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AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2014
Le attività di studio del sito paleolitico di Guado San Nicola a Monteroduni (IS), oggetto di scavi sistematici dal 2008 al 2011 da parte dell’equipe di ricerca del Prof. Carlo Peretto dell’Università degli Studi di Ferrara, hanno finora consentito la ricostruzione del contesto paleoambientale, geomorfologico e cronologico del sito, delle strategie di sussistenze e del comportamento tecno-economico degli ominini che hanno frequentato l’area durante il Pleistocene medio, tra 400.000 e 350.000 anni fa.
L’interdisciplinarietà degli studi, unitamente all’integrazione dei contributi di specialisti provenienti da università e istituzioni nazionali e internazionali, hanno confermato l’importanza del sito di Guado San Nicola, la cui rilevanza non si limita al solo contesto locale ma acquisisce significato anche a livello europeo ed extra-europeo, viste la ricchezza della documentazione e l’attestazione di elementi innovativi dal punto di vista culturale quale la padronanza del metodo di scheggiatura Levallois.
La comparsa del metodo Levallois, che convenzionalmente segna il limite tra il Paleolitico inferiore e il Paleolitico medio e in Europa, allo stato attuale delle conoscenze, non risulta più antica di 350.000-300.000 anni fa. Pertanto il giacimento di Guado San Nicola, data la sua antichità, costituirebbe uno dei siti chiave nell’ambito del dibattito sull’origine dei complessi culturali del Paleolitico medio e delle sue relazioni con i complessi precedenti.
Vista l’importanza del sito, dal 7 al 26 luglio 2014 sono state effettuate specifiche analisi e attività di studio per approfondire determinati aspetti di rilevante interesse.
A seguito della sistemazione e revisione del materiale litico e paleontologico, è stato pianificato il programma dettagliato dello studio funzionale e tracceologico dell’industria litica, supportato dalle attività di sperimentazione della scheggiatura del materiale litico tramite l’utilizzo di percussori duri e teneri. Sono state poi condotte analisi dettagliate sugli aspetti archeozoologici, con particolare riferimento all’individuazione di strie di macellazione, morfotipi da fratturazione intenzionale e coni di percussione.
La presenza di stigmate da percussione su quattro palchi di cervidi risulta verosimilmente connessa all’utilizzo quali percussori nella scheggiatura del materiale litico, ipotesi corroborata dalle caratteristiche dell’industria litica.
Pertanto le analisi funzionali e le attività di sperimentazione consentiranno di meglio definire il comportamento tecnologico, le competenze tecniche, le scelte e le esigenze di produzione dei gruppi umani che hanno frequentato l’area di Monteroduni nel Pleistocene medio, confrontando i risultati con quanto noto a livello europeo.
Si è posta particolare attenzione all’analisi spaziale, analizzando la distribuzione dei reperti e la densità di questi, integrando i dati relativi all’insieme litico e faunistico con quelli spaziali e tafonomici, al fine di rilevare eventuali concentrazioni di origine antropica.
Si è proceduto poi al lavaggio del sedimento e al vaglio al fine di individuare resti di micromammiferi che potessero contribuire ad un più preciso inquadramento cronologico e paleoambientale del sito.
È stata, infine, effettuata una ricognizione dell’area circostante a quella oggetto di studio al fine di individuare fonti di approvvigionamento della materia prima.
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AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2016
Il sito di Guado San Nicola (Monteroduni, Molise) è datato a 379 ± 8 Ka (MIS 11/MIS 10) sulla base delle datazioni radiometriche (40Ar/39Ar, ESR-U/Th), le quali sono compatibili con la composizione dell’insieme faunistico (tra cui Cervus elaphus acoronatus, Equus ferus).
L’industria litica si caratterizza per l’attestazione precoce del metodo Levallois - che convenzionalmente segna il limite tra il Paleolitico inferiore e il Paleolitico medio in Europa - nell’ambito di un contesto sostanzialmente acheuleano, soprattutto per la presenza di numerosi bifacciali di forma e dimensioni molto varia. Per questi motivi Guado San Nicola viene a costituire uno dei siti più significativi per quanto riguarda l’origine dei complessi culturali del Paleolitico medio.
