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AIAC_2717 - Pirro Nord - 2014
Il sito di Pirro Nord rappresenta la prima evidenza dell’arrivo dell’Uomo in Europa all’incirca 1,6-1,3 Milioni di anni fa. I reperti litici, associati a faune del Villafranchiano finale (unità faunistica di Pirro Nord), sono stati rinvenuti all’interno di una fessura riempita da sedimenti del Pleistocene inferiore. I reperti litici hanno permesso di definire quelle che sono state le strategie di sussistenza adottate dai primi uomini che hanno colonizzato l’Europa: catene operative corte, su materie prime di origine locale (essenzialmente selce), finalizzate principalmente all’ottenimento si schegge.
La ricchezza del sito paleontologico Pirro Nord è nota sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. I vertebrati fossili ammontano a 20 specie di anfibi e rettili, 47 specie di uccelli e oltre 40 specie di mammiferi. Le analisi sistematiche su questi ultimi hanno portato a delineare una comunità di animali caratterizzata da un elevato numero di erbivori, soprattutto cervidi, da Hystrix refossa, un istrice di grossa taglia, e dalla prima comparsa di ungulati con le specie Bison degiulii ed Equus altidens; tra i numerosi carnivori merita ricordare la grande iena Pachycrocuta brevirostris, le tigri dai denti a sciabola _Homotherium latidens_ e _Megantereon_ _whitei_ e i canidi _Lycaon_ _lycaonoides_ e _Canis_ _mosbachensis_ .
Nessun resto umano è stato ad oggi rinvenuto nel sito di Pirro Nord ed è pertanto impossibile determinare con precisione quale specie umana abbia prodotto gli “strumenti” litici rinvenuti. Tuttavia le recenti scoperte nel sito di Elefante (Sierra di Atapuerca, Spagna), dove alcuni resti umani datati a circa 1,2 milioni di anni fa sono stati ritrovati, potrebbero indurci a pensare che l’artigiano di Apricena fosse un arcaico _Homo_ _antecessor_ . Le schegge e i nuclei rinvenuti sono il frutto di una percussione diretta fatta con un ciottolo, probabilmente calcareo, su un altro ciottolo in selce e ci lasciano intuire che l’uomo già 1,5 milioni di anni fa lavorasse sapientemente la pietra con il fine di ottenere delle schegge dal margine tagliente, probabilmente utilizzate per le attività domestiche.
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AIAC_2717 - Pirro Nord - 2015
Il sito di Pirro Nord rappresenta la prima evidenza dell’arrivo dell’Uomo in Europa all’incirca 1,6-1,3 Milioni di anni fa. I reperti litici, associati a faune del Villafranchiano finale (unità faunistica di Pirro Nord), sono stati rinvenuti all’interno di una fessura riempita da sedimenti del Pleistocene inferiore. I reperti litici hanno permesso di definire quelle che sono state le strategie di sussistenza adottate dai primi uomini che hanno colonizzato l’Europa: catene operative corte, su materie prime di origine locale (essenzialmente selce), finalizzate principalmente all’ottenimento si schegge.
La ricchezza del sito paleontologico Pirro Nord è nota sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. I vertebrati fossili ammontano a 20 specie di anfibi e rettili, 47 specie di uccelli e oltre 40 specie di mammiferi. Le analisi sistematiche su questi ultimi hanno portato a delineare una comunità di animali caratterizzata da un elevato numero di erbivori, soprattutto cervidi, da _Hystrix refossa_, un istrice di grossa taglia, e dalla prima comparsa di ungulati con le specie _Bison degiulii_ ed _Equus altidens_; tra i numerosi carnivori merita ricordare la grande _iena Pachycrocuta brevirostris_, le tigri dai denti a sciabola _Homotherium latidens_ e _Megantereon whitei_ e i canidi _Lycaon lycaonoides_ e _Canis mosbachensis_.
