Name
Luca Bergamini
Organisation Name
SAP società archeologica s.r.l. di Mantova

Season Team

  • AIAC_1659 - Chiesa di S. Alessandro - 2007
    Scavi interni alla chiesa, hanno portato, per quanto possibile, a chiarire gli aspetti ancora controversi dell’evoluzione del complesso. Di fondamentale interesse risulta l’individuazione del primo impianto dell’edificio di culto (fase 1), già esistente nel secolo XIII: se ne conservano l’abside semicircolare volta ad oriente e due tratti dei lati lunghi dell’unica aula. La mancanza di tracce del muro di facciata impedisce di definire la lunghezza di questa chiesa primitiva. Da altri dati storici possiamo dedurre che tale impianto restò in uso per diversi secoli, compresi fra la fine del XIII secolo e poco prima dell’epoca in cui si datano gli affreschi che decorano la parete di fondo dell’abside che obliterò la chiesa primitiva (1513). Fra la fine del XV ed entro il terzo venticinquennio del XVI secolo si situa con certezza il rinnovamento della chiesa secondo un progetto realizzato solo in parte e, si ritiene, in due momenti ravvicinati nel tempo. Il progetto originario prevedeva la demolizione integrale del presbiterio per far posto ad una ben più imponente struttura absidale di forma quadrata comprensiva di un piano parzialmente interrato. Tuttavia in corso d’opera tale progetto venne abbandonato e si rinunciò alla costruzione del vano seminterrato. Il perimetrale nord della chiesa originaria viene mantenuto mentre quello meridionale è in parte demolito e in parte riutilizzato in una nuova, più larga, fondazione. La lunghezza della navata raggiunse le dimensioni ancor oggi conservate (m 10,30). Ben testimoniato già in questa fase l’uso cimiteriale della chiesa con la presenza di 13 tombe a cassa e copertura litica. In termini di tempo ristretti, la struttura fu nuovamente modificata ampliandola in modo definitivo anche in larghezza (m 8,80). Tali opere comportarono la demolizione dei precedenti perimetrali nord e sud e il parziale inserimento del campanile nella navata. Solo nel 1732 fu costruita la sacrestia su due piani.
  • AIAC_1661 - Chiesa di S. Giovanni Evangelista - 2007
    Lo scavo archeologico, che si è limitato ad una porzione di navata posta presso l’ingresso, ha permesso di individuare due fosse per la produzione di campane riferibili a due diverse fasi di vita dell’edificio ecclesiale. L’impianto più antico riporta una caratteristica delle fornaci per campane transalpine; la doppia fossa di alimentazione e di tiraggio. Anomale però risultano le dimensioni che fanno pensare alla cottura contemporanea di più stampi: possono infatti essere posti sul fornello almeno due stampi di una dimensione non inferiore ai cm 60 e non superiore a cm 75. Questa tecnica non è molto usuale nel nord Italia e non risulta conosciuta nell’Italia centro-settentrionale oltre il XV secolo. L’impianto più recente è costituito da una fossa semicircolare di ampie dimensioni (diam. m 2,80, h m 2) connessa a due strutture circolari collocate ad ovest e ad est, residui di due crogioli in argilla e laterizi per la fusione del bronzo. Al di sopra è collocata, in posizione centrale, la piattaforma di modellazione e cottura degli stampi costituita da un circolo di mattoni legati da argilla e posti su due filari circolari. Le evidenze rinvenute permettono di riconoscere che è state seguita una prassi codificata nel XVI secolo da Biringuccio (Biringuccio, De Pirotechnia, VI, 10) ma che conosce attestazioni archeologiche fin dall’altomedioevo. Risulta comunque inusuale, e per ora senza confronti, la presenza dei due crogioli che è però giustificabile se si pensa che la campana qui fusa doveva aver un diametro di m 1,20 e pesare circa kg 1080.
