Name
Meri Fedi
Organisation Name
Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana

Season Team

  • AIAC_2199 - Lo Scoglietto - 2009
    Lo scavo in località Lo Scoglietto ha messo in luce i resti di un tempio la cui costruzione è databile al III secolo d.C., assieme ad una fase tardoantica a partire dal V secolo. La struttura templare è a pianta rettangolare di 11,5x6,5 m, costituita da un podio rialzato rivestito con murature in _opus testaceum_. Prospiciente l’ingresso vi era una piccola scalinata rivestita in marmo che si imposta su di una piazza in _opus spicatum_. La grande concentrazione di reperti ceramici provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo offre una vasta panoramica dei commerci e della rete economica alla quale era soggetta l’area del rosellano sin dalla media età imperiale. Il rinvenimento di un cospicuo numero di monete attesta da un lato le possibili transazioni economiche, ma dall’altro rappresenta anche la forma più comune di offerte votive associabile alla presenza di ex-voto ceramici sotto forma di lucerne. Altro indice dei commerci è l’utilizzo di marmi pregiati per la decorazione interna ed esterna del santuario, con provenienze sia dalla Regio VII settentrionale, - Luni -, sia dall’Africa. A seguito della demolizione sistematica del tempio, ascrivibile in via del tutto preliminare nel corso del IV secolo d.C., l’area dello Scoglietto è soggetta ad una rimodellazione urbanistica con la costruzione di una capanna circolare in pisé sul lato meridionale del santuario. Assieme a questa evidenza vi sono tracce di una linea difensiva costituita da due muri in tecnica mista ed una palizzata lignea. Inoltre, un tratto della viabilità interna è stato messo in luce, costituito da argilla frammista a laterizi sminuzzati pressati a creare un piano stradale. La presenza ai piedi della collina dello Scoglietto di una grotta riutilizzata forse a scopi abitativi nel corso del V-VI secolo sembra poter essere messa in relazione con questa nuova fase di utilizzo del sito. Le future ricerche, in programma per il 2010, avranno lo scopo di completare la messa in luce del santuario medio e tardo imperiale, di verificare la presenza di ulteriori strutture tardoantiche e di ricercare le fasi di vita precedenti al tempio già identificato.
  • AIAC_4855 - Hasta - 1993
    La _mansio_ di _Hasta_ fu identificata alla fine degli anni 80 del secolo scorso in prossimità dell’attuale frazione di Alberese, in località Le Frasche, durante lavori agricoli che portarono alla distruzione mediante arature profonde del complesso. Il luogo di sosta, ricordato nella cd. _Tabula Peutingeriana_, sorse a 400 m ca. della via _Aurelia vetus_ che in età romana attraversava Alberese per raggiungere la foce dell’Ombrone e dirigersi a nord verso Pisa. Alcune fotografie aeree amatoriali scattate subito dopo la distruzione costituiscono l’unica testimonianza della planimetria dell’edificio che appartiene a un modello ampiamente diffuso nella parte occidentale dell’impero romano a partire dal II secolo d.C., quello degli edifici “a corte” che sorsero su uno dei due lati della strada, organizzati in due o più corpi di fabbrica, generalmente la _mansio_ e le terme, e racchiusi all’interno di un recinto. Svariati laterizi bollati da alcuni dei principali _officinatores_ di _figlinae_ urbane presenti a Roma e fuori Roma datano la costruzione tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C. Tra questi si distinguono quelli di _T. Canidienus Atimetus_ un servo di Traiano molto attivo nelle costruzioni del Foro, delle Terme e dei Mercati a Roma, che compare come agente di Plotina, e quelli dei domini _Domitii Lucanus et Tullus_ confluiti nella _res Caesaris_ attraverso _Domitia Lucilla minor_, madre di Marco Aurelio. La _mansio_ di _Hasta_ fu quindi realizzata con un investimento imperiale. L’intervento dell’imperatore non stupisce se si considera la vicinanza di Alberese ai _praedia_ dei _Domitii Ahenobarbi_ distribuiti tra la costa dell’Argentario e la foce dell’Albegna e nelle isole di Giglio e di Giannutri, ed ereditati dalla _res Caesaris_ alla morte di Nerone, ultimo esponente della _gens_. Per quanto riguarda _Hasta_, la vita del luogo di sosta rimase sostanzialmente invariata fino alla nascita del _cursus publicus_ alla fine del III/inizi del IV secolo d.C., quando si registra una probabile ristrutturazione. Il luogo di sosta fu abbandonato alla fine del V secolo d.C. analogamente a numerose altre _mansiones_ della penisola italica. Non vi sono indicazioni di una continuità di occupazione, anche se il generico rinvenimento di ossa umane lascerebbe intendere un riuso funerario o abitativo-funerario di età tardoantica.
