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Studenti dell’Università degli Studi di Lecce

Season Team

  • AIAC_373 - Incoronata - 2006
    La campagna di scavo del 2006 si è svolta nel “Settore 1”, ai limiti meridionali dell’area nord-occidentale della collina, interessata dalla presenza del pavimento e dello strato contenente, oltre a elementi carboniosi, frammenti vetrificati e cenere, numerosi elementi di argilla pertinenti a uno o più forni. Quest’ultimo conteneva infatti il crollo di un gran numero di elementi in argilla pertinenti a uno o più forni completamente sconvolti dalla distruzione: numerose parti, anche di notevoli dimensioni, appartengono alla volta, alla griglia e alle pareti e sono stati rinvenuti mescolati a frammenti ceramici recanti, in grande misura, evidenti tracce di combustione. Si tratta per lo più di ceramica enotria, caratterizzata nel complesso da un’alta qualità tecnica e stilistica - acroma, monocroma, bicroma) associata a ceramica greca di fabbricazione locale, ceramica grigia, anfore corinzie, grandi contenitori e a ceramica greca di importazione. Sono stati rinvenuti anche un peso da telaio, elementi bronzei e frammenti dell’orlo di un vaso in bronzo. L’impianto è attribuibile a un’area di produzione di ceramica enotria, come suggeriscono l’altissima densità di frammenti di vasi indigeni associati ai resti dei forni, la presenza di scarti di fornace, di un grande recipiente bicromo recante all’interno cospicui resti di argilla liquida solidificata, di pareti restaurate in antico (fori per l’inserzione di grappe) e di pareti recanti lettere graffite. Di notevole interesse all’interno di un contesto di questo tipo si è rivelato il ritrovamento di forme ceramiche caratterizzate da motivi decorativi propri del repertorio greco, atte ad essere riprodotte da ceramisti greci attivi in loco (collo di un’hydria di importazione e sua esatta replica locale) ma anche interpretate da ceramisti indigeni (coppa enotria per decorazione e impasto, ma di forma greca). La modalità del rinvenimento dei resti dei forni e una serie di ragioni di ordine stratigrafico inducono a ritenere di trovarci in presenza di un crollo, frutto di una distruzione avvenuta mentre l’impianto doveva essere ancora funzionante (come i resti di combustione sulla superficie dei vasi sembra dimostrare). Gli elementi di argilla, uniformemente presenti in tutta l’area, si ammassano ripetutamente in “strisce”, grosse concentrazioni di frammenti di forno e di ceramica, che si dispongono in modo regolare perpendicolarmente al pavimento, per lo più in corrispondenza di alcuni grossi incavi presenti nel terreno del battuto sottostante, che sembra lecito interpretare come limiti dell’alloggiamento dei forni; a essi corrisponde infatti l’andamento curvilineo del profilo meridionale del pavimento. L’intero strato comprendente il crollo della fornace poggiava su un piano di terra giallastra molto compatta. Una piccolo saggio praticato nell’angolo nord-orientale di questo piano ha mostrato che la sua struttura non conteneva ceramica coloniale, ma esclusivamente indigena, consentendo dunque di attribuirlo alla fase enotria dell’insediamento. E’ possibile identificare, allo stato attuale delle nostre conoscenze, almeno due fasi: - 1a fase, caratterizzata dai resti pertinenti a un’area artigianale cronologicamente databile nel corso della prima metà del VII secolo a.C. I forni sembrano insistere su un piano, e funzionare insieme al pavimento che li inquadrava verso nord. L’area è attribuibile a una fase di occupazione dell’Incoronata che non corrisponde all’insediamento indigeno dell’VIII secolo, precedente quello greco (ipotesi Università di Milano) ma a un momento che si colloca all’interno del VII secolo, quando già era stata avviata, sulla collina, la produzione di ceramica greca. Viene in tal modo attestata l’esistenza di una fase di occupazione a carattere misto, greco e insieme enotrio, ora finalmente definita sul piano stratigrafico e cronologico. - 2a fase, in cui tutta l’area viene obliterata dal grande strato di livellamento, a sua volta connesso con il grande riempimento portato alla luce nel corso delle campagne degli anni precedenti verso l’interno della collina, l’ampio terrazzamento che veniva a colmare un profonda depressione (naturale? artificiale?) grazie anche al reimpiego di numerosi mattoni. Questo vasto strato di livellamento, caratterizzato da terra grigiastra molto compatta, è da porsi cronologicamente in una fase più avanzata del VII secolo a.C. (probabilmente intorno alla metà) sulla base della presenza al suo interno - accanto a minuti frammenti di scarico di ceramica indigena e greca - di ceramica di importazione databile non prima della metà del secolo (Wild Goat Style). Suggestiva potrebbe rivelarsi l’ipotesi – ancora da verificare – di spiegare questo intervento come il frutto di una complessiva obliterazione dell’area, da connettersi alla realizzazione dei numerosi e ricchissimi depositi di ceramica (per lo più greca) presenti in più punti a nord di questo terrazzamento (i cosiddetti “oikoi” scavati dall’Università di Milano).
