Name
Stefano Ricci
Organisation Name
Dipartimento di Scienze Fisiche, della Terra e dell’Ambiente – Unità di Ricerca di Preistoria e Antropologia – Università di Siena

Season Team

  • AIAC_1103 - Gorgo del Ciliegio - 2007
    Nei mesi di luglio-agosto 2007 si è svolta la settima campagna di scavo nell’insediamento della media età del Bronzo di Gorgo del Ciliegio (Sansepolcro – AR), sotto la direzione scientifica dell’Unità di Ricerca di Ecologia Preistorica dell’Università di Siena, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica della Toscana. Alle indagini, effettuate con l’appoggio del Gruppo Archeologico di Sansepolcro (GRAS) e del Centro Studi sul Quaternario (CeSQ), hanno partecipato studenti, dottorandi e dottori di ricerca delle Università di Siena, Napoli e Roma, oltre a studenti delle scuole medie superiori della provincia di Arezzo. L’abitato di Gorgo del Ciliegio è situato nella valle del Torrente Afra, sulla sua riva sinistra a 400 m s.l.m., a ridosso del versante occidentale del Poggio di Miolo. Nel corso dell’ultima campagna è stata indagata una superficie pari a 25 mq. La sequenza stratigrafica messa in luce non presentava variazioni sostanziali rispetto ai passati interventi. Come già osservato negli anni precedenti, è stato possibile evidenziare all’interno del livello antropico, dello spessore medio di 35-40 cm, una distinzione fra la porzione inferiore del deposito, caratterizzata dalla presenza del piano d’abitato vero e proprio, corrispondente al periodo di vita del sito, e quella superiore, relativa al momento immediatamente successivo all’abbandono dell’insediamento. L’indagine ha permesso di individuare il limite orientale della capanna, già parzialmente scavata nel corso delle precedenti campagne, e di portare alla luce nuove strutture situate al suo interno; in particolare è emersa la presenza di un “gradino” e di una “canaletta” tagliati artificialmente nel terreno lungo il lato orientale dell’abitazione; importante è il rinvenimento di un certo numero di recipienti ceramici frammentari, ma ricostruibili in larga misura, dislocati in prossimità del focolare, la cui giacitura ne attesta la collocazione ancora essenzialmente in posto. Nella stessa area è stata recuperata una gran quantità di resti carpologici carbonizzati (in prevalenza leguminose) che dovevano far parte presumibilmente del contenuto dei suddetti recipienti. Le caratteristiche della ceramica rinvenuta confermano ulteriormente l’inquadramento cronologico e culturale, finora proposto per Gorgo del Ciliegio, ad un momento iniziale del BM3 se non addirittura ad un orizzonte di passaggio tra BM2 e BM3, ipotesi, del resto, supportata dal risultato della datazione radiometrica: - Sigla campione: Beta - 171117 - Età convenzionale: 3190±70 BP. - Età calibrata (1σ): cal BC 1520-1400 (cal BP 3470-3350). - Età calibrata (2σ): cal BC 1620-1310 (cal BP 3570-3260). -Intersezione età 14C/curva di calibrazione: cal BC 1440 (cal BP 3390).
  • AIAC_1103 - Gorgo del Ciliegio - 2008
    Nei mesi di luglio-agosto 2008 si è svolta l’ottava campagna di scavo nell’insediamento della media età del Bronzo di Gorgo del Ciliegio. E’ stata indagata una superficie pari a 29 mq, relativa ai quadrati H 9-10, I 5-14, L 5-15, M 7-12 e 14, tutti (esclusi I 5 e M 12) aperti per la prima volta. Per quanto riguarda la sequenza stratigrafica non si sono riscontrate variazioni sostanziali rispetto ai passati interventi. Il livello antropico presentava uno spessore variante da 35 a 57 cm mantenendo la solita pendenza in senso nord-est/sud-ovest, con quote a tetto comprese fra -63 e -101, e quote alla base fra -115 e –131. Al suo interno è stato possibile riconoscere una distinzione fra la parte inferiore del deposito, caratterizzata dalla presenza della “paleosuperficie”, corrispondente al periodo di vita del sito, e quella superiore, relativa al momento immediatamente successivo all’abbandono dell’abitato. L’indagine stratigrafica si è concentrata in particolar modo sull’area occupata dai quadrati I-M/5-15, dove è stata portata alla luce un’ulteriore porzione del piano d’abitato, mettendo in evidenza nuovi dati che riguardano il limite della capanna e lo spazio esterno ad essa adiacente. In quest’area, il bordo della struttura (situato nei quadrati I-N/ 5-6) appare costituito in parte ancora dalla canaletta già individuata nel 2007 che, dopo aver percorso il lato est della capanna, piega in direzione ovest esaurendosi nel quadrato M6, e in parte (a proseguimento della canaletta) da un allineamento di pietre di medie dimensioni. All’interno della canaletta sono state individuate due piccole buche destinate all’alloggiamento di pali di rincalzo, analogamente ad un’altra fossetta, avente andamento obliquo, situata nella zona occupata dall’allineamento di pietre; Il riempimento delle buche era costituito da terreno carbonioso oppure da argilla gialla depurata; residui della stessa argilla, dei veri e propri cordoli tutti orientati in senso nord-ovest sud-est, erano presenti nelle immediate adiacenze della canaletta e dell’allineamento di pietre. La canaletta risultava infine marginata da numerose pietre di varie dimensioni. Nel quadrato N6 è stato individuato l’inizio di una nuova canaletta (la n.2) che si immette ad angolo retto nella precedente (la n.1), ed appare diretta verso nord. Proprio in corrispondenza tra le due si concentravano alcune pietre di grandi dimensioni, alcune delle quali poste in verticale quasi a costituire una sorta di “chiusa”. Uno dei risultati di maggior rilievo riguarda il piano di calpestio esterno alla struttura abitativa (quadrati I-L 9-15). Qui, adiacente alla capanna, è stata individuata un’altra struttura di combustione, formata da una grande pietra piatta cordiforme (50 x 70cm). Si tratta anche in questo caso di un’area destinata con ogni probabilità alla cottura di alimenti come sembrerebbe confermare il ritrovamento tutt’intorno di numerosi legumi e cereali bruciati. L’intera superficie indagata risultava inoltre interessata da abbondanti resti carboniosi, in taluni casi veri e propri tronchetti e ramaglie combusti. Assieme ai legni carbonizzati è stato recuperato anche un elemento, forse un manufatto, del quale si conservava oramai quasi solo l’impronta, la cui forma ricorda quella di una paletta con manico dotato di costolatura centrale. In tutta l’area esterna alla capanna (quadrati M-I/15-13), una volta asportati i legni bruciati, è stato messo in luce il “vespaio” caratteristico dello spazio esterno all’abitazione, formato da pietre, frammenti ceramici ed ossa, ben compattati, che si ricollegava all’analoga superficie scoperta nei quadrati O-M/13 nel corso della campagna 2007. Tra i materiali ricordiamo un frammento di scodella carenata con presa impostata direttamente sull’orlo e di un fondo umbelicato e scarsi frammenti di industria litica, costituita esclusivamente da schegge non ritoccate in selce. Per quanto riguarda l’interpretazione dell’abitato sotto il profilo planimetrico–funzionale, i risultati della campagna 2008 avvalorano ampiamente le ipotesi messe a punto nei passati interventi. In particolare si conferma il diverso trattamento riservato al piano di calpestio in ambiente interno da un lato, e nello spazio esterno dall’altro, dove tutta l’area circostante l’abitazione veniva bonificata ammassando caoticamente ghiaia, pietre, frammenti di ceramica e resti di pasto a formare un vespaio con funzione drenante. Alla campagna di scavo hanno partecipato i componenti del Gruppo Archeologico di Sansepolcro, studenti del Liceo Artistico di Sansepolcro e studenti, laureati e dottorandi delle Università di Siena, Napoli e Firenze.
