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AIAC_3064 - Grotta Fumane - 2011
Grotta di Fumane lies at the base of a rock cliff at 350 m a.s.l. on the southern edge of the Veneto Pre-Alps, in the North of Italy. The cave belongs to a fossil karst system probably composed of several cavities and tunnels excavated in dolomitic limestone. After a first exploration carried out by the Natural History Museum of Verona in 1964, the site has been the object since 1988 of a new series of investigations, bringing to light an impressive sequence of Middle and Upper Paleolithic levels.
The sequence documents the main climatic events which occurred during the last glacial cycle from 90.000 to 30.000 years ago and affected the human settlement. Excavations are conducted on a regular basis every year by the University of Ferrara under the patronage of the Superintendence for the Archeological Heritage.
After an ancient landslide which completely obstructed the external vault was removed in 1996, a sheltered area of almost 60 sq m was brought to light and extensive digging began, with the aim of investigating evidence of the last Neanderthals and the first anatomically modern humans. Thousands of flint flakes and cores, bones, teeth, charcoal, worked pebbles, bone retouchers and hammers prove that Neanderthals lighted fire, manufactured stone tools, butchered ungulates, carnivores and birds, and treated hides and pelts. From the Aurignacian up, dwelling structures, lithic assemblages, bone and antler tools, painted stones and pierced molluscan shells mark the arrival of the first Anatomically Modern Humans.
Neverheless, the archeological evidence prove that also Neanderthals achieved a level of behavioral complexity that was not culturally transmitted or mimicked via incoming modern humans.
Now the cave is open to the public after protection was made in 2005. Visitors can acceed to the entrance of the cave also during the archaeological fieldwork and see the sections showing the finely layered Paleolithic sequence.
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AIAC_3064 - Grotta Fumane - 2012
Anche quest’anno gli scavi archeologici a Grotta di Fumane hanno portato a scoperte importanti. Grazie alla concessione del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali e della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, la campagna di ricerche è iniziata il 2 luglio e si è chiusa alla fine di settembre con grande soddisfazione dei ricercatori dell’Università di Ferrara coordinati da Marco Peresani, che da oltre cinque anni dirige lo studio scientifico di questo importante sito paleolitico.
Mai prima d’ora il centro di ricerca ferrarese aveva intrapreso tre mesi di attività incentrata sullo scavo di un singolo livello archeologico, ma la grande abbondanza di reperti e soprattutto il loro stato di conservazione hanno pienamente giustificato questo progetto sostenuto dalla National Geographic Society, dalla Comunità Montana della Lessinia, dal Comune di Fumane e dai molti sponsor che a vario titolo intervengono da alcuni anni (Impresa Roberto Gardina, Banca di Credito Cooperativo della Valpolicella, Cantine Albino Armani e molti altri).
L’obiettivo degli archeologi era quello di concludere l’esplorazione di uno strato risalente all’incirca a 48mila anni fa, scavato nelle altre zone della grotta nel corso degli anni precedenti. L’interesse era legato a un duplice obiettivo: acquisire informazioni complete sull’organizzazione dei gruppi di neandertaliani che avevano frequentato la grotta e raccogliere il maggior numero di ossa di uccelli possibile. Grazie alla collaborazione dei ricercatori e dei migliori studenti dell’Università di Ferrara e di alcuni dell’Università di Verona, i lavori sono stati condotti con estrema perizia e precisione, tanto da richiede costantemente l’impiego di aspiratori per scavare con la massima attenzione sedimenti così antichi.
In effetti, l’eccezionalità di Fumane è proprio quella di conservare livelli sottili uno o pochi più centimetri che conservano innumerevoli carboni, ossa e pietre scheggiate ma, soprattutto, resti di focolari. Gli archeologi in questi tre mesi di scavo ne hanno esposti circa una ventina, a testimonianza dell’intensa attività di cottura o affumicatura dei cibi da parte dei neandertaliani all’entrata della cavità. Ognuno di questi focolari è stato sezionato, documentato e campionato per carpirne le migliori informazioni possibili sul tipo di legna (larice e pino) utilizzato, l’eventuale impiego di erbe e grasso animale, la temperatura di combustione e il possibile riutilizzo nel corso della frequentazioni stagionali della cavità. Attorno a questi focolari sono state rinvenute schegge di selce adoperate come coltelli, punte e numerose ossa di erbivori come cervi e megaceri (grandi cervi estinti del Pleistocene), caprioli e stambecchi.
Anche il secondo obiettivo è stato pienamente raggiunto. Ad oltre un centinaio ammontano i resti di pennuti, di varie taglie e specie, che sono stati prontamente inviati al Laboratorio di Archeozoologia del Museo Pigorini a Roma per la determinazione tassonomica. Il ritrovamento conferma l’interesse dei Neanderthal verso questo tipo di animali e apre un ampio ventaglio di interrogativi sulle attitudini predatorie di questi nostri cugini estinti. Cacciavano? Catturavano? E con quali mezzi, in quali stagioni, con che scopo? Alimentario o simbolico/cerimoniale? Le ossa, bene conservate, potranno rilevare nell’immediato futuro tutte le eventuali tracce lasciate dall’Uomo.
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AIAC_974 - Altopiano di Pradis - 2010
Scoperta nel 2002 durante una campagna di prospezioni, la Grotta del Rio Secco si trova a 580m di quota sull’Altopiano di Pradis nel settore orientale delle Prealpi Carniche.
Si tratta di una grande grotta-riparo che si apre sul versante sinistro dell’incisione del torrente omonimo, a circa 20m di altezza rispetto al letto attuale. Il riparo è orientato a S e protegge per 6-7 metri un’ampia galleria quasi totalmente riempita di detriti tranne nel settore atriale, da dove prosegue per una decina di metri verso l’interno con direzione N/NW. L’area è limitata verso l’esterno da un cordone di grandi massi di crollo disposto grossomodo N-S, ai quali si appoggiano due muretti a secco, probabili resti di un ricovero utilizzato fino a poche decine di anni fa (figura). Il deposito forma una falda esterna che culmina in corrispondenza dell’attuale linea di pioggia, dove i grandi massi di crollo delineano l’estensione originaria dell’area riparata.
L’importanza del sito è stata colta in seguito all’apertura di un sondaggio nel 2002 che ha messo in luce una successione stratigrafica di 1,70 m di spessore senza peraltro raggiungere il substrato lapideo. Il contenuto paleontologico e archeologico di alcune delle unità stratigrafiche esposte dallo scavo ha rilevato l’esistenza di resti e manufatti ascrivibili al Paleolitico superiore, presumibilmente l’Epigravettiano e al Paleolitico medio finale, come provato anche dalla data radiocarbonio di 37.790±360 BP (LTL429A).