Name
Carlo Peretto
Organisation Name
Università degli Studi di Ferrara - Dipartimento di Studi Umanistici

Season Director

  • AIAC_543 - La Pineta - 2004
    Il sito individuato alla fine degli anni '70 del secolo scorso a nord est della città, è stato attrezzato per rispondere alle esigenze di accurati scavi stratigrafici e delle più moderne indagini interdisciplinari, che consentano di tracciare un quadro esauriente sull'evoluzione del territorio e sul suo più antico popolamento. Nel Paleolitico inferiore, intorno a 700.000 anni fa, piccoli gruppi di individui che vivevano di cacciava hanno scelto un'area in prossimità di un corso d'acqua, accampandovisi più volte. Negli strati sono stati individuati i resti dell'attività di caccia con alcune ossa, selezionate e fratturate intenzionalmente, di vari tipi di selvaggina, gli strumenti in selce e in calcare e blocchi di pietra depositati in grande quantità a "lastricare" una delle superfici esplorate. L'ampliamento degli scavi negli ultimi anni ha consentito di portare avanti l'individuazione delle archeosuperfici: quella denominata 3a, caratterizzata da notevole ricchezza di reperti e da segmenti anatomici di fauna conservati interamente, e l'altra, definita 3S10, di cui si sta ancora valutando il meccanismo relazionale con la precedente. Situazioni e discontinuità stratigrafiche consentono interpretazioni più articolate sulla posizione sedimentaria degli strati e sulla formazione delle archeosuperfici. Sono stati individuati un affioramento di depositi travertinosi tra superfici acquitrinose e laghetti più o meno ampi, "isolotti" che offrivano sicurezza ai cacciatori paleolitici. Inoltre gli scavi hanno consentito il recupero, il posizionamento e la classificazione di abbondantissimo materiale sia archeologico che paleontologico. (Cristiana Terzani)
  • AIAC_543 - La Pineta - 2009
    Le campagne di scavo effettuate sul sito paleolitico di Isernia La Pineta sono rese possibili grazie ad una stretta collaborazione tra la Soprintendenza Archeologica del Molise, l’Università degli Studi di Ferrara ed il Centro Europeo di Ricerche Preistoriche di Isernia che da anni operano attivamente alle diverse attività di ricerca scientifica, studio e valorizzazione del sito. Le campagne hanno visto la partecipazione di numerosi ricercatori e studenti dei corsi di laurea, italiani e stranieri che hanno dato un valido supporto alle diverse attività di ricerca; scopo delle attività è stato l’ampliamento dell’area situata all’interno del padiglione degli scavi che si configura come naturale continuazione dell’esplorazione degli anni precedenti. La serie stratigrafica del giacimento è ampia ed articolata, con successioni di depositi fluviali, limosi, argillosi e ghiaiosi al cui interno sono state individuate le archeosuperfici rispettivamente identificate con le sigle 3c, 3a e 3S10 del I settore di scavo e 3a del II settore di scavo. Tutte si caratterizzano per la forte concentrazione di resti paleontologici e di industria litica, che recenti datazioni inseriscono in una forbice d’età compresa tra i 700.000 e 600.000 anni BP. L’area oggetto di intervento ha interessato un’estensione di circa 20 mq localizzata a ridosso dell’archeosuperficie 3a, dove si è proceduto all’asportazione dei livelli sovrastanti la archeosuperficie denominati rispettivamente 3colluvio e 3S6-9. Nel complesso di tutti i livelli indagati e di tutti i quadrati oggetto di scavo, il materiale archeologico risulta essere molto abbondante; numerosi sono infatti resti ossei recuperati tra cui denti isolati, frammenti di mandibola, vertebre, omero, falangi soprattutto di bisonti, nonché frammenti diafisari tra cui spicca la messa in luce di un grande frammento diafisario attribuibile per dimensioni ad un elefante, di una difesa di elefante, e di un palco di megacero completamente integro e molto ben conservato. Lo studio paleontologico del materiale ha permesso il riconoscimento di nuove specie faunistiche che vanno ad ampliare sempre di più lo spettro delle faune presenti ad Isernia in un determinato periodo del Pleistocene medio. Si tratta di singoli frammenti attribuibili, nello specifico, al leopardo ( _Panthera pardus_ ), alla iena ( _Hyaena_ cfr. _Hyaena brunnea_ ), al castoro ( _Castor fiber_ ) e alla macaca ( _Macaca sylvanus_ ). Per l’industria litica si ha la netta predominanza degli elementi in selce su quelli in calcare e in travertino; tra i reperti in selce la caratterizzazione tipologica più frequente è quella delle schegge, seguita dai nuclei e dai _debris_. Per il calcare la categoria più frequente è quella dei ciottoli non modificati a cui seguono i ciottoli scheggiati tipo “chopper” e le schegge. Per il travertino dominano i blocchetti di piccole-medie dimensioni.