Anche nel corso del 2016 sono proseguite le verifiche stratigrafiche poste in luce da erosioni e lavori agricoli ed in particolare dal 10 al 24 luglio 2016 sono state effettuate ulteriori indagini di prospezione archeologica al fine di favorire le ricerche future. Particolare attenzione è stata posta alle attività di sistemazione agricola dell’area prossima agli scavi già condotti, che hanno consentito di recuperare alcuni reperti paleontologici e litici. È stata inoltre effettuata una ricognizione dell’area circostante a quella oggetto di scavo al fine di individuare fonti di approvvigionamento della materia prima.
Parallelamente alle attività sul campo sono proseguite le attività di laboratorio con analisi sui reperti paleontologici e litici. Di particolare interesse è lo studio funzionale e tracceologico dei reperti litici, supportato dalle attività di sperimentazione della scheggiatura con percussori duri e teneri ottenuti da frammenti di palchi di cervi. In effetti una caratteristica peculiare del giacimento è l’attestazione dell’uso del percussore tenero per la scheggiatura come dimostrano le caratteristiche delle schegge rinvenute nel contesto stratigrafico. Lo studio delle faune evidenzia la relazione con le attività umane, in particolare per la presenza di strie tipiche dell’attività di macellazione.
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AIAC_2717 - Pirro Nord - 2014
Il sito di Pirro Nord rappresenta la prima evidenza dell’arrivo dell’Uomo in Europa all’incirca 1,6-1,3 Milioni di anni fa. I reperti litici, associati a faune del Villafranchiano finale (unità faunistica di Pirro Nord), sono stati rinvenuti all’interno di una fessura riempita da sedimenti del Pleistocene inferiore. I reperti litici hanno permesso di definire quelle che sono state le strategie di sussistenza adottate dai primi uomini che hanno colonizzato l’Europa: catene operative corte, su materie prime di origine locale (essenzialmente selce), finalizzate principalmente all’ottenimento si schegge.
La ricchezza del sito paleontologico Pirro Nord è nota sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. I vertebrati fossili ammontano a 20 specie di anfibi e rettili, 47 specie di uccelli e oltre 40 specie di mammiferi. Le analisi sistematiche su questi ultimi hanno portato a delineare una comunità di animali caratterizzata da un elevato numero di erbivori, soprattutto cervidi, da Hystrix refossa, un istrice di grossa taglia, e dalla prima comparsa di ungulati con le specie Bison degiulii ed Equus altidens; tra i numerosi carnivori merita ricordare la grande iena Pachycrocuta brevirostris, le tigri dai denti a sciabola _Homotherium latidens_ e _Megantereon_ _whitei_ e i canidi _Lycaon_ _lycaonoides_ e _Canis_ _mosbachensis_ .
Nessun resto umano è stato ad oggi rinvenuto nel sito di Pirro Nord ed è pertanto impossibile determinare con precisione quale specie umana abbia prodotto gli “strumenti” litici rinvenuti. Tuttavia le recenti scoperte nel sito di Elefante (Sierra di Atapuerca, Spagna), dove alcuni resti umani datati a circa 1,2 milioni di anni fa sono stati ritrovati, potrebbero indurci a pensare che l’artigiano di Apricena fosse un arcaico _Homo_ _antecessor_ . Le schegge e i nuclei rinvenuti sono il frutto di una percussione diretta fatta con un ciottolo, probabilmente calcareo, su un altro ciottolo in selce e ci lasciano intuire che l’uomo già 1,5 milioni di anni fa lavorasse sapientemente la pietra con il fine di ottenere delle schegge dal margine tagliente, probabilmente utilizzate per le attività domestiche.
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AIAC_2717 - Pirro Nord - 2015
Il sito di Pirro Nord rappresenta la prima evidenza dell’arrivo dell’Uomo in Europa all’incirca 1,6-1,3 Milioni di anni fa. I reperti litici, associati a faune del Villafranchiano finale (unità faunistica di Pirro Nord), sono stati rinvenuti all’interno di una fessura riempita da sedimenti del Pleistocene inferiore. I reperti litici hanno permesso di definire quelle che sono state le strategie di sussistenza adottate dai primi uomini che hanno colonizzato l’Europa: catene operative corte, su materie prime di origine locale (essenzialmente selce), finalizzate principalmente all’ottenimento si schegge.
