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AIAC_543 - La Pineta - 2004
Il sito individuato alla fine degli anni '70 del secolo scorso a nord est della città, è stato attrezzato per rispondere alle esigenze di accurati scavi stratigrafici e delle più moderne indagini interdisciplinari, che consentano di tracciare un quadro esauriente sull'evoluzione del territorio e sul suo più antico popolamento.
Nel Paleolitico inferiore, intorno a 700.000 anni fa, piccoli gruppi di individui che vivevano di cacciava hanno scelto un'area in prossimità di un corso d'acqua, accampandovisi più volte.
Negli strati sono stati individuati i resti dell'attività di caccia con alcune ossa, selezionate e fratturate intenzionalmente, di vari tipi di selvaggina, gli strumenti in selce e in calcare e blocchi di pietra depositati in grande quantità a "lastricare" una delle superfici esplorate.
L'ampliamento degli scavi negli ultimi anni ha consentito di portare avanti l'individuazione delle archeosuperfici: quella denominata 3a, caratterizzata da notevole ricchezza di reperti e da segmenti anatomici di fauna conservati interamente, e l'altra, definita 3S10, di cui si sta ancora valutando il meccanismo relazionale con la precedente.
Situazioni e discontinuità stratigrafiche consentono interpretazioni più articolate sulla posizione sedimentaria degli strati e sulla formazione delle archeosuperfici. Sono stati individuati un affioramento di depositi travertinosi tra superfici acquitrinose e laghetti più o meno ampi, "isolotti" che offrivano sicurezza ai cacciatori paleolitici.
Inoltre gli scavi hanno consentito il recupero, il posizionamento e la classificazione di abbondantissimo materiale sia archeologico che paleontologico. (Cristiana Terzani)
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AIAC_543 - La Pineta - 2009
Le campagne di scavo effettuate sul sito paleolitico di Isernia La Pineta sono rese possibili grazie ad una stretta collaborazione tra la Soprintendenza Archeologica del Molise, l’Università degli Studi di Ferrara ed il Centro Europeo di Ricerche Preistoriche di Isernia che da anni operano attivamente alle diverse attività di ricerca scientifica, studio e valorizzazione del sito.
Le campagne hanno visto la partecipazione di numerosi ricercatori e studenti dei corsi di laurea, italiani e stranieri che hanno dato un valido supporto alle diverse attività di ricerca; scopo delle attività è stato l’ampliamento dell’area situata all’interno del padiglione degli scavi che si configura come naturale continuazione dell’esplorazione degli anni precedenti.
La serie stratigrafica del giacimento è ampia ed articolata, con successioni di depositi fluviali, limosi, argillosi e ghiaiosi al cui interno sono state individuate le archeosuperfici rispettivamente identificate con le sigle 3c, 3a e 3S10 del I settore di scavo e 3a del II settore di scavo. Tutte si caratterizzano per la forte concentrazione di resti paleontologici e di industria litica, che recenti datazioni inseriscono in una forbice d’età compresa tra i 700.000 e 600.000 anni BP.
L’area oggetto di intervento ha interessato un’estensione di circa 20 mq localizzata a ridosso dell’archeosuperficie 3a, dove si è proceduto all’asportazione dei livelli sovrastanti la archeosuperficie denominati rispettivamente 3colluvio e 3S6-9.
Nel complesso di tutti i livelli indagati e di tutti i quadrati oggetto di scavo, il materiale archeologico risulta essere molto abbondante; numerosi sono infatti resti ossei recuperati tra cui denti isolati, frammenti di mandibola, vertebre, omero, falangi soprattutto di bisonti, nonché frammenti diafisari tra cui spicca la messa in luce di un grande frammento diafisario attribuibile per dimensioni ad un elefante, di una difesa di elefante, e di un palco di megacero completamente integro e molto ben conservato.
Lo studio paleontologico del materiale ha permesso il riconoscimento di nuove specie faunistiche che vanno ad ampliare sempre di più lo spettro delle faune presenti ad Isernia in un determinato periodo del Pleistocene medio.
