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AIAC_157 - Via Latina–via di villa Aquari - 2002
In via di villa Aquari 13 C, all’interno di un’autorimessa, si trova un arco a doppia ghiera di bipedali. (Francesca Montella)
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AIAC_2818 - Anfiteatro Flavio - 2011
L’indagine, finalizzata alla comprensione delle fasi di utilizzo medievale del monumento, ha interessato alcuni ambienti del I ordine (piano terreno), e in particolare un sottoscala del cuneo III sul terzo anello e l’intero cuneo X (sottoscala, antistante corridoio radiale e parte del terzo anello). L’attuale piano di calpestio, dovuto alle sistemazioni ottocentesche, da cui è partito lo scavo, coincide approssimativamente con quello antico, quindi lo scavo ha indagato le stratificazioni formatesi, dopo la quasi totale spoliazione della pavimentazione antica, tra la massicciata in cementizio di età flavia di fondazione dell’anfiteatro e il livello fissato dopo gli sterri del XIX secolo, che hanno eliminato tutte le stratificazioni moderne e parte di quelle basso medievali. Nel cuneo III lo strato che riempie la spoliazione del pavimento antico, benché tagliato e disturbato da interventi posteriori, ha consentito di fissare la cronologia di questa spoliazione alla seconda metà del XII secolo, in sincronia con quanto documentato anche nella parte più interna del cuneo X, ambulacro e corridoio radiale.
Più complessa la situazione nel sottoscala del cuneo X. Qui lo scavo ha messo in luce diverse fasi di utilizzo dell’ambiente successive alla spoliazione della pavimentazione. Nel corso del XII secolo, subito dopo l’asportazione delle lastre pavimentali e quasi al livello della fondazione flavia, l’ambiente venne chiuso sul lato aperto verso l’ambulacro con un muro (di cui rimane solo una labile traccia) e pavimentato con un irregolare battuto. Sul lato di fondo, a ridosso del muro antico che lo chiude, venne edificata una struttura, forse un bancone, costruita con pietre irregolari e malta di calce, di cui rimane la parte più bassa. Un focolare, costituito da un cerchio regolare di pietre, indica una possibile funzione abitativa per questo ambiente, testimonianza dell’esistenza, ancora in pieno bassomedievo, di tipologie di edilizia residenziale precarie, sulle quali la nostra documentazione, sia archeologica che scritta, è labilissima.
Successivamente, nel corso della prima metà del XIII secolo, l’ambiente subì una profonda modificazione: il livello di calpestio venne rialzato fino a 30 cm. con un riporto di terra e sassi e con la creazione di un nuovo, irregolare, piano di calpestio. La struttura a ridosso del muro di fondo e il muro di chiusura verso l’esterno vennero rasati, mentre addossata alla parete Est venne costruita una nuova struttura, costituita da un muro alto circa 1,20 m. e lungo circa 5 m., su cui poggia una vasca costituita da uno spesso strato di cocciopesto. È probabile che questa trasformazione abbia segnato un cambio di utilizzo dell’ambiente, utilizzato ora come deposito, stalla, o per attività produttive ancora da chiarire. L’asportazione di gran parte dei muri in blocchi della costruzione flavia che delimitavano l’ambiente, di cui lo scavo ha evidenziato le ampie fosse di spoliazione, segnò, nella seconda metà del XIII secolo, la fine dell’utilizzo dell’ambiente, che venne ad essere coperto da depositi di limo, tagliati dagli sterri ottocenteschi. La parte più alta della stratificazione era infine costituita dagli strati relativi al cantiere di restauro della prima metà del XIX secolo.
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AIAC_2818 - Anfiteatro Flavio - 2015
Nel giugno del 2014 sono riprese le attività dell’Università di Roma Tre, in collaborazione con la Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il MNR e l’Area Archeologica di Roma, all’interno dell’Anfiteatro Flavio, nell’ambito del progetto rivolto alla comprensione delle fasi di utilizzo postantiche del monumento.
