-
AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2009
Il sito di Guado San Nicola a Monteroduni è stato oggetto di segnalazione nel 2005 da parte della sig.ra Leone, proprietaria del terreno in cui lei stessa casualmente raccolse un bifacciale, insieme a diversi manufatti litici ritoccati.
La prima indagine archeologica ha avuto luogo nel 2008 alla quale ha fatto seguito lo scavo condotto nel 2009 allo scopo di approfondire le conoscenze dell’insieme paleolitico che, data la sua peculiarità nelle tipologie di reperti rinvenuti, si caratterizza come riferimento opportuno per la ricostruzione delle modalità di sfruttamento dell’ambiente e delle strategie insediamentali adottate dai gruppi umani preistorici nell’area di Monteroduni.
L’area indagata ha un’estensione di circa 40 mq al cui interno è stato possibile riconoscere una serie stratigrafica costituita da una successione di livelli di origine fluvio-lacustre (ghiaie, sabbie e argille) intercalati a sedimenti di origine vulcanica (tufo) anche in deposizione primaria, contenenti materiale paleontologico e preistorico.
Caratteristica specifica del giacimento è il rinvenimento, in un’area relativamente ristretta, di una abbondante industria litica di attribuzione acheuleana, caratterizzata da una significativa presenza di bifacciali (circa 50), associati ad elementi tipologici quali schegge, nuclei, strumenti e percussori.
L’insieme dei bifacciali è costituito da strumenti interi, punte e frammenti prossimali e le dimensioni sono estremamente variabili probabilmente in relazione alla morfologia di partenza della materia prima utilizzata e del numero di rimesse in forma subite. Sono caratterizzati da un’accurata preparazione della punta e di almeno uno dei bordi.
I reperti litici sono stati ricavati, grazie all’impiego di percussori litici e ossei (palchi di cervo), da supporti in selce come lastrine, blocchetti e ciottoli di calcare di piccole e medie dimensioni.
Lo stato fisico dei materiali raccolti è nella maggioranza dei casi fresco, rari i casi di leggera fluitazione dovuta a trasporto fluviale.
Il campione faunistico si caratterizza per la presenza di frammenti dentari, diafisari e di numerosi resti di palchi, come porzioni basali, aste e frammenti di pugnali.
L’analisi paleontologica dei resti di macrovertebrati ha permesso il riconoscimento di talune specie tra cui il cervo, l’elefante, l’uro, il rinoceronte di Merck, il cavallo e l’orso. Abbondante è il gruppo dei cervidi in generale, rappresentato dai numerosi resti di palchi attribuibili a cervidi di taglia piccola (es. capriolo e daino) e molto grande, come i megaceri.
Si tratta, dunque, di una fauna di ambiente caldo dove il fiume era sicuramente un elemento geomorfologicamente fondamentale. La presenza di grandi erbivori era favorita da una vegetazione aperta, ricca di pascoli, che consentiva la vita a cavalli e pachidermi, mentre nelle aree più umide la vegetazione si infittiva assicurando rifugio ai cervidi e ai rinocerontini.
Per quanto concerne le tracce legate ad una attività umana, si rileva la presenza di caratteri diagnostici legati ad azioni di fratturazione intenzionale, riscontrabili su diversi frammenti diafisari e su un frammento di radio di uro su cui si osserva, inoltre, una sottile stria lineare e sub parallela all’asse longitudinale dell’osso la cui morfologia macroscopica è essere riconducibile ad una azione di taglio intenzionalmente svolto con strumento litico.
-
AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2010
La campagna di scavo è stata condotta dal 24 Maggio al 30 luglio e ha visto la partecipazione di numerosi ricercatori e studenti dei corsi di laurea, italiani e stranieri che hanno dato un valido supporto alle diverse attività di ricerca . E’ stata posta in luce la stessa situazione stratigrafica già riscontrata nei sondaggi degli anni precedenti con la successione di livelli di origine fluvio-lacustre (ghiaie, sabbie e argille) intercalati a sedimenti di origine vulcanica (tufo) anche in deposizione primaria, contenenti abbondante materiale paleontologico e preistorico.
