Name
Andrea Breda
Organisation Name
Soprintendenza Beni Archeologici della Lombardia

Season Director

  • AIAC_1904 - Via San Polo - 2007
    Gli accertamenti archeologici hanno individuato, km 3 a SE del centro storico, scarse tracce di un insediamento rurale romano e la relativa necropoli adiacente l’antica via per Mantova. L’insediamento era rappresentato da una preparazione pavimentale in ciottoli e scaglie di medolo, consolidata da ghiaino misto ad argilla, e dalle fondazioni di un muro in ciottoli, frammenti di pietrame e rarissimi frammenti di laterizi legati da malta povera. La presenza di pochi frammenti ceramici permette una datazione al II-III sec. d.C. La necropoli è costituita da 36 tombe, di cui 32 incinerazioni e 4 inumazioni. Cronologicamente il materiale sembra inserirsi in un arco compreso tra la metà del I e il II secolo d.C. Monete sono presenti nella maggior parte delle incinerazioni che contengono, nella terra di rogo, uno o più esemplari (fino a un massimo di quattro). I manufatti metallici sono discretamente rappresentati: abbondanti i chiodi e altri elementi di connessione, dai grossi chiodi impiegati nelle barelle funebri ai chiodini per calzature; gli utensili in ferro (numerosi coltelli di varie misure). Due strumenti in bronzo, riferibili ad accessori da toeletta femminile, sono associati in un caso a una pisside, nell’altro a un piccolo manico bronzeo forse pertinente ad un cofanetto ligneo. La presenza di contenitori lignei è suggerita anche dal rinvenimento di piccoli chiodi e borchie decorative. Tra gli oggetti di ornamento si segnalano: numerosi anelli a cerchio, sia in bronzo sia in ferro, un’armilla in filo bronzeo, un pendaglio e alcune fibbie e fibule in bronzo e in ferro. I pochi oggetti in vetro, rinvenuti sempre nel riempimento superiore delle sepolture, non mostrano segni di esposizione al fuoco. Totalmente assenti invece i reperti in osso. Il vasellame ceramico offre un quadro piuttosto modesto ed è prevalentemente frammentario; si tratta generalmente di coppe e patere in terra sigillata, documentate in poche varietà di forme, tipiche della produzione norditalica. Sono attestate in particolare le coppe Drag. 24/25 e le patere Drag. 31 e Drag. 37/32. Tra il materiale frammentario compaiono parti di olle o brocche in ceramica comune mentre sono più rari i contenitori ad impasto grossolano. Presenti anche frammenti di bicchieri del tipo Henkeldellenbecher, forma di vasellame di tradizione locale. Le poche ceramiche intere (come pure i vetri), costituenti il corredo deposto al momento della sepoltura, si rinvengono in posizioni eccentriche, in una nicchia rettangolare in un angolo della fossa, associate anche a lucerne e coltelli. Vi sono infine dodici lucerne, di cui otto deposte intere: quattro a volute e dieci _Firmalampen_. I bolli leggibili ( _ATIMETI, FORTIS, VIBIANI_ e probabilmente _OCTAVI_ ) appartengono a produttori ben conosciuti in Italia settentrionale.
