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AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2009
Il sito di Guado San Nicola a Monteroduni è stato oggetto di segnalazione nel 2005 da parte della sig.ra Leone, proprietaria del terreno in cui lei stessa casualmente raccolse un bifacciale, insieme a diversi manufatti litici ritoccati.
La prima indagine archeologica ha avuto luogo nel 2008 alla quale ha fatto seguito lo scavo condotto nel 2009 allo scopo di approfondire le conoscenze dell’insieme paleolitico che, data la sua peculiarità nelle tipologie di reperti rinvenuti, si caratterizza come riferimento opportuno per la ricostruzione delle modalità di sfruttamento dell’ambiente e delle strategie insediamentali adottate dai gruppi umani preistorici nell’area di Monteroduni.
L’area indagata ha un’estensione di circa 40 mq al cui interno è stato possibile riconoscere una serie stratigrafica costituita da una successione di livelli di origine fluvio-lacustre (ghiaie, sabbie e argille) intercalati a sedimenti di origine vulcanica (tufo) anche in deposizione primaria, contenenti materiale paleontologico e preistorico.
Caratteristica specifica del giacimento è il rinvenimento, in un’area relativamente ristretta, di una abbondante industria litica di attribuzione acheuleana, caratterizzata da una significativa presenza di bifacciali (circa 50), associati ad elementi tipologici quali schegge, nuclei, strumenti e percussori.
L’insieme dei bifacciali è costituito da strumenti interi, punte e frammenti prossimali e le dimensioni sono estremamente variabili probabilmente in relazione alla morfologia di partenza della materia prima utilizzata e del numero di rimesse in forma subite. Sono caratterizzati da un’accurata preparazione della punta e di almeno uno dei bordi.
I reperti litici sono stati ricavati, grazie all’impiego di percussori litici e ossei (palchi di cervo), da supporti in selce come lastrine, blocchetti e ciottoli di calcare di piccole e medie dimensioni.
Lo stato fisico dei materiali raccolti è nella maggioranza dei casi fresco, rari i casi di leggera fluitazione dovuta a trasporto fluviale.
Il campione faunistico si caratterizza per la presenza di frammenti dentari, diafisari e di numerosi resti di palchi, come porzioni basali, aste e frammenti di pugnali.
L’analisi paleontologica dei resti di macrovertebrati ha permesso il riconoscimento di talune specie tra cui il cervo, l’elefante, l’uro, il rinoceronte di Merck, il cavallo e l’orso. Abbondante è il gruppo dei cervidi in generale, rappresentato dai numerosi resti di palchi attribuibili a cervidi di taglia piccola (es. capriolo e daino) e molto grande, come i megaceri.
Si tratta, dunque, di una fauna di ambiente caldo dove il fiume era sicuramente un elemento geomorfologicamente fondamentale. La presenza di grandi erbivori era favorita da una vegetazione aperta, ricca di pascoli, che consentiva la vita a cavalli e pachidermi, mentre nelle aree più umide la vegetazione si infittiva assicurando rifugio ai cervidi e ai rinocerontini.
Per quanto concerne le tracce legate ad una attività umana, si rileva la presenza di caratteri diagnostici legati ad azioni di fratturazione intenzionale, riscontrabili su diversi frammenti diafisari e su un frammento di radio di uro su cui si osserva, inoltre, una sottile stria lineare e sub parallela all’asse longitudinale dell’osso la cui morfologia macroscopica è essere riconducibile ad una azione di taglio intenzionalmente svolto con strumento litico.
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AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2010
La campagna di scavo è stata condotta dal 24 Maggio al 30 luglio e ha visto la partecipazione di numerosi ricercatori e studenti dei corsi di laurea, italiani e stranieri che hanno dato un valido supporto alle diverse attività di ricerca . E’ stata posta in luce la stessa situazione stratigrafica già riscontrata nei sondaggi degli anni precedenti con la successione di livelli di origine fluvio-lacustre (ghiaie, sabbie e argille) intercalati a sedimenti di origine vulcanica (tufo) anche in deposizione primaria, contenenti abbondante materiale paleontologico e preistorico.
La registrazione planimetrica e stratigrafica dei materiali, delle planimetrie e delle sequenze stratigrafiche sono state possibile grazie al supporto della stazione totale GEO-TOP GTS 605.
Il materiale litico raccolto è abbondante e si caratterizza per la presenza di numerosi bifacciali, in selce ed in calcare, associati a schegge e nuclei, strumenti e percussori. Tra gli strumenti si annoverano soprattutto raschiatoi e denticolati.
Abbondante è la fauna rappresentata da resti dentari e diafisari di erbivori di grossa taglia, tra cui cervidi, rinoceronti, elefanti, bovini e cavalli. Particolare è il rinvenimento di numerosi resti di palchi di cervidi, tra cui porzioni basali con rosetta, frammenti di aste e numerosi frammenti di pugnali. Lo studio archeozoologico ha permesso l’individuazione di strie riconducibili ad attività di taglio (macellazione) mediante l’utilizzo di uno strumento litico
Per le analisi sedimentologiche, palinologiche e radiometriche, diverse sono state le campionature delle varie US. In particolare per le datazioni radiometriche si è proceduto al prelievo di 5 campioni di sedimento nelle immediate vicinanze di resti dentari in precedenza selezionati mediante l’utilizzo di strumentazione specifica che misura il decadimento radioattivo.