Nessun resto umano è stato ad oggi rinvenuto nel sito di Pirro Nord ed è pertanto impossibile determinare con precisione quale specie umana abbia prodotto gli “strumenti” litici rinvenuti. Tuttavia le recenti scoperte nel sito di Elefante (Sierra di Atapuerca, Spagna), dove alcuni resti umani datati a circa 1,2 milioni di anni fa sono stati ritrovati, potrebbero indurci a pensare che l’artigiano di Apricena fosse un arcaico _Homo antecessor_. Le schegge e i nuclei rinvenuti sono il frutto di una percussione diretta fatta con un ciottolo, probabilmente calcareo, su un altro ciottolo in selce e ci lasciano intuire che l’uomo già 1,5 milioni di anni fa lavorasse sapientemente la pietra con il fine di ottenere delle schegge dal margine tagliente, probabilmente utilizzate per le attività domestiche.
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AIAC_2717 - Pirro Nord - 2016
Il sito di Pirro Nord rappresenta la prima evidenza dell’arrivo dell’Uomo in Europa all’incirca 1,6-1,3 Milioni di anni fa. I reperti litici, associati a faune del Villafranchiano finale (unità faunistica di Pirro Nord), sono stati rinvenuti all’interno di una fessura riempita da sedimenti del Pleistocene inferiore. I reperti litici hanno permesso di definire quelle che sono state le strategie di sussistenza adottate dai primi uomini che hanno colonizzato l’Europa: catene operative corte, su materie prime di origine locale (essenzialmente selce), finalizzate principalmente all’ottenimento di schegge.
La ricchezza del sito paleontologico Pirro Nord è nota sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. I vertebrati fossili ammontano a 20 specie di anfibi e rettili, 47 specie di uccelli e oltre 40 specie di mammiferi. Le analisi sistematiche su questi ultimi hanno portato a delineare una comunità di animali caratterizzata da un elevato numero di erbivori, soprattutto cervidi, da _Hystrix refossa_, un istrice di grossa taglia, e dalla prima comparsa di ungulati con le specie Bison degiulii ed _Equus altidens_; tra i numerosi carnivori merita ricordare la grande _iena Pachycrocuta brevirostris_, le tigri dai denti a sciabola _Homotherium latidens_ e _Megantereon whitei_ e i canidi _Lycaon lycaonoides_ e _Canis mosbachensis_.
Nessun resto umano è stato ad oggi rinvenuto nel sito di Pirro Nord ed è pertanto impossibile determinare con precisione quale specie umana abbia prodotto gli “strumenti” litici rinvenuti. Tuttavia le recenti scoperte nel sito di Elefante (Sierra di Atapuerca, Spagna), dove alcuni resti umani datati a circa 1,2 milioni di anni fa sono stati ritrovati, potrebbero indurci a pensare che l’artigiano di Apricena fosse un arcaico _Homo antecessor_. Le schegge e i nuclei rinvenuti sono il frutto di una percussione diretta fatta con un ciottolo, probabilmente calcareo, su un altro ciottolo in selce e ci lasciano intuire che l’uomo già 1,5 milioni di anni fa lavorasse sapientemente la pietra con il fine di ottenere delle schegge dal margine tagliente, probabilmente utilizzate per le attività domestiche.
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AIAC_2717 - Pirro Nord - 2017
Il sito di Pirro Nord rappresenta la prima evidenza dell’arrivo dell’Uomo in Europa all’incirca 1,6-1,3 Milioni di anni fa. I reperti litici, associati a faune del Villafranchiano finale (unità faunistica di Pirro Nord), sono stati rinvenuti all’interno di una fessura riempita da sedimenti del Pleistocene inferiore. I reperti litici hanno permesso di definire quelle che sono state le strategie di sussistenza adottate dai primi uomini che hanno colonizzato l’Europa: catene operative corte, su materie prime di origine locale (essenzialmente selce), finalizzate principalmente all’ottenimento si schegge.
Le attività umane sono altresì attestate grazie al ritrovamento di alcune tracce di macellazione, lasciate da strumenti litici, sulle diafisi di ossa lunghe, per lo più attribuite ad erbivori.
La ricchezza del sito paleontologico Pirro Nord è nota sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. I vertebrati fossili ammontano a 20 specie di anfibi e rettili, 47 specie di uccelli e oltre 40 specie di mammiferi. Le analisi sistematiche su questi ultimi hanno portato a delineare una comunità di animali caratterizzata da un elevato numero di erbivori, soprattutto cervidi, da Hystrix refossa, un istrice di grossa taglia, e dalla prima comparsa di ungulati con le specie Bison degiulii ed Equus altidens; tra i numerosi carnivori merita ricordare la grande iena Pachycrocuta brevirostris, le tigri dai denti a sciabola Homotherium latidens e Megantereon whitei e i canidi Lycaon lycaonoides e Canis mosbachensis.