  • AIAC_231 - S. Bartolomeo - 2006
    Lo scavo dell’ex pieve di S. Bartolomeo di Bornato, promosso nel quadro del recupero pubblico dell’antico complesso monumentale ormai ridotto a rudere, ha rivelato una stratificazione archeologica in eccezionale stato di conservazione che testimonia una continuità ininterrotta di uso del sito dall’età romana. La prima fase insedativa è infatti rappresentata dai resti di una villa d’età imperiale che presenta comunque almeno due consistenti interventi di ristrutturazione, l’ultimo dei quali databile in età tardoantica. Tra le strutture della villa, almeno in parte sopravvissuta in alzato, si insediò tra la seconda metà del VI e i primi decenni del VII secolo un’abitazione longobarda la cui estensione è ancora da definire. Ad essa fece seguito (verosimilmente entro gli inizi del IX secolo) la costruzione dell’ecclesia baptismalis, costituita da un’ampia aula terminata da abside semicircolare (dotata di sedile del clero e di una confessio), fiancheggiata da due lunghi annessi funerari laterali e preceduta da un atrio tripartito nel quale probabilmente era ospitato il fonte. Tra XI e XII secolo la chiesa fu ridotta alla sola aula centrale e dotata di un robusto campanile, mentre fra XIII e XV secolo l’edificio di culto venne nuovamente ampliato, assumendo una pianta a due navate che mantenne fino alla parziale demolizione del XVII secolo. Il completamento dello scavo, è previsto nel corso del 2007. (Andrea Breda)
  • AIAC_234 - Via XX Settembre - 2005
    Alla periferia occidentale di Flero, un abitato dell’alta pianura bresciana prossimo alla città, già noto per il ritrovamento di siti d’età romana e di numerosi gruppi di sepolture d’età longobarda (e menzionato nell’879 come _curtis_ del monastero regio di S. Giulia), il controllo archeologico preventivo di un vasto cantiere di edilizia residenziale ha permesso di riconoscere e indagare un contesto insediativo di grande interesse rappresentato da: a) i resti assai compromessi di un insediamento d’epoca tardoantica/altomedievale con strutture in legno, b) tracce di un impianto di fornace per ceramica di V-VI secolo (l’unico di quest’epoca finora rinvenuto in ambito rurale bresciano e lombardo), c) quattro sepolture a inumazione, d) indizi della presenza, nelle vicinanze, di un edificio di epoca romana, quasi certamente una villa. Le strutture più interessanti (e problematiche), riferibili alla fase tardoantica e/o altomedievale del sito sono tre fosse di sagoma subrettangolare, sul cui fondo è stato rinvenuto uno strato compresso di carboni e ceneri, prevalentemente costituito da frasche, materiale vegetale minuto e da rari tronchetti, coperto da una stesura più o meno fitta di ciottoli. Le caratteristiche strutturali delle fosse e la completa assenza sul fondo e nella stratificazione di riempimento di ogni tipo di reperti o scorie hanno fatto escludere che questi apparati fossero destinati alla fusione dei metalli, alla rifusione dei rottami di vetro o alla distillazione del catrame vegetale i cui impianti, affatto diversi, sono già noti in area bresciana da altri ritrovamenti. In attesa di confronti chiarificatori si è ipotizzato che le fosse servissero alla cottura “soffocata” dei cibi, tecnica ancor oggi in uso presso diverse popolazioni primitive. (Andrea Breda, Fabio Malaspina)
  • AIAC_235 - Monte San Zeno - 2006