Nel 2011-2012, le indagini avevano già interessato i cunei III e X, interamente scavati. A partire dal 2014, quindi, si è aperto un nuovo fronte di lavoro nel cuneo IX.
Anche qui l’asportazione delle lastre di pavimentazione nel corso del XII secolo ha comportato la completa perdita delle stratificazioni che vi si erano sovrapposte tra tarda Antichità e alto Medioevo.
Tali fasi si conservano, tuttavia, all’interno dei condotti fognari, che mantengono intatta una complessa stratificazione, che data a partire dal II sec. d.C.
Si è poi verificato che le vicende di ogni cuneo nel corso del basso Medioevo sono indipendenti e diversificate e comprendono numerose tipologie di utilizzo.
Nel caso specifico di questo cuneo le prime attestazioni di vita rintracciate, successive alla rimozione del pavimento antico, appartengono a una divisione interna dell’ambiente in due parti, con la costruzione di un muro trasversale. Questo fu successivamente asportato quasi per intero e sostituito con un altro costruito in elementi di reimpiego e arretrato di una cinquantina di centimetri verso l’arena.
La ristrutturazione elimina interamente la funzione di passaggio precedentemente svolta dall’ambiente, trasformandolo, con ogni probabilità, in una delle numerose cryptae di cui anche le fonti documentarie ci tramandano memoria e che caratterizzano il monumento tra XI e XIII secolo. Nel caso specifico, le tracce di incassi sugli antichi muri a blocchi di travertino e tufo ci testimoniano una utilizzazione della parte più esterna come stalla e/o magazzino.
Nella stessa fase in cui il muro trasversale viene ricostruito, nell’ambiente esterno si costruisce, con tecnica a graticcio, un’ulteriore struttura, che corre parallela al muro occidentale flavio e la cui funzione, certamente connessa con l’allestimento della crypta, rimane, tuttavia, ancora da chiarire.
Anche questo cuneo, come già visto in quello adiacente, subisce, nel corso del XIV secolo, una sistematica spoliazione delle strutture antiche, rivolta specialmente al recupero dei blocchi di travertino. Con il conseguente crollo dei muri laterali, e probabilmente di grande parte della copertura, la crypta viene allora dismessa, il muro trasversale demolito e lo spazio tornò ad essere utilizzato come accesso all’arena dall’esterno.
La funzione rimase tale per tutta l’età moderna, fino alle grandi trasformazioni legate agli scavi e restauri di epoca napoleonica.
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AIAC_3744 - Foro della Pace - 2015Dal 2012 sono ripresi i lavori all'interno dell’aula di culto del Foro della Pace, condotti congiuntamente dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il MNR e l’Area Archeologica di Roma e dall'Università di Roma Tre, ai quali dal 2014 si è affiancata l’American University of Rome.
L’obiettivo dell’intervento è quello di ridare visibilità e comprensibilità a questa parte del complesso del Foro della Pace e, in quest’ottica, si sta progressivamente riscoprendo il pavimento severiano a grandi _rotae_ marmoree e si sta approfondendo la comprensione della sua forma architettonica (Fig. 1).
Nel corso di queste tre campagne sono state indagate le fasi di vita che si sono stratificate dalla fine dell’Antichità a oggi.
Il monumento cadde in rovina nel corso del VI secolo, come testimoniano strati di incendio rinvenuti immediatamente al di sopra del pavimento. In un momento verosimilmente di poco successivo, ebbero luogo i primi interventi di spoliazione, mirati al recupero selettivo delle grandi _rotae_ in porfido (Fig. 2).
Dopo questa prima fase di spoliazione, l’area fu lungamente utilizzata, almeno fino all'XI secolo, per lo scarico di detriti e materiale organico. In un primo momento questi accumuli erano contenuti da una serie di muretti a secco, costruiti con materiali lapidei recuperati nell'area (Fig. 3); successivamente, si perse quest’attenzione all'organizzazione degli spazi e i livelli crebbero rapidamente, solo di tanto in tanto intervallati da fasi di frequentazione, testimoniate da focolari e precarie strutture in blocchi di peperino e mattoni di reimpiego, ma visibili per tratti troppo limitati per poterne ricostruirne l’intero assetto architettonico (Fig. 4).
