Name
Serena Vitri
Organisation Name
Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia

Season Director

  • AIAC_144 - Castelliere di Sedegliano - 2005
    L’indagine ha riguardato, per il secondo anno, un “castelliere” di pianura cinto da un terrapieno quadrangolare con gli angoli orientati, più volte rimaneggiato, largo oltre 20 m e alto circa 3,50 m, l’unico in Friuli che conservi l’intero circuito. Per esplorare il primitivo sistema di difesa – un piccolo terrapieno di terreno argilloso, largo circa 6 m, alto 0,90-1,00 m, con fossato esterno –, presso l’angolo nord è stato seguito e svuotato un tratto del fossato: esso piega leggermente verso settentrione, il che fa ritenere che fin dall’origine (Bronzo Medio iniziale?) vi fosse qui un accesso al villaggio. Più tardi (Bronzo Medio-Recente) sul primo terrapieno si sovrappone una fila di cassoni lignei riempiti di ghiaia e argilla, ai cui lati sono accumulate falde di analoga composizione; il sistema viene completato all’esterno da un nuovo fossato. Col tempo fu necessario restaurare la parte centrale del terrapieno e potenziarne ulteriormente i versanti: quello esterno venne rinforzato con altre falde di ghiaia e argilla; all’interno furono aggiunti cassoni lignei riempiti di ciottoloni. In una terza fase, il secondo fossato, come il primo, venne obliterato e il terrapieno fu ampliato esternamente con una nuova serie di cassoni (all’interno, i resti antichi sono stati danneggiati dai lavori agricoli recenti). I dati più rilevanti riguardano il rapporto stratigrafico del terrapieno originario con alcune inumazioni, due delle quali scavate nel 2004. Alla base della struttura è apparsa una terza tomba, orientata lungo l’asse del terrapieno, contenenti due corpi supini uno sull'altro, privi del sudario; la mascella inferiore e alcune vertebre dell'inumato più superficiale erano dislocate all'altezza dei femori e parte del cranio risultava asportata. Una quarta sepoltura, come le altre senza corredo, individuata presso la sponda del primitivo fossato, è quella di un giovane, deposto supino, verosimilmente avvolto in un sudario. (Paola Càssola Guida, Susi Corazza)
  • AIAC_2279 - a nord dell’ex Cava Torvisabbia - 2010
    Dopo la riapertura e la ridefinizione del saggio C, è seguita l’apertura di una trincea est-ovest perpendicolare a quella dell’anno precedente. La situazione evidenziata, particolarmente interessante, è stata compresa con maggiore chiarezza rispetto al 2009. Alla base della sequenza stratigrafica nota, si estende US 37, sistemazione areale di frammenti di concotti di età protostorica e qualche raro frammento di ceramica di età del bronzo/età del ferro, scaricati e compattati in una matrice argilloso-sabbiosa grigiastra, su cui si deposita uno strato di uso/abbandono con una matrice di ghiaie fini spigolose e frammenti di concotto e ceramica dello stesso arco cronologico, sparsi come esito dell’alterazione dello strato sottostante (US 38). Si tratta con ogni probabilità di una sponda strutturata lungo un alveo di un antico corso d’acqua che, ancora in età protostorica, si è impaludato. Infatti, questo è dimostrato dal fatto che verso ovest si individua uno strato di colore marrone nerastro con rarissimi frammenti di concotto (US 60), che copre a lembo in modo irregolare US 38 e si approfondisce, prima progressivamente, poi nettamente per almeno 1 metro, come evidenziato da un carotaggio. La sistemazione US 37 sembra essere connessa con lo substrato di ghiaia e sabbia US 43, che risulta abbassarsi nettamente di quota in corrispondenza dell’alveo naturale, secondo un fronte documentato per almeno 5 metri, lungo una fascia che si estende da nordovest verso sudest. Nell’area indagata è stato individuato parzialmente un antico taglio di distruzione (US - 40) di una struttura non definibile (fornace?), ma in fase con la sistemazione basale. All’interno, vengono identificati vari scarichi, sia primari sia rielaborati, di frammenti di materiale non vascolare (concotti), cenere e frustuli carboniosi. In seguito, con il progressivo abbandono dell’area ma sempre in età protostorica, ulteriori tagli areali distruggono e rielaborano gli strati preesistenti, risparmiando la situazione stratigrafica precedente solo parzialmente. Di seguito, sono stati individuati due arativi che si sovrappongono: il primo sicuramente di epoca romana (US -48, 49) e il secondo di epoca romana o posteriore (US -51, 52). Dalla sezione sembra evidente che questi tagli tendano ad approfondirsi da est verso ovest, a rimarcare una probabile differenza di quote dovuta a una situazione geomorfologia precedente. Sulla sezione verso est, si nota come il taglio US -48 abbia un andamento sinuoso dall’alto verso il basso a distanze più o meno regolari: l’ipotesi più convincente rimanda ai solchi arativi che, sulla base del rinvenimento di uno di essi in piano che intercetta lo strato di ghiaia, avevano andamento nordovest/sudest con orientamento di circa 320° Nord. La cartografia attuale sembra mettere in evidenza che l’area dove è stato rinvenuto l’ambiente di età romana (scavi 2009), abbia una quota sul livello del mare attorno a +4.5 metri, mentre l’area oltre la roggia, tra +1.8 e 4.0 metri. Ciò indicherebbe che la frequentazione antropica già in età antica si fosse concentrata sul punto più alto della zona, mentre le aree più basse erano forse soggette a impaludamenti per le presenza di piccoli corsi d’acqua, come evidenziato dallo strato di intorbamento messo in luce in alcune trincee.