La ricchezza del sito paleontologico Pirro Nord è nota sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. I vertebrati fossili ammontano a 20 specie di anfibi e rettili, 47 specie di uccelli e oltre 40 specie di mammiferi. Le analisi sistematiche su questi ultimi hanno portato a delineare una comunità di animali caratterizzata da un elevato numero di erbivori, soprattutto cervidi, da _Hystrix refossa_, un istrice di grossa taglia, e dalla prima comparsa di ungulati con le specie _Bison degiulii_ ed _Equus altidens_; tra i numerosi carnivori merita ricordare la grande _iena Pachycrocuta brevirostris_, le tigri dai denti a sciabola _Homotherium latidens_ e _Megantereon whitei_ e i canidi _Lycaon lycaonoides_ e _Canis mosbachensis_.
Nessun resto umano è stato ad oggi rinvenuto nel sito di Pirro Nord ed è pertanto impossibile determinare con precisione quale specie umana abbia prodotto gli “strumenti” litici rinvenuti. Tuttavia le recenti scoperte nel sito di Elefante (Sierra di Atapuerca, Spagna), dove alcuni resti umani datati a circa 1,2 milioni di anni fa sono stati ritrovati, potrebbero indurci a pensare che l’artigiano di Apricena fosse un arcaico _Homo antecessor_. Le schegge e i nuclei rinvenuti sono il frutto di una percussione diretta fatta con un ciottolo, probabilmente calcareo, su un altro ciottolo in selce e ci lasciano intuire che l’uomo già 1,5 milioni di anni fa lavorasse sapientemente la pietra con il fine di ottenere delle schegge dal margine tagliente, probabilmente utilizzate per le attività domestiche.
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AIAC_2717 - Pirro Nord - 2016
Il sito di Pirro Nord rappresenta la prima evidenza dell’arrivo dell’Uomo in Europa all’incirca 1,6-1,3 Milioni di anni fa. I reperti litici, associati a faune del Villafranchiano finale (unità faunistica di Pirro Nord), sono stati rinvenuti all’interno di una fessura riempita da sedimenti del Pleistocene inferiore. I reperti litici hanno permesso di definire quelle che sono state le strategie di sussistenza adottate dai primi uomini che hanno colonizzato l’Europa: catene operative corte, su materie prime di origine locale (essenzialmente selce), finalizzate principalmente all’ottenimento di schegge.
La ricchezza del sito paleontologico Pirro Nord è nota sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. I vertebrati fossili ammontano a 20 specie di anfibi e rettili, 47 specie di uccelli e oltre 40 specie di mammiferi. Le analisi sistematiche su questi ultimi hanno portato a delineare una comunità di animali caratterizzata da un elevato numero di erbivori, soprattutto cervidi, da _Hystrix refossa_, un istrice di grossa taglia, e dalla prima comparsa di ungulati con le specie Bison degiulii ed _Equus altidens_; tra i numerosi carnivori merita ricordare la grande _iena Pachycrocuta brevirostris_, le tigri dai denti a sciabola _Homotherium latidens_ e _Megantereon whitei_ e i canidi _Lycaon lycaonoides_ e _Canis mosbachensis_.
Nessun resto umano è stato ad oggi rinvenuto nel sito di Pirro Nord ed è pertanto impossibile determinare con precisione quale specie umana abbia prodotto gli “strumenti” litici rinvenuti. Tuttavia le recenti scoperte nel sito di Elefante (Sierra di Atapuerca, Spagna), dove alcuni resti umani datati a circa 1,2 milioni di anni fa sono stati ritrovati, potrebbero indurci a pensare che l’artigiano di Apricena fosse un arcaico _Homo antecessor_. Le schegge e i nuclei rinvenuti sono il frutto di una percussione diretta fatta con un ciottolo, probabilmente calcareo, su un altro ciottolo in selce e ci lasciano intuire che l’uomo già 1,5 milioni di anni fa lavorasse sapientemente la pietra con il fine di ottenere delle schegge dal margine tagliente, probabilmente utilizzate per le attività domestiche.
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AIAC_2717 - Pirro Nord - 2017
Il sito di Pirro Nord rappresenta la prima evidenza dell’arrivo dell’Uomo in Europa all’incirca 1,6-1,3 Milioni di anni fa. I reperti litici, associati a faune del Villafranchiano finale (unità faunistica di Pirro Nord), sono stati rinvenuti all’interno di una fessura riempita da sedimenti del Pleistocene inferiore. I reperti litici hanno permesso di definire quelle che sono state le strategie di sussistenza adottate dai primi uomini che hanno colonizzato l’Europa: catene operative corte, su materie prime di origine locale (essenzialmente selce), finalizzate principalmente all’ottenimento si schegge.