    Una lunga serie di campagne di scavo ha rivelato uno dei più vasti complessi cimiteriali d’età longobarda nel territorio bresciano, superiore per consistenza numerica alle necropoli, pur assai estese dei vicini comuni di Leno e Calvisano. Il luogo del ritrovamento è ubicato sulle pendici del cordone morenico più esterno del lago di Garda e si affianca ad un antico percorso che metteva in comunicazione Montichiari gli abitati a nord e a sud, costeggiando il paleoalveo del fiume Chiese. Su un’area di circa 6000 mq sono state scavate finora 311 tombe appartenenti al cimitero di un villaggio del VII secolo, forse situato nell’adiacente valletta, appena oltre la quale, su un altro rilievo, fu rinvenuta nel 1995 una piccola necropoli altomedievale, probabilmente anch’essa riferibile al medesimo insediamento. Solo 79 sepolture hanno restituito complessi di oggetti d’abbigliamento e di corredo di consistenza e composizione assai varia - databili nel corso VII secolo. Gli oltre 300 reperti, dei quali sono attualmente in corso il restauro e lo studio, sono classificabili secondo le funzioni in sei gruppi principali: lame, finimenti metallici di cinture e corregge, oggetti d’abbigliamento e d’ornamento metallici, oggetti d’abbigliamento e d’ornamento non metallici, oggetti da toilette, arnesi d’uso domestico e quotidiano. Tra di essi i più significativi per numero e varietà - che rendono la necropoli di Monte S. Zeno un _unicum_ in tutto il panorama lombardo - sono i 48 pettini in osso o corno, spesso arricchiti da complesse decorazioni, fra i quali spicca un esemplare eccezionale lavorato a giorno con un motivo di arcatelle sorrette da colonnette con capitelli. Il rinvenimento delle due vicinissime necropoli lascia intravedere la nascita, fin dal VII secolo, di un consistente abitato che, dopo il Mille, si trasferì più a nord attorno ad un nuovo castello edificato in vicinanza della grande via Brescia – Mantova. Di questo ed altri ritrovamenti si darà conto nella mostra e nella pubblicazione “I Longobardi a Montichiari” che verranno presentate prevista nel marzo 2007. (Andrea Breda)
  • AIAC_236 - S. Pietro - 2006
    Attestata per la prima volta nel 765, la chiesa di San Pietro in Mavinas è l’unico sopravvissuto dei cinque edifici religiosi che nel medioevo esistevano all’interno dell’ampia cerchia muraria che racchiudeva la civitas e l’intero promontorio della penisola di Sirmione. La chiesa conserva praticamente intatto l’impianto d’età romanica, costituito da una navata rettangolare (il cui fianco sud con finestre arcuate appartiene all’edificio già esistente nell’VIII secolo) terminata da tre absidi semicircolari plausibilmente datate attorno al Mille e affiancata da un campanile nel quale si distinguono due fasi costruttive romaniche. La prima campagna di scavo, pur circoscritta solo ad alcuni saggi, ha permesso di ricostruire quasi completamente il disegno della chiesa originaria, costituita da un’aula preceduta da un atrio e affiancata da due annessi laterali di uso funerario. Tale impianto, derivante da modelli tardo antichi, è ben diffuso tuttavia fino al IX secolo sia in area mediterranea che nell’arco alpino e nell’Italia padana dal Friuli fino al Piemonte. Al centro dell’abside si situava un ampio podio intonacato curvilineo che doveva ospitare l’altare maggiore e forse i sedili del clero - _synthronos_; tra il podio e l’abside correva un comodo deambulatorio comunicante con due _pastophoria_ posti in capo agli annessi laterali. Tanto l’atrio quanto gli annessi traboccavano letteralmente di sepolture; tale abbondanza suggerisce che S. Pietro sia stata, ben oltre l’altomedioevo, la chiesa cimiteriale dell’abitato di Sirmione. Le inumazioni più antiche, quasi una trentina, scavate nella roccia e talora foderate da un accurato rivestimento di lastre, appartenevano per certo al cimitero primitivo ed erano precisamente contenute all’interno dell’atrio e delle ali laterali, il cui pavimento era costituito dai lastroni ben squadrati di copertura dei loculi e dalla roccia livellata. I pochi ma significativi oggetti di corredo consentono di datare questa prima fase del cimitero - e quindi la costruzione dell’atrio, degli annessi e dell’intera chiesa - non oltre il primo trentennio del VII secolo. Rimane tuttavia il dubbio che in verità le sepolture siano state riutilizzate e che pertanto la fondazione dell’edificio di culto sia da porre in età prelongobarda. (Andrea Breda, Alberto Crosato)