  • AIAC_2361 - Comenda dei Cavalieri - 2009
    I sondaggi preliminari nel complesso dei Cavalieri Gerosolimitani a San Tomaso di Majano, vincolato in base alla L.1089/39 e classificato dal Centro Catalogazione e Restauro di Villa Manin di Passariano con scheda n. 16149, hanno preso avvio alla fine dell’autunno del 2006 in vista del recupero e restauro della Casa del Priore, con l’annessa stalla e il deposito attrezzi agricoli (Comune di Majano, Foglio 15, map. 1158). L’Amministrazione Comunale ha acquisito il sito, non più abitato dal 1976, con l’intenzione di valorizzarlo. La fondazione dell’ospizio viene ricondotta puntualmente al 1199 sulla base di fonti scritte; pur non disponendo di ulteriore documentazione relativa a successivi interventi di carattere strutturale e planimetrico sul complesso, l’analisi autoptica dell’edificio evidenzia, comunque, segni di ampliamento delle volumetrie, rilevabili, oltre che dalle differenti tecniche costruttive impiegate, anche dall’orientamento non omogeneo degli elevati. All’ospizio è annessa anche una chiesetta, ricostruita, come buona parte del muro di cinta perimetrale, dopo i gravissimi danni del terremoto del 1976. La Comenda di San Tomaso è ubicata in prossimità della cosiddetta via Iulia Augusta, un percorso che conduceva verso il Norico già in epoca protostorica. In periodo medievale essa era chiamata via di Allemagna e vide sorgere, in punti di rilevanza strategica, ospizi ad opera di ordini monastico-cavallereschi, soprattutto ospitalieri. Fra i siti documentati si ricordano in primis l’Ospizio di San Giovanni di Gerusalemme in Volta a Ronchis di Latisana e quello di San Nicolò degli Alzeri a Piano d’Arta, oggetto di recenti indagini archeologiche. I sondaggi effettuati all’esterno e all’interno del complesso di San Tomaso permettono di ipotizzare l’esistenza di precedenti assetti strutturali, con utilizzi diversi degli spazi non ancora inquadrabili funzionalmente e cronologicamente. Tali ipotesi necessitano di ulteriori ed approfondite verifiche in estensione, già in programmazione contestualmente agli interventi di restauro dell’ospizio. Va ribadito che in Friuli, mentre il panorama delle conoscenze per il periodo medievale è abbastanza articolato grazie alle risorse indirizzate allo studio delle fortificazioni, gli studi sulle strutture ospitaliere in relazione al loro funzionamento, alla distribuzione interna ed esterna degli spazi e alle testimonianze di cultura materiale, sono scarsi e datati. Il sito di San Tomaso non ha oggettivamente confronti in regione, proprio per il suo stato di conservazione: si presenta così l’opportunità di approfondire l’analisi di un antico centro di accoglienza lungo la strada per il Norico, battuta da crociati e pellegrini quantomeno a partire dal XII secolo. Scavi archeologici sono stati condotti di recente a Prata di Pordenone presso la chiesa di San Giovanni dei Cavalieri, dove però non rimane più traccia del complesso monasteriale degli Ospitalieri; diversamente, paiono interessanti i risultati delle indagini condotte nel sito di San Nicolò degli Alzeri di Arta Terme, già citato in precedenza.

