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AIAC_373 - Incoronata - 2006
La campagna di scavo del 2006 si è svolta nel “Settore 1”, ai limiti meridionali dell’area nord-occidentale della collina, interessata dalla presenza del pavimento e dello strato contenente, oltre a elementi carboniosi, frammenti vetrificati e cenere, numerosi elementi di argilla pertinenti a uno o più forni. Quest’ultimo conteneva infatti il crollo di un gran numero di elementi in argilla pertinenti a uno o più forni completamente sconvolti dalla distruzione: numerose parti, anche di notevoli dimensioni, appartengono alla volta, alla griglia e alle pareti e sono stati rinvenuti mescolati a frammenti ceramici recanti, in grande misura, evidenti tracce di combustione. Si tratta per lo più di ceramica enotria, caratterizzata nel complesso da un’alta qualità tecnica e stilistica - acroma, monocroma, bicroma) associata a ceramica greca di fabbricazione locale, ceramica grigia, anfore corinzie, grandi contenitori e a ceramica greca di importazione. Sono stati rinvenuti anche un peso da telaio, elementi bronzei e frammenti dell’orlo di un vaso in bronzo.
L’impianto è attribuibile a un’area di produzione di ceramica enotria, come suggeriscono l’altissima densità di frammenti di vasi indigeni associati ai resti dei forni, la presenza di scarti di fornace, di un grande recipiente bicromo recante all’interno cospicui resti di argilla liquida solidificata, di pareti restaurate in antico (fori per l’inserzione di grappe) e di pareti recanti lettere graffite. Di notevole interesse all’interno di un contesto di questo tipo si è rivelato il ritrovamento di forme ceramiche caratterizzate da motivi decorativi propri del repertorio greco, atte ad essere riprodotte da ceramisti greci attivi in loco (collo di un’hydria di importazione e sua esatta replica locale) ma anche interpretate da ceramisti indigeni (coppa enotria per decorazione e impasto, ma di forma greca).
La modalità del rinvenimento dei resti dei forni e una serie di ragioni di ordine stratigrafico inducono a ritenere di trovarci in presenza di un crollo, frutto di una distruzione avvenuta mentre l’impianto doveva essere ancora funzionante (come i resti di combustione sulla superficie dei vasi sembra dimostrare). Gli elementi di argilla, uniformemente presenti in tutta l’area, si ammassano ripetutamente in “strisce”, grosse concentrazioni di frammenti di forno e di ceramica, che si dispongono in modo regolare perpendicolarmente al pavimento, per lo più in corrispondenza di alcuni grossi incavi presenti nel terreno del battuto sottostante, che sembra lecito interpretare come limiti dell’alloggiamento dei forni; a essi corrisponde infatti l’andamento curvilineo del profilo meridionale del pavimento. L’intero strato comprendente il crollo della fornace poggiava su un piano di terra giallastra molto compatta. Una piccolo saggio praticato nell’angolo nord-orientale di questo piano ha mostrato che la sua struttura non conteneva ceramica coloniale, ma esclusivamente indigena, consentendo dunque di attribuirlo alla fase enotria dell’insediamento.
E’ possibile identificare, allo stato attuale delle nostre conoscenze, almeno due fasi:
- 1a fase, caratterizzata dai resti pertinenti a un’area artigianale cronologicamente databile nel corso della prima metà del VII secolo a.C. I forni sembrano insistere su un piano, e funzionare insieme al pavimento che li inquadrava verso nord. L’area è attribuibile a una fase di occupazione dell’Incoronata che non corrisponde all’insediamento indigeno dell’VIII secolo, precedente quello greco (ipotesi Università di Milano) ma a un momento che si colloca all’interno del VII secolo, quando già era stata avviata, sulla collina, la produzione di ceramica greca. Viene in tal modo attestata l’esistenza di una fase di occupazione a carattere misto, greco e insieme enotrio, ora finalmente definita sul piano stratigrafico e cronologico.