Le attività umane sono altresì attestate grazie al ritrovamento di alcune tracce di macellazione, lasciate da strumenti litici, sulle diafisi di ossa lunghe, per lo più attribuite ad erbivori.
La ricchezza del sito paleontologico Pirro Nord è nota sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. I vertebrati fossili ammontano a 20 specie di anfibi e rettili, 47 specie di uccelli e oltre 40 specie di mammiferi. Le analisi sistematiche su questi ultimi hanno portato a delineare una comunità di animali caratterizzata da un elevato numero di erbivori, soprattutto cervidi, da Hystrix refossa, un istrice di grossa taglia, e dalla prima comparsa di ungulati con le specie Bison degiulii ed Equus altidens; tra i numerosi carnivori merita ricordare la grande iena Pachycrocuta brevirostris, le tigri dai denti a sciabola Homotherium latidens e Megantereon whitei e i canidi Lycaon lycaonoides e Canis mosbachensis.
Nessun resto umano è stato ad oggi rinvenuto nel sito di Pirro Nord ed è pertanto impossibile determinare con precisione quale specie umana abbia prodotto gli “strumenti” litici rinvenuti. Tuttavia le recenti scoperte nel sito di Elefante (Sierra di Atapuerca, Spagna), dove alcuni resti umani datati a circa 1,2 milioni di anni fa sono stati ritrovati, potrebbero indurci a pensare che l’artigiano di Apricena fosse un arcaico Homo antecessor. Le schegge e i nuclei rinvenuti sono il frutto di una percussione diretta fatta con un ciottolo, probabilmente calcareo, su un altro ciottolo in selce e ci lasciano intuire che l’uomo già 1,5 milioni di anni fa lavorasse sapientemente la pietra con il fine di ottenere delle schegge dal margine tagliente, probabilmente utilizzate per le attività domestiche.
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AIAC_3025 - Grotta della Ciota Ciara - 2014
Le indagini archeologiche nella Grotta della Ciota Ciara sono state riprese nel 2009 ad opera dell’Università degli Studi di Ferrara in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte. Precedentemente, gli scavi furono condotti dal Prof. Fedele (Istituto di Antropologia dell’università di Torino) dal dott. Isetti e dal dott. Strobino, nonché dalla Soprintenza del Piemonte.
I dati emersi dalla ripresa degli scavi hanno permesso di fare una prima ricostruzione dell’ambiente naturale e delle strategie di sussistenza adottate da _Homo neanderthalensis_ nel corso del Pleistocene medio.
L’analisi dei resti faunistici (sia micro che macro), che risultano essere particolarmente ricchi e ben differenziati, lasciano pensare un’attribuzione cronologica dei livelli atriali della Ciota Ciara al MIS 5 (80.000 -60.000 BP). Per quel che riguarda la macrofauna, il 90% circa dei resti determinabili rinvenuti sono da attribuirsi a _Ursus spelaeus_ , ma sono altresì stati rinvenuti alcuni resti attribuibili a: _Sus scrofa_ , _Ungulata_ e _Rupicapra_. Le specie di erbivori diventano sempre più importanti scendendo nella stratigrafia, ad attestare un’ occupazione sempre più intensa e duratura della grotta
Le industrie litiche rinvenute sono state ottenute su materie prime locali quali la selce e, soprattutto, il quarzo. Le aree di approvvigionamento non superano i 2-3 Km in linea d’aria, ad attestare come l’occupazione della grotta sia altresì dovuta alla presenza di materia prime oltre che al fatto di essere collocata all’incrocio di differenti biotopi.
I metodi di scheggiatura utilizzati hanno una forte componente opportunistica e prevalgono il metodo S.S.D.A (opportunista) e quello discoide, da segnalare anche la presenza di un débitage Levallois su quarzo (sia di tipo ricorrente centripeto che a scheggia preferenziale). Gli strumenti ritoccati, sebbene costituiscano una piccolissima parte dell’insieme litico, sono essenzialmente costituiti da raschiatoi e, in minor misura, denticolati.