Season Team

  • AIAC_659 - Castelraimondo - 2005
    Nel periodo fra IV e I secolo a.C. il villaggio controllava i percorsi commerciali delle valli dell'Arzino e del Tagliamento e un territorio a pascolo e bosco con piccoli giacimenti di ferro (Monte Prat, Planc de la Fontana) che diedero luogo ad una attività artigianale metallurgica. Fra II e I secolo a.C., momento di grandi tensioni fra il regno celtico del Noricum, le popolazioni locali e i Romani, sempre più interessati all'Italia settentrionale e all'Europa transalpina, venne costruito attorno al villaggio un grande muro di fortificazione, secondo la tecnica edilizia in terra, pietra e legno caratteristica del murus gallicus (fortificazione celtica descritta un secolo dopo da Cesare). Nel I secolo a.C. il villaggio era entrato nell'orbita romana, come testimoniano anfore vinarie e ceramiche di importazione. La sua funzione strategica venne potenziata dai Romani con la costruzione di una specula, torre di avvistamento e articolati sistemi di terrazzamento e difesa che ne fecero una vera fortezza. Intorno al 270 d.C. i tetti degli edifici crollarono, forse per un evento bellico, ma i restauri furono immediati e comportarono ampliamenti e miglioramenti. La fortezza fu attiva fino al 430 d.C. circa, quando venne attaccata, incendiata e distrutta. Dopo qualche decennio di abbandono, i ruderi furono rioccupati da una popolazione poverissima, che trovava qui rifugio dai pericoli della pianura: entro le abitazioni convivevano uomini e animali, in una situazione di miseria e precarietà. Gli ultimi muri della grande casa (santuario della fase più antica e sede dei poteri politico e religioso della comunità) crollarono per un evento sismico verso il 650 d.C. Il colle divenne pascolo e bosco e i ruderi della torre furono occasionalmente rioccupati dai fuochi di bivacco dei pastori e come calcara attorno alla metà del X secolo d.C. Nel X secolo, in un periodo di forte ripresa demografica ed economica, un grande edificio di legno fu costruito sopra la grande casa, ormai completamente sepolta e dimenticata. (Sara Santoro Bianchi)
  • AIAC_659 - Castelraimondo - 2006
    Durante le indagini condotte nel 2005 nell’ambito dei lavori di valorizzazione dell’abitato di altura pluristratificato sono stati individuati tre tratti di mura realizzati in pietre calcaree sbozzate, legate da malta, denominati, partendo da ovest, settore XXII, XXIII e XXIV, orientati nord/ovest-sud/est perpendicolarmente alla pendenza del versante, pertinenti ad un’unica struttura che cingeva completamente il versante meridionale del colle. I muri sono ben conservati, ad eccezione di quello del settore XXII (del quale restano solo i due filari inferiori), e appaiono realizzati con una certa cura, in particolare quello del settore XXIV, dove le pietre sono messe in opera in filari regolari. La malta è abbondante, soprattutto nei muri dei settori XXIII e XXIV, mentre la scarsa presenza di malta nel muro del settore XXII è imputabile al dilavamento al quale è stato sottoposto. Sono stati rinvenuti piccoli frammenti di laterizi, in particolare _imbrices_ e _tegulae_, alcuni frammenti di anfora, due tappi d’anfora, un berrettone in ferro da macchina da getto a sezione quadrata. (MiBAC)
  • AIAC_970 - Castelliere di Variano - 2004
    Le ricerche nel castelliere di Variano, fondato tra il Bronzo medio e recente, si sono concentrate dopo il 1999 sui resti delle strutture a carattere domestico individuate nel corso delle campagne di scavo precedenti, nell’area al centro del settore settentrionale del ripiano. E’ stato documentato che le strutture più recenti della casa (prima età del ferro) erano state costruite al di sopra dei resti delle strutture portanti (buche di palo), delle macerie (intonaco di limo, legno carbonizzato) e dei materiali mobili (vasi e anelloni fittili), pertinenti ad una costruzione più antica. Questa abitazione, datata sulla base dei reperti al Bronzo finale, è un edificio rettangolare orientato con i lati lunghi in direzione est-ovest, provvisto, sul lato meridionale, di un corridoio d’accesso. A nord, tra questo edificio e l’aggere, un passaggio, di cui è stata individuata parte del livello