  • AIAC_543 - La Pineta - 2014
    Dal 7 al 26 luglio 2014 il sito paleolitico di Isernia La Pineta è stato oggetto di attività di scavo e di studio da parte dell'Università degli Studi di Ferrara, con la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Gli interventi di scavo condotti nel 2014 nel sito paleolitico di Isernia La Pineta si aprono con una importante scoperta che conferisce nuova forza alle consuete attività di ricerca e documentazione: un incisivo di un bambino, verosimilmente ascrivibile, in base alla cronologia del livello archeologico (ovvero circa 600.000 anni), a _Homo heidelbergensis_. Il dente allo stato attuale delle ricerche rappresenta il più antico resto umano rinvenuto in Italia. La scoperta, avvenuta grazie al lavaggio e al successivo vaglio del sedimento proveniente dallo scavo, riveste particolare importanza perché consente di far luce su u periodo cronologico scarsamente rappresentato da resti umani in Europa. L’area oggetto delle attività di scavo è la medesima dell'anno precedente, ovvero il quadrante 1 del I settore di scavo, e include i quadrati 166-169-176-177-178-179. Lo scavo ha visto l’asportazione delle unità stratigrafiche 3s6-9 e 3 colluvio, che restituiscono reperti litici e faunistici, fino all'US 3b che si presenta sterile, fatta eccezione per alcuni frammenti di piccole dimensioni di osso e selce al contatto con la sovrastante US 3 colluvio. Nei quadrati 169, 178 e 179, asportato integralmente il livello sterile 3b, si giunge all’archeosuperficie 3c, scavata, tra il 1980 e il 1993, su una superficie di 52 mq. I reperti litici e paleontologici, la cui concentrazione è minore rispetto all’archeosuperficie 3a, sono inglobati da una matrice sabbiosa dello spessore di pochi centimetri. Oltre all'applicazione delle consuete metodologie di scavo, di caratterizzazione stratigrafica e di analisi, catalogazione e restauro dei reperti, sono state applicate nuove tecnologie, sia per il rilevamento e la documentazione dei reperti in fase di scavo che per la restituzione 3D dell'archeosuperficie. Relativamente al primo aspetto è stata portata avanti la sperimentazione di un nuovo metodo di rilevamento e documentazione, che vede l’eliminazione delle schede materiali cartacee e la registrazione, tramite l’utilizzo di un tablet, di tutte le informazioni relative al reperto che sono disponibili online in tempo reale su un sito appositamente dedicato. Relativamente al rilievo fotogrammetrico della paleosuperficie, si segnala la sperimentazione dell’uso di un micro-drone multi-rotore (quadricottero) per riprese aeree. Il rilevo tridimensionale è stato eseguito dalla “Divisone droni” del Laboratorio ad Alta Tecnologia TekneHub dell’Università di Ferrara, in collaborazione con il laboratorio GREAL (Geographic Reseach and Application Laboratory) dell’Università Europea di Roma. Il rilievo tridimensionale dell’archeosuperificie 3a e dell’area attualmente in fase di scavo sarà utile sia a fini divulgativi che scientifici. Il modello potrà, infatti, essere utilizzato per una navigazione virtuale sulla superficie dello scavo e darà importanti informazioni inerenti la distribuzione spaziale dei reperti.