La registrazione planimetrica e stratigrafica dei materiali, delle planimetrie e delle sequenze stratigrafiche sono state possibile grazie al supporto della stazione totale GEO-TOP GTS 605.
Il materiale litico raccolto è abbondante e si caratterizza per la presenza di numerosi bifacciali, in selce ed in calcare, associati a schegge e nuclei, strumenti e percussori. Tra gli strumenti si annoverano soprattutto raschiatoi e denticolati.
Abbondante è la fauna rappresentata da resti dentari e diafisari di erbivori di grossa taglia, tra cui cervidi, rinoceronti, elefanti, bovini e cavalli. Particolare è il rinvenimento di numerosi resti di palchi di cervidi, tra cui porzioni basali con rosetta, frammenti di aste e numerosi frammenti di pugnali. Lo studio archeozoologico ha permesso l’individuazione di strie riconducibili ad attività di taglio (macellazione) mediante l’utilizzo di uno strumento litico
Per le analisi sedimentologiche, palinologiche e radiometriche, diverse sono state le campionature delle varie US. In particolare per le datazioni radiometriche si è proceduto al prelievo di 5 campioni di sedimento nelle immediate vicinanze di resti dentari in precedenza selezionati mediante l’utilizzo di strumentazione specifica che misura il decadimento radioattivo.
Massima cura è stata posta nel restauro del materiale osseo in quanto i resti si presentano diversamente interessati da fenomeni post deposizionali che hanno influito, su una diversa scala di valori, nella loro conservazione.
I dati acquisiti in scavo sono stati informatizzati con la creazione di una banca dati alfanumerica sempre aggiornabile, da incrociare con un’ulteriore banca dati in Acces contenente la registrazione di tutti i codici delle schede RA riconosciute dal sistema informatizzato del Ministero per i Beni Culturali. La cartografia realizzata è stata interfacciata con la banca dati delle schede tramite l’applicazione del programma Arcview, che gestisce i dati raccolti al fine di creare un sistema georeferenziato che possa impostare una qualsiasi analisi di distribuzione spaziale e statistica.
-
AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2012
L’area indagata ha un’estensione di circa 40 mq al cui interno è stato possibile riconoscere una serie stratigrafica costituita da una successione di livelli di origine fluvio-lacustre (ghiaie, sabbie e argille) intercalati a sedimenti di origine vulcanica (tufi e cineriti) anche in deposizione primaria, contenenti materiale paleontologico e preistorico.
Caratteristica specifica del giacimento è il rinvenimento di una abbondante industria litica caratterizzata da elementi tipologici quali schegge, nuclei, strumenti e percussori, e soprattutto da una significativa presenza di bifacciali (circa 100), strumenti caratteristici dell’Acheuleano, spesso difficili da reperire nei siti e fortemente discussi nel mondo accademico per la loro funzionalità.
I resti faunistici associati all’industria litica sono numerosi e permettono di formulare ipotesi sull’antico ambiente naturale; è documentata la presenza di erbivori di grossa taglia, tra cui cervi, bovini, cavalli, rinoceronti ed elefanti.
Si tratta di una fauna di ambiente aperto dove il fiume (l’attuale Volturno) rappresentava un elemento insostituibile e di riferimento anche per i gruppi umani. La presenza di grandi erbivori era favorita da una vegetazione aperta, ricca di pascoli, che consentiva la vita a cavalli e pachidermi, mentre nelle aree più umide la vegetazione si infittiva assicurando rifugio ai cervi e ai rinoceronti.
Per quanto concerne le testimonianze dell’attività umana sulle carcasse animali, si segnala la presenza su superfici ossee di strie di macellazione dovute all’azione di taglio con strumenti litici per il recupero della carne e di ossa fratturate intenzionalmente per il recupero del midollo a fini alimentari.