di calpestio, conduceva all’edificio annesso sul lato orientale. L’asportazione dei livelli residui pertinenti alla fase d’uso più recente dell’area ha consentito di individuare un ulteriore tratto delle fondazioni della parete orientale dell’edificio annesso che è leggermente incassato(5x5 m), ed articolato in due vani: quello meridionale, delimitato da una parete semicircolare, l’altro aperto ad ovest, a pianta rettangolare. I due ambienti, entrambi attivi solo nella prima fase (Bronzo finale), erano separati da una parete costruita in cassaforma sostenuta da due pali all’estremità; ad est si apriva forse una porta. Data la presenza nel vano nord dell’edificio di ampie tracce di attività collegate al fuoco, e considerata la mancanza di resti che documentino attività artigianali, pare plausibile che si trattasse di un magazzino per derrate alimentari, nella cui parte settentrionale venivano trasformati e preparati i cibi. Forse questa parte del vano era provvista di una tettoia. L’area nella prima età del ferro fu ampiamente rimaneggiata: Il magazzino semicircolare fu rasato e colmato con una gettata di ghiaia, mentre l’ambiente settentrionale venne risistemato; in esso si sono succeduti tre cicli di attività che hanno visto la sopraelevazione dei pavimenti e l’impianto di “vasi-forno”; fu inoltre ampliata verso nord la superficie destinata ad abitazione. La struttura era chiusa a nord da una parete rivestita da un muretto costruito in cassaforma, mentre sugli altri lati essa era delimitata da pareti formate da graticci e limo. Mentre tutto il lato occidentale fu costruito ex novo con diverso orientamento, quello meridionale fu reimpiantato sul tracciato della costruzione precedente. L’edificio fu provvisto anche di un nuovo accesso, con un breve corridoio costruito sul lato occidentale. (MiBAC)
  • AIAC_974 - Altopiano di Pradis - 2011
    The 2011 campaign explored the stratigraphic sequence in the entrance to the cave. Here, contexts BR1, containing layer US6, dated to the beginning of the Gravettian period, and BIO1, containing US5roof, 7 and 5 were excavated. Two hearths were identified in US6, SI characterised by a substantial concentration of charcoal fragments in association with the semi-carbonised remains of a beaver, and S2 attested by a heat-reddened surface. Their position fit in with the morphology of the atrium cave, in the central part of the entrance. Numerous faunal remains were recovered which provided evidence for the occupants methods of subsistence. In the Gravettian unit, the predominant species were the marmot and cave bear, but their presence cannot be associated with a human presence. Traces of human intervention were visible on the remains of ungulates of various sizes. In the macro-unit BIO, the prevalence of cave bear and marmot was confirmed, the latter however showing no signs of anthropological activity. The exploitation of faunal resources was documented by cut marks, burnt remains, and impact trauma on the diaphises of large ungulates, documenting the removal of the bone marrow. The butchery marks on the remains of a bear (Ursus sp.) and cave bear (Ursus spelaeus) from the layers US 7 and 5 roof, resulting from the removal of the meat and skin, were of particular interest. The lithic artefacts confirmed the Middle and Upper Paleolithic occupations. The Mousterian assemblage comprised edge flakes and striking platforms/anvil stones associated with the discoid method and Levallois production, some of which were transformed into scrapers. The choice of raw materials confirmed the surrounding river basins to be the main source. The Gravettian finds were mainly produced from flint from the carbonaceous formations of the pre-alpine area of the Veneto region. They included scrapers, burins and weapon fragments. The cave could potentially provide evidence regarding mobility, occupation of the territory and exploitation of resources in an area between the plain and alpine region. Continuation of the project will provide evidence about the presence of Neanderthal and Gravettian groups in an area considered peripheral with respect to the vast northern Adriatic plain, which extends to the south.