Season Team

  • AIAC_265 - Grotta Reali - 2006
    La scoperta del giacimento musteriano di Grotta Reali, nel comune di Rocchetta a Volturno (Is), risale al 2001, a seguito di ricognizioni in località Olivella, nei pressi della Madonna delle Grotte, zona interessata da fenomeni di carsismo che prendono forma di cavità di varia ampiezza. Poiché la grotta si apre alla base di una parete di travertino interessata da lavori di cava che ne hanno alterato la morfologia, le ricerche si sono svolte in forma di prospezioni e raccolte sistematiche di materiale litico e faunistico di superficie. Questa prima fase si è incrociata con lo studio dei reperti litici che, in assenza di dati sulle modalità di formazione del deposito, hanno permesso una collocazione cronologica del complesso in un orizzonte recente del Paleolitico medio (75-35000 anni fa) e alla facies del Musteriano. Lo scavo sistematico e stratigrafico ha messo in evidenza un sito antropizzato, come rivela il recupero, di abbondante materiale litico in giacitura primaria. In particolare, reperti litici e ossei recanti tracce di alterazione da calore. Tali evidenze, unite alla presenza di cenere e frustoli carboniosi e, in generale, alla forte componente organica, lasciano ipotizzare che si tratti di un focolare o di un’estesa area di combustione. L’elevato grado di frammentarietà di reperti ossei risulta imputabile all’attività antropica, come rivela la presenza, su alcuni elementi, di strie di macellazione e incavi di percussione. Le determinazioni faunistiche hanno rilevato la presenza di diverse specie quali cervo, capriolo, stambecco, uro, orso, iena, volpe e lupo, alcune delle quali probabilmente cacciate in un’area prossima alla grotta. La presenza di uccelli acquatici, come l’anatra, chiarisce il tipo di ambiente circostante la grotta, verosimilmente caratterizzato dalla presenza di specchi d’acqua. (MiBAC)
  • AIAC_2717 - Pirro Nord - 2011
    Il sito di Pirro Nord rappresenta la prima evidenza dell’arrivo dell’Uomo in Europa all’incirca 1,6-1,3 Milioni di anni fa. I reperti litici, associati a faune del Villafranchiano finale (unità faunistica di Pirro Nord), sono stati rinvenuti all’interno di una fessura riempita da sedimenti del Pleistocene inferiore. I reperti litici hanno permesso di definire quelle che sono state le strategie di sussistenza adottate dai primi uomini che hanno colonizzato l’Europa: catene operative corte, su materie prime di origine locale (essenzialmente selce), finalizzate principalmente all’ottenimento si schegge. La ricchezza del sito paleontologico Pirro Nord è nota sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. I vertebrati fossili ammontano a 20 specie di anfibi e rettili, 47 specie di uccelli e oltre 40 specie di mammiferi. Le analisi sistematiche su questi ultimi hanno portato a delineare una comunità di animali caratterizzata da un elevato numero di erbivori, soprattutto cervidi, da _Hystrix refossa_, un istrice di grossa taglia, e dalla prima comparsa di ungulati con le specie _Bison degiulii_ ed _Equus altidens_; tra i numerosi carnivori merita ricordare la grande iena _Pachycrocuta brevirostris_, le tigri dai denti a sciabola _Homotherium latidens_ e _Megantereon whitei_ e i canidi _Lycaon lycaonoides_ e _Canis mosbachensis._ Nessun resto umano è stato ad oggi rinvenuto nel sito di Pirro Nord ed è pertanto impossibile determinare con precisione quale specie umana abbia prodotto gli “strumenti” litici rinvenuti. Tuttavia le recenti scoperte nel sito di Elefante (Sierra di Atapuerca, Spagna), dove alcuni resti umani datati a circa 1,2 milioni di anni fa sono stati ritrovati, potrebbero indurci a pensare che l’artigiano di Apricena fosse un arcaico Homo antecessor. Le schegge e i nuclei rinvenuti sono il frutto di una percussione diretta fatta con un ciottolo, probabilmente calcareo, su un altro ciottolo in selce e ci lasciano intuire che l’uomo già 1,5 milioni di anni fa lavorasse sapientemente la pietra con il fine di ottenere delle schegge dal margine tagliente, probabilmente utilizzate per le attività domestiche.