Seguì quindi una seconda fase di spoliazione delle strutture antiche, databile al XII e XIII secolo, che mostra una forte organizzazione del lavoro e un’accurata selezione dei materiali da recuperare. I primi elementi a essere smontati furono i rocchi in giallo antico delle grandi colonne del pronao. Le operazioni si approfondirono ulteriormente, mediante lo scavo di grandi trincee, alla ricerca dei blocchi di travertino di fondazione dei colonnati e dei muri perimetrali del monumento. I lavori di smontaggio procedevano per settori con la rimozione dei blocchi, il reinterro della porzione appena cavata e la sua messa in sicurezza con la costruzione di strutture a secco (Fig. 5). Un sistema di rampe consentiva l’ingresso e l’uscita dalle fosse e serviva a portare fuori i blocchi recuperati.
Questa intensa attività di spoliazione portò alla scomparsa totale delle strutture emergenti e alla stessa perdita della memoria del monumento. La successiva fase, legata alla nuova sistemazione edilizia promossa dal cardinale Bonelli e dalla famiglia Della Valle tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, determinò l’urbanizzazione dell’area. Il neonato quartiere, noto come quartiere Alessandrino, si mantenne sostanzialmente invariato fino agli anni Trenta, quando fu demolito per fare spazio all'odierna via dei Fori Imperiali.
A partire dal 2015, l’indagine è ripresa anche sulla strada che costeggiava il lato posteriore del Foro della Pace, nota già in antico con il nome di _vicus ad Carinas_, in quanto collegava il Foro romano all'area delle Carine. Il suo tracciato è rimasto invariato fino ai giorni nostri ed è tuttora riconoscibile nella via del Tempio della Pace. Si è intervenuti su una fase di acciottolato databile al XIII secolo, portata in luce nel corso di precedenti scavi, che mostra una lunga serie di rifacimenti e rattoppi: si tratta di interventi circoscritti e di limitata entità, probabilmente legati a iniziative episodiche e non a una manutenzione pianificata.
Il particolare interesse rivestito da questa area d’indagine deriva dal fatto che è uno dei rarissimi casi in cui, nella città di Roma, è possibile analizzare stratigraficamente un tracciato viario antico con continuità d’uso fino all'epoca moderna.
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AIAC_489 - Arco di Travertino - 2001
Tra il 2001 e il 2002 sono state eseguite tre campagne di scavo su una piccola collina tufacea compresa tra le vie Arco di Travertino, Allumiere e Lanuvio. Lo scavo, condotto su un'area di circa 2100 mq, ha permesso di identificare quattro fasi di occupazione. Alla prima fase di frequentazione, precedente al II secolo d.C., sono attribuibili tagli effettuati nel banco tufaceo, forse finalizzati alla creazione di passaggi o strutture (corridoi o strutture ipogee). Nella seconda fase di occupazione, databile al II secolo d.C., l'area venne occupata da una necropoli, per lo più violata e rimaneggiata già in antico, costituita da tombe a fossa coperte da tegole (ne sono state indagate 29) e un sarcofago fittile. Dalla posizione degli arti inferiori si desume che tutte le deposizioni erano orientate con il cranio a sud/est. Accanto al rito ad inumazione dovette coesistere nell'area anche il rito ad incinerazione, ancora episodicamente praticato nel II secolo, come testimonia la presenza di un ustrinum. Si tratta di un taglio circolare coperto da due bipedali sovrapposti, il cui riempimento era composto dai resti della combustione di un defunto probabilmente seppellito altrove. Dell'incinerazione rimangono frammenti di ossa calcificate, chiodi ossidati della lettiga di deposizione in legno, pigne, pinoli e balsamari usati nel rituale funebre. Fece seguito un periodo di abbandono (terza fase) durante il quale i tagli di prima fase furono riempiti, probabilmente per livellare l'area, con scarichi di materiali romani (tessere di mosaico bianche e nere, intonaci parietali con l'impronta dell'incannucciata, tubi fittili, laterizi, frammenti ceramici) e residui provenienti dallo sconvolgimento delle tombe stesse (ossa ed epigrafi). L'area sembra infine essere stata rioccupata solo nel XX secolo, come testimoniano depositi di materiali edilizi moderni relativi alla distruzione, negli anni '50-'60, di un complesso di baracche, documentato dalle piante catastali. (Alessio Capponi, Giordana Evangelista)