  • AIAC_1103 - Gorgo del Ciliegio - 2010
    Nei mesi di luglio-agosto 2010 si è svolta la nona campagna di scavo nell’insediamento della media età del Bronzo di Gorgo del Ciliegio (Sansepolcro – AR). E’ stata indagata una superficie pari complessivamente a 36 mq, alcuni dei quali aperti per la prima volta. Per quanto riguarda la sequenza stratigrafica non si sono riscontrate variazioni sostanziali rispetto ai passati interventi. All’interno del livello antropico è stato possibile riconoscere, come al solito, una distinzione fra la parte inferiore del deposito, caratterizzata dalla presenza della “paleosuperficie”, corrispondente al periodo di vita del sito, e quella superiore, relativa al momento immediatamente successivo all’abbandono dell’abitato. L’indagine stratigrafica si è concentrata in particolar modo sull’area occupata dalla struttura abitativa e sulla zona immediatamente adiacente dove è stata portata alla luce una grande fossa profonda divisa in due da un setto di terreno, oltre ad un’ulteriore porzione del piano d’abitato esterno alla capanna; quest’ultimo era costituito da una superficie formata da pietre, ghiaia, frammenti ceramici e resti di fauna disposti in modo caotico. Rimane incerta la funzione della grande fossa la cui conformazione e l’estrema vicinanza alla parete nord della capanna fanno comunque ipotizzare un utilizzo connesso al ripristino dell’intonaco delle pareti. La capanna è stata indagata lungo il perimetro nord dove è emersa una canaletta larga dai 30 ai 40 cm e profonda massimo 20 cm, marginata da grosse pietre con all’interno piccole buche di palo poste a distanze regolari, interrotta a circa metà da una grande buca per l’alloggiamento di un palo portante. I materiali rinvenuti provengono principalmente dal riempimento della fossa e dal piano di vita esterno e sono costituiti in massima parte da ceramica e fauna; si segnala il rinvenimento di alcuni punteruoli in osso. Alla campagna di scavo hanno partecipato i componenti del Gruppo Archeologico di Sansepolcro e studenti, laureati e dottorandi delle Università di Siena, Napoli e Firenze.
  • AIAC_1103 - Gorgo del Ciliegio - 2011
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  • AIAC_1103 - Gorgo del Ciliegio - 2012
    Nei mesi di luglio-agosto 2012 si è svolta l’undicesima campagna di scavo nell’insediamento della media età del Bronzo di Gorgo del Ciliegio (Sansepolcro – AR). E’ stata indagata una superficie pari complessivamente a 39 mq, alcuni dei quali aperti per la prima volta Per quanto riguarda la sequenza stratigrafica non si sono riscontrate variazioni sostanziali rispetto ai passati interventi. All’interno del livello antropico è stato possibile riconoscere, come al solito, una distinzione fra la parte inferiore del deposito, caratterizzata dalla presenza della “paleosuperficie”, corrispondente al periodo di vita del sito, e quella superiore, relativa al momento immediatamente successivo all’abbandono dell’abitato. L’indagine stratigrafica si è concentrata sull’area occupata dalla struttura abitativa che è stata oramai indagata per buona parte della sua estensione. Grazie soprattutto alle campagne 2011 e 2012 è stato possibile farsi un’idea già abbastanza precisa della forma e delle dimensioni della capanna. Si tratta senz’altro di una grande abitazione (larga circa 9 m e lunga più di 9 m) absidata con i lati lunghi sub rettilinei, orientata in senso nord-sud, con l’entrata presumibilmente a sud (l’area sud è però ancora da scavare). La struttura si appoggiava con il lato est sul dislivello formato dal detrito di versante dove i buchi di palo risultano infatti essere di minori dimensioni. Il resto del piano della capanna insisteva in parte sul paleo alveo dell’Afra e in parte ancora su detrito di versante. A questo punto siamo in gradi di meglio valutare anche la posizione del focolare scoperto nel 2006 e dei recipienti rinvenuti nelle sue vicinanze: la struttura di combustione si trovava a ridosso del lato est immediatamente fuori dall’abside su un piano a quota più elevata di circa 40 cm rispetto alla superficie di calpestio, posta su una sorta di gradino ricavato nel terreno; sullo stesso gradino, alla destra del focolare, era situato lo scodellone rinvenuto nel 2007 che si presume contenesse in origine i semi bruciati di cereali e leguminose recuperati nei quadrati adiacenti. Per quanto attiene alle caratteristiche delle buche per l’alloggiamento dei pali si sono rilevate notevoli differenze tra le diverse strutture, sebbene quasi tutte risultassero contenere un riempimento poco antropizzato e privo in genere di materiali; fattore che attesterebbe che la capanna rappresenta una dei primissimi interventi effettuati dalla comunità che abitò a Gorgo del Ciliegio. Le buche costruite per alloggiare i pali portanti (a circa metà dell’abside, sul lato ovest e al centro) erano caratterizzate da notevoli dimensioni (60-70 cm di diametro); all’interno sono state sempre rinvenute delle grandi pietre poste a rincalzo del palo la cui posizione, decentrata rispetto alla buca, era deducibile, oltre che dalla disposizione delle pietre, dalla presenza di argilla depurata di colore giallastro. Il resto della buca era stato riempito con terreno ricco di piccoli ciottoli. Nella zona centrale è stata rilevata anche la presenza di pali obliqui di rincalzo ai pali maggiori. Alla campagna di scavo hanno partecipato i componenti del Gruppo Archeologico di Sansepolcro e studenti, laureati e dottorandi delle Università di Siena, Napoli, Firenze e Taipei (Taiwan)
  • AIAC_1103 - Gorgo del Ciliegio - 2013
    Nel mese di agosto 2013 si è svolta la dodicesima campagna di scavo nell’insediamento della media età del Bronzo di Gorgo del Ciliegio (Sansepolcro – AR). E’ stata indagata una superficie pari complessivamente a 43 mq, la maggior parte dei quali aperti per la prima volta. Su nessun quadrato è stato raggiunto lo sterile. Scopo della campagna era terminare le indagini stratigrafiche nell’area occupata dalla capanna. Tale obiettivo è stato raggiunto solo parzialmente in quanto la situazione relativa al perimetro della capanna è risultata essere ancora più complessa del previsto. Finora era stata ipotizzata la presenza di una struttura mono absidata di forma rettangolare con l’ingresso posto sul lato sud–ovest (quello opposto all’abside). Sulla base dei risultati della scorsa campagna è stato necessario formulare una supposizione alternativa secondo la quale le absidi potrebbero essere due e l’entrata localizzarsi a ovest lungo uno dei lati lunghi. I rinvenimenti salienti di quest’anno sono i seguenti: - una grande buca di palo centrale (buca I7bis) - una buca di palo più piccola sul lato est (O/P8bis α) - una possibile canaletta simmetrica a quella individuata e scavata sul lato absidato. La buca di palo I7bis si trovava perfettamente allineata al grande complesso di fosse centrali situate tra I L 1 2 e assomigliava a queste come tipologia in quanto larga e con numerose grandi pietre di rincalzo. La buca di palo O/P 8 bis α si trovava allineata lungo il lato est della struttura immediatamente a monte del taglio effettuato nel detrito di versante, taglio sul quale, in O3-4 era situato il focolare. Questa buca, dal diametro di 33 cm, è circolare e molto profonda. Scavando la buca in sezione è stato possibile distinguere il profilo del palo che è risultato appuntito nella sua parte terminale. Negli ultimi 40 cm il legno del palo era stato sostituito da argilla depurata che tramite un lento processo di infiltrazione aveva rimpiazzato progressivamente la materia organica in disfacimento. In questo caso è stato perciò possibile ricostruire forma e diametro del palo stesso, nonché recuperarne un blocco. Nei quadrati I - L - M 10 - 11 la presenza di una striscia di terreno maggiormente antropizzata marginata da terreno quasi sterile, avente andamento ricurvo, ha fatto ipotizzare l’esistenza di una canaletta simmetrica alla canaletta posta sul lato nord-est. Tuttavia, poiché non si è avuto modo di completarne lo scavo in nessuno dei quadrati suddetti, preferiamo considerare questa ipotesi con prudenza rimandandone la verifica definitiva alla prossima campagna di scavo. Se le nuove ipotesi verranno confermate, dovremo prendere atto del fatto che la struttura abitativa di Gorgo del Ciliegio era orientata in senso nord est–sud ovest, aveva doppia abside e l’ingresso posto sul lato ovest (anziché sul lato sud-ovest), era lunga circa 20 m e larga 9; come già sappiamo, inoltre, era addossata sul lato ovest, al versante del poggio. Il materiale rinvenuto è come sempre costituito da resti faunistici, scarsissima industria litica e abbondante ceramica, tra cui spicca un frammento decorato nello stile appenninico.