Si tratta di singoli frammenti attribuibili, nello specifico, al leopardo ( _Panthera pardus_ ), alla iena ( _Hyaena_ cfr. _Hyaena brunnea_ ), al castoro ( _Castor fiber_ ) e alla macaca ( _Macaca sylvanus_ ).
Per l’industria litica si ha la netta predominanza degli elementi in selce su quelli in calcare e in travertino; tra i reperti in selce la caratterizzazione tipologica più frequente è quella delle schegge, seguita dai nuclei e dai _debris_. Per il calcare la categoria più frequente è quella dei ciottoli non modificati a cui seguono i ciottoli scheggiati tipo “chopper” e le schegge. Per il travertino dominano i blocchetti di piccole-medie dimensioni.
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AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2010
La campagna di scavo è stata condotta dal 24 Maggio al 30 luglio e ha visto la partecipazione di numerosi ricercatori e studenti dei corsi di laurea, italiani e stranieri che hanno dato un valido supporto alle diverse attività di ricerca . E’ stata posta in luce la stessa situazione stratigrafica già riscontrata nei sondaggi degli anni precedenti con la successione di livelli di origine fluvio-lacustre (ghiaie, sabbie e argille) intercalati a sedimenti di origine vulcanica (tufo) anche in deposizione primaria, contenenti abbondante materiale paleontologico e preistorico.
La registrazione planimetrica e stratigrafica dei materiali, delle planimetrie e delle sequenze stratigrafiche sono state possibile grazie al supporto della stazione totale GEO-TOP GTS 605.
Il materiale litico raccolto è abbondante e si caratterizza per la presenza di numerosi bifacciali, in selce ed in calcare, associati a schegge e nuclei, strumenti e percussori. Tra gli strumenti si annoverano soprattutto raschiatoi e denticolati.
Abbondante è la fauna rappresentata da resti dentari e diafisari di erbivori di grossa taglia, tra cui cervidi, rinoceronti, elefanti, bovini e cavalli. Particolare è il rinvenimento di numerosi resti di palchi di cervidi, tra cui porzioni basali con rosetta, frammenti di aste e numerosi frammenti di pugnali. Lo studio archeozoologico ha permesso l’individuazione di strie riconducibili ad attività di taglio (macellazione) mediante l’utilizzo di uno strumento litico
Per le analisi sedimentologiche, palinologiche e radiometriche, diverse sono state le campionature delle varie US. In particolare per le datazioni radiometriche si è proceduto al prelievo di 5 campioni di sedimento nelle immediate vicinanze di resti dentari in precedenza selezionati mediante l’utilizzo di strumentazione specifica che misura il decadimento radioattivo.
Massima cura è stata posta nel restauro del materiale osseo in quanto i resti si presentano diversamente interessati da fenomeni post deposizionali che hanno influito, su una diversa scala di valori, nella loro conservazione.
I dati acquisiti in scavo sono stati informatizzati con la creazione di una banca dati alfanumerica sempre aggiornabile, da incrociare con un’ulteriore banca dati in Acces contenente la registrazione di tutti i codici delle schede RA riconosciute dal sistema informatizzato del Ministero per i Beni Culturali. La cartografia realizzata è stata interfacciata con la banca dati delle schede tramite l’applicazione del programma Arcview, che gestisce i dati raccolti al fine di creare un sistema georeferenziato che possa impostare una qualsiasi analisi di distribuzione spaziale e statistica.
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AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2011
Le attività di scavo sono state rivolte alla definizione particolareggiata dei depositi esplorati negli anni scorsi, con particolare attenzione ai livelli antropici, anche attraverso la raccolta di campioni per analisi di laboratorio.
Si sono, inoltre, approfonditi gli aspetti geomorfologici dell’area sulla quale insiste il giacimento per comprendere le modalità di formazione dell’intera sequenza posta in luce con lo scavo. Per questo motivo sono state riaperte le aree esplorate negli anni scorsi, è stata realizzata una trincea di raccordo, sono stati realizzati quattro nuovi sondaggi per la verifica del contesto stratigrafico, si è attuata una prospezione del territorio fino al fiume Volturno.