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AIAC_491 - Via Torre del Fiscale - 2003
Nella proprietà privata sita all'incrocio tra via Campo Barbarico e via Torre del Fiscale, è stato eseguito un sondaggio archeologico funzionale al rilascio della concessione edilizia in sanatoria. In questa occasione sono emerse evidenze archeologiche riferibili ad un impianto termale. Ad esso pertinenti dovevano essere pavimenti in terra battuta esterni all'edificio, ambienti di disimpegno, un lacerto pavimentale realizzato con tesserine marmoree multicolori, forse relativo ad un vano con vasca ed un ambiente pavimentato con lastre marmoree e bipedali. Il materiale ceramico rinvenuto all'interno del battuto pavimentale esterno, in fase con le strutture, ha permesso di datare l'impianto termale tra la fine del I secolo d.C. e l'inizio del II. Durante la vita dell'impianto sono attestati due interventi di ristrutturazione. Il primo è relativo al rivestimento del pavimento in tessere marmoree tramite una scialbatura di malta idraulica. Il secondo intervento è pertinente alla rasatura e al livellamento di un muro al fine di ricavarne un'apertura. Alla fase di frequentazione, segue un'attività di spoliazione generalizzata, collocabile intorno alla prima metà del III secolo d.C., momento a cui va riferita una sepoltura entro anfora rinvenuta all'esterno dell'impianto. L'anfora di produzione non identificabile, infissa verticalmente nel terreno, conteneva alcuni frammenti di ossa di infante. Alla fase di spoliazione segue infine l'abbandono delle strutture ed il loro conseguente crollo, in cui è possibile riconoscere grandi blocchi di peperino squadrati, frammenti di cornice con decorazione ad ovuli, una base angolare, tubuli fittili a sezione rettangolare, frammenti di lastrine marmoree appartenenti ad un rivestimento parietale e frammenti di cocciopesto ed intonaco. Inoltre la presenza dei resti di un'ara funeraria e di un grosso frammento di sarcofago marmoreo induce ad ipotizzare l'esistenza di strutture sepolcrali nelle vicinanze dell'impianto termale o ad esso inerenti. (Giordana Evangelista)
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AIAC_492 - Piazza C. Baronio - 2002
Nell'ambito dei lavori per la realizzazione del parcheggio interrato in P.zza C. Baronio, si è proceduto ad indagini archeologiche. Al di sotto degli strati moderni è stato rinvenuto uno strato di limo ricco di materiali archeologici (frammenti di ceramica, tessere musive, ossa animali, laterizi, malta, vetro, intonaco dipinto), presente su tutta l'area interessata dai lavori. Al di sotto di questo strato è stata rinvenuta parte di una struttura muraria in opera incerta, orientata nord/sud (larga m 0,50, conservata per un'altezza di m 1,30 ed una lunghezza visibile di m 5,80), costruita contro terra, con la funzione di muro di contenimento per l'alloggiamento di una condotta idrica. E' stata rinvenuta infatti una canalizzazione formata da tubi fittili alloggiati uno dentro l'altro e legati con malta, avente lo stesso orientamento del muro. Un frammento di ansa di anfora tipo Dressel 1 fornisce un termine post quem per la struttura alla metà del II sec. a.C. (datazione avvalorata dal paramento in opera incerta). La ripresa dei lavori sul lato