  • AIAC_237 - Via Martinengo Cesaresco - 2005
    Un nuovo tratto dell’acquedotto che dalle fonti nella Valle Trompia serviva Brescia romana è stato indagato nell’abitato di Concesio in via Camerate. Il condotto, del quale era già conosciuto il transito immediatamente più a valle in fregio all’entrata del palazzo Masetti Zannini, è venuto alla luce durante i lavori di sbancamento per la costruzione di un complesso residenziale. La struttura, identificata per un tratto di circa m 25 corre interrata e parallela a pochi metri dal canale a cielo aperto che veicola l’acqua del vaso Celato. Il progetto dell’edificio residenziale è stato pertanto modificato con la costruzione di due murature e soletta in cemento armato che hanno permesso di salvaguardare il manufatto antico. (Remo Pareccini)
  • AIAC_238 - S. Vitale - 2005
    Nel corso del 2005 è stata completato lo scavo del complesso dell’antica parrocchiale di Borgonato, già esplorato nel 2001. Le nuove indagini hanno interessato, per complessivi mq 1200, la chiesa e l’area a sud e ovest occupata da corpi edilizi stratificatisi tra il bassomedioevo e il XVII secolo. Nel sagrato ovest della chiesa di S. Vitale sono state più di 200 sepolture, in cassa litica e in nuda terra, tutte orientate in senso est-ovest e allineate in file parallele. In tutte le sepolture il defunto era rivolto a est, le braccia erano generalmente incrociate sul petto o in corrispondenza dell’addome, distese lungo i fianchi o disposte in modo casuale. Non è stato possibile stabilire una scansione cronologica precisa delle inumazioni, che sono solo genericamente attribuibili all’età medievale. Solo in una sepoltura si è rinvenuto un frammento di pietra ollare, mentre in altri due casi i defunti portavano semplici anellini digitali, tipologicamente non caratterizzati. E’ stato comunque possibile riferire con sicurezza alcune sepolture in cassa alla fase altomedievale in quanto tagliate dai muri perimetrali della seconda chiesa; la maggior parte delle tombe sembrano comunque assegnabili all’epoca romanica. Nell’area esterna la chiesa alcune sepolture tagliavano una calcinaia, probabilmente relativa alla costruzione della chiesa romanica. Anche la zona posta a sud della chiesa era disseminata di tombe che costituivano un unico esteso cimitero di epoca altomedievale. E’ presumibile che la costruzione a sud della chiesa di un palazzetto residenziale per il clero parrocchiale (databile tra XII e XIII secolo) abbia orientato verso occidente il successivo sviluppo dell’area cimiteriale. Nella zona posta immediatamente a sud della necropoli, è stato rinvenuto un esteso piano di ciottoli che riempiva fosse regolari scavate nell’argilla sterile. Questa massicciata potrebbe essere funzionale ad una struttura insediativa, forse riconducibile all’età romana, come suggeriscono alcuni frammenti ceramici tra i ciottoli del piano. (Andrea Breda, Ivana Venturini, Angelo Valsecchi)
  • AIAC_239 - Chiesa della SS. Trinità - 2005
    Il progetto di restauro della chiesa della Santissima Trinità di Esine (Bs) ha richiesto alcune indagini archeologiche. Attestata pare per la prima volta nel 771 (ma il documento è perduto), la chiesa nelle sue forme attuali è databile tra XII e XIII secolo. Essa consta di una navata unica a quattro campate con volta a crociera. Dalla quarta campata si accede, tramite una porta seicentesca, a una sacrestia/cripta sempre d’impianto romanico, modificata successivamente nel profilo esterno. Si può soltanto ipotizzare in questa fase l’esistenza di un’abside. A questa struttura sono stati addossati il