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Simone Moretti Giani

Season Team

  • AIAC_2387 - Coriglia - 2016
    Nel mese di maggio 2016 ha preso il via l’undicesima campagna archeologica presso il sito di Coriglia nel comune di Castel Viscardo, posto lungo la valle del fiume Paglia all’interno del Parco Archeologico dell’Orvietano. Le indagini stratigrafiche di quest’anno si sono concentrate limitatamente ai saggi di scavo A e C. Per il saggio A si è deciso di riprendere l’investigazione dell’area nord occidentale, scavata negli anni ’90 dalla Soprintendenza Archeologica per l’Umbria. E’ stato individuato un coeso acciottolato (US 135) di piccola pezzatura frammisto a scaglie litiche e frammenti di laterizi. Sembra plausibile possa essere la via glareata precedente a quella già scavata. E’ un tratto lungo m 4,60 e largo 5, con pendenza da S verso N. L’acciottolato è delimitato ad W da una spalletta di pietre fluviali di media grandezza (US 29) mentre ad E il margine si intuisce in un breve allineamento litico quasi del tutto asportato da interventi per la posa in opera di infrastrutture idriche. Ad E è stato rinvenuto un tombino (US 144) per la regimentazione dell’acqua piovana, delle dimensioni di 70x50 cm, costruito con pietre allettate in una malta giallastra. Al suo interno è stato recuperato un _fritillus_ pressochè integro e frammenti di sigillata italica. Il pozzetto aveva un coperchio costituito da un blocco di tufo (US 146) con due incavi circolari per il sollevamento. La seconda area indagata è quella del saggio C. La ripulitura di un canale di scolo obliterato da una colata di calcare (dovuto alle acque termali) ha consentito il recupero di materiale edilizio costituito da intonaci dipinti e terrecotte architettoniche di prima età imperiale, tra cui una lastra con cornice ad ovoli con figura di Dioniso che regge un tirso. L’intervento di scavo più intenso del saggio C ha interessato la struttura voltata rinvenuta lo scorso anno al fine di scoprirne la sua prosecuzione verso E e portare alla luce l’accesso. Gli scalini erano obliterati da uno scarico (US 667, US 671, US 688) di materiale edilizio, soprattutto costituito da lacerti di cocciopesto, all’interno del quale sono stati rinvenuti diversi frammenti di ceramica tardo antica (tegami di ceramica da fuoco africana con rotellature sul fondo esterno della vasca di III-IV sec. d.C. e un fornetto/coperchio _clibanus_ di pieno IV sec. d.C.). Nello strato di abbandono dell’ambiente voltato (US 654), si è trovata una moneta di bronzo del 297 d.C. coniata da Diocleziano, un _terminus post quem_ per il crollo della struttura (US 649=US682). Fino al III secolo d.C. quindi il monumento ipogeo era ancora intatto, ma ormai defunzionalizzato come cisterna idrica. L’entrata alla struttura ipogea è costituita da una ripida scalinata costituita da 7 scalini in tufo, pietre fluviali e malta alti all’incirca tra i 30/35 cm ciascuno con una pedata di 30/33 cm.
  • AIAC_2978 - Cavità n. 254 - 2015
    Le attività di scavo si sono concentrate all’interno dell’ambiente troncopiramidale convenzionalmente denominato “A”. Sono stati asportati alcuni scarichi di terreno molto ricchi di materiale archeologico. Tutti vanno a costituire coni detritici con apice localizzato nei pressi della parete occidentale della cavità. Si riscontra, ancora una volta, la presenza di attacchi tra le varie unità stratigrafiche. La profondità ad oggi raggiunta, rispetto alla volta, è pari a -10 metri. I reperti sono assolutamente eterogenei, per tipologia e cronologia. A datare la colmata sono vari frammenti di ceramica attica a figure rosse ed a vernice nera, verosimilmente databili entro la seconda metà del V sec. a.C. Di grande rilevanza sono centinaia di frammenti ceramici assegnabili alla classe dell’impasto non tornito. Alla classe della ceramica da cucina si riferiscono olle cilindro-ovoidi e ciotole-coperchio, spesso da ricondurre alla c.d. “Officina della spirale”. Il bucchero grigio è documentato da coppe emisferiche e piattelli, con più rare forme miniaturistiche. La ceramica di importazione ateniese è rappresentata, massimamente, da forme aperte a figure rosse. Si segnalano anche frammenti di un cratere e di alcune _lekythoi_. Molto rari i reperti in metallo, tra i quali si segnalano chiodi in ferro, poche fibule in bronzo e dell’aes rude. Tra le terrecotte architettoniche è di particolare pregio il frammento di un altorilievo raffigurante un guerriero abbattuto, in cui sembrerebbe suggestivo riconoscere un Gigante. Tra le testimonianze riconducibili alle attività quotidiane ed artigianali si ricorda la presenza di numerosi pesi da telaio in terracotta, macinelli in leucitite e frammenti di matrici fittili per la fusione dei metalli. Cospicua è la mole di reperti osteologici, riferibili a _taxa_ diversi, e talvolta caratterizzati da tracce che permettono di ipotizzare macellazione o esposizione al fuoco. Sui reperti in ceramica comune e bucchero grigio sono stati frequentemente individuate iscrizioni in caratteri etruschi, in corso di studio. L’analisi dei reperti e della sequenza stratigrafica permette di appurare come il riempimento della struttura, di cui si ignora ad oggi la funzione, sia avvenuto in un lasso di tempo ridotto, verosimilmente entro l’ultimo trentennio del V sec. a.C. Questa azione, che sembra contestuale all’obliterazione di una serie di strutture idrauliche nell’area di Piazza Ranieri, potrebbe essere stata funzionale alla parziale riorganizzazione degli spazi urbani in questo settore del pianoro. Le macerie prodotte a causa della demolizione di questi edifici potrebbero essere state utilizzate per colmare ambienti ipogei, non più funzionali per l’assetto che il centro abitato avrebbe, di lì a poco, assunto.