  • AIAC_188 - Trescore Balneario - 2006
    Scavi archeologici in estensione preventivi alla lottizzazione residenziale dell’area hanno permesso di ricostruire l’evoluzione dell’area dal primo impianto, nel Neolitico Medio/Recente fino agli inizi del II millennio a.C., quando si conclude la vicenda dell’abitato preistorico. Con la tarda età del Rame (Cultura del Vaso Campaniforme), l’insediamento esteso nella fascia pedecollinare su due distinti terrazzi, presenta una strutturazione organizzata lungo un asse stradale, eccezionalmente conservato, che attraversa in senso NW-SE l’abitato. La strada, una delle più antiche d’Europa, è conservata con solchi di ruote di carro per una lunghezza di m 16 e presenta un tracciato rettilineo (largh. m 1,60/1,70), delimitata ai lati da una canaletta foderata con piccoli sassi calcarei; è ipotizzabile che le due cabalette costituissero l’alloggiamento di pali orizzontali con funzione di contenimento della massicciata stradale. Al tracciamento della strada fa seguito la costruzione di due capanne a pianta rettangolare, con perimetro segnato da buchi per palo. Una di esse conserva tre livelli di focolare (358030 B.P., cal. 2.030-1820 a.C.; POZ-15089). Dai piani di calpestio provengono frammenti di bicchiere campaniforme e di ciotola con la classica decorazione. L’insediamento privo di un’organizzazione spaziale regolare alterna campi coltivati e arati. La ceramica è in pessimo stato di conservazione mentre l’industria litica è abbondante ed espressiva di tutta la catena operativa di confezionamento. I livelli campaniformi sono caratterizzati da piccole cuspidi di freccia, sia del tipo con corto peduncolo sia del tipo sessile, a goccia. Nel novero delle fogge ceramiche i bicchieri campaniformi, in ceramica fine di colore arancio o cuoio, appaiono poco rilevanti, con decorazione a motivo angolare a pettine, a bande alterne risparmiate e campite di punti, a banda campita da tratti obliqui.
  • AIAC_205 - Via Claudio Marcello - 2005
    Il ritrovamento è stato effettuato in un appezzamento di terreno delimitato a nord da via Albarina e a sud da via Claudio Marcello, nel corso dei lavori per una villa privata. Si è individuata la presenza di un grosso “fossato” ad andamento NW-SE (largh. media m 4; prof. m 0,70-1,80), la cui colmatura è da imputarsi a cause naturali con il deposito di tre diversi strati, erosi dal passaggio dell’acqua; il livello più antico era caratterizzato da elementi grossolani (ghiaia, ciottoli, blocchi di pietra) mentre quelli superiori da inclusi più fini con discreta presenza di materiali ceramici della prima età del Ferro (V sec. a.C.). Tuttavia si deve supporre una frequentazione della zona anche in età romana dato il ritrovamento di reperti di quest’epoca; per lo più frammenti di tegoloni ma anche di olpi, di anfore, di elementi in terracotta. L’indagine del settore settentrionale del cantiere ha portato a riconoscere quattro fasi di attività antropica, circoscrivibili cronologicamente all’età protostorica. Il primo intervento documentato consiste nello scavo in roccia di un sistema di quattro canalette ad andamento W/E, tranne una orientata N/S. Al momento del disuso le canalette furono colmate con terreno argilloso contenente sporadici materiali ceramici e rari frustoli di carbone. Nella fase successiva si situa lo scavo di due probabili cisterne per l’acqua. Una delle due cisterne, scavata dal piano di intaglio della roccia per m 2,50 (senza raggiungerne il fondo), ha pianta quadrangolare (m 2 di lato) tranne che verso l’alto ove presenta una imboccatura circolare realizzata con pietre sbozzate in modo regolare, giustapposte a secco. La seconda di dimensioni più piccole e meno profonda, presenta pianta circolare (diam. m 1,50; prof. max. m 1,50) e imboccatura in blocchi di pietra, per lo più arrotondati, allineati verso l’interno e posati contro terra all’esterno. Dopo un periodo di utilizzo più o meno lungo, le cisterne vengono abbandonate e riempite con terreno contenente materiale di V sec. a.C. (480-400 a.C.). Dopo l’interramento delle due strutture l’area è coperta con un riporto di terreno contenente ancora sporadici materiali affini a quelli provenienti dal riempimento dei pozzi. (Stefania Jorio, Mimosa Ravaglia)