presbiterio/abside attuale (fine XV-XVI secolo), una struttura quadrata identificata come ossario, una scala di accesso al coro e la Cappella di San Rocco (fine XV secolo). Il saggio 1 conferma che a nord della chiesa era un cimitero. Il Saggio 2 eseguito nella pavimentazione di cemento della Cappella di San Rocco, ha evidenziato come questo si appoggi a una preparazione di scaglie di pietra locale poste di taglio. Il Saggio 3 effettuato intorno all’imposta N dell’arco che divide prima e seconda campata ha rivelato una precedente pavimentazione in lastre di pietra locale. Tutte le strutture sottostanti il pavimento tardo-medievale sono coperte da un livello probabilmente di cantiere in terra battuta o un livellamento. Il Saggio 4 effettuato a W dell’imposta S dell’arco che divide la prima e la seconda campata, conferma la presenza di un livello pavimentale relativo alla navata in lastre di pietra locale legate da una malta molto tenace. Il Saggio 5 effettuato all’esterno della navata ha identificato i primi livelli di fondazione delle murature stesse. L’assenza di contraffortature, tipiche dell’edilizia romanica, potrebbe confermare l’ipotesi che la chiesa sorga su un banco di roccia nativa. (Fabio Malaspina)
  • AIAC_243 - Sagrato di S. Andrea e via Pusterla - 2005
    Attorno al sagrato della pieve di S. Andrea, all’estremo nord del centro storico di Iseo, si collocano testimonianze dell’edilizia religiosa e civile dell’abitato medievale: pieve romanica, edificio barocco dedicato a S. Giovanni e sorto sopra un precedente battistero; chiesetta romanica di S. Silvestro, due palazzetti di XII e XIII secolo. Il sagrato è inoltre attraversato da un’antica strada che passava per la porta settentrionale delle mura cittadine, detta il Porciolo. Sondaggi archeologici hanno permesso di individuare un piccolo tratto di struttura tardoantica. L’indagine nei pressi dei palazzotti medievali ha confermato la prosecuzione di un paramento murario realizzato in grossi blocchi di calcare a bugnato, per la cui costruzione venne tagliata una muratura in piccoli masselli di calcare sbozzato legati da scarsa malta. Purtroppo la presenza di vaste tombe in muratura post-medievali a ridosso al muro di confine ovest non ha permesso di documentare in tutta la lunghezza il muro romanico. All’interno di una trincea scavata nel sagrato ed in via Pusterla è stato intercettato un allineamento di 12 sepolture ad inumazione orientate est-ovest, in cassa di forma rettangolare o antropoide, prive di corredo databili all’età bassomedievale. A ridosso del portale romanico si è rinvenuto un piano di calpestio e un bel sarcofago monolitico con funzione di basamento per i gradini. In via Pusterla sono stati identificati diversi piani stradali databili dal XI al XIII secolo. Nell’area cosiddetta del Porciolo, sorgeva una delle quattro porte della cinta urbana realizzata nei primi decenni del ‘300, a tutt’oggi testimoniata da una serie di murature. (Alice Leoni)
  • AIAC_244 - Via Umbria - 2005
    Durante i lavori di urbanizzazione di un’area all’estremità ovest dell’abitato di Leno sono emerse tre sepolture a cassa laterizia riferibili al periodo tardoantico-altomedievale. I dati hanno permesso di valutare come il livello attuale del fondo sia dovuto a un riporto di limo sabbioso steso pochi decenni fa per esigenze agricole. Subito sotto allo stesso inizia una potente stratificazione di apporti alluvionali, mai intervallati da livelli d’uso antropizzati. Le tre sepolture presentano caratteristiche comuni. La copertura era presumibilmente in mattoni (cm 45 x 30 x 7), il muretto perimetrale in laterizi di reimpiego, posti in opera di piatto e legati con l’argilla bianca giallastra. Il piano di imposta delle coperture è delimitato da alcune pietre di conglomerato fluviale. In nessun caso