Massima cura è stata posta nel restauro del materiale osseo in quanto i resti si presentano diversamente interessati da fenomeni post deposizionali che hanno influito, su una diversa scala di valori, nella loro conservazione.
I dati acquisiti in scavo sono stati informatizzati con la creazione di una banca dati alfanumerica sempre aggiornabile, da incrociare con un’ulteriore banca dati in Acces contenente la registrazione di tutti i codici delle schede RA riconosciute dal sistema informatizzato del Ministero per i Beni Culturali. La cartografia realizzata è stata interfacciata con la banca dati delle schede tramite l’applicazione del programma Arcview, che gestisce i dati raccolti al fine di creare un sistema georeferenziato che possa impostare una qualsiasi analisi di distribuzione spaziale e statistica.
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AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2012
L’area indagata ha un’estensione di circa 40 mq al cui interno è stato possibile riconoscere una serie stratigrafica costituita da una successione di livelli di origine fluvio-lacustre (ghiaie, sabbie e argille) intercalati a sedimenti di origine vulcanica (tufi e cineriti) anche in deposizione primaria, contenenti materiale paleontologico e preistorico.
Caratteristica specifica del giacimento è il rinvenimento di una abbondante industria litica caratterizzata da elementi tipologici quali schegge, nuclei, strumenti e percussori, e soprattutto da una significativa presenza di bifacciali (circa 100), strumenti caratteristici dell’Acheuleano, spesso difficili da reperire nei siti e fortemente discussi nel mondo accademico per la loro funzionalità.
I resti faunistici associati all’industria litica sono numerosi e permettono di formulare ipotesi sull’antico ambiente naturale; è documentata la presenza di erbivori di grossa taglia, tra cui cervi, bovini, cavalli, rinoceronti ed elefanti.
Si tratta di una fauna di ambiente aperto dove il fiume (l’attuale Volturno) rappresentava un elemento insostituibile e di riferimento anche per i gruppi umani. La presenza di grandi erbivori era favorita da una vegetazione aperta, ricca di pascoli, che consentiva la vita a cavalli e pachidermi, mentre nelle aree più umide la vegetazione si infittiva assicurando rifugio ai cervi e ai rinoceronti.
Per quanto concerne le testimonianze dell’attività umana sulle carcasse animali, si segnala la presenza su superfici ossee di strie di macellazione dovute all’azione di taglio con strumenti litici per il recupero della carne e di ossa fratturate intenzionalmente per il recupero del midollo a fini alimentari.
Il sito di Guado S. Nicola, oltre a costituire un importante punto di riferimento per la preistoria italiana ed europea nell’ambito dei complessi a bifacciali, è estremamente interessante anche dal punto di vista geologico in quanto si può definire come _geosito_, ovvero un bene naturale di particolare pregio scientifico caratterizzato dalla presenza di elementi naturali tali da fornire contributi indispensabili alla comprensione della storia geologica del territorio non solo molisano.
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AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2014
Le attività di studio del sito paleolitico di Guado San Nicola a Monteroduni (IS), oggetto di scavi sistematici dal 2008 al 2011 da parte dell’equipe di ricerca del Prof. Carlo Peretto dell’Università degli Studi di Ferrara, hanno finora consentito la ricostruzione del contesto paleoambientale, geomorfologico e cronologico del sito, delle strategie di sussistenze e del comportamento tecno-economico degli ominini che hanno frequentato l’area durante il Pleistocene medio, tra 400.000 e 350.000 anni fa.
L’interdisciplinarietà degli studi, unitamente all’integrazione dei contributi di specialisti provenienti da università e istituzioni nazionali e internazionali, hanno confermato l’importanza del sito di Guado San Nicola, la cui rilevanza non si limita al solo contesto locale ma acquisisce significato anche a livello europeo ed extra-europeo, viste la ricchezza della documentazione e l’attestazione di elementi innovativi dal punto di vista culturale quale la padronanza del metodo di scheggiatura Levallois.
La comparsa del metodo Levallois, che convenzionalmente segna il limite tra il Paleolitico inferiore e il Paleolitico medio e in Europa, allo stato attuale delle conoscenze, non risulta più antica di 350.000-300.000 anni fa. Pertanto il giacimento di Guado San Nicola, data la sua antichità, costituirebbe uno dei siti chiave nell’ambito del dibattito sull’origine dei complessi culturali del Paleolitico medio e delle sue relazioni con i complessi precedenti.
Vista l’importanza del sito, dal 7 al 26 luglio 2014 sono state effettuate specifiche analisi e attività di studio per approfondire determinati aspetti di rilevante interesse.
A seguito della sistemazione e revisione del materiale litico e paleontologico, è stato pianificato il programma dettagliato dello studio funzionale e tracceologico dell’industria litica, supportato dalle attività di sperimentazione della scheggiatura del materiale litico tramite l’utilizzo di percussori duri e teneri. Sono state poi condotte analisi dettagliate sugli aspetti archeozoologici, con particolare riferimento all’individuazione di strie di macellazione, morfotipi da fratturazione intenzionale e coni di percussione.