Il sito di Guado S. Nicola, oltre a costituire un importante punto di riferimento per la preistoria italiana ed europea nell’ambito dei complessi a bifacciali, è estremamente interessante anche dal punto di vista geologico in quanto si può definire come _geosito_, ovvero un bene naturale di particolare pregio scientifico caratterizzato dalla presenza di elementi naturali tali da fornire contributi indispensabili alla comprensione della storia geologica del territorio non solo molisano.
-
AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2013
Dal 2 al 23 luglio 2013 l’Università degli Studi di Ferrara, con la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, ha condotto indagini di natura geomorfologica e pedologica nell’area del sito di Guado San Nicola (Monteroduni, Isernia). Particolare attenzione è stata posta agli aspetti stratigrafici supportati da campionamenti specifici per le analisi di laboratorio e dalla realizzazione di un sondaggio alla sommità del terrazzo che caratterizza l’area dei ritrovamenti.
L’intervento ha consentito di affinare le conoscenze dell’articolata serie stratigrafica dello spessore di oltre due metri, ubicata su un terrazzo fluviale posto nella parte distale dell’antico conoide del Torrente Lorda. La sequenza presenta alla base sedimenti fluviali grossolani che indicano un tracciato a canali intrecciati in rapida aggradazione durante una fase climatica fredda ed arida. Alla sommità del deposito i livelli archeologici sono contenuti in alternanze di livelli ghiaiosi e sabbiosi anche con sedimenti piroclastici. Le strutture sedimentarie indicano tracciati divaganti o a meandri e dunque l’avvento di un netto miglioramento climatico. Un paleo suolo fortemente lisciviato e rubefatto è presente alla sommità della sequenza. L’inquadramento lito-, morfo- e pedostratigrafico suggerirebbe l’attribuzione agli inizi dell’Ultimo Interglaciale, ma la datazione di tre unità litostratigrafiche sovrapposte col metodo 40Ar/39Ar su cristalli di sanidino ha dato: unità US C (400±9 ka), US B (379±8 ka) e US TUFO (345±9 ka). L’antichità è confermata dalle datazioni combinate tra uranium–thorium (U-Th) e risonanza elettronica di spin (ESR) applicate a 6 denti di cavallo e rinoceronte provenienti dai livelli archeologici delle US C e B. L’età media ottenuta è di 364±36 ka e, in accordo con quella 40Ar/39Ar, suggerirebbe invece l’attribuzione alla fine del MIS 11. Tale attribuzione è confermata anche dalla presenza di Cervus elaphus acoronatus e dalle caratteristiche tecnico-tipologiche delle industrie litiche.
L’insieme faunistico, proveniente dalle US C e B, oltre che da _Cervus elaphus acoronatus_, si caratterizza per la presenza di _Ursus_ sp., _Elephas_ sp., _Equus_ sp., _Stephanorhinus kirchbergensis_, _Megaloceros_ sp., _Cervus elaphus acoronatus_, _Bos primigenius_ che configurano un ambiente temperato caldo. I reperti paleontologici si caratterizzano per la presenza di strie e fratturazioni intenzionali connesse con le attività umane rivolte al recupero del midollo e di masse carnee. L’abbondanza di palchi di cervo di caduta sembra riconducibile al loro uso quali percussore impiegati nella scheggiatura del materiale litico.
L’industria litica, che proviene dalle US C e B, risente delle modalità di messa imposto della componente sedimentologica. Questo fenomeno è meno accentuato per i materiali della US B che presentano un ottimo stato di conservazione anche se sono state accertate dislocazioni e ridistribuzione di debole entità. I reperti sono stati ottenuti dallo sfruttamento di lastrine di scadente qualità per la presenza di intrusioni e piani di fratturazione preferenziale. Frequenti sono bifacciali di forma e dimensione variabile, spesso ben lavorati sull’estremità appuntita e quasi sempre con base risparmiata; la componente su scheggia si qualifica per la presenza di manufatti Levallois. Si annoverano reperti anche su supporto in calcare.