- 2a fase, in cui tutta l’area viene obliterata dal grande strato di livellamento, a sua volta connesso con il grande riempimento portato alla luce nel corso delle campagne degli anni precedenti verso l’interno della collina, l’ampio terrazzamento che veniva a colmare un profonda depressione (naturale? artificiale?) grazie anche al reimpiego di numerosi mattoni. Questo vasto strato di livellamento, caratterizzato da terra grigiastra molto compatta, è da porsi cronologicamente in una fase più avanzata del VII secolo a.C. (probabilmente intorno alla metà) sulla base della presenza al suo interno - accanto a minuti frammenti di scarico di ceramica indigena e greca - di ceramica di importazione databile non prima della metà del secolo (Wild Goat Style). Suggestiva potrebbe rivelarsi l’ipotesi – ancora da verificare – di spiegare questo intervento come il frutto di una complessiva obliterazione dell’area, da connettersi alla realizzazione dei numerosi e ricchissimi depositi di ceramica (per lo più greca) presenti in più punti a nord di questo terrazzamento (i cosiddetti “oikoi” scavati dall’Università di Milano).
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AIAC_373 - Incoronata - 2007
La campagna di scavo del 2007 si è svolta nell’area nord-occidentale della collina (“Settore 4”, in corrispondenza della zona interessata ai saggi praticati nel corso degli anni ’80 e ’90 dall’Università di Milano), dove è stato riaperto il saggio avviato nel 2005, che aveva portato alla luce uno dei numerosi depositi di ceramica e di pietre che caratterizzano i livelli più alti della superficie della collina. La necessità di comprendere le relazioni stratigrafiche (e dunque cronologiche e funzionali) tra questo deposito e gli elementi ad esso contestuali – in particolare le fosse sottostanti o adiacenti – ha obbligato a condurre lo scavo in un’area di soli m 5 x 6. La medesima cura è stata riservata alla comprensione delle modalità della deposizione dei numerosi oggetti ivi presenti: grandi contenitori di pregiata ceramica dipinta di fabbricazione greca. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, l’area appare caratterizzata da due fasi di occupazione e da una fase di distruzione.
_Prima fase di occupazione: le fosse_
La fase di occupazione più antica appare caratterizzata da una serie di fosse praticate nello stesso momento di forma perfettamente circolare (diametro compreso tra circa 2 e m 1,5), scavate nel terreno vergine e allineate lungo un’asse orientato est-ovest, seguendo un progetto topografico e funzionale definito. La loro forma, la cura riservata alla loro realizzazione, le dimensioni decrescenti, così come la natura argillosa del terreno in cui sono state scavate, sembrano suggerire una destinazione a fosse di decantazione e di preparazione dell’argilla. Questa ipotesi di lavoro si basa anche sulla considerazione della natura dell’occupazione dell’area portata alla luce nell’adiacente “Settore 1”, una zona artigianale contemporanea a questa fase, appartenente al momento finale dell’occupazione enotria dell’Incoronata (prima metà del VII, caratterizzata dalla compresenza di elementi greci e di elementi indigeni), come lo scavo del Settore 1 ha permesso di dimostrare (campagne 2005 e 2006).
_Fase di obliterazione delle fosse_
Al momento della distruzione di questa fase di occupazione, le fosse sono state riempite con i materiali da essa provenienti, identici a quelli presenti all’interno dell’area artigianale da noi identificata sul margine sud-occidentale della collina (“Settore 1”): grandi frammenti di forni in terracotta, ceramica a impasto, ceramica enotria (acroma, monocroma e bicroma), ceramica greca di produzione locale, ceramica greca d’importazione. Il tipo di terra del riempimento (cenerognola, e ricca di resti di bruciato), le classi ceramiche (greche e indigene) e i grandi frammenti di forni, consentono di attribuire i depositi alla fase di occupazione dell’area a carattere “misto”, greca e indigena ( _terminus ante quem_, metà circa del VII secolo a.C.: frammento di _kotyle_ del PC medio), coincidente con quella del “Settore 1”. L’area è stata dunque “preparata” per una nuova fase di occupazione. Viene in tal modo a cadere la tradizionale distinzione (frutto della lettura degli scavatori dell’Università di Milano) tra “fosse greche” e “fosse indigene”. Non solo in quanto il deposito soprastante non ha alcuna relazione con le fosse, ma anche perché la realizzazione delle fosse non coincide con il loro riempimento. Fosse così perfettamente concepite, inoltre, non sembrano destinate a ricevere, come è stato immaginato, semplici scarichi relativi alla vita quotidiana di un “oikos” (e tali, del resto, questi scarichi non mostrano in alcun modo di essere).