L’ottima conservazione delle paleo superfici lascia ipotizzare che la grotta sia stata occupata, probabilmente durante i mesi più caldi, per periodi più o meno brevi a seconda dell’Unità Stratigrafica.
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AIAC_3025 - Grotta della Ciota Ciara - 2015
Le indagini archeologiche nella Grotta della Ciota Ciara sono state riprese nel 2009 ad opera dell’Università degli Studi di Ferrara in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte. Precedentemente, gli scavi furono condotti dal Prof. Fedele (Istituto di Antropologia dell’università di Torino) dal dott. Isetti e dal dott. Strobino, nonché dalla Soprintenza del Piemonte.
I dati emersi dalla ripresa degli scavi hanno permesso di fare una prima ricostruzione dell’ambiente naturale e delle strategie di sussistenza adottate da Homo neanderthalensis nel corso del Pleistocene medio.
L’analisi dei resti faunistici (sia micro che macro), che risultano essere particolarmente ricchi e ben differenziati, lasciano pensare un’attribuzione cronologica dei livelli atriali della Ciota Ciara al MIS 5 (80.000 -60.000 BP). Per quel che riguarda la macrofauna, l’80% circa dei resti determinabili rinvenuti sono da attribuirsi a _Ursus_ _spelaeus_ , ma sono altresì stati rinvenuti alcuni resti attribuibili a: _Sus_ _scrofa_ , _Ungulata_ e _Rupicapra_. Le specie di erbivori diventano sempre più importanti scendendo nella stratigrafia, ad attestare un’ occupazione sempre più intensa e duratura della grotta. I livelli basali, invece, attestano un’occupazione sporadica probabilmente legata ad attività di caccia.
Le industrie litiche rinvenute sono state ottenute su materie prime locali quali la selce e, soprattutto, il quarzo. Le aree di approvvigionamento non superano i 2-3 Km in linea d’aria, ad attestare come l’occupazione della grotta sia altresì dovuta alla presenza di materia prime oltre che al fatto di essere collocata all’incrocio di differenti biotopi.
I metodi di scheggiatura utilizzati hanno una forte componente opportunistica e prevalgono il metodo S.S.D.A (opportunista) e quello discoide, da segnalare anche la presenza di un débitage Levallois su quarzo (sia di tipo ricorrente centripeto che a scheggia preferenziale). Gli strumenti ritoccati, sebbene costituiscano una piccolissima parte dell’insieme litico, sono essenzialmente costituiti da raschiatoi e, in minor misura, denticolati.
L’ottima conservazione delle paleo superfici lascia ipotizzare che la grotta sia stata occupata, probabilmente durante i mesi più caldi, per periodi più o meno brevi a seconda dell’Unità Stratigrafica.
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AIAC_3025 - Grotta della Ciota Ciara - 2016
Le indagini archeologiche nella Grotta della Ciota Ciara sono state riprese nel 2009 ad opera dell’Università degli Studi di Ferrara in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia del Piemonte. Precedentemente, gli scavi furono condotti dal Prof. Fedele (Istituto di Antropologia dell’università di Torino) dal dott. Isetti e dal dott. Strobino, nonché dalla Soprintenza del Piemonte.
I dati emersi dalla ripresa degli scavi hanno permesso di fare una dettagliata ricostruzione dell’ambiente naturale e delle strategie di sussistenza adottate dall’uomo preistorico nel corso del Pleistocene medio.
L’analisi dei resti faunistici (sia micro che macro), che risultano essere particolarmente ricchi e ben differenziati, lasciano pensare un’attribuzione cronologica dei livelli atriali della Ciota Ciara al MIS 5. Per quel che riguarda la macrofauna, l’80% circa dei resti determinabili rinvenuti sono da attribuirsi a _Ursus spelaeus_, ma sono altresì stati rinvenuti alcuni resti attribuibili a: _Sus scrofa_, _Ungulata_ e _Rupicapra_. Le specie di erbivori diventano sempre più importanti scendendo nella stratigrafia, ad attestare un’occupazione sempre più intensa e duratura della grotta. I livelli basali, invece, attestano un’occupazione sporadica probabilmente legata ad attività di caccia.
Su alcuni resti di carnivori (soprattutto _Ursus spelaeus_ ) sono state rinvenute delle tracce di macellazione riconducibili sia ad uno sfruttamento per scopi alimentari che al recupero delle pellicce.
