AIAC_373 - Incoronata - 2018I risultati della XVI campagna di scavo a Incoronata (da fine agosto agli inizi di ottobre 2018) si segnalano per il particolare rilievo delle strutture e dei materiali portati alla luce, che consentono di comprendere in maniera decisiva la configurazione storico-funzionale del sito, occupato dalla seconda metà del IX alla fine del VII secolo a.C. (fig. 1).
Al limite meridionale dell’area di scavo è proseguita l’esplorazione delle strutture, contornate verso nord dalla grande pavimentazione US 70 e adagiate direttamente sul banco di argilla della collina, artificialmente incavato, che risalgono al periodo “enotrio” dell’occupazione della collina (fig. 2). Esse si sviluppano su almeno tre fasi. La più antica si riferisce a una fossa rituale di forma subcircolare, riempita da differenti strati di terra annerita, ossa di animali combuste e ceramica decorata e a impasto, databile nella seconda metà del IX secolo. Nel corso dell’VIII sec. la fossa è stata obliterata da una “tappo” di terra e ciottoli, sul quale è stato costruito un recinto di pietre formante un triangolo isoscele (m. 4 circa di lato), con il vertice posto a Oriente, esattamente nel punto in cui si sviluppa l’apprestamento rituale circondante una grande pietra aniconica bianca (probabile altare, già messo in luce nelle campagne precedenti); tale profilo triangolare non può non evocare analoghe strutture attestate nel Mediterraneo nel corso dell’età del Ferro, a evidente vocazione funeraria. In una fase ulteriore dello stesso secolo, il tutto è stato definitivamente obliterato da un poderoso ammasso di pietre, mescolate alla deposizione di una grande quantità di ceramica cerimoniale frammentata intenzionalmente. Queste importanti scoperte hanno consentito di verificare in modo definitivo come una serie di pratiche rituali a carattere ctonio avevano segnato l’occupazione del sito fin dalla sua più antica fase di occupazione, che possiamo ormai far risalire alla seconda metà del IX sec.
Immediatamente a est dell’edificio absidato, la prosecuzione dello scavo dell’area in cui l’anno scorso sono stati portati alla luce i resti di due piccoli forni ha consentito di qualificarne con maggiore precisione gli aspetti funzionali. Una volta liberati i due fornelli dai materiali che erano stati utilizzati per le loro obliterazione, questi si sono mostrati associati a decine di ghiande carbonizzate, ritrovate insieme ai loro contenitori (grandi recipienti a impasto, acromi e monocromi) (fig. 3), un probabile piano di cottura, ingenti porzioni di legno carbonizzato (fig. 4). La modalità di obliterazione ritualizzata di questo spazio (il cui perimetro appare delimitato da un taglio poco profondo nel terreno vergine), comprendente la frammentazione intenzionale della ceramica, la deposizione di uno skyphos e di elementi bronzei accanto ai fornelli, una serie di pesi da telaio a decorazione incisa, e la chiusura mediante l’azione purificatrice del fuoco, suggeriscono di non escluderne, accanto a una funzione domestica, una destinazione connessa al culto, verosimilmente attinente alla torrefazione delle ghiande per uso alimentare (la balanofagia è ben attestata nella regione in connessione a luoghi sacri): un’attività che sembra rivelarsi coerente con la coloritura rituale di tutta l’area circostante l’edificio absidato, all’interno della fase greco-indigena di VII secolo a.C.
A nord dell’edificio absidato è proseguita l’esplorazione dello spazio rituale caratterizzato dalla presenza di un altare e di un bothros, circondato da un tappeto di ciottoli sul quale giacciono i resti (skyphoi e ossa di animali) delle pratiche rituali comportanti il consumo delle carni e del vino (seconda metà VII secolo a.C.).
All’estremità occidentale dell’area di scavo si è proceduto all’asportazione di un’ulteriore porzione degli imponenti strati di obliterazione costituiti da terra, pietre, scagli di pietrame e soprattutto mattoni frammentati. Al di sotto è emersa, demolita e al tempo stesso perfettamente conservata a livello di fondazione, una struttura monumentale comprendente un muro in grosse pietre (larghezza m 1,5) associato a un pavimento in microciottoli, che si collocano all’interno di un’area incavata nel terreno vergine (fig. 5). Lungo il limite settentrionale della struttura è stata portata alla luce una fossa riempita da ossa di animali e da un’impressionante concentrazione di ceramica greca d’importazione (qualche frammento enotrio negli strati superiori), comprendente un’anfora corinzia di tipo A, deposta intera, frr. di un’anfora SOS, grosse porzioni di un’oinochoe del PC antico o medio (fig. 6), numerosissimi frr. di skyphoi e kotylai PC, un krateriskos PC, pareti di un louterion e di una chytra. Si tratta, con tutta probabilità, dei resti delle pratiche rituali connesse all’obliterazione dell’edificio, la cui coloritura cultuale è stata confermata dal ritrovamento, sul pavimento, di una piccola testa in bronzo di stile dedalico, databile intorno alla metà del VII sec. a.C.: una delle più antiche testimonianze della plastica orientalizzante della Grecia d’Occidente.