_Seconda fase di occupazione: il deposito_
Un momento successivo, e probabilmente non molto lontano dall’operazione di obliterazione delle fosse, attesta la realizzazione di un grande deposito di ceramica per lo più greca, che riempie una grande cavità di forma rettangolare, la quale ha tagliato sia il terreno vergine sia le fosse sottostanti. Il deposito è stato realizzato nel corso del terzo quarto del VII secolo a.C., periodo che corrisponde all’ultima fase di occupazione della collina. La cronologia assoluta è fornita dalla presenza di una _kotyle_ del PC recente. La ceramica ivi rinvenuta, a differenza di quella presente nelle fosse, appare molto ben conservata: una gran parte dei vasi è ricostruibile integralmente, mentre alcuni di essi sono stati deposti chiaramente ancora integri. Lo scavo ha dimostrato inoltre che non è possibile identificare in questi depositi di ceramica mista a pietre alcun edificio costruito (un “oikos”, secondo la lettura di questi contesti da parte degli scavatori dell’Università di Milano), né che il deposito avesse alcuna relazione - funzionale e cronologica - con le fosse adiacenti o sottostanti. Viceversa, è emersa con chiarezza l’esistenza, nella sua realizzazione, di un’attività di progressiva deposizione di ceramica e pietre secondo le seguenti modalità:
a) una deposizione più profonda, relativa a vasi più pregiati, dipinti, a pareti sottili, per lo più pertinenti a uno (o più) servizi per libagioni, di fabbricazione locale (coppe, bicchieri, oinochoai, stamnoi). Lo stato di conservazione dei vasi è notevolissimo: alcuni sono ancora interi, altri sono stati ridotti in frantumi da un evidente gesto di frattura volontaria;
b) questo livello è stato contestualmente ricoperto da grandi pietre informi, così come dalle pareti, dai colli o dai corpi di grandi contenitori: anfore corinzie, attiche, greco-orientali, pithoi, louteria. Questi recipienti – che appartengono tutti a forme destinate a contenere liquidi - appaiono sovente adagiati con l’evidente intenzione di “proteggere” i più piccoli e delicati vasi sottostanti, tanto che alcuni di questi ultimi sono conservati, come si è visto, ancora perfettamente interi. Questo tipo di deposizione risponde con estrema coerenza alle modalità della deposizione rituale della ceramica che possiamo comunemente riscontrare all’interno dei luoghi di culto del Mediterraneo arcaico. Tale modalità ci fornisce una precisa chiave di lettura della funzione che molto probabilmente questi depositi dovevano assumere.
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AIAC_373 - Incoronata - 2008
_Settore 4_
E’ stato portato a termine lo scavo di uno dei depositi di ceramica (terzo quarto del VII secolo a.C., Fase 1) realizzati direttamente nel banco di argilla che costituisce lo strato geologico superiore della collina, già portati alla luce dagli scavi dell’Università di Milano e nel corso delle nostre campagne 2005 e 2007. Nuove tracce di pratiche rituali sono state identificate nelle modalità di deposizione della ceramica e di altri oggetti, tra cui un’ascia miniaturistica in bronzo. Si è potuto definitivamente confermare l’ipotesi formulata lo scorso anno, che interpreta le fosse circolari della fase precedente (appartenenti alla Fase 3, e riempite intorno alla metà del VII secolo – Fase 2) come fosse per la decantazione dell’argilla: il completamento dello scavo della fossa più grande ha infatti rivelato la presenza di cospicui resti di argilla sul suo fondo. Nell’angolo sud-orientale del saggio è inoltre emersa una nuova fossa, di forma quadrangolare e di più grandi dimensioni, nella quale ancora più cospicui appaiono i resti dell’argilla di decantazione, ancora in situ lungo le pareti del suo lato meridionale. A sud delle tre fosse circolari è stato individuato un battuto in terra, che corrisponde al piano di calpestio relativo alla fase in cui sono stati realizzati i depositi (Fase 1). Alla fase pertinente all’area produttiva (Fase 3) appartiene invece una buca di palo, la quale apre ora nuove prospettive di ricerca in questo settore, suggerendo la verosimile presenza di un edificio connesso al funzionamento del complesso artigianale.
