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AIAC_150 - Bosco Nogali, Piancada - 2003
La località si colloca in un’area adiacente al Fiume Stella, nei pressi dell’attuale linea di costa; le indagini hanno sinora restituito una serie di strutture archeologiche che testimoniano una frequentazione forse prolungata del territorio, si tratta di gruppi di pozzetti, alcune officine litiche, una struttura di combustione, un tratto di canaletta, un ampio canale ed una sepoltura. In particolare meritano di essere segnalati l’ampio canale con sezione a U, sul cui fondo erano presenti numerosi resti di fauna domestica, e la sepoltura di un individuo di sesso femminile di cinque anni di età, deposta insieme allo scarico di centinaia di molluschi marini (gusci di Cerastoderma) e di alcuni grandi frammenti di ceramica riconducibili forse ad un originario corredo.
In base ai materiali sinora rinvenuti sembra possibile riferire la maggior parte delle evidenze alle prime fasi del Neolitico, anche se la scarsità di reperti ceramici non consente di definire culturalmente tali presenze.
Nell’area più settentrionale del sito – in località Latteria – sono stati inoltre rinvenuti alcuni frammenti di Vaso a Bocca Quadrata.
Le dimensioni complessive dell’area interessata dall’occupazione neolitica risultano considerevoli. Ricerche di superficie hanno infatti permesso di accertare che anche ad occidente dell’attuale corso dello Stella, nel comune di Precenicco, affiorano materiali neolitici su una superficie di decine di ettari. (Andrea Pessina)
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AIAC_151 - Cûeis, Selvis e Roncon - 2005
Il sito di Sammardenchia è ubicato sulle alture del Medio Friuli, rilievi tettonici sopraelevati di pochi metri rispetto alla circostante pianura, e si estende su un’area di 650 ettari.
Le ricerche di superficie, svolte a partire dagli anni Ottanta dello scorso secolo, hanno riconosciuto la presenza di circa 900 strutture archeologiche, concentrate soprattutto nella località Cûeis, che gli scavi hanno sinora accertato essere pozzetti di forma cilindrica, cavità di forma irregolare, strutture polilobate, buche di palo, canalette, una probabile cisterna per acqua e un doppio fossato che marginava uno degli abitati.
L’enorme quantità di reperti litici e ceramici documenta contatti con la sfera culturale padana di Fiorano e con quella adriatico-balcanica di Danilo, spesso rinvenuti in associazione nella medesima struttura archeologica. Il materiale culturale recuperato è abbondantissimo: di particolare interesse i vasi con decorazione dipinta in colore rosso e nero, i vasi a quattro gambe e circa una decina di statuette.
Da Sammardenchia proviene anche una delle maggiori collezioni di manufatti in pietra verde levigata, si tratta di asce, accette, accettine, scalpelli e anelloni, la cui materia prima è di origine per lo più non locale. Abbiamo inoltre manufatti in ossidiana di Lipari.
La documentazione paleobotanica attesta una agricoltura sviluppata, con diversi tipi di cereali, leguminose e attività di raccolta dei frutti spontanei.
Da questo sito provengono oltre una ventina di datazioni al carbonio 14, che indicano una lunga frequentazione neolitica che si sviluppa dal 5500 a.C. al 4700 a.C. circa. (Andrea Pessina, Giuseppe Muscio)
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AIAC_161 - Dosso Confine - 2004
Il sito è stato individuato in seguito alle prospezioni di superficie condotte dal Museo Friulano di Storia Naturale e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia nell’ambito del progetto denominato “I celti in Friuli”. Queste ricerche accertarono la presenza di numerose tracce di frequentazione, riferibili ad un periodo compreso tra la Preistoria e il Medioevo. La località, oggetto di scavo e denominata “Dosso Confine”, si colloca sulla sponda settentrionale del lago di Pramollo, nei pressi del confine di Stato con l’Austria. Il materiale litico rinvenuto contempla circa 2000 manufatti in pietra scheggiata: in selce di origine verosimilmente locale e in quarzo ialino la cui provenienza è da collocare nel versante settentrionale dello spartiacque di confine.
Lo studio della distribuzione dei materiali indica la presenza di aree specializzate per la scheggiatura della selce e del cristallo di rocca. Risultano inoltre presenti alcune strutture di combustione (delle quali sono in corso alcune datazioni per stabilire l’età) e un apprestamento di pietre.