  • AIAC_373 - Incoronata - 2007
    La campagna di scavo del 2007 si è svolta nell’area nord-occidentale della collina (“Settore 4”, in corrispondenza della zona interessata ai saggi praticati nel corso degli anni ’80 e ’90 dall’Università di Milano), dove è stato riaperto il saggio avviato nel 2005, che aveva portato alla luce uno dei numerosi depositi di ceramica e di pietre che caratterizzano i livelli più alti della superficie della collina. La necessità di comprendere le relazioni stratigrafiche (e dunque cronologiche e funzionali) tra questo deposito e gli elementi ad esso contestuali – in particolare le fosse sottostanti o adiacenti – ha obbligato a condurre lo scavo in un’area di soli m 5 x 6. La medesima cura è stata riservata alla comprensione delle modalità della deposizione dei numerosi oggetti ivi presenti: grandi contenitori di pregiata ceramica dipinta di fabbricazione greca. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, l’area appare caratterizzata da due fasi di occupazione e da una fase di distruzione. _Prima fase di occupazione: le fosse_ La fase di occupazione più antica appare caratterizzata da una serie di fosse praticate nello stesso momento di forma perfettamente circolare (diametro compreso tra circa 2 e m 1,5), scavate nel terreno vergine e allineate lungo un’asse orientato est-ovest, seguendo un progetto topografico e funzionale definito. La loro forma, la cura riservata alla loro realizzazione, le dimensioni decrescenti, così come la natura argillosa del terreno in cui sono state scavate, sembrano suggerire una destinazione a fosse di decantazione e di preparazione dell’argilla. Questa ipotesi di lavoro si basa anche sulla considerazione della natura dell’occupazione dell’area portata alla luce nell’adiacente “Settore 1”, una zona artigianale contemporanea a questa fase, appartenente al momento finale dell’occupazione enotria dell’Incoronata (prima metà del VII, caratterizzata dalla compresenza di elementi greci e di elementi indigeni), come lo scavo del Settore 1 ha permesso di dimostrare (campagne 2005 e 2006). _Fase di obliterazione delle fosse_ Al momento della distruzione di questa fase di occupazione, le fosse sono state riempite con i materiali da essa provenienti, identici a quelli presenti all’interno dell’area artigianale da noi identificata sul margine sud-occidentale della collina (“Settore 1”): grandi frammenti di forni in terracotta, ceramica a impasto, ceramica enotria (acroma, monocroma e bicroma), ceramica greca di produzione locale, ceramica greca d’importazione. Il tipo di terra del riempimento (cenerognola, e ricca di resti di bruciato), le classi ceramiche (greche e indigene) e i grandi frammenti di forni, consentono di attribuire i depositi alla fase di occupazione dell’area a carattere “misto”, greca e indigena ( _terminus ante quem_, metà circa del VII secolo a.C.: frammento di _kotyle_ del PC medio), coincidente con quella del “Settore 1”. L’area è stata dunque “preparata” per una nuova fase di occupazione. Viene in tal modo a cadere la tradizionale distinzione (frutto della lettura degli scavatori dell’Università di Milano) tra “fosse greche” e “fosse indigene”. Non solo in quanto il deposito soprastante non ha alcuna relazione con le fosse, ma anche perché la realizzazione delle fosse non coincide con il loro riempimento. Fosse così perfettamente concepite, inoltre, non sembrano destinate a ricevere, come è stato immaginato, semplici scarichi relativi alla vita quotidiana di un “oikos” (e tali, del resto, questi scarichi non mostrano in alcun modo di essere). _Seconda fase di occupazione: il deposito_ Un momento successivo, e probabilmente non molto lontano dall’operazione di obliterazione delle fosse, attesta la realizzazione di un grande deposito di ceramica per lo più greca, che riempie una grande cavità di forma rettangolare, la quale ha tagliato sia il terreno vergine sia le fosse sottostanti. Il deposito è stato realizzato nel corso del terzo quarto del VII secolo a.C., periodo che corrisponde all’ultima fase di occupazione della collina. La cronologia assoluta è fornita dalla presenza di una _kotyle_ del PC recente. La ceramica ivi rinvenuta, a differenza di quella presente nelle fosse, appare molto ben conservata: una gran parte dei vasi è ricostruibile integralmente, mentre alcuni di essi sono stati deposti chiaramente ancora integri. Lo scavo ha dimostrato inoltre che non è possibile identificare in questi depositi di ceramica mista a pietre alcun edificio costruito (un “oikos”, secondo la lettura di questi contesti da parte degli scavatori dell’Università di Milano), né che il deposito avesse alcuna relazione - funzionale e cronologica - con le fosse adiacenti o sottostanti. Viceversa, è emersa con chiarezza l’esistenza, nella sua realizzazione, di un’attività di progressiva deposizione di ceramica e pietre secondo le seguenti modalità: a) una deposizione più profonda, relativa a vasi più pregiati, dipinti, a pareti sottili, per lo più pertinenti a uno (o più) servizi per libagioni, di fabbricazione locale (coppe, bicchieri, oinochoai, stamnoi). Lo stato di conservazione dei vasi è notevolissimo: alcuni sono ancora interi, altri sono stati ridotti in frantumi da un evidente gesto di frattura volontaria; b) questo livello è stato contestualmente ricoperto da grandi pietre informi, così come dalle pareti, dai colli o dai corpi di grandi contenitori: anfore corinzie, attiche, greco-orientali, pithoi, louteria. Questi recipienti – che appartengono tutti a forme destinate a contenere liquidi - appaiono sovente adagiati con l’evidente intenzione di “proteggere” i più piccoli e delicati vasi sottostanti, tanto che alcuni di questi ultimi sono conservati, come si è visto, ancora perfettamente interi. Questo tipo di deposizione risponde con estrema coerenza alle modalità della deposizione rituale della ceramica che possiamo comunemente riscontrare all’interno dei luoghi di culto del Mediterraneo arcaico. Tale modalità ci fornisce una precisa chiave di lettura della funzione che molto probabilmente questi depositi dovevano assumere.