Le industrie litiche rinvenute sono state ottenute su materie prime locali quali la selce e, soprattutto, il quarzo. Le aree di approvvigionamento non superano i 2-3 Km in linea d’aria, ad attestare come l’occupazione della grotta sia altresì dovuta alla presenza di materia prime oltre che al fatto di essere collocata all’incrocio di differenti biotopi.
I metodi di scheggiatura utilizzati hanno una forte componente opportunistica e prevalgono il metodo S.S.D.A (opportunista) e quello discoide, da segnalare anche la presenza di un _débitage Levallois_ su quarzo (sia di tipo ricorrente centripeto che a scheggia preferenziale). Gli strumenti ritoccati, sebbene costituiscano una piccolissima parte dell’insieme litico, sono essenzialmente costituiti da raschiatoi e, in minor misura, denticolati.
L’ottima conservazione delle paleo superfici lascia ipotizzare che la grotta sia stata occupata, probabilmente durante i mesi più caldi, per periodi più o meno brevi a seconda dell’Unità Stratigrafica
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AIAC_543 - La Pineta - 2014
Dal 7 al 26 luglio 2014 il sito paleolitico di Isernia La Pineta è stato oggetto di attività di scavo e di studio da parte dell'Università degli Studi di Ferrara, con la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo.
Gli interventi di scavo condotti nel 2014 nel sito paleolitico di Isernia La Pineta si aprono con una importante scoperta che conferisce nuova forza alle consuete attività di ricerca e documentazione: un incisivo di un bambino, verosimilmente ascrivibile, in base alla cronologia del livello archeologico (ovvero circa 600.000 anni), a _Homo heidelbergensis_. Il dente allo stato attuale delle ricerche rappresenta il più antico resto umano rinvenuto in Italia. La scoperta, avvenuta grazie al lavaggio e al successivo vaglio del sedimento proveniente dallo scavo, riveste particolare importanza perché consente di far luce su u periodo cronologico scarsamente rappresentato da resti umani in Europa.
L’area oggetto delle attività di scavo è la medesima dell'anno precedente, ovvero il quadrante 1 del I settore di scavo, e include i quadrati 166-169-176-177-178-179. Lo scavo ha visto l’asportazione delle unità stratigrafiche 3s6-9 e 3 colluvio, che restituiscono reperti litici e faunistici, fino all'US 3b che si presenta sterile, fatta eccezione per alcuni frammenti di piccole dimensioni di osso e selce al contatto con la sovrastante US 3 colluvio. Nei quadrati 169, 178 e 179, asportato integralmente il livello sterile 3b, si giunge all’archeosuperficie 3c, scavata, tra il 1980 e il 1993, su una superficie di 52 mq. I reperti litici e paleontologici, la cui concentrazione è minore rispetto all’archeosuperficie 3a, sono inglobati da una matrice sabbiosa dello spessore di pochi centimetri.
Oltre all'applicazione delle consuete metodologie di scavo, di caratterizzazione stratigrafica e di analisi, catalogazione e restauro dei reperti, sono state applicate nuove tecnologie, sia per il rilevamento e la documentazione dei reperti in fase di scavo che per la restituzione 3D dell'archeosuperficie.
Relativamente al primo aspetto è stata portata avanti la sperimentazione di un nuovo metodo di rilevamento e documentazione, che vede l’eliminazione delle schede materiali cartacee e la registrazione, tramite l’utilizzo di un tablet, di tutte le informazioni relative al reperto che sono disponibili online in tempo reale su un sito appositamente dedicato.
Relativamente al rilievo fotogrammetrico della paleosuperficie, si segnala la sperimentazione dell’uso di un micro-drone multi-rotore (quadricottero) per riprese aeree. Il rilevo tridimensionale è stato eseguito dalla “Divisone droni” del Laboratorio ad Alta Tecnologia TekneHub dell’Università di Ferrara, in collaborazione con il laboratorio GREAL (Geographic Reseach and Application Laboratory) dell’Università Europea di Roma. Il rilievo tridimensionale dell’archeosuperificie 3a e dell’area attualmente in fase di scavo sarà utile sia a fini divulgativi che scientifici. Il modello potrà, infatti, essere utilizzato per una navigazione virtuale sulla superficie dello scavo e darà importanti informazioni inerenti la distribuzione spaziale dei reperti.