  • AIAC_2717 - Pirro Nord - 2012
    Il sito di Pirro Nord rappresenta la prima evidenza dell’arrivo dell’Uomo in Europa all’incirca 1,6-1,3 Milioni di anni fa. I reperti litici, associati a faune del Villafranchiano finale (unità faunistica di Pirro Nord), sono stati rinvenuti all’interno di una fessura riempita da sedimenti del Pleistocene inferiore. I reperti litici hanno permesso di definire quelle che sono state le strategie di sussistenza adottate dai primi uomini che hanno colonizzato l’Europa: catene operative corte, su materie prime di origine locale (essenzialmente selce), finalizzate principalmente all’ottenimento si schegge. La ricchezza del sito paleontologico Pirro Nord è nota sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. I vertebrati fossili ammontano a 20 specie di anfibi e rettili, 47 specie di uccelli e oltre 40 specie di mammiferi. Le analisi sistematiche su questi ultimi hanno portato a delineare una comunità di animali caratterizzata da un elevato numero di erbivori, soprattutto cervidi, da _Hystrix_ _ refossa_ , un istrice di grossa taglia, e dalla prima comparsa di ungulati con le specie _Bison degiuli_ ed _Equus altidens_ ; tra i numerosi carnivori merita ricordare la grande iena _Pachycrocuta brevirostris_ , le tigri dai denti a sciabola _Homotherium latidens_ e _Megantereo_ : _whitei_ e i canidi _Lycaon lycaonoides_ e _Canis mosbachensis_ . Nessun resto umano è stato ad oggi rinvenuto nel sito di Pirro Nord ed è pertanto impossibile determinare con precisione quale specie umana abbia prodotto gli “strumenti” litici rinvenuti. Tuttavia le recenti scoperte nel sito di Elefante (Sierra di Atapuerca, Spagna), dove alcuni resti umani datati a circa 1,2 milioni di anni fa sono stati ritrovati, potrebbero indurci a pensare che l’artigiano di Apricena fosse un arcaico _Homo antecessor_. Le schegge e i nuclei rinvenuti sono il frutto di una percussione diretta fatta con un ciottolo, probabilmente calcareo, su un altro ciottolo in selce e ci lasciano intuire che l’uomo già 1,5 milioni di anni fa lavorasse sapientemente la pietra con il fine di ottenere delle schegge dal margine tagliente, probabilmente utilizzate per le attività domestiche.
  • AIAC_2717 - Pirro Nord - 2016
    Il sito di Pirro Nord rappresenta la prima evidenza dell’arrivo dell’Uomo in Europa all’incirca 1,6-1,3 Milioni di anni fa. I reperti litici, associati a faune del Villafranchiano finale (unità faunistica di Pirro Nord), sono stati rinvenuti all’interno di una fessura riempita da sedimenti del Pleistocene inferiore. I reperti litici hanno permesso di definire quelle che sono state le strategie di sussistenza adottate dai primi uomini che hanno colonizzato l’Europa: catene operative corte, su materie prime di origine locale (essenzialmente selce), finalizzate principalmente all’ottenimento di schegge. La ricchezza del sito paleontologico Pirro Nord è nota sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. I vertebrati fossili ammontano a 20 specie di anfibi e rettili, 47 specie di uccelli e oltre 40 specie di mammiferi. Le analisi sistematiche su questi ultimi hanno portato a delineare una comunità di animali caratterizzata da un elevato numero di erbivori, soprattutto cervidi, da _Hystrix refossa_, un istrice di grossa taglia, e dalla prima comparsa di ungulati con le specie Bison degiulii ed _Equus altidens_; tra i numerosi carnivori merita ricordare la grande _iena Pachycrocuta brevirostris_, le tigri dai denti a sciabola _Homotherium latidens_ e _Megantereon whitei_ e i canidi _Lycaon lycaonoides_ e _Canis mosbachensis_. Nessun resto umano è stato ad oggi rinvenuto nel sito di Pirro Nord ed è pertanto impossibile determinare con precisione quale specie umana abbia prodotto gli “strumenti” litici rinvenuti. Tuttavia le recenti scoperte nel sito di Elefante (Sierra di Atapuerca, Spagna), dove alcuni resti umani datati a circa 1,2 milioni di anni fa sono stati ritrovati, potrebbero indurci a pensare che l’artigiano di Apricena fosse un arcaico _Homo antecessor_. Le schegge e i nuclei rinvenuti sono il frutto di una percussione diretta fatta con un ciottolo, probabilmente calcareo, su un altro ciottolo in selce e ci lasciano intuire che l’uomo già 1,5 milioni di anni fa lavorasse sapientemente la pietra con il fine di ottenere delle schegge dal margine tagliente, probabilmente utilizzate per le attività domestiche.
