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AIAC_249 - Lavagnone - 2011
La campagna 2011, svoltasi dall’11 luglio al 5 agosto, ha interessato i settori D ed E.
Il settore D, vicino alla palude al centro del bacino e al punto di prelievo dei carotaggi per indagini paleoambientali, è stato aperto nel 2007 per ottenere un riscontro stratigrafico alla sequenza degli orizzonti distinguibili nelle carote. È un piccolo saggio (m 5x5) ove le operazioni di scavo sono fortemente ostacolate dalla ingente ingressione d’acqua.
Lo scavo ha interessato la parte sommitale del deposito individuando una serie di strati caratterizzati da una lieve pendenza E-W, probabilmente una zona di sponda soggetta ad interventi antropici segnati da apporti ghiaiosi. Le dimensioni dell’area limitano la comprensione degli aspetti strutturali, ma si segnala la consistente presenza di elementi lignei: pali verticali (spesso con testa piegata e spezzata) ed anche legni in giacitura orizzontale, come rilevato asportando US 4012, caratterizzata da un intrico di elementi lignei sovrapposti.
I livelli indagati si riferiscono ad un orizzonte di avanzato Bronzo Medio (BM III), fatto di rilievo nel contesto in esame e nell’intera finestra regionale benacense, dove questo orizzonte è scarsamente documentato attraverso scavi stratigrafici; indicatori cronologici sono un’ascia in bronzo ad alette mediane e alcune ceramiche (tra cui un’ansa con espansione semicircolare e profonda insellatura, un’ansa con appendici coniche laterali ed un’ansa a corna tronche con profonda insellatura).
Il settore E è stato aperto nel 2007 tra i settori A/Perini e C, per raccordarne le sequenze; la campagna 2011 si è limitata alla porzione occidentale del settore e più prossima al settore A (quadr. D-M /19-26, per un totale di 64 mq).
L’intervento ha riguardato livelli interpretabili come stesure antropiche di bonifica, caratterizzate da ciottoli in matrice, di evidente apporto artificiale, e da numerosi reperti tra cui ceramiche frammentate in situ.
Approfondendosi, il deposito assume carattere anaerobico ed infatti è a partire da questa quota che affiorano testate di pali verticali. Si rileva un allineamento nei quadr. D21-23, la cui associazione potrà essere avvalorata con analisi dendrocronologiche.
Dal punto di vista cronologico, si anticipano alcune considerazioni preliminari sui contesti più significativi per quantità di reperti. L’US 3073 corrisponde ad un assemblage caratterizzato dalla prevalenza di anse a corna tronche, riferibile al BM IIA; questo orizzonte era già stato individuato al Lavagnone (settore B), ma il complesso del settore E è più consistente e stratigraficamente affidabile. Il sottostante strato segna una fase di transizione BM IIA/BM I: alle anse a corna tronche si accompagnano tipologie più arcaiche: anse ad ascia, a T; si segnalano un frammento di capeduncola con ansa a flabello (confrontabile con esemplari noti a sud del Po: Chiaravalle della Colomba –PC, La Braglia –RE, o con anse ad ascia tipo Monate-Mercurago, riferibili al BM I) e una parete di biconico con enorme ansa a bottone, elemento finora ritenuto esclusivo del Bronzo antico.
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AIAC_249 - Lavagnone - 2012La campagna 2012 rappresenta la continuazione degli interventi dell’Università degli Studi di Milano, in corso dalle precedenti stagioni; ha interessato i settori D ed E, dove le indagini sono volte alle più recenti fasi di occupazione nel bacino. Gli orizzonti di Bronzo Medio pieno e finale che attualmente emergono nei settori D ed E sono stati finora riscontrati al Lavagnone solo in maniera limitata, da livelli superficiali fortemente erosi presso la sponda nord-occidentale (settore B) e da un piccolo sondaggio di Renato Perini verso la sponda sud-orientale.
Più in generale, anche nell’intera finestra regionale benacense queste fasi sono scarsamente documentate attraverso scavi stratigrafici, pertanto le ricerche in corso possono contribuire ad una più compiuta definizione del quadro del popolamento in ambito gardesano, relativamente alle fasi successive a quelle ben più note della antica età del Bronzo. Il contesto restituisce inoltre reperti culturali che si prestano a stabilire connessioni con il settore padano di _facies_ terramaricola.