  • AIAC_206 - Via Isonzo, 18-20 - 2005
    I livelli archeologici emergono immediatamente al di sotto del coltivo in un’area di ca. mq 70 posta nell’angolo SW dello sbancamento in corso per una nuova edificazione. Si tratta oltre che della presenza di due murature parallele di età medievale orientate N-S, di un sottostante e consistente deposito di età protostorica evidenziato da livelli d’uso e di abbandono ricchi di frammenti ceramici e da un tratto di muratura a secco con probabile funzione di terrazzamento. In conseguenza dell’esiguità dei fondi a disposizione, sono stati eseguiti solo due sondaggi di modeste dimensioni, che hanno tuttavia permesso di verificare l’abbassamento del substrato roccioso verso ovest e l’approfondirsi in quella direzione della stratificazione dell’età del Ferro. Complessivamente sono state riconosciute cinque fasi archeologiche. Si cita in particolare l’individuazione di una muratura a secco che attraversava l’area di indagine con orientamento NW/SE, parzialmente alloggiata all’interno di un taglio realizzato nella roccia. Pertinente a questa fase vi è un probabile livello d’uso che ha restituito abbondanti frammenti ceramici di età protostorica. Sempre in ambito protostorico sono da inquadrare le fasi successive riferibili all’abbandono e alla demolizione della muratura più antica, rappresentate da strati ricchi di reperti, tra cui un frammento di lama di coltello in selce. Stante la situazione, la proprietà ha deciso di non realizzare il vano cantinato previsto nella zona dei ritrovamenti ed ha accolto le modifiche progettuali richieste dalla Soprintendenza per la salvaguardia della stratificazione archeologica emersa. (Stefania Jorio, Luca Bergamini)
  • AIAC_884 - Chiesa di S. Maria Maddalena - 2005
    La chiesa dedicata a S. Maria Maddalena sorge poco fuori dal centro di Erba a mezza costa di un terrazzo artificiale. L’attuale impianto barocco fu preceduto da un edificio costruito nel XV secolo, citato per la prima volta in un documento del 1478 e noto nella veste tardo cinquecentesca attraverso uno schizzo eseguito in occasione di una visita pastorale (1568) che lo rappresenta con navata unica, abside semicircolare ed altare addossato alla parete di fondo, dotato infine di due ingressi, in facciata e sul lato sud. Nel corso dell’indagine, effettuata in occasione di lavori di risanamento, è stato possibile individuare sette distinte fasi. La prima fase vede l’area interessata dalla presenza di un potente riporto di terreno organico, su cui fu costruita la prima chiesa che doveva avere una navata di dimensioni simili a quelle attuali, senza le cappelle laterali. Al centro era un altare in muratura costituita da blocchi i calcare di Moltrasio e granito sbozzati su tutti i lati. Si conservano lacerti di un piano d’uso in malta di colore bianco (fase 2). Le modifiche successive (1568) comportano lo spostamento ripetuto dell’altare maggiore in addosso al perimetrale dell’abside (fase 3) e al centro del presbiterio (fase 4). È probabile che questo assetto della chiesa si prolunghi fino a tutto il diciassettesimo secolo fino alle demolizioni (fase 5) necessarie alla realizzazione del nuovo impianto che amplierà la volumetria dell’edificio attribuendogli le forme architettoniche attuali (fase 6). Il rifacimento comporta la costruzione di una nuova abside poligonale e la messa in opera di un ulteriore pavimento in malta lisciata di colore bianco. Appartengono a quest’epoca due sepolture prive di corredo collocate nella navata a ridosso del presbiterio entro fosse fra loro affrontate. La fase 7 corrisponde all’assetto della chiesa prima dell’intervento di risanamento; essa risultava dotata di un pavimento in piastrelle di granito rosa. (Stefania Jorio)