La presenza di stigmate da percussione su quattro palchi di cervidi risulta verosimilmente connessa all’utilizzo quali percussori nella scheggiatura del materiale litico, ipotesi corroborata dalle caratteristiche dell’industria litica.
Pertanto le analisi funzionali e le attività di sperimentazione consentiranno di meglio definire il comportamento tecnologico, le competenze tecniche, le scelte e le esigenze di produzione dei gruppi umani che hanno frequentato l’area di Monteroduni nel Pleistocene medio, confrontando i risultati con quanto noto a livello europeo.
Si è posta particolare attenzione all’analisi spaziale, analizzando la distribuzione dei reperti e la densità di questi, integrando i dati relativi all’insieme litico e faunistico con quelli spaziali e tafonomici, al fine di rilevare eventuali concentrazioni di origine antropica.
Si è proceduto poi al lavaggio del sedimento e al vaglio al fine di individuare resti di micromammiferi che potessero contribuire ad un più preciso inquadramento cronologico e paleoambientale del sito.
È stata, infine, effettuata una ricognizione dell’area circostante a quella oggetto di studio al fine di individuare fonti di approvvigionamento della materia prima.
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AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2016
Il sito di Guado San Nicola (Monteroduni, Molise) è datato a 379 ± 8 Ka (MIS 11/MIS 10) sulla base delle datazioni radiometriche (40Ar/39Ar, ESR-U/Th), le quali sono compatibili con la composizione dell’insieme faunistico (tra cui Cervus elaphus acoronatus, Equus ferus).
L’industria litica si caratterizza per l’attestazione precoce del metodo Levallois - che convenzionalmente segna il limite tra il Paleolitico inferiore e il Paleolitico medio in Europa - nell’ambito di un contesto sostanzialmente acheuleano, soprattutto per la presenza di numerosi bifacciali di forma e dimensioni molto varia. Per questi motivi Guado San Nicola viene a costituire uno dei siti più significativi per quanto riguarda l’origine dei complessi culturali del Paleolitico medio.
Anche nel corso del 2016 sono proseguite le verifiche stratigrafiche poste in luce da erosioni e lavori agricoli ed in particolare dal 10 al 24 luglio 2016 sono state effettuate ulteriori indagini di prospezione archeologica al fine di favorire le ricerche future. Particolare attenzione è stata posta alle attività di sistemazione agricola dell’area prossima agli scavi già condotti, che hanno consentito di recuperare alcuni reperti paleontologici e litici. È stata inoltre effettuata una ricognizione dell’area circostante a quella oggetto di scavo al fine di individuare fonti di approvvigionamento della materia prima.
Parallelamente alle attività sul campo sono proseguite le attività di laboratorio con analisi sui reperti paleontologici e litici. Di particolare interesse è lo studio funzionale e tracceologico dei reperti litici, supportato dalle attività di sperimentazione della scheggiatura con percussori duri e teneri ottenuti da frammenti di palchi di cervi. In effetti una caratteristica peculiare del giacimento è l’attestazione dell’uso del percussore tenero per la scheggiatura come dimostrano le caratteristiche delle schegge rinvenute nel contesto stratigrafico. Lo studio delle faune evidenzia la relazione con le attività umane, in particolare per la presenza di strie tipiche dell’attività di macellazione.
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AIAC_265 - Grotta Reali - 2006
La scoperta del giacimento musteriano di Grotta Reali, nel comune di Rocchetta a Volturno (Is), risale al 2001, a seguito di ricognizioni in località Olivella, nei pressi della Madonna delle Grotte, zona interessata da fenomeni di carsismo che prendono forma di cavità di varia ampiezza.
Poiché la grotta si apre alla base di una parete di travertino interessata da lavori di cava che ne hanno alterato la morfologia, le ricerche si sono svolte in forma di prospezioni e raccolte sistematiche di materiale litico e faunistico di superficie. Questa prima fase si è incrociata con lo studio dei reperti litici che, in assenza di dati sulle modalità di formazione del deposito, hanno permesso una collocazione cronologica del complesso in un orizzonte recente del Paleolitico medio (75-35000 anni fa) e alla facies del Musteriano.
Lo scavo sistematico e stratigrafico ha messo in evidenza un sito antropizzato, come rivela il recupero, di abbondante materiale litico in giacitura primaria. In particolare, reperti litici e ossei recanti tracce di alterazione da calore. Tali evidenze, unite alla presenza di cenere e frustoli carboniosi e, in generale, alla forte componente organica, lasciano ipotizzare che si tratti di un focolare o di un’estesa area di combustione. L’elevato grado di frammentarietà di reperti ossei risulta imputabile all’attività antropica, come rivela la presenza, su alcuni elementi, di strie di macellazione e incavi di percussione. Le determinazioni faunistiche hanno rilevato la presenza di diverse specie quali cervo, capriolo, stambecco, uro, orso, iena, volpe e lupo, alcune delle quali probabilmente cacciate in un’area prossima alla grotta. La presenza di uccelli acquatici, come l’anatra, chiarisce il tipo di ambiente circostante la grotta, verosimilmente caratterizzato dalla presenza di specchi d’acqua. (MiBAC)
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AIAC_543 - La Pineta - 2009
Le campagne di scavo effettuate sul sito paleolitico di Isernia La Pineta sono rese possibili grazie ad una stretta collaborazione tra la Soprintendenza Archeologica del Molise, l’Università degli Studi di Ferrara ed il Centro Europeo di Ricerche Preistoriche di Isernia che da anni operano attivamente alle diverse attività di ricerca scientifica, studio e valorizzazione del sito.