vicino alla Zecca di Stato, all'angolo con via C. Siconio ha riportato alla luce alcuni frammenti di tubi fittili simili a quelli relativi al muro rinvenuto nel parcheggio attiguo; sono stati raccolti inoltre frammenti di ceramica comune e blocchetti di pietra di forma quadrangolare utilizzati nella realizzazione di strutture in opus incertum. Tali evidenze potrebbero essere riconnesse ad un proseguimento del muro in opera incerta, sconvolto, in questo punto, durante la realizzazione del condotto fognario moderno. Sono stati rinvenuti anche un pozzo (diametro cm 77) dotato di pedarole e un cunicolo entrambi scavati nel banco di tufo. I dati lasciano supporre un uso relativo alla raccolta ed alla distribuzione dell'acqua in questa zona a partire dal II secolo a.C. (Patrizia Campagna, Silvia Sangiorgi)
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AIAC_493 - Via di Torre Branca - 2003
Nella proprietà del signor Principe sita tra via di Torre Branca e via Acilio Glabrione, sono state eseguite quattro trincee archeologiche in previsione della costruzione di un immobile. In una di queste, sono state individuate una fondazione con lacerti di spiccato murario in opera reticolata e tre sepolture ad essa addossate. La consistente portata della fondazione muraria (m 0,60 x 0,60 x 17), fa pensare ad un muro di recinzione inerente forse ad un'area sepolcrale o ad un grande impianto insediativo. Per quanto riguarda le deposizioni, si tratta di due tombe a fossa orientate sud/est-nord/ovest con copertura a tegole disposte di piatto e di una sepoltura entro anfora. Una delle due tombe a fossa era coperta con una tegola bollata - De figul(inis) Caes(aris) n(ostri) a T(ito) Flavio / Corintho (CIL XV, 710; CIL XV, 765; CIL XV, 858) - inquadrabile in età adrianea, che fornisce un termine post quem per la datazione della sepoltura. L'altra tomba era pertinente ad una donna adulta, il cui scheletro si presentava supino con il capo rivolto a destra e gli arti superiori e inferiori distesi. L'unico resto di corredo è costituito da un orlo di olletta in ceramica comune e un ciottolo di forma discoidale di incerta identificazione, entrambi rinvenuti in prossimità dei piedi. La sepoltura entro anfora utilizza invece un contenitore di produzione africana, privo del collo. All'interno dell'anfora è stato trovato lo scheletro di un infante parzialmente in connessione, privo di qualunque elemento di corredo. (Alessandro Delfino)
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AIAC_152 - Via Latina, 64 - 2000
Rinvenimento di lacerto di basolato in situ presso via Latina 64, a –1.10 m dal p.c., con orientamento E/O, in lieve pendenza verso O; larghezza m 1,40 lato E, m 0,80 lato O. (Francesca Montella)
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AIAC_153 - Via Latina - 2002
Rinvenimento di lacerto di basolato in situ presso via Latina, asse viario via Numanzia-Macedonia e via Tabarrini, a –1.20 m dal p.c. La massicciata è costituita da tufo, frammenti laterizi e marmo, a cui si aggiungono anche delle tessere musive. La strada è stata scoperta per una larghezza non superiore a m 0,60 e per una lunghezza di m 97, di cui m 78 di basolato integro, il resto, m 19, di sola massicciata con pochi basoli in situ. (Francesca Montella)
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AIAC_154 - Via Latina-via Macedonia - 2002
Rinvenimento di lacerto di basolato in situ in via Latina all’incrocio con via Macedonia, a –m 0,60 dal piano stradale, ben conservato. Sono visibili i solchi dei carriaggi e, sul lato S, la crepidine appare intatta per una lunghezza di m 4,70. (Francesca Montella)
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AIAC_155 - Via Latina-vie Macedonia e P.Colletta - 2002
