidente con una delle _insulae_ residenziali più importanti della città antica, vicina al Foro e al porto fluviale. L’intera area era stata indagata da Brusin negli anni Trenta del Novecento; altri sondaggi, con trincee oblique più vicine all’area in questione, si devono a Bertacchi.
La zona a ridosso della strada moderna, tuttavia, attigua al punto di rinvenimento del cosiddetto mosaico del “Tappeto fiorito”, non era mai stata interessata da interventi moderni. Le indagini hanno permesso di individuare un importante complesso edilizio, probabilmente di proprietà di un funzionario imperiale o di notabili locali, che si inserisce tra i più interessanti contesti di natura residenziale tardo-antica dell’Italia settentrionale. Per quanto la planimetria completa della casa non sia ancora nota, è verosimile proporre la presenza di più ingressi: il principale (non ancora individuato) doveva aprirsi verso la via Gemina, da alcuni indicata come il decumano principale della città antica, posta a sud della strada moderna, mentre un’area di accesso secondaria, dotata di corte lastricata e di un pozzo, è stata in parte scavata sul lato orientale della Casa, in rapporto con il cardine che delimitava ad est l’insula. Ciò che si evince con grande evidenza dalla lettura planimetrica della Casa è l’accostamento paratattico di nuclei di ambienti raccolti attorno ad almeno tre corti scoperte collegate da corridoi, ma in qualche modo autonomi e definiti da destinazioni diverse.
La Casa deve il suo nome al pavimento musivo policromo, con eroti all’interno di ghirlande fiorite, che decorava uno degli ambienti privati. Un dato di notevole rilievo è stata la possibilità di datare con estremo rigore, la realizzazione di uno dei pavimenti musivi agli anni 337-340 d.C. Questo _terminus post quem_, congiunto alla valutazione delle quote e dei rapporti stratigrafici dei piani pavimentali, ha permesso di distinguere tre fasi edilizie: l’impianto originario della dimora si porrebbe nei decenni centrali del IV d.C., mentre la principale fase di ristrutturazione intorno agli anni Settanta del medesimo secolo; quest’ultima fase non modificò in modo significativo la planimetria della Casa, anche se si verificano alcune modifiche all’apparato decorativo nel suo insieme.
L’intervento edilizio più vistoso consiste, infatti, nel rifacimento di alcuni mosaici, ad una quota superiore di dieci centimetri rispetto a quella della pavimentazione originaria. A una terza fase (V d.C.?) corrisponderebbe, infine, il restauro di alcuni pavimenti o la realizzazione di nuovi, nonché la costruzione di intramezzi murari funzionali alla suddivisione di ampie stanze in ambienti più piccoli. È molto interessante notare come l’apparato decorativo della domus nella sua prima fase richiami modelli e motivi di chiara derivazione classicista, mentre nella seconda fase sembrano prevalere scelte decorative più in sintonia con il linguaggio formale dell’epoca.
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AIAC_2963 - Domus dei “Putti Danzanti” - 2017
Dal 2005 l’Università di Trieste ha dato avvio ad una campagna di scavo in un’area a ridosso della via Gemina e coincidente con una delle insulae residenziali più importanti della città antica, vicina al Foro e al porto fluviale. L’intera area era stata indagata da Brusin negli anni Trenta del Novecento; altri sondaggi, con trincee oblique più vicine all’area in questione, si devono a Bertacchi. La zona a ridosso della strada moderna, tuttavia, attigua al punto di rinvenimento del cosiddetto mosaico del “Tappeto fiorito”, non era mai stata interessata da interventi moderni.
Le indagini hanno permesso di individuare un importante complesso edilizio, probabilmente di proprietà di un funzionario imperiale o di notabili locali, che si inserisce tra i più interessanti contesti di natura residenziale tardo-antica dell’Italia settentrionale. L’obiettivo principale della campagna di scavo 2017 è stato quello di chiarire, ampliando il limite settentrionale della _domus_, il rapporto tra le strutture della Casa e le cd “Case del Brusin”, individuate dallo studioso aquileiese nella prima metà del Novecento e purtroppo non georefenziate. Lo scopo era quello di verificare un eventuale rapporto di continuità tra i due contesti. Lo scavo ha consentito di rimettere in luce la preparazione di un pavimento fatto strappare da Giovanni Brusin e attualmente conservato nelle gallerie Lapidarie del Museo Archeologico nazionale di Aquileia; le strutture murarie degli ambienti rinvenuti si sviluppano senza soluzione di continuità a partire dai cd “Quartieri Nord” della _Domus_, dimostrando che la residenza tardo antica si estendeva a nord dell’area già indagata, probabilmente occupando l’intero isolato.
La possibilità di georefenziare la pianta redatta in quegli anni e di inserire lo scavo di Brusin nella carta archeologica complessiva di Aquileia, consentirà certamente di arricchire il quadro oggi disponibile sull’edilizia residenziale aquileiese e sulla topografia dell’area tra Foro e Porto fluviale.