  • AIAC_987 - Bannia, Palazzine di Sopra - 2003
    L’insediamento, riferibile ad un momento iniziale del terzo stile della Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata, è ubicato a 18 m s.l.m., all’inizio della Bassa Pianura Tilaventina occidentale. L’area oggetto delle ricerche è posta a sud dell’abitato di Fiume Veneto, al centro di una stretta fascia di territorio compresa tra i fiumi Sile, a sud-est, e Fiume, a nord-ovest, affluenti del Livenza. Sono state indagate 17 strutture a pozzetto utilizzate per la raccolta dei rifiuti dell’abitato neolitico, e una vasta area, denominata struttura di nord-ovest, caratterizzata da una estensione tabulare di sedimento antropizzato. Nel 2002 è stato affrontato lo scavo della struttura nord-ovest, che sembra documentare per la prima volta nella località una sovrapposizione verticale di più fasi di frequentazione umana dell’area, finora suggerita solo dalla distribuzione spaziale delle datazioni radiocarboniche (comprese tra 4900-4600 e 4240-3969 a.C. CAL 1σ) e dai risultati delle ricerche sulla provenienza delle rocce silicee scheggiate. Le ricerche nel 2003 hanno consentito l’individuazione e lo scavo di due nuove strutture e di una struttura polilobata riempita da materiale esclusivamente di cultura neolitica. (MiBAC)
  • AIAC_988 - Sach di Sotto - 2005
    Il sito di Sach di Sotto è ubicato alla confluenza dei torrenti Meduna e Rugo, a sud-ovest dell’abitato di Meduno. Al margine settentrionale del terrazzo fluviale su cui insiste il villaggio, oggetto d’indagini tra 1999 e 2001, è presente un rilevato in terra che si sviluppa per 115 m. con orientamento est-ovest, per una lunghezza di 6-7 m. ed un altezza di 1 m. circa, che consente di inserire l’insediamento di Sach tra gli abitati preistorici “a sperone sbarrato”, noti soprattutto in Europa centrale. Il nucleo dell’aggere è costituito da depositi franco-limosi-sabbiosi giallo oliva, coperto al margine meridionale da blocchi e ciottoli di calcare disposti caoticamente, alterati e fratturati in situ per effetto della dissoluzione chimica. Nella parte centrale dell’aggere è stata individuata una buca di palo rincalzata con pietre, e alla base alcune fosse riempite di reperti ossei. Sul lato settentrionale è visibile, nella sequenza messa in luce nel 2001, una struttura a catino, ricchissima di materiale antropico, la cui datazione, basata sul radiocarbonio, si colloca tra il 2800 e 2500 a.C. La trincea aperta più ad ovest ha messo in luce una nuova struttura a catino ma più ampia e più profonda della precedente, a cui segue un taglio e un’ulteriore fossa riempita con materiale antropico. Entrambe le strutture contengono materiale tipologicamente riferibile alla tarda età del Rame e sembrano poter essere riferite a due differenti fasi di apprestamento dell’aggere. I confronti per l’industria ceramica rimandano all’area del Carso Triestino per quel che concerne i recipienti ad orlo distinto e pareti arcuate, con decorazioni impresse tra orlo e spalla, appaiono nelle cavità carsiche di questa regione. L’industria litica offre, per la presenza di semilune, maggiori possibilità di fissare cronologicamente la frequentazione di questo abitato, che sembrerebbe collocarsi tra la tarda età del Rame e l’antica età del Bronzo. (MiBAC)
  • AIAC_992 - Castello di Solimbergo - 2005
    L’indagine è stata rivolta al settore interno nord-orientale del castello, fra il mastio e il muro di cinta. E’ stata approfondita l’evidenza stratigrafica relativa ad un edificio (D) appoggiato alla cinta e di cui già nel 1998 era stato rinvenuto un tratto a nord. L’edificio presenta almeno 2 fasi di vita: della prima è sopravvissuto solo un tratto di muro con andamento nord-ovest/sud-est, in conci di conglomerato locale squadrati e messi in opera a filari regolari dove è visibile un ingresso con stipiti. La seconda fase registra la distruzione di gran parte delle strutture precedenti e la costruzione di un muro con andamento sud-ovest/nord-est costituito da grandi ciottoli sbozzati e laterizi messi in opera a filari regolari. Le buche di palo, scavate fin nella roccia naturale, erano state ricavate da uno strato posto al di sopra di ulteriori depositi sulla roccia naturale. Tra questi vi è uno strato creatosi in seguito alla demolizione di strutture murarie, forse relative alla prima fase dell’edificio D. I materiali rinvenuti (numerosi frammenti di maiolica arcaica, frammenti di olle di grandi dimensioni, un frammento di ceramica dipinta in bruno manganese e invetriata di tipo “S. Croce”), permettono di ipotizzare una datazione della prima fase insediativa tra il XII-XIII secolo e l’inizio del XIV. (MiBAC)