Rinvenimento di lacerto di basolato in situ tra le vie Macedonia e P.Colletta, a –m 1,20 dal piano dell’attuale via Latina per una lunghezza di m 8, ben conservato. Il basolato si interrompe per ca.m 2, e successivamente prosegue per una lunghezza di ca. m 6. Nel primo tratto del tracciato emerge ben visibile sul lato S anche la crepidine, conservata per una lunghezza di m 4,70, costutita di 9 basoli, per un’altezza di ca m 0,15-0,20. Proseguendo in direzione O, il tracciato viario risulta conservato in maniera molto frammentaria, fino a ca m 35 prima dell’incrocio con via Macedonia, dove riemerge in buono stato di conservazione ad una quota di m –0,60 dal piano stradale, per una lunghezza di ulteriori m 1,60. (Francesca Montella)
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AIAC_156 - Via Latina-via Lusitania - 2002
Sulla sinistra della via Latina, all’incrocio con v. Lusitania sono emersi, immediatamente sotto il p.c., un muro in opera listata con rivestimento d’intonaco, orientato E-O e parte di un muro in opera laterizia, dello spessore di m 0,45, scavato per un’altezza di m 0,66, orientato E-O, con conglomerato in pezzame di tufo e frammenti laterizi. Verso via delle Mura Latine sono emersi un muro orientato N-S e altre due strutture murarie, orientate E-O. Nella trincea di raccordo tra porta Latina e v. Lusitania sono stati rinvenuti altri due lacerti di muri, di cui non si conserva il rivestimento. Dal medesimo scavo sono emersi inoltre alcuni basoli con orientamento NO-SE ca, perpendicolari al fornice di Porta Latina. Non si rileva la presenza di materiale che circoscriva con maggiore precisione la datazione. (Francesca Montella)
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AIAC_158 - Via Pietro Colletta - 2002
Rinvenimento di un complesso funerario, costruito entro lo strato sterile a quota –m 1,30-1,50. Il complesso emerso gravita intorno ad una scala d’accesso di notevoli dimensioni, composta da otto gradini integri, a cui si aggiunge un nono gradino afferente ad una galleria ipogea, che non è stata indagata. I gradini sono larghi m 2.20, con pedata di m 0.30, con rivestimento di laterizi, lunghi m 0.58-0.60. Anche le pareti presentano internamente un paramento in laterizio intonacato e dipinto di rosso. Sul piano di campagna si è rinvenuta una vasca delimitata da cordolo in cocciopesto e con intonacatura interna in calce e polvere di marmo; si ipotizza l’assenza di una copertura per quest’area sopra terra. L’intero complesso a destinazione funeraria era pertinente probabilmente ad un diverticolo della via Latina. (Francesca Montella)
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AIAC_159 - Via C. Baronio, 133 - 2002
Rinvenimento di una tomba coperta con parti di un’anfora a m 15 dall’incrocio con v.Latina, e a -m1 dal piano stradale, tagliata nel banco di cappellaccio, con lati corti arrotondati, orientata NO/SE e coperta da uno strato di terra di riporto contenente ossa umane sparse appartenenti ad un numero non definibile di individui adulti. La profondità della fossa è di m 0,30-35, la lunghezza è di m 1.40. Le ossa, parzialmente conservate, appartenevano a un individuo non adulto. Non sono state rinvenute tracce di corredo che aiutino a circoscrivere meglio la datazione, collocabile orientativamente al IV sec d.C. per la presenza dei frammenti di anfora africana. (Francesca Montella)
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AIAC_160 - Via Anicio Paolino 57 - 2002