i riempimenti hanno restituito oggetti di corredo. Nella tomba 1 non è stato rinvenuto alcun resto osseo, fatta eccezione per alcuni frammenti. Il fondo era costituito da quattro embrici interi e uno frammentario. La tomba 2, priva degli elementi della copertura, conservava ossa degli arti inferiori dell’inumato, probabilmente ributtate all’interno all’atto della violazione. Lo scheletro nella cassa è deposto sul fondo, con le braccia lungo i fianchi, ed è riferibile a un individuo di età molto avanzata, forse di sesso maschile. Tra le particolarità strutturali è un concio di pietra squadrata sul lato corto ovest. Il fondo presentava conservati due embrici interi e uno frammentario. La tomba 3 è stata anch’essa rinvenuta disturbata. L’interno della cassa presentava una doppia inumazione. Il primo scheletro, una donna adulta, era stato girato sul fianco e addossato alla muratura quando ancora erano presenti le connessioni anatomiche, per fare posto a un uomo adulto, posto sul fondo della cassa con le braccia lungo i fianchi. Tra gli elementi di costruzione si segnala la presenza di un frammento reimpiegato di arenaria quarzosa, lavorato a strigilature. (Fabio Malaspina)
  • AIAC_245 - Pieve di S. Maria alla Mitria - 2006
    Lavori di restauro alla pieve di S. Maria sono stati occasione per un sondaggio archeologico che ha consentito un aggiornamento dei dati sulla vicenda architettonica del monumento. Lo scavo ha messo in luce un ossario a camera con soprastante pavimentazione in pietrame, una tomba privilegiata priva di inumato, parte di vano della cappella di S. Rocco (sec. XV) con lembo di affresco e, sotto la quota pavimentale, un probabile ossario. Nella stratificazione di terriccio e ghiaino soprastante le strutture tombali sono stati raccolti un bezzo da 6 soldi (1619), un quattrino romano in rame di papa Pio VI (1783-84) e un pezzo illeggibile con la scritta Petrus. Nello stesso livello è stata scoperta parzialmente un’inumazione con capo a sud. Con la rimozione di alcune parti di intonaco della facciata e della controfacciata sono state identificate parti della muratura romanica, una finestrella strombata e due aperture tamponate in antico. L’asportazione dell’intonaco nella parte bassa della facciata ha consentito di identificare due porte tamponate con materiali diversi. Un’apertura sulla metà sinistra con stipiti e voltino in mattoni era posizionata a ridosso della testata del muro longitudinale e con quota di accesso pari all’attuale interna. La porta doveva comunicare con la cappella del corpo di Cristo, separata dall’aula della chiesa da una cancellata in ferro. Anche l’emifacciata di destra conservava tracce di un’apertura occlusa con grossi blocchi di medolo grigio scuro. Durante la rimozione degli intonaci della controfacciata è venuta alla luce una finestrella a doppia strombatura (assegnabile alla chiesa romanica di XII-XIII secolo). La presenza di una precedente nicchia strombata, visibile all’interno sulla destra dell’entrata trova ora conferma nella funzione di finestrella simmetrica gemella a quella ora scoperta. Appena sopra le finestrelle è impostato il sopralzo rinascimentale caratterizzato dal grande oculo circolare con soprastante iscrizione che attesta la “riedificazione” della chiesa nel 1501 sui perimetrali del precedente edificio romanico: HOC TEMPLVm (ad) HONOREM / NONTIATIONIs (b. et) GLORIOSae / VIRGINIS MARiae reedifICATUZ / TemPorE. D. IOANNis De StEFANIS / de NAVIS ARCHIPRESbiteris ISTIUS / PLEBIS / MCCCccI. (Remo Pareccini)
  • AIAC_252 - Cignano - 2006