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AIAC_543 - La Pineta - 2015Dal 12 al 31 luglio 2015 il sito paleolitico di Isernia La Pineta è stato oggetto di attività di scavo e di studio da parte dell’Università degli Studi di Ferrara, con la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia del Molise.
L’area indagata (quadrati 156-157-158-159-166-176) è ubicata nel quadrante 1 del I settore di scavo. Le attività di scavo sono state orientate alla rimozione dell’unità 3 (depositi fluvio-lacustri con sabbie e ghiaie fini), ovvero, dall’alto verso il basso, dei livelli 3s1-5, 3s6-9, 3colluvio, 3s10 e 3b, al fine di raggiungere e mettere in luce l’archeosuperficie 3c. Questa archeosuperficie, scavata tra il 1980 e il 1993 su una superficie di 52 mq, costituisce la prima attestazione della frequentazione umana del sito di Isernia La Pineta. Essa si caratterizza per la presenza di resti paleontologici e litici inglobati in una matrice sabbiosa dello spessore di pochi centimetri che si colloca immediatamente al di sopra del livello di travertino.
I livelli oggetto di scavo hanno restituito reperti litici, perlopiù schegge in selce di piccole dimensioni, e paleontologici, frammenti indeterminabili di dimensioni varie ma anche significativi resti di grandi erbivori, tra i quali vertebre e corna di bisonte. I resti paleontologici sono stati sottoposti a pulizia, consolidamento e restauro.
Il rilievo planimetrico e dei reperti è stato facilitato dall’utilizzo di un sistema informatizzato creato ad hoc che consente di automatizzare e velocizzare le attività di documentazione in fase di scavo, riducendo il rischio di errori. Alla sostituzione della scheda di scavo cartacea con una scheda informatizzata costruita con Google Drive, si accompagna l’eliminazione della bussola grazie alla messa a punto di un programma che, tramite più punti rilevati con la stazione totale, consente il calcolo automatico della pendenza e dell’orientamento del reperto.
Il lavaggio e vaglio del sedimento ha consentito il recupero di resti di microfauna (perlopiù denti di roditori e vertebre di pesci), malacofauna, piccoli frammenti di macrofauna, piccole schegge e scarti di lavorazione in selce e cristalli di sanidino, particolarmente utili per le datazioni radiometriche.
A conclusione delle attività di ricerca, all’interno di un workshop organizzato dall’Università di Ferrara in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia del Molise, sono state presentate alla comunità scientifica e al grande pubblico le più recenti acquisizioni scientifiche sul sito di Isernia La Pineta. Particolare enfasi è stata posta sulla scoperta del dente umano rinvenuto nel 2014 nel livello 3 coll del sito di Isernia La Pineta, che, ascrivibile a circa 580.000 anni fa sulla base delle più recenti datazioni radiometriche, costituisce allo stato attuale delle ricerche il più antico resto umano in Italia. Il reperto, un incisivo mascellare di un bambino di circa 5-7 anni, attribuito a _Homo_ _sp._ , potrebbe verosimilmente essere attribuito a _Homo_ _heidelbergensis_ che in quel periodo aveva popolato il continente europeo.
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AIAC_543 - La Pineta - 2016
Dal 10 luglio al 6 agosto 2016 il sito paleolitico di Isernia La Pineta è stato oggetto di attività di scavo e di studio da parte dell’Università degli Studi di Ferrara, con la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Molise.
L’indagine si è estesa nei qq. 156-159, 166-169 e 174-179 del quadrante 1 del I settore di scavo, in parte già oggetto di esplorazione nel 2015. L’intervento è stato predisposto per la rimozione dell’unità 3 originata da depositi fluvio-lacustri con sabbie e ghiaie fini (dall’alto al basso i livelli interessati sono 3s1-5, 3s6-9, 3colluvio, 3s10 e 3b) allo scopo di mettere in luce l’archeosuperficie 3c, posta quasi a diretto contatto col travertino sottostante. La 3c, già indagata a partire dagli anni ’80, rappresenta la prima attestazione della frequentazione umana del sito di Isernia La Pineta in seguito alla riduzione delle aree umide. Si riscontrano concentrazioni minori di materiali rispetto alle archeosuperfici più recenti, tra questi si annoverano resti paleontologici e litici inglobati in una matrice sabbiosa rubefatta dello spessore di pochi centimetri.