  • AIAC_1104 - Trebbio - 2007
    Nei mesi di luglio – agosto 2007 si è svolta la sesta campagna di scavo nel sito di Trebbio (Sansepolcro-AR), sotto la direzione scientifica del Dipartimento di Discipline Storiche “E. Lepore” dell’Università di Napoli “Federico II” e dell’Unità di Ricerca di Ecologia Preistorica del Dipartimento di Scienze Ambientali “G. Sarfatti” dell’Università di Siena, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica della Toscana. Alle indagini, effettuate con l’appoggio del Gruppo Archeologico di Sansepolcro (GRAS) e del Centro Studi sul Quaternario (CeSQ), hanno partecipato studenti, dottorandi e dottori di ricerca delle Università di Siena, Napoli e Roma, oltre a studenti delle scuole medie superiori della provincia di Arezzo. Il complesso insediativo di Trebbio è ubicato nella piana alluvionale sulla sinistra idrografica del Tevere, a 3 km a S-SW di Sansepolcro, alla confluenza dell’Afra con il Tevere (300 metri s.l.m.). Durante l’ultima campagna l’intervento ha interessato l’area già parzialmente indagata nel corso degli scavi 2005-2006. Tale area è stata ampliata al fine di completare l’indagine sulla superficie con fitta concentrazione di ciottoli e frammenti ceramici già denominata “acciottolato” o “struttura 2”, consentendo di mettere in luce resti successivi alla “struttura 2” e di evidenziare alcuni livelli in fase con essa. Nel settore centrale dell’area si è ripreso lo scavo della grande fossa denominata “Struttura 1” (d’ora in poi US 393), posta alcuni metri a sud della “Struttura 2”. La fossa ha restituito ossa animali, fra cui è da segnalare un cranio di probabile canide, notevoli quantità di argilla concotta e numerosi frammenti di ceramica d’impasto granuloso, o più fine di colore arancio-giallastro; sul fondo, si è rinvenuta metà di una coppa a profilo sinuoso con ansa a maniglia, che consente, come del resto tutto il materiale d’impasto rinvenuto in US 379, una datazione nell’ambito del VI secolo a.C. A nord della fossa 393 si è indagato un singolare apprestamento, costituito dai residui di un piccola struttura lignea, di cui restavano piccoli paletti bruciati, allineati all’interno di una canaletta orientata N-S (US 402-401); la struttura sembrava inglobare, o intenzionalmente rispettare, un cippo in arenaria grigia di forma subrettangolare (US 412), presentante evidenti tracce di lavorazione a martellina sulle facce. A sud del masso, si è rinvenuto un coltello in ferro a lama sinuosa, manufatto che potrebbe avvalorare un’interpretazione in senso rituale dell’insieme descritto. Il sito oggetto di questo intervento di scavo riveste grande importanza per la storia più antica dei popoli etrusco-italici. In primo luogo va considerata la sua alta antichità – almeno tra VIII e VI secolo a.C. – e la sua posizione adiacente al Tevere, che com’è noto era sia un fondamentale confine, che divideva il territorio degli Etruschi da quello dei popoli italici di ceppo umbro-sabellico, sia una importante via di transito e commercio. Un rilevante aspetto di novità nel panorama delle conoscenze sulle civiltà italiche è rappresentato dalla grande estensione dell’insediamento, che in base alle ricerche di superficie sembra occupare un’area di 35-40 ettari, misura che va molto al di là di quella che è la norma dei centri abitati italici.
  • AIAC_1104 - Trebbio - 2008
    Si è ripreso l’intervento archeologico in due settori dell’area VI: 1) zona degli “acciottolati” UUSS 375 e 413 e del muro US 400 (denominata Settore NO); 2) zona della fossa US 393, e della canaletta US 402 (denominata Settore SE). _Settore NO_ Un approfondimento solo in una parte dell’area ha consentito di appurare che l’US 375 costituiva il livello più alto del riempimento di una cavità scavata nello sterile di forma subrettangolare (US 420), i cui limiti sono stati messi in luce finora solo in parte. Tale riempimento si era formato con ripetute azioni di scarico/allettamento di grandi quantità di materiali fittili, ciottoli e ossa animali, alternati a matrice ricca di componenti organici. Gli strati più profondi erano caratterizzati da frammenti fittili di grandi dimensioni, a volte pertinenti ad uno stesso vaso parzialmente ricomponibile, fra cui si segnala un pregevole esemplare di coperchio di pisside d’impasto con decorazione incisa e intagliata, riferibile, come forse una gran parte del restante materiale del riempimento, al pieno VII secolo a.C. L’indagine della fondazione di muro US 400, orientata N-S e parallela alla fossa US 420, ma priva di dirette relazioni stratigrafiche con essa, ha permesso di comprendere che la fondazione era costituita da uno stretto cavo, riempito di ciottoli, al di sotto del quale è emerso un buco di palo preesistente; inoltre si è ipotizzata la probabile relazione di US 400 con un analogo allineamento di ciottoli di piccole dimensioni, US 421, che riempiono uno stretto taglio ricavato, incidendo US 409. Le US 400 e 421 potrebbero costituire il residuo di una struttura impiantatasi successivamente alla fossa US 420. Si è continuato a mettere in luce anche il secondo “acciottolato”, US 413. Esso si presentava come una fascia orientata E-O, costituita da una fittissima concentrazione di frammenti fittili di varie dimensioni, e ciottoli per lo più piccoli, disposti in piano, a formare una sorta di massicciata piuttosto compatta. I margini apparivano regolari, benché non rettilinei in quanto disturbati da attività di asporto riferibili presumibilmente a lavori agricoli di età romana. L’asportazione del primo livello, caratterizzato dalla maggiore densità di materiali fittili, ha restituito numerosi frammenti di vasi biconici d’impasto ed elementi a destinazione domestica (pesi da telaio, rocchetti, olle ecc.), databili nell’ambito del VII secolo a.C. A seguito della ripresa dello scavo del riempimento (US 406) di una fossa adiacente l’US 409 contenente numerosi scarichi di frammenti di concotto di dimensioni variabili, e frammenti di ceramiche vascolari, si è verificato che esso era tagliato da quattro grandi buche di palo collegate da un solco di canaletta, che incontrava ortogonalmente altre quattro buche di palo molto più piccole, orientato NE-SO. I materiali associati alle buche di palo sono databili alla prima metà del VI secolo a.C. _Settore SE_ In questa zona, si è completato lo scavo nell’area della grande fossa denominata “Struttura 1” (d’ora in avanti US 393), presente alcuni metri a sud della “zona degli acciottolati” (Struttura 2). Si è in primo luogo asportato integralmente, nella metà meridionale, lo spesso strato di riempimento che colmava la fossa, ricchissimo di carbone, ossa, frammenti di concotto e ceramiche, alla cui base, e parzialmente immersi nel sottostante strato argilloso US 416, si sono rinvenute numerose ampie porzioni di vasellame (coppa, piede a tromba, frammenti di olle) e un anello a fascetta di lamina di bronzo. La US 416 è stata successivamente colmata con gli scarichi di materiali bruciati e ipercotti che potrebbero essere ricondotti ad attività di produzione della ceramica. Il taglio della fossa US 393 potrebbe invece collegarsi ad attività di cava praticate nello sterile argilloso con limo ed una lieve componente sabbiosa, che, in seguito ad alcune verifiche sperimentali, è apparso particolarmente adatto alla lavorazione della ceramica. L’esame preliminare dell’abbondante materiale restituito dalla fossa ne ha confermato la datazione ad un momento probabilmente non avanzato della seconda età del ferro (prima metà VI secolo a.C.).
  • AIAC_1104 - Trebbio - 2009
    Nei mesi di luglio – agosto 2009 si è svolta l’ottava campagna di scavo nel sito di Trebbio (Sansepolcro - AR). L’intervento archeologico ha riguardato l’area già aperta e parzialmente indagata nel corso delle campagne di scavo degli anni precedenti, denominata area VI. Il principale intervento di scavo ha riguardato l’area dell’acciottolato US 409. Di esso si è messo in luce un secondo e più profondo livello caratterizzato da ciottoli di pezzatura maggiore e concentrazioni di grossi frammenti fittili e fauna ancora più fitte che nel I livello. Potrebbe avanzarsene un’interpretazione come risultato di intenzionali azioni di spianamento di materiali di crollo di alcune strutture, come confermato dal rinvenimento, presso il suo margine orientale, di una fascia di ciottoli con orientamento N-S, che potrebbe essere interpretata come residuo di una fondazione muraria. A sud-est dell’area dell’acciottolato, è proseguita la messa in luce dell’US 413. Essa è risultata trattarsi di una massicciata costituita da materiali fittissimi, per lo più ciottoli di varia pezzatura, frammenti fittili e ossa animali; è orientata E-O, di larghezza variabile fra gli 80-90 cm e m 1,10, e, nella parte conservata, raggiunge una lunghezza di circa m 6,50. Lo scavo ha consentito di verificare la presenza di due livelli di materiali, con grossi frammenti fittili spesso presentanti evidenti tracce di esposizione agli agenti atmosferici. Le modalità di realizzazione, verificate in un sondaggio in profondità, potrebbero far pensare ad una sorta di modesto tracciato viario, forse di natura esclusivamente pedonale, oggetto di periodici rifacimenti. Nelle vicinanze di UUSS 409 e 413 è apparsa una fossa il cui riempimento ha restituito materiali che sembrano cronologicamente omogenei con quelli delle UUSS suddette (momenti pieni o antichi del VII secolo a.C.); pertanto è possibile che tutto questo susseguirsi di azioni di accumulo e asporto costituiscano un unico ciclo di attività di durata relativamente circoscritta. Le indagini condotte hanno permesso di accertare che l’area di Spinellina, durante tutto l’arco cronologico della sua durata, è stato oggetto di un’intensa attività costruttiva che, in parte, ha coinvolto il rifacimento delle strutture secondo il medesimo orientamento, anche se talora con tecniche differenti, in parte è stata invece volta all’obliterazione delle opere preesistenti con la successiva trasformazione d’uso della zona interessata. Tali dinamiche sono in particolare state verificate nello smontaggio della fondazione muraria US 400, al di sotto della quale è apparsa una fase costruttiva preesistente, costituita allineamenti di piccoli buchi di palo; in un’altra zona si è invece potuta ricostruire la presenza di un allineamento strutturale costituito da grandi pali (comprendenti anche quelli messi in luce nel 2008), successivamente asportati, sulle cui cavità sono stati scaricati i resti di strutture abitative bruciate. Nell’ambito di tali attività edilizie sembra di poter individuare due fasi: la prima compresa tra il tardo VIII e il VII secolo a.C., la seconda – in parte comportante rifacimenti e obliterazioni delle strutture preesistenti - da collocarsi nel VI sec. a. C. Si è pertanto confermato, almeno per il periodo compreso fra lo scorcio dell’VIII e la metà del VI secolo a.C., il carattere intensivo e prolungato di quest’area del sito di Trebbio, a cui corrispondono anche indizi di sistemazioni infrastrutturali (presunto percorso stradale).