  • AIAC_3025 - Grotta della Ciota Ciara - 2012
    Le indagini archeologiche nella Grotta della Ciota Ciara sono state riprese nel 2009 ad opera dell’Università degli Studi di Ferrara in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte. Precedentemente, gli scavi furono condotti dal Prof. Fedele (Istituto di Antropologia dell’università di Torino) dal dott. Isetti e dal dott. Strobino, nonché dalla Soprintenza del Piemonte. I dati emersi dalla ripresa degli scavi hanno permesso di fare una prima ricostruzione dell’ambiente naturale e delle strategie di sussistenza adottate da _Homo neanderthalensis_ nel corso del Pleistocene medio. Un’analisi preliminare dei materiali rinvenuti durante lo scavo e, in particolare, una prima visione della microfauna, che risulta essere particolarmente ricca e ben differenziata, lasciano pensare a un’attribuzione cronologica dei livelli atriali della Ciota Ciara al Würm antico (80.000 -60.000 BP; MIS 5). Per quel che riguarda la macrofauna, il 90% circa dei resti determinabili rinvenuti sono da attribuirsi a _Ursus spelaeus_, ma sono altresì stati rinvenuti alcuni resti attribuibili a: _Sus scrofa_, _Ungulata_ e _Rupicapra_. Le industrie litiche rinvenute sono state ottenute su materie prime locali quali la selce e, soprattutto, il quarzo. Le aree di approvvigionamento non superano i 2-3 Km in linea d’aria, ad attestare come l’occupazione della grotta sia altresì dovuta alla presenza di materia prime oltre che al fatto di essere collocata all’incrocio di differenti biotopi. I metodi di scheggiatura utilizzati hanno una forte componente opportunistica e prevalgono il metodo S.S.D.A (opportunista) e quello discoide, da segnalare anche la presenza di un débitage Levallois su quarzo (sia di tipo ricorrente centripeto che a scheggia preferenziale). Gli strumenti ritoccati, sebbene costituiscano una piccolissima parte dell’insieme litico, sono essenzialmente costituiti da raschiatoi e, in minor misura, denticolati. L’ottima conservazione delle paleosuperfici lasciano ipotizzare che la grotta sia stata occupata, probabilmente durante i medi più caldi, per periodi piuttosto brevi sebbene le catene operative risultino complete per tutti i metodi di scheggiatura.
  • AIAC_3025 - Grotta della Ciota Ciara - 2013
    Le indagini archeologiche nella Grotta della Ciota Ciara sono state riprese nel 2009 ad opera dell’Università degli Studi di Ferrara in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte. Precedentemente, gli scavi furono condotti dal Prof. Fedele (Istituto di Antropologia dell’università di Torino) dal dott. Isetti e dal dott. Strobino, nonché dalla Soprintenza del Piemonte. I dati emersi dalla ripresa degli scavi hanno permesso di fare una prima ricostruzione dell’ambiente naturale e delle strategie di sussistenza adottate da _Homo neanderthalensis_ nel corso del Pleistocene medio. L’analisi dei resti faunistici (sia micro che macro), che risultano essere particolarmente ricchi e ben differenziati, lasciano pensare un’attribuzione cronologica dei livelli atriali della Ciota Ciara al Würm antico (80.000 -60.000 BP; MIS 5). Per quel che riguarda la macrofauna, il 90% circa dei resti determinabili rinvenuti sono da attribuirsi a _Ursus spelaeus_, ma sono altresì stati rinvenuti alcuni resti attribuibili a: _Sus scrofa_, _Ungulata_ e _Rupicapra_. Le industrie litiche rinvenute sono state ottenute su materie prime locali quali la selce e, soprattutto, il quarzo. Le aree di approvvigionamento non superano i 2-3 Km in linea d’aria, ad attestare come l’occupazione della grotta sia altresì dovuta alla presenza di materia prime oltre che al fatto di essere collocata all’incrocio di differenti biotopi. I metodi di scheggiatura utilizzati hanno una forte componente opportunistica e prevalgono il metodo S.S.D.A (opportunista) e quello discoide, da segnalare anche la presenza di un _débitage Levallois_ su quarzo (sia di tipo ricorrente centripeto che a scheggia preferenziale). Gli strumenti ritoccati, sebbene costituiscano una piccolissima parte dell’insieme litico, sono essenzialmente costituiti da raschiatoi e, in minor misura, denticolati. L’ottima conservazione delle paleo superfici lascia ipotizzare che la grotta sia stata occupata, probabilmente durante i medi più caldi, per periodi piuttosto brevi sebbene le catene operative risultino complete per tutti i metodi di scheggiatura.