Queste attività hanno consentito di precisare la successione stratigrafica di seguito descritta dal basso verso l’alto:
US E - Conglomerato grossolano di ciottoli di calcare e di selce con frazione varia, in matrice sabbiosa, con limite superiore troncato, erosivo e cementato; presenta un’ampia distribuzione, riconducibile ad una piana alluvionale. Rappresenta un deposito fluviale di fiume maturo a elevata energia con direzione della corrente verso Nord, contraria a quella attuale del Volturno, almeno nell’area dello scavo indagata.
US D – Limi e sabbie riferibili a tre episodi, anche a stratigrafia incrociata, che dal basso verso l’alto hanno spessori di 7,10 e 40 cm.; presenza di rari ciottoli arrotondati di calcare e di selce.
US C – Colata di depositi ricchi di materiali vulcanici dello spessore medio di 80 cm.; non si esclude la possibilità di azioni idriche del tutto occasionali e la messa in posto di depositi vulcanici primari. Notevole presenza di reperti preistorici talvolta con evidenti tracce di fluitazione.
US B - Colata di detrito dello spessore di circa 20 cm., formatasi in più fasi, con energia più consistente rispetto alle US sottostanti; abbondante presenza di resti dell’attività antropica soprattutto nella frazione inferiore. I manufatti litici sono privi, fatte poche eccezioni, di trasporto postdeposizionale.
US A – Sedimenti limoso argillosi, con anfiboli e miche, contenenti sporadici ciottoli di calcare di dimensioni ce
ntimetriche; spessore compreso tra i 20 e 40 cm. con limite inferiore netto e ondulato; il tetto è sub-orizzontale, erosivo.
US “tufo” – Deposito vulcanico sterile, con spessore medio di 60 cm., contenente grosse pomici in matrice fine con cristalli di feldspati, miche. I limiti inferiore e superiore sono netti.
Si avanza l’ipotesi che l’uomo abbia frequentato quest’area per approvigionarsi della selce per la produzione di strumenti. Infatti l’area si caratterizza per antiche erosioni che hanno messo in luce i livelli ghiaiosi della US E ricchi di lastrine fluitate, anche di ragguardevoli dimensioni. Questa ipotesi bene si accorda con la presenza di numerose colate di terra e/o di detrito lungo un versante in erosione, con i ricoprimenti rapidi delle evidenze antropiche.
Nell’ambito dei resti paleontologi particolarmente frequenti sono i resti appartenenti a cavallo e cervidi. L’industria litica è riconducibile all’Acheuleano; numerosi sono i bifacciali associati a strumenti su scheggia quali raschiatoi e denticolati, talvolta anche di buona fattura. Si annoverano materiali riconducili all’ambito levallois.
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AIAC_265 - Grotta Reali - 2006
La scoperta del giacimento musteriano di Grotta Reali, nel comune di Rocchetta a Volturno (Is), risale al 2001, a seguito di ricognizioni in località Olivella, nei pressi della Madonna delle Grotte, zona interessata da fenomeni di carsismo che prendono forma di cavità di varia ampiezza.
Poiché la grotta si apre alla base di una parete di travertino interessata da lavori di cava che ne hanno alterato la morfologia, le ricerche si sono svolte in forma di prospezioni e raccolte sistematiche di materiale litico e faunistico di superficie. Questa prima fase si è incrociata con lo studio dei reperti litici che, in assenza di dati sulle modalità di formazione del deposito, hanno permesso una collocazione cronologica del complesso in un orizzonte recente del Paleolitico medio (75-35000 anni fa) e alla facies del Musteriano.