  • AIAC_1104 - Trebbio - 2010
    Durante la campagna svoltasi tra luglio e agosto 2010 si è ripreso l’intervento archeologico nell’area già aperta e parzialmente indagata tra 2005 e 2009 (area VI); inoltre sono stati condotti alcuni saggi esplorativi nella località periferica di Olmo di Costolino. Lo scavo a Spinellina quest’anno è stato per lo più finalizzato a chiarire le dinamiche di formazione delle unità stratigrafiche già messe in luce e i relativi rapporti reciproci. Si è completata l’asportazione degli strati profondi pertinenti la densa fascia di materiali denominata US 413, databile nell’ambito del pieno VII secolo a.C. In particolare, si è scavata una fitta sequenza costituita da successioni di livelli planari di detriti, ceramiche e molto materiale carbonioso, intenzionalmente deposti a colmare un taglio, o cavo di fondazione. Quest’ultima, denominata US 530, si presentava come una trincea a sezione sub-rettangolare a fondo piatto, larga in media 1 metro, e profonda nel punto meglio conservato circa 0,25. L’interpretazione dei riempimenti relativi a US 530 (in particolare UUSS 413 I e II livello) è ancora incerta. In base ai dati raccolti durante la campagna di scavi 2010 sembrerebbe assumere maggiori probabilità l’ipotesi che si tratti di strati preparatori con funzione drenante pertinenti a una grande struttura sovrastante (lunghezza accertata circa m 6,50), completamente cancellata dalle arature. Ancora al VII secolo non avanzato è risultata riferibile la fossa di spoliazione US 539, dei cui riempimenti, contenenti abbondanti ceramiche, si è completato lo scavo. Essa si disponeva al centro fra le varie strutture denominate US 413-530 e 409-555, tagliandole in parte. Si è inoltre appurato come il riempimento di US 539 sia stato tagliato successivamente da una ulteriore fossa, riempita da riporti alternati di terreno grigio, ricchissimo di carboncini, e concentrazioni di ciottoli di medie e grandi dimensioni (UUSS 592 e 594). Quest’ultima sembra potersi datare tra lo scorcio del VII e la prima metà del VI secolo a.C. Come fossa di spoliazione riempita con scarichi di macerie provenienti da strutture dismesse sembra doversi interpretare lo stretto taglio con andamento curvilineo US 571, riempito con grandi frammenti di concotto e ciottoli (US 570, 583). Dal punto di vista stratigrafico essa sembra coincidere con la prima fase del ciclo di attività di asporto e accumulo intenzionale, conclusa con la realizzazione degli ‘acciottolati’ UUSS 375 – 409, indagati negli anni 2005-2009. Nella porzione est dell’area di scavo si è proseguita l’evidenziazione di unità stratigrafiche negative e buche di palo da connettere con porzioni di strutture lignee, in parte di epoca successiva alle strutture di VII secolo. In particolare, si è verificata la presenza di una struttura costituita da allineamenti di piccole buche di palo (US 510) che descriveva un angolo, o più probabilmente una curva, piegando verso ovest. In prosecuzione della stessa struttura è stata individuata una ulteriore buca di palo (UUSS 581-582). Altre cavità da porre in relazione con strutture lignee sono state individuate più a sud (UUSS 573, 575). Nella località di Olmo di Costolino, posta a NO delle maggiori concentrazioni di rinvenimenti pertinenti l’abitato protostorico di Trebbio, sono state scavate alcune trincee con l’ausilio del mezzo meccanico, finalizzate a precisare l’estensione dell’area insediativa antica. Si è verificata la presenza di resti di impianti rurali di età romana (canalette di drenaggio, pozzo, muri in ciottoli), in parte sovrapposti a depositi alluvionali riferibili ad un probabile specchio d’acqua di età pre-protostorica; ciò sembra confermare l’ipotesi che l’area suddetta, benché presentante tracce di frequentazione nel periodo di vita del sito di Trebbio, si collocasse al di fuori di esso, concorrendo a definirne i limiti nordoccidentali.
  • AIAC_1121 - Grotta Paglicci - 2009
    La grotta Paglicci è internazionalmente nota per la serie stratigrafica dell’atrio, che copre tutto il Paleolitico superiore (da ca 35mila a 11mila anni fa), per la presenza delle uniche pitture parietali paleolitiche note finora in Italia e per la serie esterna, dove è testimoniata una frequentazione del Paleolitico inferiore-medio compresa fra ca 250mila e 125mila anni fa. Causa il problema di una certa instabilità del versante, che necessita di una ulteriore messa in sicurezza per salvaguardare non solo i ricercatori ma il deposito stesso, i lavori di scavo sul sito si sono dovuti limitare a interventi di controllo, ricognizione, ripulitura dell’area archeologica e delle zone circostanti. Attualmente sono in corso di analisi gli interventi necessari per superare l’impasse, e contiamo di risolvere la cosa nella primavera 2010. Si è comunque proceduto ad effettuare, da parte della ditta Unicity di Roma, un dettagliato rilevamento fotografico della grotta nella sua interezza, in vista della realizzazione di un prodotto multimediale che permetta la visita virtuale della cavità, non essendo quest’ultima aperta al pubblico per ragioni sia di sicurezza, sia di inopportunità: la salvaguardia e la conservazione delle pitture parietali paleolitiche, unico esempio finora noto in Italia, sconsiglia infatti, sulla base dell’esperienza nell’area cantabrica in Francia e Spagna, di renderle fruibili a un grosso pubblico. Sono inoltre proseguite, da parte dei tecnici incaricati dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, le ricerche su un’adeguata apparecchiatura di monitoraggio per le analisi sul microclima della sala delle pitture, poiché per le difficoltà insite nelle particolari condizioni di umidità della grotta e data la mancanza sul posto di energia elettrica, le apparecchiature finora sperimentate si sono rivelate non del tutto affidabili. Si è proceduto infine, da parte di collaboratori del CNR/INOA di Lecce e Pisa, nell’analisi del colore delle pitture che andrà anch’esso monitorato nel tempo per verificare eventuali alterazioni in atto. Un ulteriore controllo è previsto nella primavera 2010. Contestualmente è stato anche effettuato, da parte degli stessi tecnici, un rilievo delle due pareti interessate dalle pitture preistoriche che permette di realizzare un modello 3D utile non solo a “congelare” la situazione al momento ma anche, e soprattutto, ad effettuare una analisi di grande dettaglio sulle tracce di colore presenti, al fine di tentare di risalire ad altre eventuali rappresentazioni sbiadite dal tempo.