Le campagne hanno visto la partecipazione di numerosi ricercatori e studenti dei corsi di laurea, italiani e stranieri che hanno dato un valido supporto alle diverse attività di ricerca; scopo delle attività è stato l’ampliamento dell’area situata all’interno del padiglione degli scavi che si configura come naturale continuazione dell’esplorazione degli anni precedenti.
La serie stratigrafica del giacimento è ampia ed articolata, con successioni di depositi fluviali, limosi, argillosi e ghiaiosi al cui interno sono state individuate le archeosuperfici rispettivamente identificate con le sigle 3c, 3a e 3S10 del I settore di scavo e 3a del II settore di scavo. Tutte si caratterizzano per la forte concentrazione di resti paleontologici e di industria litica, che recenti datazioni inseriscono in una forbice d’età compresa tra i 700.000 e 600.000 anni BP.
L’area oggetto di intervento ha interessato un’estensione di circa 20 mq localizzata a ridosso dell’archeosuperficie 3a, dove si è proceduto all’asportazione dei livelli sovrastanti la archeosuperficie denominati rispettivamente 3colluvio e 3S6-9.
Nel complesso di tutti i livelli indagati e di tutti i quadrati oggetto di scavo, il materiale archeologico risulta essere molto abbondante; numerosi sono infatti resti ossei recuperati tra cui denti isolati, frammenti di mandibola, vertebre, omero, falangi soprattutto di bisonti, nonché frammenti diafisari tra cui spicca la messa in luce di un grande frammento diafisario attribuibile per dimensioni ad un elefante, di una difesa di elefante, e di un palco di megacero completamente integro e molto ben conservato.
Lo studio paleontologico del materiale ha permesso il riconoscimento di nuove specie faunistiche che vanno ad ampliare sempre di più lo spettro delle faune presenti ad Isernia in un determinato periodo del Pleistocene medio.
Si tratta di singoli frammenti attribuibili, nello specifico, al leopardo ( _Panthera pardus_ ), alla iena ( _Hyaena_ cfr. _Hyaena brunnea_ ), al castoro ( _Castor fiber_ ) e alla macaca ( _Macaca sylvanus_ ).
Per l’industria litica si ha la netta predominanza degli elementi in selce su quelli in calcare e in travertino; tra i reperti in selce la caratterizzazione tipologica più frequente è quella delle schegge, seguita dai nuclei e dai _debris_. Per il calcare la categoria più frequente è quella dei ciottoli non modificati a cui seguono i ciottoli scheggiati tipo “chopper” e le schegge. Per il travertino dominano i blocchetti di piccole-medie dimensioni.
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AIAC_543 - La Pineta - 2011
Le attività di esplorazione, condotte dal 4 al 9 luglio, hanno interessato il livello 3coll nei quadrati 138, 157, 167, 168, 169. Successivamente particolare attenzione viene posta nell’asportazione dei materiali della 3a nei quadrati 167 e 168 con l’intento di approfondire lo scavo fino al raggiungimento dei livelli sottostanti (3b e successivamente 3c). In questi due quadrati si evidenzia la transizione verso la sequenza stratigrafica già esplorata nel 1992 col sondaggio realizzato per consentire la messa in posto di uno dei piloni del nuovo padiglione degli scavi ora in uso. Infatti la paleosuperficie 3a è ricoperta parzialmente da un deposito sabbioso verdastro ricco di cristalli piroclastici già noto in letteratura come 3G. Si procede quindi all’asportazione del sottostante limo sterile (3b) dello spessore di circa 70 cm. di colore grigio verdastro, più argilloso alla base. Il sottostante 3c si identifica per il colore rosso cupo screziato e per la consistenza decisamente sabbiosa, ricco di abbondanti concrezioni di ferro manganese ad andamento irregolare. Si individuano reperti litici e ossei, tra i quali una vertebra di erbivoro. La superficie 3c non è omogenea perché condizionata dall’andamento irregolare del sottostante travertino.
Tutti i reperti sono stati cartografati con l’ausilio dell’ortofotogrammetria e della stazione totale; inoltre si è provveduto alla loro determinazione con l’inserimento di ogni informazione dimensionale, tipologica e stratigrafica nel data base generale dell’insediamento. Il terriccio asportato è stato lavato e setacciato con maglie di 1 millimetro al fine di recuperare anche i più minuti frammenti ed in particolare i microvertebrati (anfibi, uccelli e roditori).
