AIAC_373 - Incoronata - 2003Dopo i lavori di prospezione avviati lo scorso anno, nel corso del mese di settembre 2003 sono ripresi gli scavi all'Incoronata di Metaponto. L'obbiettivo delle ricerche è quello di approfondire le problematiche topografiche del sito, cercando di mettere in luce le modalità e la natura dell'insediamento greco della prima metà del VII secolo a.C.
Sono stati praticati alcuni saggi nell'area occidentale della collina, in corrispondenza del punto di passaggio obbligato verso il percorso che saliva dalla valle del Basento all'altezza delle sorgenti. Lo scavo ha portato alla luce una grande opera di terrazzamento, praticata in un punto della collina che necessitava di un preciso intervento di consolidamento. Si tratta di un ampio strato di terra color rosa, estremamente compatto, misto a numerosissimi mattoni, la cui estensione attualmente raggiunge i m. 15x6; una sezione praticata lungo il lato meridionale ha permesso di verificarne non solo lo spessore consistente (intorno a 1 m.) ma anche lo strato di preparazione sottostante (spess. 1 m. circa), costituito da fine terra mista ad argilla, ricca di frammenti ceramici appartenenti all'orizzonte cronologico della ceramica - coloniale, ma soprattutto indigena - dell'Incoronata. La tecnica edilizia impiegata e la logica urbanistica che presuppone una tale imponente realizzazione appaiono coerenti con le coeve esperienze insediative del mondo greco protoarcaico (si veda l'analogo caso della vicina Siris).
AIAC_373 - Incoronata - 2006La campagna di scavo del 2006 si è svolta nel “Settore 1”, ai limiti meridionali dell’area nord-occidentale della collina, interessata dalla presenza del pavimento e dello strato contenente, oltre a elementi carboniosi, frammenti vetrificati e cenere, numerosi elementi di argilla pertinenti a uno o più forni. Quest’ultimo conteneva infatti il crollo di un gran numero di elementi in argilla pertinenti a uno o più forni completamente sconvolti dalla distruzione: numerose parti, anche di notevoli dimensioni, appartengono alla volta, alla griglia e alle pareti e sono stati rinvenuti mescolati a frammenti ceramici recanti, in grande misura, evidenti tracce di combustione. Si tratta per lo più di ceramica enotria, caratterizzata nel complesso da un’alta qualità tecnica e stilistica - acroma, monocroma, bicroma) associata a ceramica greca di fabbricazione locale, ceramica grigia, anfore corinzie, grandi contenitori e a ceramica greca di importazione. Sono stati rinvenuti anche un peso da telaio, elementi bronzei e frammenti dell’orlo di un vaso in bronzo.
L’impianto è attribuibile a un’area di produzione di ceramica enotria, come suggeriscono l’altissima densità di frammenti di vasi indigeni associati ai resti dei forni, la presenza di scarti di fornace, di un grande recipiente bicromo recante all’interno cospicui resti di argilla liquida solidificata, di pareti restaurate in antico (fori per l’inserzione di grappe) e di pareti recanti lettere graffite. Di notevole interesse all’interno di un contesto di questo tipo si è rivelato il ritrovamento di forme ceramiche caratterizzate da motivi decorativi propri del repertorio greco, atte ad essere riprodotte da ceramisti greci attivi in loco (collo di un’hydria di importazione e sua esatta replica locale) ma anche interpretate da ceramisti indigeni (coppa enotria per decorazione e impasto, ma di forma greca).
La modalità del rinvenimento dei resti dei forni e una serie di ragioni di ordine stratigrafico inducono a ritenere di trovarci in presenza di un crollo, frutto di una distruzione avvenuta mentre l’impianto doveva essere ancora funzionante (come i resti di combustione sulla superficie dei vasi sembra dimostrare). Gli elementi di argilla, uniformemente presenti in tutta l’area, si ammassano ripetutamente in “strisce”, grosse concentrazioni di frammenti di forno e di ceramica, che si dispongono in modo regolare perpendicolarmente al pavimento, per lo più in corrispondenza di alcuni grossi incavi presenti nel terreno del battuto sottostante, che sembra lecito interpretare come limiti dell’alloggiamento dei forni; a essi corrisponde infatti l’andamento curvilineo del profilo meridionale del pavimento. L’intero strato comprendente il crollo della fornace poggiava su un piano di terra giallastra molto compatta. Una piccolo saggio praticato nell’angolo nord-orientale di questo piano ha mostrato che la sua struttura non conteneva ceramica coloniale, ma esclusivamente indigena, consentendo dunque di attribuirlo alla fase enotria dell’insediamento.
E’ possibile identificare, allo stato attuale delle nostre conoscenze, almeno due fasi:
- 1a fase, caratterizzata dai resti pertinenti a un’area artigianale cronologicamente databile nel corso della prima metà del VII secolo a.C. I forni sembrano insistere su un piano, e funzionare insieme al pavimento che li inquadrava verso nord. L’area è attribuibile a una fase di occupazione dell’Incoronata che non corrisponde all’insediamento indigeno dell’VIII secolo, precedente quello greco (ipotesi Università di Milano) ma a un momento che si colloca all’interno del VII secolo, quando già era stata avviata, sulla collina, la produzione di ceramica greca. Viene in tal modo attestata l’esistenza di una fase di occupazione a carattere misto, greco e insieme enotrio, ora finalmente definita sul piano stratigrafico e cronologico.
- 2a fase, in cui tutta l’area viene obliterata dal grande strato di livellamento, a sua volta connesso con il grande riempimento portato alla luce nel corso delle campagne degli anni precedenti verso l’interno della collina, l’ampio terrazzamento che veniva a colmare un profonda depressione (naturale? artificiale?) grazie anche al reimpiego di numerosi mattoni. Questo vasto strato di livellamento, caratterizzato da terra grigiastra molto compatta, è da porsi cronologicamente in una fase più avanzata del VII secolo a.C. (probabilmente intorno alla metà) sulla base della presenza al suo interno - accanto a minuti frammenti di scarico di ceramica indigena e greca - di ceramica di importazione databile non prima della metà del secolo (Wild Goat Style). Suggestiva potrebbe rivelarsi l’ipotesi – ancora da verificare – di spiegare questo intervento come il frutto di una complessiva obliterazione dell’area, da connettersi alla realizzazione dei numerosi e ricchissimi depositi di ceramica (per lo più greca) presenti in più punti a nord di questo terrazzamento (i cosiddetti “oikoi” scavati dall’Università di Milano).