  • AIAC_1121 - Grotta Paglicci - 2010
    I lavori sul terreno a Grotta Paglicci hanno dovuto limitarsi, per il 2010, a una ricognizione sul terreno, al prelievo di campioni previa ripulitura della serie stratigrafica e della trincea all’interno della grotta. E’ stato inoltre necessario rimuovere momentaneamente l’apparecchiatura di monitoraggio sul microclima della sala delle pitture, perché danneggiata dalle condizioni di umidità della grotta: purtroppo la mancanza sul posto di energia elettrica crea non pochi problemi al riguardo. Le ricerche dovrebbero proseguire all’esterno, dove è presente il deposito del Paleolitico inferiore/medio noto, finora, solo per la rettifica effettuata dal Prof. Palma di Cesnola negli anni ‘70 a seguito di uno scasso clandestino. Purtroppo lo stato della parete di fondo e di quella laterale, che incombono sull’area ancora conservata del deposito, necessitano di una verifica di stabilità: una perizia, con conseguente previsione di spesa, è necessaria anche perché alla sommità della parete di fondo è situato il masso ancora in posto con le incisioni dell’Epigravettiano evoluto. Il progetto per la messa in sicurezza è ora in fase di studio: contiamo di poter intervenire nella prima metà del 2011, così da riprendere gli scavi sistematici nell’autunno p.v. Nel frattempo è stato realizzato da Unicity Spa, su incarico del Parco Nazionale del Gargano, il documentario “Indagine su Grotta Paglicci”, girato a Siena (location c/o l’Università e l’Accademia dei Fisiocritici) e incentrato sui diversi approcci metodologici e sui risultati recentemente ottenuti nello studio della Grotta. E’ stato inoltre implementato l’aspetto multidisciplinare e internazionale della ricerca, con l’avvio e la presentazione di progetti in collaborazione con le Università di Bradford, di Cambridge, e il Max Planck Institute. Il lavoro di ricerca è comunque proseguito in laboratorio con approcci metodologici innovativi: il Prof. Palma di Cesnola sta portando a termine lo studio sull’Epigravettiano antico (strati 17-13) ed evoluto (strati 12-8), è in fase finale lo studio dell’industria su osso, sono in corso le analisi di archeozoologia e tafonomia sui livelli del pleniglaciale e tardiglaciale della grotta. L’analisi di un pestello proveniente dai livelli del Gravettiano antico (23a) ha rivelato la presenza di amidi pertinenti a specie diverse, la cui individuazione è in corso: rappresenta un importante tassello (perché il più antico finora noto) per ricostruire la catena operativa nello sfruttamento/trasformazione di prodotti vegetali ai fini alimentari da parte delle popolazioni paleolitiche.
  • AIAC_2380 - Riparo l’Oscurusciuto - 2010
    Nel Riparo l'Oscurusciuto (Ginosa – Taranto) le ricerche effettuate nel settembre 2010 hanno portato al rinvenimento di nuove interessanti strutture di combustione all'interno dell'unità stratigrafica 11, parzialmente scavata nel 2009. Questa unità, sabbioso limosa, di colore bruno rossastro con rari piccoli ciottoli e ancora più sporadici frammenti di calcarenite, ha uno spessore medio di 8 cm ed è legata sia da un punto di vista sedimentologico, sia per i caratteri delle associazioni faunistiche, alle soprastanti unità principali 4, 7 e 9. Gli insiemi faunistici di queste unità sono dominati da resti di Bos primigenius (che nelle percentuali degli elementi determinati supera il 70%) in associazione con Cervus elaphus, Dama dama, Capreolus capreolus, Equus ferus. All'interno dell'unità stratigrafica 11 il materiale litico e faunistico risulta abbondante nella parte superiore e media dello strato, più rarefatto nella sua parte basale. L'industria litica, a un esame preliminare in corso di scavo, non mostra modalità e obiettivi di produzione diversi rispetto alle unità stratigrafiche soprastanti. La materia prima prevalente è sempre costituita da ciottoli di diaspro. La sequenza Levallois, che inizia con sistema prevalentemente unipolare, finalizzato alla produzione di lame (trasformate soprattutto in raschiatoi) e punte, prosegue con modalità centripeta volta a ottenere schegge di dimensioni più piccole. Una produzione minoritaria di piccole lame e lamelle è ottenuta con sistema del tutto diverso, per piani ortogonali a partire da ciottoli di minore dimensione. I numerosi focolari dell'unità stratigrafica 11 risultano concentrati lungo una fascia larga un metro e mezzo che delimita una zona di circa 2 mq, completamente libera da strutture, situata a ridosso delle pareti d’angolo nell’area nord del riparo. Questo piccolo spazio poteva essere adibito a giaciglio o usato come zona di stazionamento da parte dei neandertaliani. Il bordo di erosione della stratigrafia, posto a circa 50 cm dalla fascia di concentrazione dei focolari, può avere obliterato eventuali altre strutture a completamento della fascia individuata. I focolari scavati sono tutti impostati su fossette circolari di profondità variabile tra 3 e 6 cm, facilmente individuabili per il colore bruno nerastro del loro riempimento. Più difficile è risultato invece isolare i singoli focolari nei quadrati GF 11, in quanto impostati in successione e con fossette parzialmente tagliate dalle strutture di combustione superiori. Nel corso di questa campagna di scavo si è osservata una chiara differenza di dimensioni dei focolari tra la parte alta e quella basale dell'unità 11. Nella parte superiore dell'unità le fossette conservano un diametro di 40-50 cm contro i 20-25 cm di quelle individuate sul fondo dello strato. Questi piccoli focolari, meno numerosi dei primi, sono in alcuni casi presenti a coppie con reimpostazione parzialmente dislocata del secondo sul primo. Le analisi microstratigrafiche in corso potranno dare risposte sull'eventuale diverso utilizzo di queste due tipologie di strutture di combustione. In uno di questi piccoli focolari (US 70) è stata rinvenuta alla sommità del riempimento, sul bordo della fossetta, una scheggia di diafisi di osso lungo di grande ungulato con tracce di bruciatura limitate alla sola porzione immersa nel riempimento della fossetta stessa. In alcuni casi, le fossette di questi focolari basali intaccano la parte sommitale della sottostante unità di tefra (US 13). Lo scavo dell'unità stratigrafica 11 è stato ultimato in un'area di circa 9 mq: al di sotto è affiorata la superficie dello strato piroclastico 13 con evidenti tracce di frequentazione antropica, sporadico materiale litico e faunistico e focolari in fossetta. Questi ultimi, poco numerosi e non ancora scavati, sembrano conservare le stesse caratteristiche delle piccole strutture della parte basale di US 11. Nella prima occupazione del riparo successiva alla potente deposizione di tefra e nel corso della sedimentazione della prima porzione dell'unità 11 sembra dunque emergere un modello analogo nell’impostazione delle strutture di combustione, che potremo verificare nel corso della prossima campagna di scavo analizzando nel complesso la superficie di occupazione del tefra. Alle ricerche, effettuate dal 5 al 25 settembre 2010, hanno partecipato oltre agli scriventi: Claudia Abruzzese, Sara Alconchel Romero, Francesco Boschin, Jacopo Crezzini, Elena D'Itria, Paolo Gambassini, Zaray Guerrero Bueno, Stefania Mainieri, Giulia Musella, Elvira Orso, Francesca Paraskoulakis, Anna Pizzarelli, Vincenzo Stasolla.
  • AIAC_2380 - Riparo l’Oscurusciuto - 2011
    Dal 5 al 23 settembre 2011 sono proseguite le ricerche nel riparo del Paleolitico medio dell'Oscurusciuto a Ginosa (TA). Nella prima parte della campagna è stato ultimato lo scavo dell'unità stratigrafica 11 che negli scorsi due anni ha restituito numerosi focolari impostati in fossette circolari (diam. tra i 20 e i 50 cm, prof. 3-6 cm.). Nell'area di scavo, estesa circa 10 mq, queste strutture sono concentrate in una fascia orientata N/E – S/W e lasciano completamente libera un'area d'angolo del riparo di circa due metri di ampiezza, probabilmente utilizzata dai neandertaliani come giaciglio o zona di stazionamento. Nel corso di questa campagna sono stati rinvenuti una coppia di piccole strutture di combustione in fossette (diam. circa 20 cm), parzialmente sovrapposte, e un focolare di dimensioni maggiori (circa 40 cm di diametro) sottostante un'area del settore Sud dello scavo, caratterizzata da una forte concentrazione di focolari. I focolari dell'unità 11 sono spesso sovrapposti e non è possibile effettuare una correlazione di utilizzo tra le singole strutture rinvenute all'interno del sedimento (8 cm di spessore medio) a causa della mancanza di evidenze di piani intermedi di frequentazione. Fa eccezione l'insieme basale, costituito da 16 focolari con fossette di circa 20 cm di diametro (compresa la coppia di fossette rinvenute durante questa campagna), che caratterizza la parte inferiore dell'unità stratigrafica. Questi focolari sono tutti di dimensioni più piccole rispetto a quelli superiori di US 11 e 9 e probabilmente appartengono ad un'unica fase di frequentazione. Sono ancora in corso le analisi microstratigrafiche che potranno fornire dati su un eventuale diverso utilizzo dei focolari in relazione alle dimensioni delle fossette. Nella parte basale di US 11 aumenta gradualmente la frazione di tefra del sedimento e risultano meno abbondanti i reperti litici e ossei. La seconda fase dello scavo ha interessato l'asportazione della sottostante US 13, in parte messa in luce lo scorso anno, a matrice ricca di tefra e con piccoli frammenti di calcarenite. Nella parte sommitale sono stati rinvenuti 9 focolari in fossette (diam. 20-30 cm) e un'area più ampia di combustione di cui non si conosce la reale forma ed estensione perché in parte asportata dall'erosione di versante. I focolari, per lo più isolati, occupano la stessa zona delle strutture soprastanti: rimane libero da focolari l'angolo N/W del riparo e un corridoio lungo la parete di fondo. Sono quasi tutte strutture isolate: solo tre risultano sovrapposte (83a, 83b, 84). Nello strato i materiali sono sporadici e spesso rinvenuti in piccole concentrazioni. Le ossa, fortemente frammentate, la produzione litica continua ad essere caratterizzata dalla dominanza della modalità Levallois unipolare ricorrente, senza che si siano notate in fase di scavo particolari cambi di gestione nella catena operativa. Questa unità stratigrafica copre uno strato di ceneri vulcaniche compatte dello spessore di circa 60 cm (US 14) che sigilla una paleosuperficie ricca di materiali. I focolari rinvenuti in US 13 sono quindi pertinenti alle prime sporadiche frequentazioni del riparo, successive alla cospicua caduta di ceneri. Le analisi in corso del tefra probabilmente forniranno dati sull'attribuzione e quindi sulla cronologia dell'evento vulcanico. La superficie di US 14 è irregolare, caratterizzata da frequenti depressioni/escavazioni forse legate ad azioni erosive. Queste buche irregolari, in parte ancora da svuotare, risultano riempite da US 13 e hanno restituito pochi reperti litici e ossei. La parte superiore dello strato di ceneri vulcaniche contiene rari materiali antropici penetrati nel sedimento e andrà indagata nella prossima campagna di scavo.