Il sito è interpretabile quale stazione stagionale di caccia, analogamente alle numerose presenze mesolitiche dell’arco alpino orientale, e per i caratteri delle industrie litiche pare riferibile alla fase antica del Mesolitico. (Giuseppe Muscio)
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AIAC_984 - Grotta Pocala di Aurisina - 2004
Dal punto di vista della sua formazione il deposito può essere interpretato suddividendolo in due parti. Quella superiore è costituita da sedimenti di riporto dei vecchi scavi; ciò si deduce dall’andamento e dalla morfologia degli strati stessi, i quali contengono una mescolanza caotica di reperti olocenici e alcuni frammenti ossei pleistocenici.
Prevalgono sedimenti grigio-scuri, di consistenza più o meno plastica, ricchi di frustoli carboniosi, con tutta probabilità riferibili agli strati olocenici che un tempo ricoprivano con continuità tutto il fondo della grotta. Le stratigrafie in questione sembrano il risultato di moderne azioni di scavo che hanno interessato i livelli superiori olocenici della cavità.
Le unità stratigrafiche sottostanti hanno restituito reperti scheletrici pleistocenici privi di connessione anatomica, la cui deposizione è attribuibile al ruscellamento di acque penetrate all’interno della cavità. Tale ipotesi trova conferma nelle modalità di deposizione dei reperti. I due crani di _Ursus spelaeus_ ritrovati avevano entrambi alcune ossa lunga infilate attraverso le orbite. (MiBAC)
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AIAC_986 - Castello di Zucco - 2006
Le evidenze archeologiche emerse nel corso dello scavo hanno messo in luce una attività di riutilizzo del materiale lapideo trovato sul posto, come testimoniano i diversi conci in pietra arenaria e flysch che, seppur di buona fattura, furono utilizzati come riempimento nel letto di posa della scalinata, o come la grossa pietra semicircolare, probabile parte di una chiave di volta, riciclata da un precedente utilizzo o cavata dalle rovine del castello.
È quindi attestata una tecnica costruttiva che non prevedeva l’impiego di materiali di pregio. Anche la calce era usata con parsimonia, come testimoniano le strutture di contenimento della scalinata. Termine _post quem_, fissato dal soldino d’argento coniato ritrovato accanto alla grossa pietra semicircolare, è il 1513, oltre il quale non può risalire l’edificazione della scalinata.
I pochi frammenti ceramici rinvenuti risalgono al XVI secolo. Da rilevare l’individuazione, a sud-est del portale d’ingresso al castello, tra la scalinata principale e quella semicircolare, di due corsi di pietre ben allineate, sfalsati di circa 20 cm, che suggeriscono l’ipotesi di un’ulteriore scalinata, probabilmente più antica di quella principale, che dalla zona dell’ingresso scendeva verso sud-est, seguendo la curva del muro perimetrale, fino a raccordarsi al più antico sentiero che conduceva al vicino castello di Cuccagna. Anche i cambi di pendenza del fianco della collina, nelle immediate vicinanze del portale, suggeriscono questa interpretazione. (MiBAC)
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AIAC_991 - La Fredda - 2006
Le indagini si sono concentrate presso un fossato derivante dalla Roggia La Fredda, nel quale era stata segnalata la presenza di resti antichi.
I due saggi di scavo eseguiti hanno confermato la presenza di un manufatto di età romana, costituito da due strutture murarie parallele, larghe 0,45 m, realizzate nella parte inferiore in mattoni e in quella superiore in conglomerato di malta e pietrame calcareo, gettato entro cassaforma. Le due strutture sono inserite in un ampio taglio artificiale; in relazione ad esse è stato individuato un piano discontinuo costituito da una stesura di ghiaia e rari frammenti laterizi. Non sono emersi elementi atti a fissare l’epoca di costruzione.
Maggiori informazioni sono state acquisite sulle fasi successive alla cessazione della funzione primaria del complesso, quando la spalletta settentrionale venne completamente rimossa dalla sua sede originaria e rovesciata allo scopo di recuperare mattoni appartenenti alla muratura in laterizio. Queste modalità riconducono a quegli episodi di spoliazione delle strutture antiche per il recupero del materiale da costruzione e il suo riutilizzo che anche ad Aquileia e nel suo territorio contraddistinguono l’epoca post-antica.
Per quanto concerne la destinazione funzionale del manufatto, una sua identificazione con una porzione dell’acquedotto di Aquileia rimane ancora incerta, sebbene le fonti medievali e successive concordino nel localizzare in questo punto il passaggio dell’antico acquedotto. La presenza in quest’area di un manufatto antico di una certa rilevanza ha lasciato tracce nella suddivisione catastale e nella toponomastica locale. (MiBAC)