_Settore 1_
L’area appare caratterizzata, come ormai noto, da un grande strato che ha ricoperto integralmente ogni evidenza precedente, frutto di una vasta operazione di livellamento del suolo – corrispondente a quanto appena osservato nel Settore 4 – databile intorno alla metà del VII secolo (Fase 2). Ai limiti delle pendici meridionali del plateau collinare, in concomitanza con quanto avvenuto nel Settore 4 dove erano state riempite le fosse per la decantazione dell’argilla, questo piano ha obliterato ogni struttura precedente, tra cui quelle pertinenti all’area artigianale della Fase 3 (strato ricco di resti di forni). Poco lontano da quest’area, da cui lo divide un pavimento, nel corso delle precedenti campagne era stata portata alla luce un’enorme cavità scavata nella collina, che raggiunge il terreno vergine sabbioso a una profondità di quasi 2 metri e mezzo dal suolo. Essa è stata obliterata mediante un grande riempimento di terra (Fase 2, metà del VII secolo a.C.) riversato nello stesso momento in cui sono state riempite le fosse nel Settore 4, la cui superficie costituisce il suolo dell’ultima fase di occupazione.
Grazie a nuovi dati stratigrafici e contestuali, è stato possibile quest’anno comprendere definitivamente la natura artificiale di questa enorme depressione: una grande cava dell’argilla di cui è costituito lo strato geologico più superficiale della collina, dotata di gradini per l’accesso. Il quadro generale che ne deriva, ormai piuttosto coerente, traccia le coordinate di un’area artigianale di notevoli dimensioni, comprendente i forni, la cava di argilla, le fosse per la decantazione dell’argilla. Questo complesso ha dovuto funzionare in un momento di occupazione “mista” della collina, la prima metà del VII secolo a.C. (Fase 3).
Quest’area artigianale ha riutilizzato le strutture pertinenti alla fase precedente. Lungo il bordo meridionale della collina, tra la cava di argilla a nord e l’area dei forni a sud, è stato infatti portato alla luce – al di sotto dello strato di obliterazione della Fase 2, - un grande pavimento conservato su una lunghezza di almeno una dozzina di metri e una larghezza ridotta (di circa 3 m), in quanto i sui limiti nord e sud sono stati strappati al momento delle realizzazione della cava di argilla a nord e dell’installazione dei forni a sud. Costituito da un fine battuto, estremamente solido e duro, di minuscole pietre e di frammenti ceramici, il pavimento presenta uno stato di conservazione eccezionale, e appare consolidato da grosse pietre e da puddinga concentrate soprattutto lungo il suo limite meridionale, le quali si appoggiano a un grande strato di terra di sostruzione che al suo interno contiene esclusivamente ceramica enotria: monocroma, acroma, grandi contenitori, a impasto; estremamente rari sono i frammenti di ceramica bicroma, mentre si nota una non secondaria presenza di ceramica buccheroide (rossa e nera). Tali elementi invitano a datare tale struttura al terzo quarto – seconda metà dell’VIII secolo a.C. (Fase 4, la cui cronologia andrà precisata ulteriormente). La ruderatio di questo pavimento si appoggia a sua volta su un suolo più antico, che insiste direttamente sullo strato vergine di argilla ed è costituito da un battuto di ciottoli di dimensioni piccole e medie e di frammenti di ceramica, i quali ne suggeriscono una datazione all’interno della prima metà dell’VIII secolo a.C. (Fase 5). L’alta qualità tecnica della realizzazione dei due pavimenti, il loro eccezionale stato di conservazione, la notevole estensione di almeno uno di essi e la loro alta cronologia, tracciano per la prima volta il quadro della reale importanza che le fasi dell’età del Ferro (Fasi 4 e 5) hanno dovuto assumere nella storia dell’occupazione dell’Incoronata.