Nessun resto umano è stato ad oggi rinvenuto nel sito di Pirro Nord ed è pertanto impossibile determinare con precisione quale specie umana abbia prodotto gli “strumenti” litici rinvenuti. Tuttavia le recenti scoperte nel sito di Elefante (Sierra di Atapuerca, Spagna), dove alcuni resti umani datati a circa 1,2 milioni di anni fa sono stati ritrovati, potrebbero indurci a pensare che l’artigiano di Apricena fosse un arcaico Homo antecessor. Le schegge e i nuclei rinvenuti sono il frutto di una percussione diretta fatta con un ciottolo, probabilmente calcareo, su un altro ciottolo in selce e ci lasciano intuire che l’uomo già 1,5 milioni di anni fa lavorasse sapientemente la pietra con il fine di ottenere delle schegge dal margine tagliente, probabilmente utilizzate per le attività domestiche.
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AIAC_3025 - Grotta della Ciota Ciara - 2014
Le indagini archeologiche nella Grotta della Ciota Ciara sono state riprese nel 2009 ad opera dell’Università degli Studi di Ferrara in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte. Precedentemente, gli scavi furono condotti dal Prof. Fedele (Istituto di Antropologia dell’università di Torino) dal dott. Isetti e dal dott. Strobino, nonché dalla Soprintenza del Piemonte.
I dati emersi dalla ripresa degli scavi hanno permesso di fare una prima ricostruzione dell’ambiente naturale e delle strategie di sussistenza adottate da _Homo neanderthalensis_ nel corso del Pleistocene medio.
L’analisi dei resti faunistici (sia micro che macro), che risultano essere particolarmente ricchi e ben differenziati, lasciano pensare un’attribuzione cronologica dei livelli atriali della Ciota Ciara al MIS 5 (80.000 -60.000 BP). Per quel che riguarda la macrofauna, il 90% circa dei resti determinabili rinvenuti sono da attribuirsi a _Ursus spelaeus_ , ma sono altresì stati rinvenuti alcuni resti attribuibili a: _Sus scrofa_ , _Ungulata_ e _Rupicapra_. Le specie di erbivori diventano sempre più importanti scendendo nella stratigrafia, ad attestare un’ occupazione sempre più intensa e duratura della grotta
Le industrie litiche rinvenute sono state ottenute su materie prime locali quali la selce e, soprattutto, il quarzo. Le aree di approvvigionamento non superano i 2-3 Km in linea d’aria, ad attestare come l’occupazione della grotta sia altresì dovuta alla presenza di materia prime oltre che al fatto di essere collocata all’incrocio di differenti biotopi.
I metodi di scheggiatura utilizzati hanno una forte componente opportunistica e prevalgono il metodo S.S.D.A (opportunista) e quello discoide, da segnalare anche la presenza di un débitage Levallois su quarzo (sia di tipo ricorrente centripeto che a scheggia preferenziale). Gli strumenti ritoccati, sebbene costituiscano una piccolissima parte dell’insieme litico, sono essenzialmente costituiti da raschiatoi e, in minor misura, denticolati.
L’ottima conservazione delle paleo superfici lascia ipotizzare che la grotta sia stata occupata, probabilmente durante i mesi più caldi, per periodi più o meno brevi a seconda dell’Unità Stratigrafica.
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AIAC_3025 - Grotta della Ciota Ciara - 2015
Le indagini archeologiche nella Grotta della Ciota Ciara sono state riprese nel 2009 ad opera dell’Università degli Studi di Ferrara in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte. Precedentemente, gli scavi furono condotti dal Prof. Fedele (Istituto di Antropologia dell’università di Torino) dal dott. Isetti e dal dott. Strobino, nonché dalla Soprintenza del Piemonte.
I dati emersi dalla ripresa degli scavi hanno permesso di fare una prima ricostruzione dell’ambiente naturale e delle strategie di sussistenza adottate da Homo neanderthalensis nel corso del Pleistocene medio.