  • AIAC_5652 - Casale Tricosto - 2007
    L’insediamento di Casale Tricosto, località nell’attuale comune di Capalbio, era parte in età romana dell’ager Cosanus, territorio della colonia di Cosa coinvolto alla fine degli anni 70 del secolo scorso dai field survey della Wesleyan University e del progetto Ager Cosanus. Durante queste ricerche, sul sito di Casale Tricosto, un’area centuriata dal III secolo a.C., furono individuate le prime tracce di occupazione a partire dal II secolo a.C., in relazione alla seconda deduzione della colonia di Cosa. L’insediamento di età romana acquista consistenza grazie alla scoperta nel 2007 di muri e tessere pavimentali durante alcuni lavori edilizi all’interno di uno dei magazzini dell’attuale podere Casale Tricosto, il cd. Magazzino lungo. Le strutture furono oggetto di scavi da parte della ex Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, durante i quali è stato messo in luce un complesso termale di III secolo d.C. costruito su un impianto precedente di cui è stato individuato soltanto parte di un basolato in calcare cavernoso, forse associabile a una corte scoperta. Le terme di Casale Tricosto furono parte di una mansio costruita in relazione al cursus publicus nel III secolo d.C. Ricche sorgenti nei pressi dell’insediamento, una necropoli, ma soprattutto la prossimità a una viabilità “secondaria” importante, furono i motivi che resero Casale Tricosto un luogo di sosta. La via, registrata nel cd. Catasto Leopoldino come via del Tricosto, fu un’importante arteria di collegamento sin dall’età protostorica tra Vulci e il suo territorio e mantenne questa funzione in età etrusca, romana e medievale. In età romana, la strada era una diramazione della via Clodia, dalla quale si staccava per congiungersi con la via Aurelia Nova, all’altezza del Lago di San Floriano. La costruzione di un luogo di sosta a Casale Tricosto nel III secolo d.C. sembra inserirsi in un più ampio progetto di organizzazione della viabilità che investì principalmente le stazioni di proprietà imperiale, quali portus Cosanus, portus Telamonis, la mansio sotto Cosa, Albinia flumen, Domitiana positio e le isole di Giglio e di Giannutri. La presenza della proprietà imperiale nel territorio, documentata a partire dalla fine del I e gli inizi del II secolo d.C., accelerò il fenomeno di assorbimento di nuovi terreni per la nascita di luoghi di sosta, documentato in tutta la penisola tra III e IV secolo d.C. e testimoniato nel territorio dalla costruzione di mansiones come Casale Tricosto e forse Ad Nonas. La vita del luogo di sosta a Casale Tricosto cessò a causa di un incendio non databile, forse connesso ai disordini che investirono la Tuscia tra l’inizio e la fine del V secolo d.C. Un lungo iato insediativo si pone tra la fine del luogo di sosta e la costruzione di una chiesa in età medievale. L’edificio religioso è probabilmente da identificare con la Chiesa di San Frediano, ricordata in alcune conferme papali come proprietà del monastero dei SS. Vincenzo e Anastasio alle Tre Fontane a partire dall’XI secolo (o forse prima), che ereditò un blocco della romana res Caesaris.