Lo scavo sistematico e stratigrafico ha messo in evidenza un sito antropizzato, come rivela il recupero, di abbondante materiale litico in giacitura primaria. In particolare, reperti litici e ossei recanti tracce di alterazione da calore. Tali evidenze, unite alla presenza di cenere e frustoli carboniosi e, in generale, alla forte componente organica, lasciano ipotizzare che si tratti di un focolare o di un’estesa area di combustione. L’elevato grado di frammentarietà di reperti ossei risulta imputabile all’attività antropica, come rivela la presenza, su alcuni elementi, di strie di macellazione e incavi di percussione. Le determinazioni faunistiche hanno rilevato la presenza di diverse specie quali cervo, capriolo, stambecco, uro, orso, iena, volpe e lupo, alcune delle quali probabilmente cacciate in un’area prossima alla grotta. La presenza di uccelli acquatici, come l’anatra, chiarisce il tipo di ambiente circostante la grotta, verosimilmente caratterizzato dalla presenza di specchi d’acqua. (MiBAC)
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AIAC_267 - Paradiso - 2002
Nel corso del 2003, dopo una prima campagna nel 2002, l’indagine archeologica ha previsto lo studio di due settori adiacenti. Il saggio orientale ha rilevato, al di sotto dello strato di travertino che caratterizza l’area, ulteriori tracce di frequentazione antropica risalenti a una fase tarda dell’Età del Bronzo.
L’indagine del 2004 ha ampliato lo scavo nel livello superiore riportando alla luce altre testimonianze antropiche, approfondite successivamente nel 2005. Lo scavo è stato volto all’esplorazione sia del livello superiore, riferibile ad una fase avanzata del Subappenninico, sia di quello inferiore, che sembra ascrivibile a un momento iniziale dello stesso periodo. Dal livello superiore provengono contenitori ceramici di grandi dimensioni ospitati in una leggera depressione forse ottenuta artificialmente. Potrebbe trattarsi di un’area aperta per attività non definibili, svolte anche con l’uso del fuoco (una struttura di combustione delimitata da pietre è stata messa in luce nel 2004), o parte di un’abitazione di grandi dimensioni, di cui non si conservano le tracce degli elementi portanti (buche di palo) o di delimitazione. Al di fuori di questa leggera depressione, il livello superiore si ritrova con lembi seguiti per una ridotta estensione verso nord- est e nord-ovest, dove il taglio di età storica sembra essere stato meno profondo.
Il livello inferiore è stato indagato con 2 saggi.
Le ricerche più recenti hanno ampliato l’area di indagine verso sud, dove si hanno tracce della prosecuzione dell’ampia struttura a pianta ellissoidale già in parte messa in luce. E’ stato esplorato un nuovo settore a nord-ovest dove è stato rinvenuto il deposito riferibile alla struttura ellissoidale. Si hanno tracce di un’ulteriore struttura con caratteristiche analoghe alla precedente e con estensione verso nord. Un terzo saggio è stato aperto a est della struttura principale. Le testimonianze non sono molto consistenti, ma si hanno indizi di sistemazione intenzionale dell’area per la presenza di radi ciottoli. Il quarto saggio, più a sud-est, restituisce frammenti di ceramica e manufatti in selce, sebbene manchino tracce di strutture in posto. E’ probabile che si tratti un deposito formatosi per un fenomeno di trasporto da un’area adiacente di reperti che attestano comunque una frequentazione della zona da fasi non avanzate dell’età del Bronzo. (MiBAC)
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AIAC_541 - Casalpiano - 2002
Dalla tarda età repubblicana l'insediamento rurale doveva avere notevoli proporzioni: strutture e materiali pertinenti affiorano nei terreni agricoli circostanti, tanto da ipotizzare l'esistenza di un vicus.
Ai quartieri residenziali (parte interessata dall'esplorazione archeologica) e servili dovevano affiancarsi le dipendenze con gli impianti di produzione e conservazione. L'economia del sito sembra fondarsi sullo sfruttamento delle risorse agricole, ma si provvedeva anche alla lavorazione dei prodotti e ad attività semindustriali.
Alla fine del II-inizi del I secolo a.C. appartengono alcuni ambienti con pavimenti in opus signinum a decorazione geometrica. Il complesso viene ampliato nella prima età imperiale, con costruzione di nuovi ambienti delimitati da muri in opus reticulatum e di un impianto termale, un vano con suspensurae fittili.