-
AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2014
Le attività di studio del sito paleolitico di Guado San Nicola a Monteroduni (IS), oggetto di scavi sistematici dal 2008 al 2011 da parte dell’equipe di ricerca del Prof. Carlo Peretto dell’Università degli Studi di Ferrara, hanno finora consentito la ricostruzione del contesto paleoambientale, geomorfologico e cronologico del sito, delle strategie di sussistenze e del comportamento tecno-economico degli ominini che hanno frequentato l’area durante il Pleistocene medio, tra 400.000 e 350.000 anni fa.
L’interdisciplinarietà degli studi, unitamente all’integrazione dei contributi di specialisti provenienti da università e istituzioni nazionali e internazionali, hanno confermato l’importanza del sito di Guado San Nicola, la cui rilevanza non si limita al solo contesto locale ma acquisisce significato anche a livello europeo ed extra-europeo, viste la ricchezza della documentazione e l’attestazione di elementi innovativi dal punto di vista culturale quale la padronanza del metodo di scheggiatura Levallois.
La comparsa del metodo Levallois, che convenzionalmente segna il limite tra il Paleolitico inferiore e il Paleolitico medio e in Europa, allo stato attuale delle conoscenze, non risulta più antica di 350.000-300.000 anni fa. Pertanto il giacimento di Guado San Nicola, data la sua antichità, costituirebbe uno dei siti chiave nell’ambito del dibattito sull’origine dei complessi culturali del Paleolitico medio e delle sue relazioni con i complessi precedenti.
Vista l’importanza del sito, dal 7 al 26 luglio 2014 sono state effettuate specifiche analisi e attività di studio per approfondire determinati aspetti di rilevante interesse.
A seguito della sistemazione e revisione del materiale litico e paleontologico, è stato pianificato il programma dettagliato dello studio funzionale e tracceologico dell’industria litica, supportato dalle attività di sperimentazione della scheggiatura del materiale litico tramite l’utilizzo di percussori duri e teneri. Sono state poi condotte analisi dettagliate sugli aspetti archeozoologici, con particolare riferimento all’individuazione di strie di macellazione, morfotipi da fratturazione intenzionale e coni di percussione.
La presenza di stigmate da percussione su quattro palchi di cervidi risulta verosimilmente connessa all’utilizzo quali percussori nella scheggiatura del materiale litico, ipotesi corroborata dalle caratteristiche dell’industria litica.
Pertanto le analisi funzionali e le attività di sperimentazione consentiranno di meglio definire il comportamento tecnologico, le competenze tecniche, le scelte e le esigenze di produzione dei gruppi umani che hanno frequentato l’area di Monteroduni nel Pleistocene medio, confrontando i risultati con quanto noto a livello europeo.
Si è posta particolare attenzione all’analisi spaziale, analizzando la distribuzione dei reperti e la densità di questi, integrando i dati relativi all’insieme litico e faunistico con quelli spaziali e tafonomici, al fine di rilevare eventuali concentrazioni di origine antropica.
Si è proceduto poi al lavaggio del sedimento e al vaglio al fine di individuare resti di micromammiferi che potessero contribuire ad un più preciso inquadramento cronologico e paleoambientale del sito.
È stata, infine, effettuata una ricognizione dell’area circostante a quella oggetto di studio al fine di individuare fonti di approvvigionamento della materia prima.
-
AIAC_265 - Grotta Reali - 2009
Il sito neandertaliano di Grotta Reali è ubicato nel comune di Rocchetta a Volturno, poco lontano dalle sorgenti del Volturno, a circa 500 metri s.l.m. Individuato nel 2001 dall’amatore P. Berardinelli è stato dapprima oggetto di ricognizioni archeologiche di superficie (anni 2001 e 2005) e successivamente di interventi sistematici di scavo, attivati tra il 2006 e il 2007 che hanno portato a tracciare un quadro complessivo delle modalità di formazione del deposito e delle dinamiche occupazionali.