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AIAC_373 - Incoronata - 2009
La settima campagna di scavo si è svolta nell’area nord-occidentale della collina, dove è stato ampliato lo scavo del “Settore 1”, sito lungo i limiti meridionali del pianoro, e realizzato un più limitato intervento nel “Settore 4”, situato al centro.
Il Settore 1 è stato ampliato per approfondire la conoscenza dei due pavimenti databili all’VIII secolo a.C. L’ampliamento del saggio verso est e verso ovest, realizzato allo scopo di verificare l’estensione del pavimento, ha permesso di rilevare un’ampiezza totale di 18 metri. L’asportazione di un’ulteriore fetta del suo strato di sostruzione ne ha confermato una cronologia precedente il passaggio dall’VIII al VII secolo: assente la ceramica greca di produzione locale che caratterizza la prima metà del VII secolo, l’orizzonte archeologico appare ancorato alla cultura enotria di VIII secolo, come suggeriscono i numerosi frammenti ceramici a impasto buccheroide rosso scuro e nero e la ceramica enotria geometrica di alta datazione. Questa monumentale realizzazione è attribuibile alla seconda metà dell’VIII secolo (Fase 4).
Al limite orientale del Settore 1, poco più a nord del limite del pavimento, l’ampliamento ha portato alla luce un nuovo deposito di ceramica mista a pietre, realizzato all’interno dello strato di obliterazione e di livellamento di metà VII secolo. Il deposito databile a partire dalla metà del VII secolo, appare di dimensioni più ridotte (ma lo scavo non è ancora terminato) rispetto ai grandi depositi portati alla luce più a nord (Settore 4 e scavi Università di Milano). La modalità della deposizione, la frattura volontaria dei vasi, le classi e la cronologia della ceramica (prevalentemente greca), appaiono le medesime presenti nei suddetti depositi. L’insieme dei gesti compiuti e la scelta delle forme ceramiche si possono interpretare come pertinenti a un deposito “di fondazione” del livellamento, e appaiono solidali con quelli caratterizzanti i più grandi depositi portati alla luce più a nord.
Nello stesso settore, oltre il limite nord del pavimento, “strappato” nel corso della prima metà del VII secolo (Fase 3), sono apparsi due nuovi buchi di palo (un altro era già emerso gli anni precedenti, realizzato all’interno della superficie del pavimento), appartenenti a un piano che sembra “continuare” il pavimento situato a nord; si tratta probabilmente dei resti dell’impianto artigianale attivo nel corso della prima metà del VII secolo (Fase 3).
Nell’area sud-orientale del Settore 1 sono stati scavati gli strati soprastanti l’acciottolato. Un frammento di protokotyle corinzia del Medio Geometrico II con decorazione a chevrons consente di precisare la cronologia della frequentazione - nel corso della prima metà dell’VIII secolo - di questo acciottolato, e di confermare la cronologia della sua realizzazione, già proposta lo scorso anno: almeno all’interno della prima metà dello stesso secolo, e probabilmente nel primo quarto (Fase 5). Tale ritrovamento, oltre quello analogo effettuato dall’Università di Milano (Saggio A1), permette di confermare relazioni “internazionali” che avevano caratterizzato l’emergere delle comunità enotrie di quest’area nelle fasi che precedettero l’arrivo delle comunità greche in età proto-coloniale
Nel Settore 4 i resti dell’argilla di decantazione, ancora in situ all’interno delle fosse circolari già portate alla luce, sono apparsi particolarmente evidenti sul fondo di un’altra, più grande, fossa, di forma quadrangolare (Fase 3, precedente alla metà del VII secolo), emersa lungo il lato meridionale delle precedenti, ma scavata solo parzialmente. Subito sotto l’humus è stato individuato il piano di calpestio corrispondente all’ultima fase di occupazione dell’area, relativa alla realizzazione dei depositi (terzo quarto del VII secolo, Fase 1), caratterizzata da azioni rituali connessi alla creazione dei grandi depositi di ceramica e dallo spianamento-obliterazione definitiva dell’area artigianale a cui le fosse appartenevano.