Gli scavi condotti all'interno della badia romanica di S. Maria di Casalpiano, nei vani annessi e all'esterno hanno messo in luce un complesso di oltre 70 sepolture. L'utilizzo sepolcrale dell'area si inquadra nella fase alto medievale (dal VI/VII secolo d.C.), coincidendo con l'abbandono e il crollo della villa rustica dopo il V secolo d.C. Le tombe, fittamente disposte con orientamento uniforme (E-W) con copertura e rivestimento di lastre e blocchetti di pietra, sono per lo più prive di corredo.
Anche in età medievale il complesso benedettino si colloca come elemento ordinatore del territorio agricolo circostante. L'insediamento monastico doveva comprendere una serie di edifici, con relativi annessi, in parte evidenziati con gli scavi. Dati di archivio ci informano che intorno all'anno Mille esistevano in questo sito due chiese, che vengono offerte all'abate di Montecassino. (Cristiana Terzani)
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AIAC_542 - Piazza Celestino V - 2004
Uno scavo di emergenza nel corso di lavori di pavimentazione di una piazza (Celestino V) nel centro storico di Isernia metteva in luce un notevole segmento della cinta fortificata della colonia di Aesernia ellenistica.
Le mura si conservano, sia pure con interferenze di varie infrastrutture moderne, per l'intera ampiezza della piazza, interrompendosi solo al limite est dell'area esplorata, verosimilmente per la presenza di una porta: attraversate qui da varie canalizzazioni medievali e da una conduttura, coeva alle mura, in elementi cilindrici di cotto.
La struttura di grandi blocchi ben connessi è conservata per due ordini, con un filare di fondazione di conci a superficie meno rifinita e aggettante; continuava certamente in elevato, come si evidenzia dagli alloggiamenti in superficie per altri filari soprastanti. I blocchi hanno contorno irregolare, sono addossati ad altri blocchi e scheggioni verso il terrapieno che contengono.
L'impianto originario, coevo alla colonia, è riferibile alla prima metà del III secolo a.C. Verso la metà del tracciato si innestano strutture murarie di conglomerato di pietrame e malta ortogonali alle mura, pertinenti ad una torre, di età almeno tardoantica, tagliate in parte da una canalizzazione moderna.
Nella parte est è testimoniato anche un uso sepolcrale dell'area, riferibile verosimilmente alla fase medievale. (Cristiana Terzani)
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AIAC_543 - La Pineta - 2010
La campagna di ricerca scientifica per l’anno 2010 è stata condotta nel periodo 5-30 luglio e ha visto la partecipazione di numerosi ricercatori e studenti dei corsi di laurea, italiani e stranieri che hanno dato un valido supporto alle diverse attività di ricerca.
L’obiettivo della campagna è stato volto all’ampliamento dell’area situata all’interno del padiglione degli scavi e si è configurata quale naturale continuazione dell’esplorazione degli anni precedenti. Le attività svolte sono state le seguenti:
- scavo e messa in luce dei reperti attraverso l’utilizzo di bisturi, punteruoli, cazzuole e scalpelli;
- registrazione delle informazioni relative a ogni reperto mediante la compilazione di una scheda materiali cartacea redatta per ogni quadrato e US che prevede la rilevazione, con bussola, dell’inclinazione e dell’orientamento del pezzo, nonché il calcolo delle coordinate spaziali mediante la stazione totale (modello GTS-605), e fotografia generale del quadrato che si sta coordinando per la successiva fase di disegno planimetrico mediante software specifico di ortorestituzione;
- asportazione del materiale e attività di restauro in situ;
- disegno delle sezioni archeologiche e compilazione delle schede US secondo i canoni previsti dall’Ufficio del Catalogo Generale;
- lavaggio e siglatura dei reperti litici in selce e calcare;
- attività di lavaggio e vaglio del sedimento asportato in fase di scavo;
- attività di restauro paleontologico.