  • AIAC_3025 - Grotta della Ciota Ciara - 2014
    Le indagini archeologiche nella Grotta della Ciota Ciara sono state riprese nel 2009 ad opera dell’Università degli Studi di Ferrara in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte. Precedentemente, gli scavi furono condotti dal Prof. Fedele (Istituto di Antropologia dell’università di Torino) dal dott. Isetti e dal dott. Strobino, nonché dalla Soprintenza del Piemonte. I dati emersi dalla ripresa degli scavi hanno permesso di fare una prima ricostruzione dell’ambiente naturale e delle strategie di sussistenza adottate da _Homo neanderthalensis_ nel corso del Pleistocene medio. L’analisi dei resti faunistici (sia micro che macro), che risultano essere particolarmente ricchi e ben differenziati, lasciano pensare un’attribuzione cronologica dei livelli atriali della Ciota Ciara al MIS 5 (80.000 -60.000 BP). Per quel che riguarda la macrofauna, il 90% circa dei resti determinabili rinvenuti sono da attribuirsi a _Ursus spelaeus_ , ma sono altresì stati rinvenuti alcuni resti attribuibili a: _Sus scrofa_ , _Ungulata_ e _Rupicapra_. Le specie di erbivori diventano sempre più importanti scendendo nella stratigrafia, ad attestare un’ occupazione sempre più intensa e duratura della grotta Le industrie litiche rinvenute sono state ottenute su materie prime locali quali la selce e, soprattutto, il quarzo. Le aree di approvvigionamento non superano i 2-3 Km in linea d’aria, ad attestare come l’occupazione della grotta sia altresì dovuta alla presenza di materia prime oltre che al fatto di essere collocata all’incrocio di differenti biotopi. I metodi di scheggiatura utilizzati hanno una forte componente opportunistica e prevalgono il metodo S.S.D.A (opportunista) e quello discoide, da segnalare anche la presenza di un débitage Levallois su quarzo (sia di tipo ricorrente centripeto che a scheggia preferenziale). Gli strumenti ritoccati, sebbene costituiscano una piccolissima parte dell’insieme litico, sono essenzialmente costituiti da raschiatoi e, in minor misura, denticolati. L’ottima conservazione delle paleo superfici lascia ipotizzare che la grotta sia stata occupata, probabilmente durante i mesi più caldi, per periodi più o meno brevi a seconda dell’Unità Stratigrafica.
  • AIAC_901 - Riparo Tagliente - 2006
    Only the Epigravettian levels of the deposit were investigated. Two separate areas were looked at. In the area outside the shelter the stratigraphic unit which was uncovered in 2001 was removed. This was constituted by a substantial mass of stone objects associated with faunal remains and other types of finds (a fragmentary nodule of hematite, several cobbles used as percussion tools). The stone objects were almost all the by-products of flaking, in particular the waste produced by the shaping, sizing and abandonment of flaked nodules (cores). The second excavation area was in the zone directly below the shelter’s overhang, where the medieval “break in” had destroyed most of the internal deposit. Here, research involved the upper part of the Epigravettian sequence. (MiBAC)
  • AIAC_901 - Riparo Tagliente - 2009
    La successione pleistocenica di Riparo Tagliente, individuata nel 1958 e in corso di indagine dal 1962, costituisce una delle principali serie di riferimento per il Paleolitico nell’Italia nord-orientale. Tale serie è articolata in due diversi depositi che, complessivamente, interessano uno spessore di oltre 4,5 m: quello inferiore, riferito all’evento glaciale noto come Würm (fasi antica e media, databili tra 60.000 e 30.000 anni fa circa), contiene reperti musteriani (uomo di Neandertal, Paleolitico medio) e, al tetto, aurignaziani (uomo moderno, Paleolitico superiore antico); quello superiore datato al Tardoglaciale würmiano (databile tra circa 17.000 - 11.500 anni fa circa) è caratterizzato da industrie dell’Epigravettiano recente (Paleolitico superiore finale). Le due serie sono intervallate da una lacuna dovuta ad un’erosione torrentizia. Il sito, ubicato a pochi chilometri dall’imbocco della Valpantena, sui Monti Lessini, a circa 250 metri di altitudine, al di sotto di una paretina rocciosa ai piedi del Monte Tregnago, occupa una posizione strategica rispetto al territorio circostante, ricco di risorse minerali e naturali, che ne ha sicuramente favorito l’intensa occupazione. Le uniche datazioni assolute ad oggi disponibili sono riferibili ai livelli epigravettiani e coprono il periodo compreso tra 13,430±180, 14,600-13,280 cal. B.C. (livelli 15-16) e 12,040±170 BP, 12,520-11,500 cal. B.C. (livelli 10-8), includendo il Dryas antico e parte dell’interstadio tardoglaciale. Nel corso della campagna 2009 