L’attività è stata orientata anche verso il al controllo dei materiali già scavati negli anni precedenti. Si sono avviate inoltre le attività di restauro di frammenti ossei di grosse dimensioni e la verifica delle determinazione dei reperti posti sulla paleo superficie 3a. Quest’ultima revisione ha consentito l’individuazione di due significati frammenti cranici di megalocero asportati per favorirne lo studio. La loro rimozioni che ha comportato un impegno di più persone per almeno due settimane.
Si è provveduto inoltre al restauro sistematico dei reperti paleontologici. L’intervento, semplice per i frammenti più ridotti, è stato complesso e piuttosto lungo per i materiali di grandi dimensioni, con particolare riferimento a vertebre, frammenti cranici, palchi di cervidi, mandibole e costole.
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AIAC_543 - La Pineta - 2012Il sito di Isernia La Pineta apporta un contributo notevole alla storia del popolamento umano del Paleolitico inferiore europeo. L’insediamento è stato scoperto nel 1978 ed esplorato in modo sistematico fino ai nostri giorni. Le campagne di scavo, condotte dall’Università di Ferrara in collaborazione col Ministero per i Beni e le Attività Culturali, hanno posto in luce quattro distinte archeosuperfici molto ricche in reperti preistorici.
Particolarmente significativa è la paleosuperficie 3a esplorata su alcune centinaia di metri quadrati, all’interno del nuovo padiglione degli scavi inaugurato nel 1999. L’attribuzione cronologica dei livelli archeologici è di poco superiore i 650.000 anni, età confermata dall’applicazione di più metodi fisici e chimici di datazione.
Dalle archeosuperfici 3c e 3a proviene una grande quantità di reperti paleontologici. Una piccola parte di questi è rappresentata da vertebre di pesci d’acqua dolce, resti scheletrici di anfibi anuri (rane e/o rospi), frammenti di carapace o di piastrone di tartaruga palustre ( _Emys orbicularis_ ) e ossa di uccelli come il germano reale ( _Anas platyrhynchos_ ), il tuffetto ( _Tachybaptus ruficollis_ ) e un passeriforme. Questi rappresentano i resti scheletrici di animali che vivevano nelle acque del fiume che ha colmato il lago o che frequentavano le aree riparie di quest’ultimo e si sono accumulati per trasporto e sedimentazione fluvio-lacustre.
Quasi tutte le parti dello scheletro di elefante ( _Palaeoloxodon antiquus_ ), comprese le zanne, indicano che questo proboscidato era una frequente preda di caccia; ancora più rappresentato è il rinoceronte ( _Stephanorhinus hundsheimensis_ ) il cui elevato numero di reperti ha fornito lo spunto per lavori di revisione del genere e delle specie pleistoceniche europee.
Gli artiodattili sono rappresentati da varie famiglie: gli ippopotamidi e i suidi sono presenti con pochi resti dentari, attribuiti alla specie _Hippopotamus cf. antiquus_ e _Sus scrofa_.
I resti di cervidi sono numerosi e rappresentano quattro specie: megacero ( _Megaceroides solilhacus_ ), cervo ( _Cervus elaphus cf. acoronatus_ ), daino ( _Dama dama cf. clactoniana_ ) e capriolo ( _Capreolus sp._ ). _Megaceroides solilhacus_ è un megacero mai abbondante nelle faune della prima parte del Pleistocene medio; i numerosi palchi dei suoli d’abitato fanno sì che Isernia La Pineta sia diventato il giacimento di riferimento per questa specie.
L’animale più rappresentato è il bisonte( _Bison schoetensacki_ ), principale obbiettivo della caccia, testimoniato dalle numerosissime cavicchie ossee delle corna, assieme a denti sciolti e a resti di ossa dei cinti e degli arti, specialmente quelle autopodiali. Sono numerosi anche i crani, sfondati inferiormente e mancanti dello splancnocranio.
Come per il rinoceronte, anche per il bisonte di Isernia l’abbondantissimo materiale raccolto ha permesso la revisione del genere e la distinzione delle specie di grandi bovidi del Pleistocene medio-superiore europeo. Un altro bovide, ben più piccolo del bisonte e rappresentato solo da tre denti, è il tar ( _Hemitragus cf. bonali_ ).
A questi si deve aggiungere anche un leporide, indicato da pochi resti dentari attribuiti a un coniglio di taglia abbastanza grande ( _cf. Oryctolagus_ ).
Lo studio dell’industria litica ha evidenziato l’utilizzo di due forme litotipiche differenti, la selce ed il calcare. È probabile che ad una dicotomia litologica si possa ricondurre una significativa dicotomia funzionale e comportamentale tale da giustificare l’intenso sfruttamento della selce, molto evidente rispetto al calcare.
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AIAC_543 - La Pineta - 2014
Dal 7 al 26 luglio 2014 il sito paleolitico di Isernia La Pineta è stato oggetto di attività di scavo e di studio da parte dell'Università degli Studi di Ferrara, con la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo.