    I lavori di costruzione di un grande complesso artigianale, presso il km 32 della Strada Statale n. 668 Lenese nel territorio di Offlaga, hanno permesso l’identificazione di un piccolo nucleo sepolcrale costituito da due tombe a cassa laterizia. Le ricerche intorno alle due sepolture non hanno permesso il riconoscimento di altre strutture o testimonianze archeologiche, fatta eccezione per un canale che passava pochi metri a sud delle casse, il cui riempimento era caratterizzato da una massiccia presenza di laterizi frammentati di epoca classica e che ha restituito un cucchiaio in bronzo frammentario (presenza tipica nei corredi tombali di V-VI secolo). Le due tombe presentano caratteristiche comuni nelle dimensioni, nella tessitura muraria e nello stato di conservazione. Si tratta di strutture a pianta rettangolare e leggermente trapezoidale in laterizi frammentati di reimpiego, quasi esclusivamente tegole ed embrici, con presenza sporadica di mattoni e ciottoli di fiume (nella t. 1 sono presenti anche dei coppi), impostate in tagli ellittici molto allungati e dalle pareti quasi diritte. Non si riscontra la presenza di legante negli interstizi. Il tipo di copertura doveva essere in laterizi disposti a capanna; l’orientamento è quasi perfettamente est-ovest. Del tutto assenti tracce del fondo, tranne un possibile lacerto in t. 1. Le dimensioni esterne sono: m 2,30 x 0,80/0,95 (T. 1) e m 2,10 x 0,80 (T. 2). Il mancato rinvenimento degli scheletri e la probabile asportazione del fondo in laterizi delle due casse, oltre al ritrovamento di numerosi frammenti laterizi (e del cucchiaio in bronzo) nel residuo di canalizzazione a sud delle tombe stesse, induce a ipotizzare una violazione già in antico delle due strutture. La tecnica costruttiva, il carattere isolato e, con una certa cautela, il cucchiaio in bronzo portano a indicare per questo nucleo sepolcrale una datazione tra il V e il VI secolo d.C. (Fabio Malaspina)
  • AIAC_253 - Piazza Umberto I - 2006
    In occasione dei lavori di riqualificazione di piazza Umberto I e dell’area ubicata tra corso Giuseppe Zanardelli e la linea ferroviaria da parte del Comune di Pisogne sono state effettuate indagini archeologiche. Durante il medioevo l’area occupata dalla piazza era in gran parte sommersa dalle acque del lago. La parte occidentale della piazza è frutto di un’opera di ricostruzione avvenuta nel 1817, mentre una porzione dell’area compresa tra corso G. Zanardelli e la linea ferroviaria è stata edificata in occasione della costruzione di quest’ultima nel 1907. Nella fascia orientale sono stati rinvenuti due tratti di pavimentazione della piazza costituite da frammenti di pietrisco e ciottoli e resti di un basamento circolare del 1817, su cui poggiava la statua di S. Costanzo, patrono di Pisogne. Al di sotto di uno strato limo-sabbioso grigio nero, è venuto alla luce un allineamento di 10 macine (diam. m 1, sp. m 0,20) rovinate dall’uso, qui reimpiegate. La struttura proseguiva presumibilmente verso nord, dove risulta tagliata in antico per l’alloggiamento di una canalina, mentre a sud si conclude contro un piano compatto di limo nero, ciottoli e pietrame. La stratigrafia sottostante mostra come l’allineamento delle medesime ricalchi un limite. Circa m 0,20 cm più in basso emerge una struttura di blocchi di una pietra porosa, tufacea, che ha lo stesso allineamento della fila di macine. Sia l’allineamento di macine che quello in blocchi di pietra chiudono nella parte sud con un angolo retto verso ovest. Lungo il margine occidentale dell’allineamento, sono stati portati alla luce alcuni frammenti di legno, probabilmente provenienti da una palificata che doveva sorreggere la banchina portuale costituita dall’allineamento di blocchi e dalle sovrastanti macine. Nello strato di limo che copre la banchina è stata rinvenuta una moneta veneziana databile tra il XVII e il XVIII secolo. Di certo fu comunque abbandonata nel 1797, anno in cui Cesare Barilli elabora un disegno di piazza del Mercato in cui testimonia una linea di costa più avanzata. (Viviana Fausti)