Il sito si apre in una parete di _calcareous tufa_ parzialmente erosa dalle attività di cava le quali hanno limitato la leggibilità della sua morfologia originaria; sembra tuttavia condivisibile che si trattasse di una grotta di piccole dimensioni occupata da gruppi neandertaliani durante l’ultimo Interglaciale in un periodo di interruzione della deposizione dei _tufa_.
L’analisi stratigrafica condotta su un deposito archeologico dello spessore di circa due metri, ha portato al riconoscimento di due orizzonti di frequentazione antropica (US 5 e US 2β-2γ) definiti da numerosi manufatti in selce, frammenti ossei e da due focolari, intercalati a livelli sterili (US 3 e 4). Successivamente l’abbandono da parte dell’uomo, la grotta è stata occupata dai carnivori poiché negli orizzonti più recenti (US 1 e US 2abc) le tracce legate alla loro attività prevalgono su quelle antropiche.
L’industria litica di Grotta Reali è costituita da circa 8000 manufatti, confezionati su selce locale raccolta nelle vicinanze e trasportata al sito in forma greggia e successivamente sgrossata e lavorata.
Tutte le fasi della catena operativa, dunque, si svolgevano sul sito. Nei livelli archeologici sono infatti presenti elementi appartenenti ai diversi stadi: schegge di decorticazione e sgrossatura, sottoprodotti di messa in forma del nucleo, scarti di lavorazione, prodotti finiti, nuclei.
I metodi di scheggiatura utilizzati per produrre schegge e strumenti ritoccati quali raschiatoi e denticolati risultano vari; si va da una produzione opportunista, mirata alla produzione veloce del maggior numero possibile di schegge da utilizzare, ad una produzione predeterminata come quella Levallois o laminare.
Lo studio della fauna ha permesso di stabilire che il gruppo umano che ha occupato la grotta si è cibato in particolare di cervi, caprioli, stambecchi e bue primigenio, tutte specie probabilmente cacciate in un areale relativamente prossimo alla grotta e caratterizzato dalla presenza di ambienti boschivi con alternanza di zone più aperte e di acque libere.
L’analisi archeozoologica ha permesso il riconoscimento di diverse tracce legate ad un intervento antropico; l’osservazione allo stereomicroscopio ha evidenziato la presenza su alcune superfici ossee di cutmarks prodotte dall’azione di scorrimento del bordo di uno strumento litico all’atto del depezzamento delle masse carnee, e di incavi e bordi di frattura derivanti da azioni di fratturazione intenzionale per il recupero del midollo osseo.
Il sito di Grotta Reali rappresenta una delle prime testimonianze, analizzate in modo approfondito, dell’occupazione di _Homo neanderthalensis_ nel territorio molisano e con la sua datazione radiometrica a 33-40.000 anni BP, occupa le ultime fasi del Paleolitico medio, inserendosi tra i siti di riferimento per le fasi terminali del Paleolitico medio.
-
AIAC_2717 - Pirro Nord - 2015
Il sito di Pirro Nord rappresenta la prima evidenza dell’arrivo dell’Uomo in Europa all’incirca 1,6-1,3 Milioni di anni fa. I reperti litici, associati a faune del Villafranchiano finale (unità faunistica di Pirro Nord), sono stati rinvenuti all’interno di una fessura riempita da sedimenti del Pleistocene inferiore. I reperti litici hanno permesso di definire quelle che sono state le strategie di sussistenza adottate dai primi uomini che hanno colonizzato l’Europa: catene operative corte, su materie prime di origine locale (essenzialmente selce), finalizzate principalmente all’ottenimento si schegge.