L’analisi dei resti faunistici (sia micro che macro), che risultano essere particolarmente ricchi e ben differenziati, lasciano pensare un’attribuzione cronologica dei livelli atriali della Ciota Ciara al MIS 5 (80.000 -60.000 BP). Per quel che riguarda la macrofauna, l’80% circa dei resti determinabili rinvenuti sono da attribuirsi a _Ursus_ _spelaeus_ , ma sono altresì stati rinvenuti alcuni resti attribuibili a: _Sus_ _scrofa_ , _Ungulata_ e _Rupicapra_. Le specie di erbivori diventano sempre più importanti scendendo nella stratigrafia, ad attestare un’ occupazione sempre più intensa e duratura della grotta. I livelli basali, invece, attestano un’occupazione sporadica probabilmente legata ad attività di caccia.
Le industrie litiche rinvenute sono state ottenute su materie prime locali quali la selce e, soprattutto, il quarzo. Le aree di approvvigionamento non superano i 2-3 Km in linea d’aria, ad attestare come l’occupazione della grotta sia altresì dovuta alla presenza di materia prime oltre che al fatto di essere collocata all’incrocio di differenti biotopi.
I metodi di scheggiatura utilizzati hanno una forte componente opportunistica e prevalgono il metodo S.S.D.A (opportunista) e quello discoide, da segnalare anche la presenza di un débitage Levallois su quarzo (sia di tipo ricorrente centripeto che a scheggia preferenziale). Gli strumenti ritoccati, sebbene costituiscano una piccolissima parte dell’insieme litico, sono essenzialmente costituiti da raschiatoi e, in minor misura, denticolati.
L’ottima conservazione delle paleo superfici lascia ipotizzare che la grotta sia stata occupata, probabilmente durante i mesi più caldi, per periodi più o meno brevi a seconda dell’Unità Stratigrafica.
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AIAC_3025 - Grotta della Ciota Ciara - 2016
Le indagini archeologiche nella Grotta della Ciota Ciara sono state riprese nel 2009 ad opera dell’Università degli Studi di Ferrara in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia del Piemonte. Precedentemente, gli scavi furono condotti dal Prof. Fedele (Istituto di Antropologia dell’università di Torino) dal dott. Isetti e dal dott. Strobino, nonché dalla Soprintenza del Piemonte.
I dati emersi dalla ripresa degli scavi hanno permesso di fare una dettagliata ricostruzione dell’ambiente naturale e delle strategie di sussistenza adottate dall’uomo preistorico nel corso del Pleistocene medio.
L’analisi dei resti faunistici (sia micro che macro), che risultano essere particolarmente ricchi e ben differenziati, lasciano pensare un’attribuzione cronologica dei livelli atriali della Ciota Ciara al MIS 5. Per quel che riguarda la macrofauna, l’80% circa dei resti determinabili rinvenuti sono da attribuirsi a _Ursus spelaeus_, ma sono altresì stati rinvenuti alcuni resti attribuibili a: _Sus scrofa_, _Ungulata_ e _Rupicapra_. Le specie di erbivori diventano sempre più importanti scendendo nella stratigrafia, ad attestare un’occupazione sempre più intensa e duratura della grotta. I livelli basali, invece, attestano un’occupazione sporadica probabilmente legata ad attività di caccia.
Su alcuni resti di carnivori (soprattutto _Ursus spelaeus_ ) sono state rinvenute delle tracce di macellazione riconducibili sia ad uno sfruttamento per scopi alimentari che al recupero delle pellicce.
Le industrie litiche rinvenute sono state ottenute su materie prime locali quali la selce e, soprattutto, il quarzo. Le aree di approvvigionamento non superano i 2-3 Km in linea d’aria, ad attestare come l’occupazione della grotta sia altresì dovuta alla presenza di materia prime oltre che al fatto di essere collocata all’incrocio di differenti biotopi.
I metodi di scheggiatura utilizzati hanno una forte componente opportunistica e prevalgono il metodo S.S.D.A (opportunista) e quello discoide, da segnalare anche la presenza di un _débitage Levallois_ su quarzo (sia di tipo ricorrente centripeto che a scheggia preferenziale). Gli strumenti ritoccati, sebbene costituiscano una piccolissima parte dell’insieme litico, sono essenzialmente costituiti da raschiatoi e, in minor misura, denticolati.