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AIAC_373 - Incoronata - 2010
E’ stato ampliato il “Settore 1”, lungo i margini meridionali del plateau. L’obiettivo dell’indagine è stato quello di approfondire la comprensione della funzione a) di un grande pavimento che si estende per almeno una ventina di metri lungo il limite meridionale dell’area, in una zona terrazzata artificialmente a partire dagli inizi dell’VIII secolo a.C.; b) delle strutture pertinenti a un’area artigianale degli inizi del VII secolo a.C., adiacenti al pavimento.
Nel Settore 1 è stata asportata un’ampia parte del grande strato di terra grigiastra, emergente immediatamente al di sotto dello strato di humus, che ha ricoperto integralmente ogni evidenza precedente, pertinente a una grande operazione di spianamento-livellamento realizzata a partire dalla metà del VII secolo a.C. E’ emersa una cospicua concentrazione di ciottoli fluviali di medie e grandi dimensioni (altezza 15-25 cm) al di sopra del pavimento con probabile funzione di obliterazione e conservazione delle evidenze precedenti.
Nella parte settentrionale dell’area di scavo è emerso un grande strato di terra, molto dura e argillosa, comprendente numerose pietre disposte di piatto. Nell’angolo orientale è stata individuata una possibile struttura in pietre. Sono presenti tre grossi contenitori a impasto, i cui frammenti perfettamente combacianti fra loro e disposti a piatto, sono spia di una probabile originaria giacitura in situ dei vasi. L’associazione a frammenti di ceramica greca di produzione locale conferma una datazione di questo strato e di questa (eventuale) struttura alle fasi più recenti dell’occupazione della collina (VII secolo a.C. avanzato).
A sud di questo strato e a nord del pavimento, sono emersi i livelli di una fase precedente (seconda metà VII secolo). Essi comprendono un ampio piano in terra argillosa di color rosso vivo, la cui superficie reca in più punti fortissime tracce di cottura in ambiente privo di ossigeno, contornato da diversi strati di argilla stracotta e informe. Il profilo della parte messa in luce appare di forma circolare (diam. m 3 ca.; spessore della superficie rubefatta 1-2 cm). Importanti scarti di fornace relativi a vasi enotri monocromi e a ceramica acroma, associati a frammenti appartenenti alla griglia di forno, sono stati ritrovati a contatto di questo piano, consentendo di qualificare la struttura come il piano inferiore di una (o più ?) fornace destinata alla produzione di ceramica. Più in particolare, una specifica concentrazione di frammenti ceramici, mal cotti e/o concotti insieme a porzioni di forno, è stata rinvenuta lungo uno dei (probabili) bordi superstiti dell’impianto, realizzati in argilla e già in parte documentata in precedenza. Assente la ceramica greca, mentre è attestata per ora solo ceramica dipinta monocroma tardogeometrica diffusa in area bradanica e nel Salento.
Sulla base di questa nuova scoperta, appare probabile che i numerosi resti di forno venuti alla luce nello strato di terra e di cenere posto immediatamente a sud del pavimento abbiano potuto appartenere alla fornace (o alle fornaci) che si trovavano poco più a nord del pavimento medesimo, e che siano stati così rigettati al di là del pavimento, verso sud, al momento dell’abbandono dell’area artigianale: il fondo della fornace, pur ben “pulito”, ha infatti conservato alcuni scarti di fabbricazione della ceramica, non a caso accumulatisi in particolare lungo i bordi. Tale importante ritrovamento si configura come un’ulteriore componente dell’area artigianale di cui conoscevamo, fino ad ora, la grande cava di argilla posta a qualche metro da qui, i numerosi bacini per la decantazione dell’argilla, di forma rotonda e più raramente quadrangolare che costellano l’intera superficie di quest’area della collina, e i resti delle parti superiori delle fornaci descritte. Difficoltosa appare la comprensione del suo preciso rapporto - funzionale e cronologico - con il pavimento e i buchi di palo che gli stanno accanto. Tuttavia, l’esame della stratigrafia e una prima analisi del materiale archeologico permettono di associarlo alle fasi comprese tra la fine dell’VIII e la prima metà del VII secolo a.C.