Presso il settore D, di m 5x5, il contesto è di tipo anaerobico, fortemente intriso d’acqua per la vicinanza alla palude residuale. L’indagine ha interessato una serie di livelli di matrice limosa torbificata, di colore bruno, ricchi di sfasciume ligneo e, talvolta, con frammenti ceramici al tetto; nella parte più occidentale dell’area di scavo il deposito presenta una pendenza da E verso W e si caratterizza per l’alternanza di strati di sabbia grossolana di colore grigio-giallastro, ricchi di macroresti vegetali (corniolo, ghianda, mora...) e strati limo-sabbiosi. Le condizioni anaerobiche garantiscono l’ottima conservazione di reperti organici e di elementi lignei, molti dei quali riferibili a pali; le loro testate risultano spezzate e fortemente inclinate, quasi orizzontali, mentre la reale inclinazione, di circa 45°, è rilevabile negli strati sottostanti.
L’intervento presso il settore E ha interessato un’area di 64 mq; riguarda l’indagine di una serie di unità stratigrafiche estese, costituite da matrice di limo organico e contraddistinte dall’abbondante presenza di ciottoli; numerosi sono anche i reperti culturali, tra cui ceramiche frammentate in situ e abbondanti resti faunistici. Ad un’interpretazione preliminare è possibile si tratti di stesure antropiche con finalità di bonifica.
Con l’approfondimento dello scavo il deposito volge verso una situazione definitivamente anaerobica ed infatti è a partire dai livelli torbosi, raggiunti a fine campagna, che affiorano le teste di numerosi pali. Gli elementi lignei sono sub-verticali o lievemente inclinati in direzione da S a N e si riferiscono a strutture emergenti dai livelli sottostanti non in fase con le superfici esposte. Si rilevano degli allineamenti paralleli, ma la loro effettiva associazione potrà essere avvalorata solo con un programma di analisi dendrocronologiche di dettaglio.
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AIAC_2941 - Grotta di Cala di Biagio - 2012
Le operazioni di scavo si sono svolte dal 11 al 27 settembre 2012 ad opera di numerosi ricercatori, che si sono alternati sul posto in un numero massimo di 7 contemporaneamente. I lavori hanno riguardato i sedimenti di riempimento di una grotta carsica, situata in località Cala di Biagio nell’isola di Pianosa - Campo nell’Elba (Li). La grotta si apre a circa 6 metri slm, lungo la parete di uno sperone roccioso a pochi metri di distanza dal mare; lo spazio interno si articola in due diramazioni. Nella seconda metà dell’Ottocento il ramo sinistro della grotta fu oggetto di scavo archeologico ad opera dell'Abate Don Gaetano Chierici, i cui ritrovamenti sono ascrivibili genericamente all’età del bronzo. Lo stesso Chierici asportò depositi di terre rosse residuali ricchi di frammenti ossei, verso i quali non mostrò però alcun interesse.
La grotta si è formata nel Pleistocene superiore. Sulle pareti interne, parzialmente rivestite di speleotemi, si rinvengono fori di organismi litodomi fino alla quota di circa 7 m slm; questi si sarebbero formati durante l’ultimo livello di stazionamento alto del mare conosciuto come Trasgressione Tirreniana (Graciotti et al. 2003; 2008; Foresi, 2008).
I depositi contenenti la breccia ossifera (alcuni metri di spessore), costituendo il riempimento della grotta stessa, sono senz’altro posteriori alla fase tirreniana, di cui ricoprono le tracce, e precedono quelli dell’Età del Bronzo.
Durante il settembre 2012, lo scavo è stato avviato su due fronti. Il primo ha riguardato il piano della grotta, e il secondo il tetto. Infatti, con i precedenti scavi il Chierici aveva scavato nel deposito una sorta di galleria, lasciando intonso uno spessore di circa 1 m di deposito, costretto fra le pareti laterali della grotta e sospeso a circa 1.6 m di quota rispetto al fondo. Il deposito di tetto e quello di fondo, si riuniscono poi nella parete principale (non soggetta a scavo) a completare la successione stratigrafica. Lo scavo al tetto ha riguardato depositi in situ, quello al fondo ha invece interessato i depositi di risulta dello scavo del Chierici. Tutti i depositi scavati si sono rivelati ricchi di reperti ossei, fra i più interessanti quelli di un bovide e di un cervide, entrambi di taglia medio-piccola; numerosi anche i resti di uccelli e micromammiferi. Al momento, non sono stati fatti rinvenimenti attinenti all’uomo, né di tipo scheletrico, né manufatti.
Altri scavi sono previsti per una o due stagioni e si procederà lasciando sul posto “un testimone” dell’intera successione stratigrafica. Ciò potrà essere fatto in quanto è stato verificato che i resti ossei sono molto abbondanti e non si avrà difetto scientifico non asportando tutto il materiale. Operando in questo modo il sito manterrà valore in ogni sua peculiarità.
I resti recuperati sono custoditi presso l’Università di Siena per gli opportuni studi e sarebbe auspicabile potessero essere conservati/esposti in Pianosa qualora si realizzassero le opportune condizioni.