sono stati indagati esclusivamente i livelli epigravettiani. In particolare, le ricerche hanno riguardato due aree: - nel settore nord, l’area esterna all’aggetto del riparo dove è proseguito il rilievo e la rimozione di un grande ammasso di scarti di litici che copre un’area di circa 8 mq (US 356), appartenente alla porzione inferiore della serie epigravettiana. Al fine di favorire la comprensione dei processi di formazione di tale ammasso lo scavo è proceduto per décapage successivi tramite la realizzazione di fotopiani e la rimozione dei singoli reperti previa registrazione delle coordinate. - Nel settore sud sono stati invece indagati i livelli superiori della serie epigravettiana nell’area di transizione tra interno ed esterno del riparo, a partire dal fianco destro della trincea fino alla sezione che delimita i depositi verso Sud. Sono stati messi in luce suoli d’abitato caratterizzati dalla presenza di resti di pasto e manufatti in posizione sub-planare (US 616 e 617) e la porzione di una fovea di focolare (US 615), parzialmente distrutta dagli interventi di epoca medievale e successivi. Questa area presenta notevole interesse anche ai fini della ricostruzione dei processi di formazione naturali, nelle fasi successive all’abbandono del sito con la deposizione di sedimenti e crolli che hanno sigillato e in parte disturbato la porzione superiore dei depositi epigravettiani.
  • AIAC_901 - Riparo Tagliente - 2010
    La campagna di scavo dell’anno 2010 nei depositi di Riparo Tagliente (Stallavena di Grezzana, Verona) è iniziata venerdì 10 settembre e si è conclusa venerdì 8 ottobre. Sono stati indagati i livelli epigravettiani (Paleolitico superiore finale) e quelli musteriani (Paleolitico medio). Per quanto riguarda il deposito epigravettiano, sono state esplorate tre diverse aree: - nel settore nord (area esterna) è proseguita la rimozione dell’US 356 (grande ammasso di scarti litici appartenente alla porzione inferiore della serie epigravettiana), tramite la realizzazione di fotopiani e la rimozione dei singoli reperti previa registrazione delle coordinate. Nel corridoio più esterno, tra i massi di crollo e la sezione, si è continuato lo scavo del potente livello a clasti (US 365 II), derivato da un crollo della parete rocciosa. A questo stesso evento sono probabilmente da ricollegare anche i grandi massi presenti nella zona antistante il riparo. Sopra a questo crollo, entro un’area circoscritta, è stato inoltre individuato un nuovo livello (US 366), caratterizzato da una concentrazione di selci appartenenti alla Scaglia Variegata. - nel settore nord (area interna) è stata ripristinata una superficie epigravettiana già messa in luce nel corso dei primi anni ’90 del secolo scorso. Questa appartiene presumibilmente ad una delle prime fasi di occupazione tardo-paleolitica del sito e si sviluppa intorno a due focolari (US 250 e US 311), il primo dei quali già scavato negli anni ‘90, di cui è visibile l’interfaccia negativa, il secondo da scavare. E’stato effettuato il fotopiano dei due focolari (US 250 e US 311) e del relativo suolo d’abitato. E’ stato quindi ripreso lo scavo epigravettiano, nell’area sotto parete, a contatto diretto con quello musteriano. Sono inoltre riprese le indagini nella strisciata di quadrati corrispondente alla massima linea di aggetto della parete. Questi assumono grande interesse per la comprensione dei rapporti stratigrafici esistenti tra area interna ed area esterna del riparo essendo caratterizzati dallo sviluppo di livelli che proseguono, rispettivamente, nelle due aree di cui sopra. - nel settore sud è stato scavato il focolare US 615, in parte distrutto dallo scasso medievale e il livello US 616 formatosi a seguito delle attività antropiche svoltesi intorno al focolare stesso. In particolare è stato asportato il taglio I di questo livello caratterizzato da manufatti in posizione sub-planare e disturbato dalla presenza di piccole tane di animali fossoriali. Successivamente ne è stato messo in luce il secondo taglio (US 616II), caratterizzato da una diminuzione dei manufatti e delle ossa (realizzazione del fotopiano). Infine, nello stesso settore sono stati rimossi una serie di livelli, con il fine di cercare di mettere in luce la continuazione di US 9, strato a sviluppo planare con ossa e selci, corrispondente ad un’antica paleosuperficie, di cui una porzione era già stata messa in luce negli anni ’70 dello scorso secolo. I livelli in questa zona appaiono parzialmente tagliati dal solco di una profonda ed ampia tana, mentre nella zona esterna (US 617) risultano “omogeneizzati” da probabili disturbi post-deposizionale di natura non ben precisabile.