  • AIAC_2380 - Riparo l’Oscurusciuto - 2012
    Nel settembre 2012 una nuova campagna di scavo ha interessato il deposito del Paleolitico medio del Riparo l'Oscurusciuto a Ginosa (TA). L'obiettivo delle ricerche è stato lo scavo dello spesso strato di tefra (circa 60 cm) individuato nel corso dei primi accertamenti nell'agosto 1998. In questo riparo, infatti, l'erosione di versante ha intaccato l'intero deposito permettendo sin dal primo sondaggio l'individuazione di parte della serie stratigrafica attraverso la semplice eliminazione del suolo attuale. L'analisi del tefra, affidata a Roberto Sulpizio dell'Università di Bari, ha permesso l'attribuzione delle ceneri vulcaniche al Tufo Verde di Monte Epomeo (Ischia), datato attorno a 55.000 anni BP (com. pers.). E’ stata pertanto acquisita una definizione cronologica della parte superiore della stratigrafia, che si sviluppa fra questa data e i ca 43.000 anni BP cal (14C su collagene, AMS – Beta 181165: 38,500 ± 900 BP) ottenuti alla base del livello più recente (us 1). Questo risultato è di estrema importanza per le possibili correlazioni paleoambientali con altri depositi pugliesi, alcuni dei quali presentano livelli di tefra non ancora identificati. In questa campagna di ricerche è stato scavato interamente il tefra (us 14) nei quadrati D/G – 13/16 per un totale di circa 11mq. Come già notato nella scorsa campagna di scavo, la superficie dello strato di tefra è caratterizzata da piccole depressioni irregolari probabilmente legate ad erosione, riempite da us 13 ma risultate quasi prive di materiali. La parte superiore delle ceneri vulcaniche ha fornito attestazione di una prima frequentazione antropica avvenuta durante l'ultima fase di deposizione delle ceneri. Reperti litici (non abbondanti ma significativi) e rari frammenti di ossa, infatti, sono stati rinvenuti fino a 10/15 cm di profondità. Il materiale risultava concentrato in piccole aree e da accertamenti preliminari sono stati individuati alcuni rimontaggi di elementi litici. Tutta la parte superiore del tefra scavato è stata setacciata a maglia di 2 mm. Le poche ossa determinabili sono state attribuite a Bos primigenius. All'interno del tefra sono frequenti limitate aree con inclusioni di sabbia grossolana compatta di colore bruno chiaro. E' stata segnalata la presenza sporadica di piccoli ciottoli di diaspro probabilmente provenienti dalla sommità del riparo. Alla base è emersa la paleosuperficie (us 15) sigillata dalle ceneri vulcaniche. Si tratta di un piano orizzontale con abbondante materiale litico e osseo e pietre in parte strutturate a costituire un perimetro semicircolare di circa due metri di raggio, rivolto verso la parete nord del riparo. Le pietre strutturate, di dimensioni variabili da 15 a 30 cm, risultano disposte in piccoli raggruppamenti di 3-4 elementi. Sul piano racchiuso da questa struttura sono presenti scarsi reperti litici e ossei, tra cui un grosso frammento di mandibola di uro; i reperti risultano invece abbondanti tra le pietre, lungo il perimetro della struttura stessa. All'esterno della struttura sono evidenti altri numerosi reperti tra cui grosse schegge di diafisi di ossa lunghe, frammenti di mandibole e di mascellare di uro e industria litica. Sempre all'esterno emergono altre pietre senza evidenze di allineamento, in parte coperte da un articolato addensamento di resti vegetali concrezionati. Nella prossima campagna di ricerche è in programma lo scavo di un'altra porzione di tefra con la messa in luce di una nuova area di paleosuperficie di 8 mq.
  • AIAC_2380 - Riparo l’Oscurusciuto - 2013
    Nella prima fase dei lavori della quindicesima campagna, lo scavo è proseguito nello strato di tefra (US 14 – Epomeo verde di Ischia - potenza 60 cm – ca 55mila anni BP ) in due aree di 4 mq l'una. Nei quadrati D-E-F-G/11 è stata asportata la parte superiore di US 14 (taglio 1) per uno spessore di 10-12 cm dove è presente materiale sporadico, soprattutto litico. Sono stati riconosciuti alcuni rimontaggi. Il taglio 2 di US 14 è stato indagato in D-E-F-G/11-12 per uno spessore di circa 10 cm. Le ceneri vulcaniche hanno restituito rarissimi reperti litici. Nel quadrante F12 III è stato isolato un rizolite con sviluppo verticale per tutto lo spessore del tefra. Questo reperto, del diametro medio di 2 cm, è risultato in continuità con l'esteso insieme di rizoliti a contatto e in prossimità con la sottostante paleosuperficie. Nella successiva fase di lavoro è stata messa in luce, evidenziandone i dettagli, la paleosuperficie sigillata dal tefra. Nella nuova area sono emersi altri due interessanti insiemi di pietre, uno in E12 III/E13 IV, l'altro in F11 II/F12 I. Questi due raggruppamenti formano, con una pietra di maggiori dimensioni parzialmente immersa nella sezione di scavo, un allineamento E/W situato tra la struttura a semicerchio evidenziata lo scorso anno e la parete W del riparo. Questo allineamento separa un'area più depressa, d’angolo fra le due pareti N/W del riparo e con scarso materiale antropico, da una zona ricca di frammenti di diafisi di ossa lunghe di grandi ungulati, litica e alcune pietre apparentemente non strutturate. L'abbondanza di frammenti di diafisi riguarda l'intera porzione Sud della paleosuperficie (US 15). Evidenti anche frammenti di mandibole e di mascellari di Uro, la specie nettamente dominante in questa fase. L'area della paleosuperficie finora indagata sembra quindi essere interessata da due strutture adiacenti. Una, individuata lo scorso anno, è costituita da un semicerchio di pietre addossato alla parete Nord. In corrispondenza delle pietre la paleosuperficie presenta un evidente leggero rilievo. La seconda struttura, sopra descritta, ha in comune con la prima la scarsità di materiale nella parte interna e un rilievo nella zona perimetrale. All'esterno delle due strutture sono abbondanti i resti ossei, in gran parte costituiti da frammenti di ossa lunghe, mandibole e mascellari. L’industria litica finora raccolta sembra per la maggior parte riconducibile al sistema di produzione Levallois unipolare, analogamente a quanto attestato nella parte superiore della serie, successiva al tefra. Nella terza fase di lavoro è iniziato il prelievo delle ossa e della litica presenti sulla superficie. Le ricerche sono state condotte su concessione ministeriale in accordo con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia. Alla campagna di scavo hanno partecipato oltre agli scriventi: Francesco Boschin, Francesco Colopi, Jacopo Crezzini, Elena D'Itria, Paolo Gambassini, Olivia Lisi, Giulia Marciani, Anna Pizzarelli, Giulio Poggi, Marco Serradimigni, Vincenzo Spagnolo, Gianna Tinacci. Un sentito ringraziamento all'amico Piero Di Canio di Ginosa e alla sua famiglia per l'indispensabile appoggio logistico e all'Amministrazione Comunale per il contributo alle spese sostenute.