Gli interventi di scavo condotti nel 2014 nel sito paleolitico di Isernia La Pineta si aprono con una importante scoperta che conferisce nuova forza alle consuete attività di ricerca e documentazione: un incisivo di un bambino, verosimilmente ascrivibile, in base alla cronologia del livello archeologico (ovvero circa 600.000 anni), a _Homo heidelbergensis_. Il dente allo stato attuale delle ricerche rappresenta il più antico resto umano rinvenuto in Italia. La scoperta, avvenuta grazie al lavaggio e al successivo vaglio del sedimento proveniente dallo scavo, riveste particolare importanza perché consente di far luce su u periodo cronologico scarsamente rappresentato da resti umani in Europa.
L’area oggetto delle attività di scavo è la medesima dell'anno precedente, ovvero il quadrante 1 del I settore di scavo, e include i quadrati 166-169-176-177-178-179. Lo scavo ha visto l’asportazione delle unità stratigrafiche 3s6-9 e 3 colluvio, che restituiscono reperti litici e faunistici, fino all'US 3b che si presenta sterile, fatta eccezione per alcuni frammenti di piccole dimensioni di osso e selce al contatto con la sovrastante US 3 colluvio. Nei quadrati 169, 178 e 179, asportato integralmente il livello sterile 3b, si giunge all’archeosuperficie 3c, scavata, tra il 1980 e il 1993, su una superficie di 52 mq. I reperti litici e paleontologici, la cui concentrazione è minore rispetto all’archeosuperficie 3a, sono inglobati da una matrice sabbiosa dello spessore di pochi centimetri.
Oltre all'applicazione delle consuete metodologie di scavo, di caratterizzazione stratigrafica e di analisi, catalogazione e restauro dei reperti, sono state applicate nuove tecnologie, sia per il rilevamento e la documentazione dei reperti in fase di scavo che per la restituzione 3D dell'archeosuperficie.
Relativamente al primo aspetto è stata portata avanti la sperimentazione di un nuovo metodo di rilevamento e documentazione, che vede l’eliminazione delle schede materiali cartacee e la registrazione, tramite l’utilizzo di un tablet, di tutte le informazioni relative al reperto che sono disponibili online in tempo reale su un sito appositamente dedicato.
Relativamente al rilievo fotogrammetrico della paleosuperficie, si segnala la sperimentazione dell’uso di un micro-drone multi-rotore (quadricottero) per riprese aeree. Il rilevo tridimensionale è stato eseguito dalla “Divisone droni” del Laboratorio ad Alta Tecnologia TekneHub dell’Università di Ferrara, in collaborazione con il laboratorio GREAL (Geographic Reseach and Application Laboratory) dell’Università Europea di Roma. Il rilievo tridimensionale dell’archeosuperificie 3a e dell’area attualmente in fase di scavo sarà utile sia a fini divulgativi che scientifici. Il modello potrà, infatti, essere utilizzato per una navigazione virtuale sulla superficie dello scavo e darà importanti informazioni inerenti la distribuzione spaziale dei reperti.
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AIAC_543 - La Pineta - 2015Dal 12 al 31 luglio 2015 il sito paleolitico di Isernia La Pineta è stato oggetto di attività di scavo e di studio da parte dell’Università degli Studi di Ferrara, con la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia del Molise.
L’area indagata (quadrati 156-157-158-159-166-176) è ubicata nel quadrante 1 del I settore di scavo. Le attività di scavo sono state orientate alla rimozione dell’unità 3 (depositi fluvio-lacustri con sabbie e ghiaie fini), ovvero, dall’alto verso il basso, dei livelli 3s1-5, 3s6-9, 3colluvio, 3s10 e 3b, al fine di raggiungere e mettere in luce l’archeosuperficie 3c. Questa archeosuperficie, scavata tra il 1980 e il 1993 su una superficie di 52 mq, costituisce la prima attestazione della frequentazione umana del sito di Isernia La Pineta. Essa si caratterizza per la presenza di resti paleontologici e litici inglobati in una matrice sabbiosa dello spessore di pochi centimetri che si colloca immediatamente al di sopra del livello di travertino.
I livelli oggetto di scavo hanno restituito reperti litici, perlopiù schegge in selce di piccole dimensioni, e paleontologici, frammenti indeterminabili di dimensioni varie ma anche significativi resti di grandi erbivori, tra i quali vertebre e corna di bisonte. I resti paleontologici sono stati sottoposti a pulizia, consolidamento e restauro.
Il rilievo planimetrico e dei reperti è stato facilitato dall’utilizzo di un sistema informatizzato creato ad hoc che consente di automatizzare e velocizzare le attività di documentazione in fase di scavo, riducendo il rischio di errori. Alla sostituzione della scheda di scavo cartacea con una scheda informatizzata costruita con Google Drive, si accompagna l’eliminazione della bussola grazie alla messa a punto di un programma che, tramite più punti rilevati con la stazione totale, consente il calcolo automatico della pendenza e dell’orientamento del reperto.
Il lavaggio e vaglio del sedimento ha consentito il recupero di resti di microfauna (perlopiù denti di roditori e vertebre di pesci), malacofauna, piccoli frammenti di macrofauna, piccole schegge e scarti di lavorazione in selce e cristalli di sanidino, particolarmente utili per le datazioni radiometriche.