L’industria litica si caratterizza per la presenza di schegge in selce di piccole dimensioni che non presentano tracce di trasporto postdeposizionale. Si annoverano frammenti ossei indeterminabili di dimensioni varie, ma anche alcuni resti di grandi erbivori, tra i quali vertebre di elefante e corna di bisonte. I materiali osteologici sono stati ripuliti e consolidati. A fine scavo l’archeosuperficie 3c è stata messa in luce in tutti i quadrati dell’area oggetto di ricerca ad eccezione dei quadrati 158 e 174-175.
La registrazione informatizzata dei dati di scavo, impostata direttamente sullo scavo, ha permesso l’immediato sviluppo del rilievo planimetrico grazie all’utilizzo di una stazione totale e all’uso di un sistema integrato di acquisizione (registrazione coordinate dei reperti, immagini ortorestituite, analisi GIS, ecc.).
Come di consueto, il vaglio del sedimento ha consentito il recupero di resti di microfauna (perlopiù denti di roditori e vertebre di pesci), malacofauna, piccoli frammenti di macrofauna, piccole schegge e scarti di lavorazione in selce e cristalli di sanidino, particolarmente utili per le datazioni radiometriche.
Durante la campagna di ricerca scientifica è stato organizzato un ciclo di conferenze presso il Museo Paleolitico di Isernia dal titolo “Pomeriggi al Museo. Scavi in corso a Isernia La Pineta: condividiamo le ricerche” con relatori italiani e stranieri. A fine campagna di scavo sono stati presentati al pubblico i risultati della ricerca scientifica presso la sala della Gea Medica di Isernia.
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AIAC_543 - La Pineta - 2017
Le attività di esplorazione del sito preistorico di Isernia La Pineta, dal 2 al 29 luglio 2017, sono state condotte dall'Università degli Studi di Ferrara, sotto la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (Prot. N. DG-ABAP 2846 Class. 34.31.07/25.1 Rinnovo per gli anni 2016-2018), in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Molise.
L’attività di scavo ha proseguito il lavoro dell’anno precedente per mettere in evidenza una parte della superficie archeologica denominata 3c, posta quasi a diretto contatto col travertino sottostante. L’indagine si è concentrata nei qq. 153-154-155-158-159-164-165-174-175 del quadrante 1 del I settore di scavo e ha visto l’asportazione dei depositi fluvio-lacustri costituiti da sabbie e ghiaie fini (dall’alto in basso i livelli interessati sono 3s1-5, 3s6-9, 3colluvio, 3s10 e 3b).
I livelli oggetto di scavo hanno restituito reperti litici, perlopiù schegge in selce di piccole dimensioni, e paleontologici, frammenti indeterminabili di dimensioni varie ma anche significativi resti di grandi erbivori.
Il rilievo planimetrico e dei reperti è stato facilitato dall’utilizzo di un sistema informatizzato: il ricercatore utilizza un tablet o uno smartphone incorporante l'applicazione di Google Doc come terminale per l'immissione dei dati, i quali sono utilizzabili in tempo reale e visualizzabili sulla pagina web dedicata
Si è provveduto inoltre al restauro sistematico dei reperti paleontologici e al lavaggio e al vaglio del sedimento che ha consentito il recupero di resti di microfauna (perlopiù denti di roditori e vertebre di pesci).
I lavori di scavo, documentazione e laboratorio (rilievo planimetrico e fotogrammetrico delle archeosuperfici, coordinamento dei reperti tramite l'uso della stazione totale, descrizione delle unità stratigrafiche, catalogazione e siglatura dei materiali rinvenuti, informatizzazione dei dati di scavo, lavaggio e vaglio del sedimento, restauro dei reperti rinvenuti, ecc.), sono stati accompagnati da laboratori aperti al pubblico e da escursioni didattiche sul territorio molisano. In particolare in tutti i giovedì del mese si sono svolti laboratori dal titolo “Vietato non toccare” per avvicinare il grande pubblico all’attività di ricerca.
Gli studiosi e i ricercatori, provenienti da numerose istituzioni scientifiche italiane e straniere, sono stati ospitati dall’Amministrazione Provinciale di Isernia nella struttura del Centro Europeo di Ricerche Preistoriche.