  • AIAC_257 - Ex chiesa parrocchiale di S. Andrea - 2006
    Nell’area adiacente il fianco sud della chiesa e di fronte alla facciata sono stati eseguiti accertamenti archeologici preventivi a lavori di consolidamento. I saggi lungo il lato sud hanno individuato tra la sacrestia e il campanile, un tratto del perimetrale della chiesa romanica in masselli squadrati a tessitura regolare pertinenti alla fase più antica finora nota dell’edificio, della quale sopravvive integra in alzato l’abside semicircolare in conci ben squadrati di pietra grigia, con lesene, archetti pensili e una monofora strombata. (prima metà XII secolo?). Sono inoltre state rilevate: a) strutture murarie, successive al XVI secolo, destinate a contenere un terrapieno (forse generato dalle ripetute alluvioni del torrente che scorre a monte del paese; b) diversi ossari, addossati ai muri della chiesa e del campanile a partire dalla fine del XVI secolo; c) un vano quadrangolare originariamente coperto da una volta e collegato alla chiesa tramite un’apertura sul muro nord tamponata in epoca recente. L’interno era riempito da abbondanti ossa e resti del crollo della copertura. Si tratta con ogni probabilità di una cappella laterale pertinente all’ultimo ampliamento della chiesa (fine XVI-XVII secolo) poi riutilizzata come ossario. Un ulteriore saggio in facciata ha messo in luce una serie di sepolture in casse di lastre di pietra orientate est-ovest ed ascrivibili ad un fase non posteriore alla fine del XIII secolo. (Salvatore Lentini, Serena Solano)

Season Team

  • AIAC_254 - Chiesa di S. Rocco - 2006
    La trasformazione del vecchio ospedale in biblioteca civica ha richiesto indagini archeologiche. Il sito nasce con la costruzione della chiesa di S. Rocco per un voto fatto dalla comunità durante la peste del 1511; nel 1797 viene soppressa la confraternita di S. Rocco e l'edificio cade in abbandono; nel 1821 vi viene costruito un ospedale per gli "infermi miserabili" su progetto del Bicelli. _Area del presbiterio e dell’abside_ Qui si trovava l'altare maggiore accessibile tramite gradini; l'abside aveva una forma poligonale con modanature esterne verticali. Al posto dell'altare, il Bicelli fa scavare un pozzo per avere acqua fresca anche in estate. Lo scavo presso la catena muraria alla base dell’arcone principale ha consentito di recuperare le decorazioni interne (cornici pitturate in oro, decorazioni floreali in gesso e frammenti di pitture murali). _Sagrestia_ Dell’ambiente (m 5,4 x 4,3) è venuto alla luce il perimetro dei muri di fondazione e parte del pavimento in mattoni; sul lato sud le strutture in cocciopesto, mattoni e lastre in pietra dei servizi igienici dell’ospedale. _Campanile_ L’analisi della planimetria del catasto napoleonico ed alcune osservazioni nella minuta del Bicelli consentono di collocarlo all’angolo coro/aula sul lato nord. _Aula_ Di notevoli dimensioni (m 23 x 11,5) e divisa in quattro luci dagli arconi che sorreggevano il tetto mattonato, ha conservato tutta la pavimentazione e le murature perimetrali; la pavimentazione originaria in gettata di malta velata superficialmente da uno spessore di cocciopesto è sormontata in taluni punti dai resti della seconda pavimentazione in mattonato (età seicentesca). In testa all’aula, le basi di due altari laterali. _Atrio e portico_ E’ ancora quello originario solo un po’ ristretto dal Bicelli; lo scavo ha portato alla luce l’antico pavimento in cotto e il profilo della porta di entrata. _Scalone_ Nella planimetria desunta dal Catasto Napoleonico si nota un volume allungato ed addossato al lato nord dell’edificio, rinvenuto in fase di scavo e verosimilmente interpretabile come lo scalone che portava alla loggia superiore. (Paolo Chiarini)

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