  • AIAC_993 - Fraz. Fusea - 2006
    During the course of the 2005 campaign on the paleontological deposit that was characterised by the presence of nothosaurs and placodontia (marine reptiles typical of the Triassic era) the terrain and rocky fragments removed by stream water were studied. A part of the terrain which had formed on the main fossiliferous outcrop was removed; inspection continued on the fan of debris which had formed below the outcrop and was partly stabilised by the vegetation; an examination was made of the area around the outcrop which aimed to establish the probable lateral extension of the fossiliferous section. The site age had previously been identified as lower Carnian on the basis of geological studies of the zone and the stratigraphy of the Dolomites, as well as the presence of the few foraminifers found in the thin sections. Recent data from the area of Dogna showed that in northern Friuli the last substantial unit of carbonaceous shelf before the Dolmia Principale did not reach the Carnian level. Moreover, the stratotype at the base of the Carnian has still not been formally established. The position of the fossiliferous strata of Fusea, situated immediately above the last substantial unit of carbonaceous shelf before the Dolmia Principale and at the base of the sequence of black limestones, usually known as “carnian”, means that they can now be reasonably dated to between the end of the Ladinian time and the beginning of the Carnian time. (MiBAC)
  • AIAC_994 - Colle del Castello - 2006
    Dalle osservazioni effettuate in più punti fin dal XVI secolo, è stato riscontrato che l’area sommitale fu stabilmente occupata da abitazioni in più riprese, in particolare nella tarda età del Bronzo, quindi in maniera continuativa dalla fine del II sec. d.C., con ampi interventi di carattere edilizio dalla fine del Duecento, quando furono costruite le casette degli _habitatores_, di cui sono visibili ancora alcuni resti di fondazioni, inglobate nell’attuale edificio; tutto il complesso fu poi progressivamente utilizzato come caserma e fortificazione militare sino alla metà dell’Ottocento, prima di acquisire una funzione museale a partire dal 1906. Finora non si era indagato il versante meridionale, il più esposto al sole, ma anche il più ripido. Le indagini hanno confermato l’ipotesi di un andamento a terrazze utilizzate dal periodo medievale per sostenere abitazioni, ma anche, verso la cima, uno spazio cimiteriale. In particolare un’abitazione pare databile nel corso del tardo Duecento, addossata a un muro di contenimento che poi assunse funzione di limite catastale fino al XX secolo. Sulle sepolture e in generale su tutto il pendio vennero accumulati vari strati di materiali di risulta, in parte probabilmente dipendenti da sistemazioni dell’area dopo i terremoti, in particolare del 1348 e del 1511, come lasciano pensare i frammenti ceramici rinvenuti. (MiBAC)
  • AIAC_995 - Prati della Tomba - 2002
    Le ricerche del tumulo artificiale di epoca protostorica ubicato presso S. Osvaldo, in località Pras de Tombe, hanno interessato la metà orientale del quadrante di nord-est. Lo spessore del complesso (30-40 cm.) in origine doveva essere più consistente, come dimostra la presenza di tracce di colluvio/scivolamento nella parte superiore. Con ogni probabilità l’accumulo di falde ghiaiose doveva essere ancora ben conservato in età tardoromana, quando, addossata al versante est del tumulo, fu impiantata una fornace per calce: questa struttura infatti è apparsa riempita ampiamente da ghiaie, scivolate al suo interno dopo la sua disattivazione. Un indizio ulteriore a conferma che il complesso stratigrafico doveva essere originariamente più potente, si può forse ricavare dal fatto che sulla sua superficie, nei pressi della sommità del tumulo, sono stati rinvenuti frammenti di una bottiglietta di vetro quasi completamente ricostruibile e una perla in pasta vitrea blu, riconducibili all’epoca della fornace, forse in origine sepolti in una fossa. Asportato il complesso stratigrafico sottostante, costituito da deposito di ferretto e ghiaie, è emerso un deposito contente solo rari frammenti ceramici di età del Bronzo, la cui successiva asportazione ha portato in luce una larga corona di ciottoli pertinente ad un rivestimento di una struttura tombale di forma quadrangolare, orientata in senso nord-ovest/sud-est, in cui era deposto lo scheletro di un individuo di sesso maschile, di età compresa tra i 25 e 35 anni. La datazione al C14 effettuata su un frammento osseo (2040-1760 a. C. CA 2σ) ha confermato la datazione del tumulo all’antica età del Bronzo (MiBAC)