L’ottima conservazione delle paleo superfici lascia ipotizzare che la grotta sia stata occupata, probabilmente durante i mesi più caldi, per periodi più o meno brevi a seconda dell’Unità Stratigrafica
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AIAC_543 - La Pineta - 2015Dal 12 al 31 luglio 2015 il sito paleolitico di Isernia La Pineta è stato oggetto di attività di scavo e di studio da parte dell’Università degli Studi di Ferrara, con la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia del Molise.
L’area indagata (quadrati 156-157-158-159-166-176) è ubicata nel quadrante 1 del I settore di scavo. Le attività di scavo sono state orientate alla rimozione dell’unità 3 (depositi fluvio-lacustri con sabbie e ghiaie fini), ovvero, dall’alto verso il basso, dei livelli 3s1-5, 3s6-9, 3colluvio, 3s10 e 3b, al fine di raggiungere e mettere in luce l’archeosuperficie 3c. Questa archeosuperficie, scavata tra il 1980 e il 1993 su una superficie di 52 mq, costituisce la prima attestazione della frequentazione umana del sito di Isernia La Pineta. Essa si caratterizza per la presenza di resti paleontologici e litici inglobati in una matrice sabbiosa dello spessore di pochi centimetri che si colloca immediatamente al di sopra del livello di travertino.
I livelli oggetto di scavo hanno restituito reperti litici, perlopiù schegge in selce di piccole dimensioni, e paleontologici, frammenti indeterminabili di dimensioni varie ma anche significativi resti di grandi erbivori, tra i quali vertebre e corna di bisonte. I resti paleontologici sono stati sottoposti a pulizia, consolidamento e restauro.
Il rilievo planimetrico e dei reperti è stato facilitato dall’utilizzo di un sistema informatizzato creato ad hoc che consente di automatizzare e velocizzare le attività di documentazione in fase di scavo, riducendo il rischio di errori. Alla sostituzione della scheda di scavo cartacea con una scheda informatizzata costruita con Google Drive, si accompagna l’eliminazione della bussola grazie alla messa a punto di un programma che, tramite più punti rilevati con la stazione totale, consente il calcolo automatico della pendenza e dell’orientamento del reperto.
Il lavaggio e vaglio del sedimento ha consentito il recupero di resti di microfauna (perlopiù denti di roditori e vertebre di pesci), malacofauna, piccoli frammenti di macrofauna, piccole schegge e scarti di lavorazione in selce e cristalli di sanidino, particolarmente utili per le datazioni radiometriche.
A conclusione delle attività di ricerca, all’interno di un workshop organizzato dall’Università di Ferrara in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia del Molise, sono state presentate alla comunità scientifica e al grande pubblico le più recenti acquisizioni scientifiche sul sito di Isernia La Pineta. Particolare enfasi è stata posta sulla scoperta del dente umano rinvenuto nel 2014 nel livello 3 coll del sito di Isernia La Pineta, che, ascrivibile a circa 580.000 anni fa sulla base delle più recenti datazioni radiometriche, costituisce allo stato attuale delle ricerche il più antico resto umano in Italia. Il reperto, un incisivo mascellare di un bambino di circa 5-7 anni, attribuito a _Homo_ _sp._ , potrebbe verosimilmente essere attribuito a _Homo_ _heidelbergensis_ che in quel periodo aveva popolato il continente europeo.
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AIAC_543 - La Pineta - 2016
Dal 10 luglio al 6 agosto 2016 il sito paleolitico di Isernia La Pineta è stato oggetto di attività di scavo e di studio da parte dell’Università degli Studi di Ferrara, con la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Molise.
L’indagine si è estesa nei qq. 156-159, 166-169 e 174-179 del quadrante 1 del I settore di scavo, in parte già oggetto di esplorazione nel 2015. L’intervento è stato predisposto per la rimozione dell’unità 3 originata da depositi fluvio-lacustri con sabbie e ghiaie fini (dall’alto al basso i livelli interessati sono 3s1-5, 3s6-9, 3colluvio, 3s10 e 3b) allo scopo di mettere in luce l’archeosuperficie 3c, posta quasi a diretto contatto col travertino sottostante. La 3c, già indagata a partire dagli anni ’80, rappresenta la prima attestazione della frequentazione umana del sito di Isernia La Pineta in seguito alla riduzione delle aree umide. Si riscontrano concentrazioni minori di materiali rispetto alle archeosuperfici più recenti, tra questi si annoverano resti paleontologici e litici inglobati in una matrice sabbiosa rubefatta dello spessore di pochi centimetri.