Dallo scavo preventivo alla costruzione di un edificio, è emersa una struttura muraria, di cui si conserva solo la fondazione in opera cementizia, realizzata in cavo libero con scaglie di tufo e basalto allettate a mano, orientata NO-SE. La cresta della struttura muraria emerge a partire da m 0,55 dal piano di calpestio. La struttura muraria rettilinea, della lunghezza complessiva rinvenuta di m 39,5, delimita un ambiente absidato delle dimensioni di m 5,9 di diametro e con una profondità dell’abside di m 5,3. Dallo scavo di uno strato di crollo si è dedotto il paramento del muro, in opera reticolata. Nel medesimo strato sono stati rinvenuti frammenti di mattoncini, pertinenti ad opus spicatum, tessere musive policrome e frammenti lapidei irregolari, relativi probabilmente ad un opus sectile. Si ipotizza la pertinenza delle strutture ad un impianto residenziale, in particolare al giardino di una villa, a seguito del rinvenimento di 4 canalette nel terreno; il muro rettilineo fungerebbe da recinzione. Una datazione probabile è tra la fine del I sec. a.C. ed il II d.C. L’abbandono della funzione residenziale e dell’utilizzo per colture nel corso del II sec. d.C. è deducibile dal rinvenimento di 5 sepolture che vanno ad intercettare ed obliterare due delle quattro canalette. Si tratta di fosse coperte a cappuccina, tagliate nel tufo ad una profondità ridotta, causa principale del cattivo stato di conservazione degli inumati. Le cinque fosse non sono state tagliate con orientamento predefinito, non presentano tracce di corredo, mentre i bolli impressi sulle tegole di copertura delle deposizioni T3, T4, T5, circolari o a mezza luna con piccola apertura, sono collocabili cronologicamente nel II secolo d.C. (Francesca Montella)
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AIAC_964 - Anfiteatro Flavio - 2009
I danneggiamenti e rimaneggiamenti subiti da questo settore del Colosseo ed il recupero di materiali da costruzione effettuato nel corso dei secoli hanno manomesso le strutture, che presentano integrazioni di restauro eseguite con opera laterizia nella prima metà dell\'Ottocento. Durante la campagna effettuata nel 2009 sono state individuate altre 13 Unità Stratigrafiche molto simili come formazione e giacitura a quelle individuate nel 2006, 2007 e 2008 ma di maggior spessore, lo scavo delle quali ha permesso di far affiorare in minima parte la superficie della platea di fondazione dell\'Anfiteatro Flavio. Si tratta di strati di riempimento gettati disordinatamente nei primi anni dell\'Ottocento per livellare il suolo.
In attesa di poter meglio capire, nelle future campagne di scavo, la funzione del muretto della c.d. \"mangiatoia\", parallelo alla parete Ovest del Cuneo, si è deciso di lasciarlo ancora in situ.
Si è potuto accertare che l\'opera laterizia relativa al primo restauro conservativo, effettuato in funzione delle murature pericolanti, presenta le stesse caratteristiche - mattoni collocati alternativamente per lungo e per largo e murati con spessi strati di calce e di sabbione - di quelle del completo restauro del Cuneo da parte del Salvi tra gli anni 1831 e 1849.
La fondazione ottocentesca - pertinente al muro in mattoni, di restauro, lungo la parete Est del Cuneo - appare divisa in due fasi, pur essendo probabilmente tutto pertinente a una trincea a taglio. La parte inferiore è parzialmente separata da quella superiore da una sbavatura di calce (parrebbe quasi che si tratti di un piccolo piano irregolare lisciato) ed è sicuramente posteriore alle US 68, 73 e 75 (che sono state tagliate dalla trincea della fondazione), strati che si datano indubbiamente in un momento posteriore al 1802 (cronologia fissata dai materiali, tra i quali compare una moneta papale di nuovo conio). La parte superiore è probabilmente di poco posteriore a quella inferiore.
Resta tuttavia da chiarire se un tratto della parte superiore della fondazione – contraddistinta dall\'impronta di un palo ligneo e da alcune pietre che presentano una certa regolarità nella disposizione - sia stata messa in opera a vista.
Il materiale rinvenuto è assai significativo per documentare il primo intervento di restauro conservativo effettuato in un momento di poco successivo al 1802.