  • AIAC_901 - Riparo Tagliente - 2011
    La campagna di scavo dell’anno 2011 nei depositi di Riparo Tagliente (Stallavena di Grezzana, Verona) si è svolta tra il 12 settembre e il 14 ottobre. Sono stati indagati sia i livelli epigravettiani (Paleolitico superiore), sia quelli quelli musteriani (Paleolitico medio). Per quanto riguarda l’Epigravettiano, si è intervenuti in due diverse aree: - nel settore nord (area esterna) è proseguita la rimozione del IV taglio dell’US 356 (grande ammasso di scarti litici appartenente alla porzione inferiore della serie epigravettiana) tramite la rimozione dei singoli reperti previa registrazione delle coordinate. Solo nei QQ. 64-65 dove US 356 risultava ricoperta da potenti concrezioni, non potendo procedere alla rimozione dei singoli reperti separatamente, si è scavato per riquadri. Rimuovendo US 356 in questa zona (unico taglio) sono stati messi in luce due nuovi livelli, l’uno con abbondanti selci (US 373) l’altro caratterizzato da scheletro ricco di clasti (US 374). Si è iniziato, inoltre, a mettere in luce il V décapage della stessa US (taglio) rimuovendo il sedimento su cui poggiava il taglio IV per riquadri di 20 cm di lato a partire dai QQ addossati alla trincea (QQ. 21, 22, 36, 37, 38 e 52). Nel corridoio più esterno, tra i massi di crollo e la sezione, si è ripreso lo scavo dell’US366, costituita da un accumulo concrezionato di supporti/residui di scheggiatura, prevalentemente riferibili alla Scaglia Variegata, tipo SV3, di rapido deposito all’interno di US 365 (crollo di massi dalla parete rocciosa immersi in matrice loessica). E’ inoltre proseguito lo scavo del III taglio di 365 nei QQ. 64-65 e 79-80. Nel corso della prossima campagna sarà di primaria importanza chiarire i rapporti stratigrafici tra le UUSS 365III, 356, 373 e 374. - nel settore nord (area interna) si è ripreso lo scavo della strisciata di quadrati compresi lungo il limite massimo dell’aggetto del riparo (QQ. 23, 38, 53, 68, 83) asportando i lembi residui di una serie di US già identificate e scavate nell’area interna durante gli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo. Si tratta rispettivamente di una serie di livelli limosi-cinerei contenenti selci ed ossa, interpretabili come suoli d’abitato (UUSS 13 interno, 367, 368, 369, 300), di accumuli di scarti di lavorazione (US 358) e “butti” di ceneri derivate dallo svuotamento di focolari (US 357). E’ stata identificata anche la porzione di una struttura di combustione/butto di residui di combustione che continua all’interno della sezione Nord (US 308). Al termine della campagna sono state messe in evidenza due UUSS riferibili alla parte basale della serie epigravettiana (UUSS 301 e 359) estese oltre che nei suddetti quadrati anche nei quadrati adiacenti verso l’interno del riparo (QQ. 24, 39, 54, 69 e 84). Per quanto riguarda i depositi musteriani (Paleolitico medio), lo scavo ha interessato l’area interna, con particolare riferimento ai quadrati prossimi alla parete rocciosa (QQ. 42, 57, 72 e 87). Si è proseguito il lavoro iniziato nel 2010, asportando l’US 35 α nei quadrati precedentemente elencati e l’US 810 nel Q. 72 riquadri 3 ,5, 6. Il sedimento è risultato sempre argilloso con la presenza variabile della componente limosa-sabbiosa. E’ stata così messa in luce la sottostante US 36. Tutti questi livelli contengono materiali musteriani ed epigravettiani rimescolati, attestando i profondi rimaneggiamenti subiti dalla porzione sommitale della serie musteriana in questo settore.

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