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AIAC_373 - Incoronata - 2011
L’area occidentale del Settore 1, nell’area nord-occidentale della collina, è stata oggetto di un ampliamento di m. 6 x 6, che ha permesso di mettere in luce una nuova porzione della grande pavimentazione US 38, senza tuttavia identificarne il limite. Il battuto di minuscoli ciottoli si sviluppa su una lunghezza di 25 metri, è perfettamente orientato in senso est-ovest, presenta un’altitudine uniforme lungo tutta la sua estensione, e poggia su una possente ruderatio artificiale (in pietre e terra) databile all’VIII secolo a.C. Allo scopo di conoscere la natura e i limiti di questa struttura, abbiamo proceduto ad asportare un’ampia parte del grande strato di fine terra grigiastra che ricopre integralmente tutto il settore posto ai margini della collina, e prende la forma di una concentrazione di grossi ciotoli in corrispondenza della suddetta pavimentazione. La messa in opera di questi giganteschi strati di “copertura” appare il risultato di una grande operazione di spianamento-livellamento e obliterazione. All’interno degli strati di obliterazione sono stati ritrovati un interessante esemplare di ceramica figurata, probabilmente chiota, e una coppa ionica, databili alla fine del VII secolo. Tali testimonianze – in associazione con la datazione delle anfore greco-orientali e laconiche presenti all’interno dei coevi depositi consentono di confermare che la cronologia dell’abbandono del sito non può più cadere, come ritenuto fino a poco tempo fa, nel terzo quarto del secolo, ma scende (almeno) all’ultimo quarto del VII secolo a.C.
Nella zona nord-orientale dello stesso Settore 1 è stato praticato un ampliamento (m 10 x 13) nell’area artigianale (comprendente una cava di argilla ipogea, resti di forni, scarti di fornace, piani di cottura) che si sviluppa a nord della pavimentazione in ciottoli. Lo scavo ha portato alla luce, a pochi centimetri al disotto dell’humus, uno strato di terra che ricopriva l’ampio piano di calpestio proprio dell’ultima fase di utilizzo di quest’area produttiva. Esso appare caratterizzato dalla presenza di marcate concentrazioni di argilla concotta, da strati di terra sottoposti all’azione del fuoco (arrossati e/o anneriti), da resti di materiale organico (vegetale) cotto e annerito e da cospicue concentrazioni di frammenti ceramici appartenenti a uno stesso vaso, in argilla figulina come ad impasto, di produzione greca come di produzione enotria; databili al VII secolo a.C., corrispondono all’ultima fase di occupazione di quest’area artigianale e testimoniano ulteriormente del carattere “misto” della fase di occupazione del sito nel VII secolo.
Più a nord è stato portato alla luce un allineamento di pietre di piccole dimensioni, lungo circa m 3,5 e orientato in senso est-ovest, le cui ridotte misure sembrano attualmente impedire di interpretarlo come un vero e proprio muro. Ancora più a nord, è stata identificata un’area caratterizzata da un’imponente concentrazione di pietre e frammenti di mattoni, rimescolati tra loro alla rinfusa, la cui funzione deve essere ancora compresa.
Un ulteriore settore di indagine archeologica è stato avviato nella zona di contatto tra i piani appartenenti all’area artigianale e il limite orientale della cava di argilla, con l’obbiettivo di analizzare i nessi stratigrafici e cronologici tra questi due elementi. E’ stato così identificato il margine est del taglio della cava di argilla ipogea.
Allo scopo di approfondire lo studio del funzionamento di questo spazio artigianale, è stata inoltre praticata una campionatura della superficie di cottura e di porzioni del lembo di argilla concotta.