L’industria litica si caratterizza per la presenza di schegge in selce di piccole dimensioni che non presentano tracce di trasporto postdeposizionale. Si annoverano frammenti ossei indeterminabili di dimensioni varie, ma anche alcuni resti di grandi erbivori, tra i quali vertebre di elefante e corna di bisonte. I materiali osteologici sono stati ripuliti e consolidati. A fine scavo l’archeosuperficie 3c è stata messa in luce in tutti i quadrati dell’area oggetto di ricerca ad eccezione dei quadrati 158 e 174-175.
La registrazione informatizzata dei dati di scavo, impostata direttamente sullo scavo, ha permesso l’immediato sviluppo del rilievo planimetrico grazie all’utilizzo di una stazione totale e all’uso di un sistema integrato di acquisizione (registrazione coordinate dei reperti, immagini ortorestituite, analisi GIS, ecc.).
Come di consueto, il vaglio del sedimento ha consentito il recupero di resti di microfauna (perlopiù denti di roditori e vertebre di pesci), malacofauna, piccoli frammenti di macrofauna, piccole schegge e scarti di lavorazione in selce e cristalli di sanidino, particolarmente utili per le datazioni radiometriche.
Durante la campagna di ricerca scientifica è stato organizzato un ciclo di conferenze presso il Museo Paleolitico di Isernia dal titolo “Pomeriggi al Museo. Scavi in corso a Isernia La Pineta: condividiamo le ricerche” con relatori italiani e stranieri. A fine campagna di scavo sono stati presentati al pubblico i risultati della ricerca scientifica presso la sala della Gea Medica di Isernia.
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AIAC_543 - La Pineta - 2017
Le attività di esplorazione del sito preistorico di Isernia La Pineta, dal 2 al 29 luglio 2017, sono state condotte dall'Università degli Studi di Ferrara, sotto la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (Prot. N. DG-ABAP 2846 Class. 34.31.07/25.1 Rinnovo per gli anni 2016-2018), in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Molise.
L’attività di scavo ha proseguito il lavoro dell’anno precedente per mettere in evidenza una parte della superficie archeologica denominata 3c, posta quasi a diretto contatto col travertino sottostante. L’indagine si è concentrata nei qq. 153-154-155-158-159-164-165-174-175 del quadrante 1 del I settore di scavo e ha visto l’asportazione dei depositi fluvio-lacustri costituiti da sabbie e ghiaie fini (dall’alto in basso i livelli interessati sono 3s1-5, 3s6-9, 3colluvio, 3s10 e 3b).
I livelli oggetto di scavo hanno restituito reperti litici, perlopiù schegge in selce di piccole dimensioni, e paleontologici, frammenti indeterminabili di dimensioni varie ma anche significativi resti di grandi erbivori.
Il rilievo planimetrico e dei reperti è stato facilitato dall’utilizzo di un sistema informatizzato: il ricercatore utilizza un tablet o uno smartphone incorporante l'applicazione di Google Doc come terminale per l'immissione dei dati, i quali sono utilizzabili in tempo reale e visualizzabili sulla pagina web dedicata
Si è provveduto inoltre al restauro sistematico dei reperti paleontologici e al lavaggio e al vaglio del sedimento che ha consentito il recupero di resti di microfauna (perlopiù denti di roditori e vertebre di pesci).
I lavori di scavo, documentazione e laboratorio (rilievo planimetrico e fotogrammetrico delle archeosuperfici, coordinamento dei reperti tramite l'uso della stazione totale, descrizione delle unità stratigrafiche, catalogazione e siglatura dei materiali rinvenuti, informatizzazione dei dati di scavo, lavaggio e vaglio del sedimento, restauro dei reperti rinvenuti, ecc.), sono stati accompagnati da laboratori aperti al pubblico e da escursioni didattiche sul territorio molisano. In particolare in tutti i giovedì del mese si sono svolti laboratori dal titolo “Vietato non toccare” per avvicinare il grande pubblico all’attività di ricerca.
Gli studiosi e i ricercatori, provenienti da numerose istituzioni scientifiche italiane e straniere, sono stati ospitati dall’Amministrazione Provinciale di Isernia nella struttura del Centro Europeo di Ricerche Preistoriche.