  • AIAC_2564 - Grotta di Santa Croce - 2005
    Da alcuni anni le ricerche nella Grotta di Santa Croce di Bisceglie, a cura della Sezione di Ecologia Preistorica del Dipartimento di Scienze Ambientali “G. Sarfatti” dell’Università di Siena in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica della Puglia, stanno interessando il deposito esterno della cavità. Nel giugno 2005 lo scavo di quest’area è stato condotto in unità stratigrafiche del Paleolitico medio, particolarmente ricche di materiali ossei e litici, in parte già esplorate nelle scorse campagne. Queste unità possono essere accorpate in due insiemi. Il più recente (US 539-535) costituisce la parte sommitale di un complesso dello spessore medio di 20-25 cm a matrice sabbiosa bruno rossastra (US 525-535-546), che rappresenta la fase più significativa, per quanto riguarda la presenza di materiali, all’interno della stratigrafia finora indagata. Le unità di questo insieme, in special modo US 535 e 546, formano uno strato in immersione verso il fondo della lama, con materiali antropici in apparente posizione caotica, tra blocchi calcarei derivati con molta probabilità da fasi di crollo della volta della grotta. L’assenza di elementi strutturali, riscontrata anche durante questa campagna di scavo, conferma l’ipotesi di una zona di smaltimento di rifiuti verso l’esterno dell’imbocco. L’individuazione di alcune aree con sedimento parzialmente concrezionato induce a ritenere che l’estensione dell’antico aggetto della volta arrivasse alla parte più elevata del deposito finora esposto dagli scavi recenti, a circa 20 metri dall’imbocco attuale. La presenza di blocchi di crollo, alcuni dei quali nella loro giacitura seguono l’inclinazione dello strato, ha probabilmente esercitato una funzione di barriera per i materiali nel piano inclinato. A monte, a ridosso di questi, è stato notato infatti un maggiore spessore delle unità e una maggiore quantità di materiale. Dall’osservazione sul campo dei reperti ossei si nota un’omogeneità di dati all’interno delle unità stratigrafiche scavate in questa campagna. L’interessante complesso faunistico esprime un’attività di selezione che l’uomo operava sia all’interno dei branchi di uro e di cavallo (quasi assenza di individui giovani e di sub-adulti) sia nella gestione delle carcasse degli animali abbattuti. Nel procedere delle ricerche si consolida l’ipotesi che questi resti ossei derivino da operazioni standardizzate. E’ rimarcata l’abbondanza di frammenti di diafisi di ossa lunghe, la presenza di denti isolati (tra i quali sono quasi assenti gli incisivi e i premolari), e l’assenza delle epifisi e delle ossa di piccole dimensioni degli arti, a testimoniare un’attività di separazione di alcuni elementi scheletrici e la distruzione di una parte di questi (o il loro abbandono in un’altra area della grotta). L’industria litica rinvenuta non presenta sostanziali elementi di novità rispetto a quanto già segnalato in precedenza. La concentrazione di materiali è notevole, con quasi 2000 pezzi distribuiti in 10 mq. Fra questi, circa la metà sono elementi del débitage e più di 200 sono i nuclei, presenti, questi ultimi, in fasi diverse di sfruttamento, da quelli semplicemente testati (rari) a quelli totalmente destrutturati; è attestata, anche se sporadicamente, una catena secondaria a partire da schegge carenate. L’abbondanza dei nuclei, unitamente alla frequenza dei prodotti, sembra premessa incoraggiante per uno studio esaustivo dei rimontaggi e delle varianti alle sequenze operative adottate sul sito: al momento, la tecnica discoide sembra prevalere su quella prismatica e su quella Levallois. I manufatti, pur non essendo in genere carenati, tendono ad avere un certo spessore e gli elementi allungati sono francamente minoritari: presente qualche elemento a faccia ventrale diedra. E’ previsto a breve lo studio della materia prima utilizzata, che è molto varia e derivata non solo da ciottoli ma anche da liste, e di cui va indagata la provenienza al fine di analizzare le fonti di approvvigionamento e le modalità di sfruttamento del territorio da parte dei gruppi che hanno frequentato il luogo. Gli strumenti si concentrano all’interno dei raschiatoi, soprattutto laterali, e dei denticolati, con presenza sporadica delle punte; si segnalano anche rari bulini. L’attribuzione cronologica si configura non agevole, per la mancanza di confronti diretti del nostro insieme con altri complessi del Paleolitico medio pugliese. E’ in studio la fattibilità di una qualche datazione radiometrica (termoluminescenza o ESR) al fine di confermare o meno l’ipotesi che si tratti di una fase antica del Paleolitico medio, caratterizzata da clima arido e più freddo dell’attuale.
  • AIAC_2564 - Grotta di Santa Croce - 2011
    Nel giugno 2011 sono state riprese le ricerche, dopo un’interruzione di 5 anni, nel deposito esterno della Grotta di Santa Croce di. Gli scavi hanno interessato la stratigrafia del Paleolitico medio della trincea esterna, situata a circa 20 metri dall'attuale ingresso della grotta. In particolare, le unità stratigrafiche scavate sono parte di un complesso a matrice sabbiosa bruno rossastra particolarmente ricco di frammenti ossei animali e di industria litica: USS 546 e 549. Ambedue le unità, come tutta la stratigrafia superiore finora indagata, costituiscono parte del conoide esterno che dall'antico ingresso della grotta, ora arretrato di vari metri a causa di una serie di crolli della volta, scende verso il fondo della lama. Grossi blocchi calcarei, molto probabilmente legati a questi crolli, sono emersi durante lo scavo. Nell'unità 546 i blocchi seguono nella loro giacitura l'inclinazione degli strati mentre nell'unità 549 è possibile osservarne alcuni immersi nel sedimento quasi verticali. I blocchi calcarei di us 546 creano discontinuità all'interno dello strato, soprattutto nella concentrazione del materiale osseo che può avere subito un leggero trasporto da dilavamento lungo il piano inclinato del conoide. In particolare nei quadrati 50x/22-23y è stata riscontrata una maggiore concentrazione di frammenti ossei a monte di due grossi massi. I frammenti ossei, comunque, presentano i margini delle fratture privi di evidenti segni di fluitazione. L'unità stratigrafica 546, di uno spessore medio di 15-20cm, è stata asportata totalmente in un'area di 4 mq. La sottostante us 549, di colore più scuro e più friabile a tetto, è stata scavata in una piccola area per una profondità di circa 10 cm ma senza raggiungerne la base. Al suo interno, nella parte più profonda, il materiale litico e faunistico sembra rarefarsi. Il quadro faunistico rimane invariato rispetto a quanto già osservato nelle soprastanti unità 525 e 535. Il Cavallo e l'Uro infatti, risultano gli unici ungulati cacciati, con l'eccezione di resti estremamente sporadici di Cervo in US 546. Nella piccola estensione indagata, priva di elementi strutturali e periferica rispetto alla probabile area di stazionamento dei neandertaliani, sembra permanere una selezione di parti scheletriche (prevalentemente frammenti di diafisi di ossa lunghe e denti isolati). Mancano le parti distali degli arti (falangi e sesamoidi), ossa articolari ed epifisi. Fra le poche eccezioni, sono da segnalare due frammenti di grosse dimensioni: un radio e un metacarpo di Uro, con epifisi prossimali, recuperati in US 546. Dall'osservazione preliminare dei denti isolati di Cavallo e di Uro, è evidente anche in queste due unità la scarsità di elementi legati ad individui giovani e subadulti. Anche l'industria litica non presenta, ad un esame preliminare, elementi sostanziali di novità rispetto a quanto osservato precedentemente. Le modalità di produzione sono relativamente varie, con produzione discoide predominante e presenza di una catena indipendente di produzione laminare riconducibile a un débitage ortogonale. Si sottolinea la frequenza di una forma abbastanza standardizzata di lama a ritocco bilaterale semierto che ne riduce notevolmente la larghezza. Sono presenti gli elementi di tutte le fasi delle catene operative: ancora particolarmente numerosi i nuclei, la gran parte dei quali esauriti o abbandonati perché destrutturati da incidenti in fase di débitage.