_Lo scavo_
L’area oggetto di intervento ha interessato un’estensione di circa 9 mq localizzata a ridosso dell’archeosuperficie 3a, dove si è proceduto alla continuazione dello scavo dei quadrati già attivati negli anni precedenti e all’apertura di nuovi quadrati fondamentali per l’ampliamento e l’individuazione della stessa archeosuperficie.
Nelle fasi di scavo sono stati seguiti nel loro sviluppo orizzontale e verticali, e di conseguenza rilevati planimetricamente e asportati, due principali livelli stratigrafici denominati, secondo la definizione proposta da Coltorti et alii (1983) e Ferrari et alii (1992), rispettivamente 3colluvio e 3S6-9.
_I reperti raccolti_
Nel complesso di tutti i livelli indagati e di tutti i quadrati oggetto di scavo, il materiale archeologico risulta essere molto abbondante; numerosi sono infatti i resti ossei recuperati tra cui denti isolati, frammenti di mandibola, vertebre, omeri, falangi soprattutto di bisonti ed un canino di ippopotamo.
Per l’industria litica si ha la netta predominanza degli elementi in selce su quelli in calcare e in travertino; tra i reperti in selce la caratterizzazione tipologica più frequente è quella delle schegge, seguita dai nuclei e dai _debris_. Per il calcare la categoria più frequente è quella dei ciottoli non modificati a cui seguono i ciottoli scheggiati tipo “chopper” e le schegge.
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AIAC_543 - La Pineta - 2011
Le attività di esplorazione, condotte dal 4 al 9 luglio, hanno interessato il livello 3coll nei quadrati 138, 157, 167, 168, 169. Successivamente particolare attenzione viene posta nell’asportazione dei materiali della 3a nei quadrati 167 e 168 con l’intento di approfondire lo scavo fino al raggiungimento dei livelli sottostanti (3b e successivamente 3c). In questi due quadrati si evidenzia la transizione verso la sequenza stratigrafica già esplorata nel 1992 col sondaggio realizzato per consentire la messa in posto di uno dei piloni del nuovo padiglione degli scavi ora in uso. Infatti la paleosuperficie 3a è ricoperta parzialmente da un deposito sabbioso verdastro ricco di cristalli piroclastici già noto in letteratura come 3G. Si procede quindi all’asportazione del sottostante limo sterile (3b) dello spessore di circa 70 cm. di colore grigio verdastro, più argilloso alla base. Il sottostante 3c si identifica per il colore rosso cupo screziato e per la consistenza decisamente sabbiosa, ricco di abbondanti concrezioni di ferro manganese ad andamento irregolare. Si individuano reperti litici e ossei, tra i quali una vertebra di erbivoro. La superficie 3c non è omogenea perché condizionata dall’andamento irregolare del sottostante travertino.
Tutti i reperti sono stati cartografati con l’ausilio dell’ortofotogrammetria e della stazione totale; inoltre si è provveduto alla loro determinazione con l’inserimento di ogni informazione dimensionale, tipologica e stratigrafica nel data base generale dell’insediamento. Il terriccio asportato è stato lavato e setacciato con maglie di 1 millimetro al fine di recuperare anche i più minuti frammenti ed in particolare i microvertebrati (anfibi, uccelli e roditori).
L’attività è stata orientata anche verso il al controllo dei materiali già scavati negli anni precedenti. Si sono avviate inoltre le attività di restauro di frammenti ossei di grosse dimensioni e la verifica delle determinazione dei reperti posti sulla paleo superficie 3a. Quest’ultima revisione ha consentito l’individuazione di due significati frammenti cranici di megalocero asportati per favorirne lo studio. La loro rimozioni che ha comportato un impegno di più persone per almeno due settimane.
Si è provveduto inoltre al restauro sistematico dei reperti paleontologici. L’intervento, semplice per i frammenti più ridotti, è stato complesso e piuttosto lungo per i materiali di grandi dimensioni, con particolare riferimento a vertebre, frammenti cranici, palchi di cervidi, mandibole e costole.