A conclusione delle attività di ricerca, all’interno di un workshop organizzato dall’Università di Ferrara in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia del Molise, sono state presentate alla comunità scientifica e al grande pubblico le più recenti acquisizioni scientifiche sul sito di Isernia La Pineta. Particolare enfasi è stata posta sulla scoperta del dente umano rinvenuto nel 2014 nel livello 3 coll del sito di Isernia La Pineta, che, ascrivibile a circa 580.000 anni fa sulla base delle più recenti datazioni radiometriche, costituisce allo stato attuale delle ricerche il più antico resto umano in Italia. Il reperto, un incisivo mascellare di un bambino di circa 5-7 anni, attribuito a _Homo_ _sp._ , potrebbe verosimilmente essere attribuito a _Homo_ _heidelbergensis_ che in quel periodo aveva popolato il continente europeo.
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AIAC_543 - La Pineta - 2016
Dal 10 luglio al 6 agosto 2016 il sito paleolitico di Isernia La Pineta è stato oggetto di attività di scavo e di studio da parte dell’Università degli Studi di Ferrara, con la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Molise.
L’indagine si è estesa nei qq. 156-159, 166-169 e 174-179 del quadrante 1 del I settore di scavo, in parte già oggetto di esplorazione nel 2015. L’intervento è stato predisposto per la rimozione dell’unità 3 originata da depositi fluvio-lacustri con sabbie e ghiaie fini (dall’alto al basso i livelli interessati sono 3s1-5, 3s6-9, 3colluvio, 3s10 e 3b) allo scopo di mettere in luce l’archeosuperficie 3c, posta quasi a diretto contatto col travertino sottostante. La 3c, già indagata a partire dagli anni ’80, rappresenta la prima attestazione della frequentazione umana del sito di Isernia La Pineta in seguito alla riduzione delle aree umide. Si riscontrano concentrazioni minori di materiali rispetto alle archeosuperfici più recenti, tra questi si annoverano resti paleontologici e litici inglobati in una matrice sabbiosa rubefatta dello spessore di pochi centimetri.
L’industria litica si caratterizza per la presenza di schegge in selce di piccole dimensioni che non presentano tracce di trasporto postdeposizionale. Si annoverano frammenti ossei indeterminabili di dimensioni varie, ma anche alcuni resti di grandi erbivori, tra i quali vertebre di elefante e corna di bisonte. I materiali osteologici sono stati ripuliti e consolidati. A fine scavo l’archeosuperficie 3c è stata messa in luce in tutti i quadrati dell’area oggetto di ricerca ad eccezione dei quadrati 158 e 174-175.
La registrazione informatizzata dei dati di scavo, impostata direttamente sullo scavo, ha permesso l’immediato sviluppo del rilievo planimetrico grazie all’utilizzo di una stazione totale e all’uso di un sistema integrato di acquisizione (registrazione coordinate dei reperti, immagini ortorestituite, analisi GIS, ecc.).
Come di consueto, il vaglio del sedimento ha consentito il recupero di resti di microfauna (perlopiù denti di roditori e vertebre di pesci), malacofauna, piccoli frammenti di macrofauna, piccole schegge e scarti di lavorazione in selce e cristalli di sanidino, particolarmente utili per le datazioni radiometriche.
Durante la campagna di ricerca scientifica è stato organizzato un ciclo di conferenze presso il Museo Paleolitico di Isernia dal titolo “Pomeriggi al Museo. Scavi in corso a Isernia La Pineta: condividiamo le ricerche” con relatori italiani e stranieri. A fine campagna di scavo sono stati presentati al pubblico i risultati della ricerca scientifica presso la sala della Gea Medica di Isernia.
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AIAC_901 - Riparo Tagliente - 2009
La successione pleistocenica di Riparo Tagliente, individuata nel 1958 e in corso di indagine dal 1962, costituisce una delle principali serie di riferimento per il Paleolitico nell’Italia nord-orientale. Tale serie è articolata in due diversi depositi che, complessivamente, interessano uno spessore di oltre 4,5 m: quello inferiore, riferito all’evento glaciale noto come Würm (fasi antica e media, databili tra 60.000 e 30.000 anni fa circa), contiene reperti musteriani (uomo di Neandertal, Paleolitico medio) e, al tetto, aurignaziani (uomo moderno, Paleolitico superiore antico); quello superiore datato al Tardoglaciale würmiano (databile tra circa 17.000 - 11.500 anni fa circa) è caratterizzato da industrie dell’Epigravettiano recente (Paleolitico superiore finale). Le due serie sono intervallate da una lacuna dovuta ad un’erosione torrentizia.
Il sito, ubicato a pochi chilometri dall’imbocco della Valpantena, sui Monti Lessini, a circa 250 metri di altitudine, al di sotto di una paretina rocciosa ai piedi del Monte Tregnago, occupa una posizione strategica rispetto al territorio circostante, ricco di risorse minerali e naturali, che ne ha sicuramente favorito l’intensa occupazione. Le uniche datazioni assolute ad oggi disponibili sono riferibili ai livelli epigravettiani e coprono il periodo compreso tra 13,430±180, 14,600-13,280 cal. B.C. (livelli 15-16) e 12,040±170 BP, 12,520-11,500 cal. B.C. (livelli 10-8), includendo il Dryas antico e parte dell’interstadio tardoglaciale.