  • AIAC_2941 - Grotta di Cala di Biagio - 2012
    Le operazioni di scavo si sono svolte dal 11 al 27 settembre 2012 ad opera di numerosi ricercatori, che si sono alternati sul posto in un numero massimo di 7 contemporaneamente. I lavori hanno riguardato i sedimenti di riempimento di una grotta carsica, situata in località Cala di Biagio nell’isola di Pianosa - Campo nell’Elba (Li). La grotta si apre a circa 6 metri slm, lungo la parete di uno sperone roccioso a pochi metri di distanza dal mare; lo spazio interno si articola in due diramazioni. Nella seconda metà dell’Ottocento il ramo sinistro della grotta fu oggetto di scavo archeologico ad opera dell'Abate Don Gaetano Chierici, i cui ritrovamenti sono ascrivibili genericamente all’età del bronzo. Lo stesso Chierici asportò depositi di terre rosse residuali ricchi di frammenti ossei, verso i quali non mostrò però alcun interesse. La grotta si è formata nel Pleistocene superiore. Sulle pareti interne, parzialmente rivestite di speleotemi, si rinvengono fori di organismi litodomi fino alla quota di circa 7 m slm; questi si sarebbero formati durante l’ultimo livello di stazionamento alto del mare conosciuto come Trasgressione Tirreniana (Graciotti et al. 2003; 2008; Foresi, 2008). I depositi contenenti la breccia ossifera (alcuni metri di spessore), costituendo il riempimento della grotta stessa, sono senz’altro posteriori alla fase tirreniana, di cui ricoprono le tracce, e precedono quelli dell’Età del Bronzo. Durante il settembre 2012, lo scavo è stato avviato su due fronti. Il primo ha riguardato il piano della grotta, e il secondo il tetto. Infatti, con i precedenti scavi il Chierici aveva scavato nel deposito una sorta di galleria, lasciando intonso uno spessore di circa 1 m di deposito, costretto fra le pareti laterali della grotta e sospeso a circa 1.6 m di quota rispetto al fondo. Il deposito di tetto e quello di fondo, si riuniscono poi nella parete principale (non soggetta a scavo) a completare la successione stratigrafica. Lo scavo al tetto ha riguardato depositi in situ, quello al fondo ha invece interessato i depositi di risulta dello scavo del Chierici. Tutti i depositi scavati si sono rivelati ricchi di reperti ossei, fra i più interessanti quelli di un bovide e di un cervide, entrambi di taglia medio-piccola; numerosi anche i resti di uccelli e micromammiferi. Al momento, non sono stati fatti rinvenimenti attinenti all’uomo, né di tipo scheletrico, né manufatti. Altri scavi sono previsti per una o due stagioni e si procederà lasciando sul posto “un testimone” dell’intera successione stratigrafica. Ciò potrà essere fatto in quanto è stato verificato che i resti ossei sono molto abbondanti e non si avrà difetto scientifico non asportando tutto il materiale. Operando in questo modo il sito manterrà valore in ogni sua peculiarità. I resti recuperati sono custoditi presso l’Università di Siena per gli opportuni studi e sarebbe auspicabile potessero essere conservati/esposti in Pianosa qualora si realizzassero le opportune condizioni.
  • AIAC_2941 - Grotta di Cala di Biagio - 2013
    Le operazioni di scavo si sono svolte dal 18 settembre al 15 ottobre 2013 ad opera di numerosi ricercatori, che si sono alternati sul posto in un numero massimo di 6 contemporaneamente. I lavori hanno riguardato i sedimenti di riempimento di una grotta carsica, situata in località Cala di Biagio nell’isola di Pianosa - Campo nell’Elba (Li). La grotta si apre a circa 6 metri slm, lungo la parete di uno sperone roccioso a pochi metri di distanza dal mare; lo spazio interno si articola in due diramazioni. Nella seconda metà dell’Ottocento il ramo sinistro della grotta fu oggetto di scavo archeologico ad opera dell'Abate Don Gaetano Chierici, i cui ritrovamenti sono ascrivibili genericamente all’età del bronzo. Lo stesso Chierici asportò depositi di terre rosse residuali ricchi di frammenti ossei, verso i quali non mostrò però alcun interesse. La grotta si è formata precedentemente al Pleistocene superiore. Sulle pareti interne, parzialmente rivestite di speleotemi, si rinvengono infatti fori di organismi litodomi fino alla quota di circa 7 m slm; questi si sarebbero formati durante l’ultimo livello di stazionamento alto del mare (Stadio isotopico MIS 5e) conosciuto come Trasgressione Tirreniana (Graciotti et al. 2003; 2008; Foresi, 2008) che costituisce, nella sostanza, la base del Pleistocene superiore I depositi contenenti la breccia ossifera (circa 3 metri di spessore), costituendo il riempimento della grotta stessa, sono posteriori alla fase tirreniana, di cui ricoprono le tracce, e precedono quelli dell’Età del Bronzo. LO scavo, avviato con una campagna nel settembre 2012, ha riguardato il piano della grotta, il fronte principale e il tetto. Infatti, con i precedenti scavi il Chierici aveva scavato nel deposito una sorta di galleria, lasciando materiale di risulta sul posto (depositi al piano) e intonso uno spessore di circa 1 m di deposito (deposito di tetto), costretto fra le pareti laterali della grotta e sospeso a circa 1.6 m di quota rispetto al fondo. Il deposito di tetto e quello sul piano, si riuniscono poi nella parete principale (fronte principale) a completare la successione stratigrafica, la cui base non è visibile (non scavata nella presente campagna) perché coperta dai depositi del piano. Tutti i depositi scavati si sono rivelati ricchi di reperti ossei, fra i più interessanti quelli di un bovide e soprattutto di un cervide di taglia medio-piccola, del quale sono stati recuperati molti resti in connessione e 4 crani praticamente integri, tre dei quali sono stati estratti, mentre uno è stato lasciato sul posto in previsione di una possibile musealizzazione del sito. Numerosi anche i resti di molluschi polmonati, micromammiferi e uccelli. Nella porzione più alta della successione sono stati rinvenuti alcuni reperti, probabilmente connessi ad attività umana durante il Neolitico e attualmente in fase di studio. Altri scavi sono previsti per una ulteriore stagione, alfine di raccogliere una adeguata documentazione della parte bassa della successione, attualmente ancora sepolta sotto sedimenti più recenti. I resti recuperati sono custoditi presso l’Università di Siena per gli opportuni studi e sarebbe auspicabile potessero essere conservati/esposti in Pianosa qualora si realizzassero le opportune condizioni.
  • AIAC_3302 - Grotta dei Santi - 2013
    La Grotta dei Santi si apre nel calcare cavernoso sul versante sud-orientale del promontorio dell’Argentario. Lunga 45 m e larga, nel suo punto massimo, 40 m, la cavità è formata da un unico vasto ambiente. Le prime notizie di ricerche nella grotta risalgono al 1869, ma fu Aldo Segre a fornire una descrizione stratigrafica precisa nel 1959. A partire dal 2008 la SBA Toscana e l’Università di Siena (Unità di Ricerca di Preistoria e Antropologia), in collaborazione con l’Istituto Italiano di Paleontologia Umana e l’Università di Pisa, hanno ripreso le indagini nel sito. Le nuove esplorazioni hanno avuto, _in primis_, l’intento di sondare la consistenza del deposito paleolitico descritto da Segre. Nel complesso si è potuto verificare una generale corrispondenza tra le unità litologiche di individuate da Segre e la situazione attuale. Dal 2013, si è deciso, sempre di concerto con la Soprintendenza, di procedere con un’indagine sistematica, data la notevole importanza scientifica della grotta e in considerazione del fatto che il deposito preistorico appariva soggetto annualmente ad erosione marina nelle fasi di forti mareggiate, erosione che alla lunga avrebbe potuto danneggiare ulteriormente i livelli musteriani già asportati nella parte della grotta più prossima all’entrata dall’ingressione del mare olocenico. La campagna di scavo si è svolta nel mese di giugno ed ha raggiunto i seguenti obbiettivi: 1. realizzazione del rilievo planimetrico della grotta; 2. impostazione della quadrettatura e del livello 0; 3. ravvivamento del profilo stratigrafico esposto; 4. esecuzione di sondaggi nel deposito musteriano. Per quanto attiene al punto 3, tutto il terreno rimaneggiato è stato asportato mettendo a nudo la serie stratigrafica in posto. Questo ha permesso di individuare una serie di orizzonti musteriani con focolari (denominati 110, 111, 1004). Il 1004 in particolare è sigillato a tetto da un sedimento argilloso, si sviluppa per un certo spessore, è composto da almeno 3 episodi di occupazione neandertaliana e si estende in orizzontale per almeno 12 mq. Il punto 4, ossia l’esecuzione di sondaggi nel deposito musteriano è stato limitato: - all’apertura di poco meno di un mq (quadrato H2) nell’orizzonte 1004; - allo scavo del liv. 111 nel quadrato G5; - all’esecuzione di un sondaggio (1m x 1m) sotto la spessa stalagmite di base. La campagna di scavo 2013 ha segnato una tappa decisiva nella valutazione del giacimento di Grotta dei Santi. Infatti, se inizialmente se ne era segnalata l’importanza nel panorama preistorico toscano (il più esteso dell’Italia centrale), oggi ci sentiamo di sostenere, che la Grotta dei Santi rappresenta, per quanto riguarda il mondo neandertaliano, uno dei giacimenti più significativi a livello europeo. La campagna di scavo si è svolta con l’appoggio logistico del Corpo dei Vigili del Fuoco di Grosseto, dell’Ufficio Circondariale Marittimo di Porto Ercole, del Comune di Monte Argentario e dell’Accademia Mare Ambiente di Porto Santo Stefano. Alla campagna hanno partecipato studenti e dottorandi delle Università di Siena, di Napoli e dell’Università Brasiliana di San Paolo, oltre a docenti e ricercatori delle stesse Università e dell’Università di Firenze.