Nel corso della campagna 2009 sono stati indagati esclusivamente i livelli epigravettiani. In particolare, le ricerche hanno riguardato due aree:
- nel settore nord, l’area esterna all’aggetto del riparo dove è proseguito il rilievo e la rimozione di un grande ammasso di scarti di litici che copre un’area di circa 8 mq (US 356), appartenente alla porzione inferiore della serie epigravettiana. Al fine di favorire la comprensione dei processi di formazione di tale ammasso lo scavo è proceduto per décapage successivi tramite la realizzazione di fotopiani e la rimozione dei singoli reperti previa registrazione delle coordinate.
- Nel settore sud sono stati invece indagati i livelli superiori della serie epigravettiana nell’area di transizione tra interno ed esterno del riparo, a partire dal fianco destro della trincea fino alla sezione che delimita i depositi verso Sud. Sono stati messi in luce suoli d’abitato caratterizzati dalla presenza di resti di pasto e manufatti in posizione sub-planare (US 616 e 617) e la porzione di una fovea di focolare (US 615), parzialmente distrutta dagli interventi di epoca medievale e successivi. Questa area presenta notevole interesse anche ai fini della ricostruzione dei processi di formazione naturali, nelle fasi successive all’abbandono del sito con la deposizione di sedimenti e crolli che hanno sigillato e in parte disturbato la porzione superiore dei depositi epigravettiani.
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AIAC_901 - Riparo Tagliente - 2011
La campagna di scavo dell’anno 2011 nei depositi di Riparo Tagliente (Stallavena di Grezzana, Verona) si è svolta tra il 12 settembre e il 14 ottobre. Sono stati indagati sia i livelli epigravettiani (Paleolitico superiore), sia quelli quelli musteriani (Paleolitico medio).
Per quanto riguarda l’Epigravettiano, si è intervenuti in due diverse aree:
- nel settore nord (area esterna) è proseguita la rimozione del IV taglio dell’US 356 (grande ammasso di scarti litici appartenente alla porzione inferiore della serie epigravettiana) tramite la rimozione dei singoli reperti previa registrazione delle coordinate. Solo nei QQ. 64-65 dove US 356 risultava ricoperta da potenti concrezioni, non potendo procedere alla rimozione dei singoli reperti separatamente, si è scavato per riquadri. Rimuovendo US 356 in questa zona (unico taglio) sono stati messi in luce due nuovi livelli, l’uno con abbondanti selci (US 373) l’altro caratterizzato da scheletro ricco di clasti (US 374). Si è iniziato, inoltre, a mettere in luce il V décapage della stessa US (taglio) rimuovendo il sedimento su cui poggiava il taglio IV per riquadri di 20 cm di lato a partire dai QQ addossati alla trincea (QQ. 21, 22, 36, 37, 38 e 52).
Nel corridoio più esterno, tra i massi di crollo e la sezione, si è ripreso lo scavo dell’US366, costituita da un accumulo concrezionato di supporti/residui di scheggiatura, prevalentemente riferibili alla Scaglia Variegata, tipo SV3, di rapido deposito all’interno di US 365 (crollo di massi dalla parete rocciosa immersi in matrice loessica). E’ inoltre proseguito lo scavo del III taglio di 365 nei QQ. 64-65 e 79-80. Nel corso della prossima campagna sarà di primaria importanza chiarire i rapporti stratigrafici tra le UUSS 365III, 356, 373 e 374.
- nel settore nord (area interna) si è ripreso lo scavo della strisciata di quadrati compresi lungo il limite massimo dell’aggetto del riparo (QQ. 23, 38, 53, 68, 83) asportando i lembi residui di una serie di US già identificate e scavate nell’area interna durante gli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo. Si tratta rispettivamente di una serie di livelli limosi-cinerei contenenti selci ed ossa, interpretabili come suoli d’abitato (UUSS 13 interno, 367, 368, 369, 300), di accumuli di scarti di lavorazione (US 358) e “butti” di ceneri derivate dallo svuotamento di focolari (US 357). E’ stata identificata anche la porzione di una struttura di combustione/butto di residui di combustione che continua all’interno della sezione Nord (US 308). Al termine della campagna sono state messe in evidenza due UUSS riferibili alla parte basale della serie epigravettiana (UUSS 301 e 359) estese oltre che nei suddetti quadrati anche nei quadrati adiacenti verso l’interno del riparo (QQ. 24, 39, 54, 69 e 84).
Per quanto riguarda i depositi musteriani (Paleolitico medio), lo scavo ha interessato l’area interna, con particolare riferimento ai quadrati prossimi alla parete rocciosa (QQ. 42, 57, 72 e 87). Si è proseguito il lavoro iniziato nel 2010, asportando l’US 35 α nei quadrati precedentemente elencati e l’US 810 nel Q. 72 riquadri 3 ,5, 6. Il sedimento è risultato sempre argilloso con la presenza variabile della componente limosa-sabbiosa. E’ stata così messa in luce la sottostante US 36. Tutti questi livelli contengono materiali musteriani ed epigravettiani rimescolati, attestando i profondi rimaneggiamenti subiti dalla porzione sommitale della serie musteriana in questo settore.