La ricchezza del sito paleontologico Pirro Nord è nota sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. I vertebrati fossili ammontano a 20 specie di anfibi e rettili, 47 specie di uccelli e oltre 40 specie di mammiferi. Le analisi sistematiche su questi ultimi hanno portato a delineare una comunità di animali caratterizzata da un elevato numero di erbivori, soprattutto cervidi, da _Hystrix refossa_, un istrice di grossa taglia, e dalla prima comparsa di ungulati con le specie _Bison degiulii_ ed _Equus altidens_; tra i numerosi carnivori merita ricordare la grande _iena Pachycrocuta brevirostris_, le tigri dai denti a sciabola _Homotherium latidens_ e _Megantereon whitei_ e i canidi _Lycaon lycaonoides_ e _Canis mosbachensis_.
Nessun resto umano è stato ad oggi rinvenuto nel sito di Pirro Nord ed è pertanto impossibile determinare con precisione quale specie umana abbia prodotto gli “strumenti” litici rinvenuti. Tuttavia le recenti scoperte nel sito di Elefante (Sierra di Atapuerca, Spagna), dove alcuni resti umani datati a circa 1,2 milioni di anni fa sono stati ritrovati, potrebbero indurci a pensare che l’artigiano di Apricena fosse un arcaico _Homo antecessor_. Le schegge e i nuclei rinvenuti sono il frutto di una percussione diretta fatta con un ciottolo, probabilmente calcareo, su un altro ciottolo in selce e ci lasciano intuire che l’uomo già 1,5 milioni di anni fa lavorasse sapientemente la pietra con il fine di ottenere delle schegge dal margine tagliente, probabilmente utilizzate per le attività domestiche.
-
AIAC_2717 - Pirro Nord - 2016
Il sito di Pirro Nord rappresenta la prima evidenza dell’arrivo dell’Uomo in Europa all’incirca 1,6-1,3 Milioni di anni fa. I reperti litici, associati a faune del Villafranchiano finale (unità faunistica di Pirro Nord), sono stati rinvenuti all’interno di una fessura riempita da sedimenti del Pleistocene inferiore. I reperti litici hanno permesso di definire quelle che sono state le strategie di sussistenza adottate dai primi uomini che hanno colonizzato l’Europa: catene operative corte, su materie prime di origine locale (essenzialmente selce), finalizzate principalmente all’ottenimento di schegge.
La ricchezza del sito paleontologico Pirro Nord è nota sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. I vertebrati fossili ammontano a 20 specie di anfibi e rettili, 47 specie di uccelli e oltre 40 specie di mammiferi. Le analisi sistematiche su questi ultimi hanno portato a delineare una comunità di animali caratterizzata da un elevato numero di erbivori, soprattutto cervidi, da _Hystrix refossa_, un istrice di grossa taglia, e dalla prima comparsa di ungulati con le specie Bison degiulii ed _Equus altidens_; tra i numerosi carnivori merita ricordare la grande _iena Pachycrocuta brevirostris_, le tigri dai denti a sciabola _Homotherium latidens_ e _Megantereon whitei_ e i canidi _Lycaon lycaonoides_ e _Canis mosbachensis_.
Nessun resto umano è stato ad oggi rinvenuto nel sito di Pirro Nord ed è pertanto impossibile determinare con precisione quale specie umana abbia prodotto gli “strumenti” litici rinvenuti. Tuttavia le recenti scoperte nel sito di Elefante (Sierra di Atapuerca, Spagna), dove alcuni resti umani datati a circa 1,2 milioni di anni fa sono stati ritrovati, potrebbero indurci a pensare che l’artigiano di Apricena fosse un arcaico _Homo antecessor_. Le schegge e i nuclei rinvenuti sono il frutto di una percussione diretta fatta con un ciottolo, probabilmente calcareo, su un altro ciottolo in selce e ci lasciano intuire che l’uomo già 1,5 milioni di anni fa lavorasse sapientemente la pietra con il fine di ottenere delle schegge dal margine tagliente, probabilmente utilizzate per le attività domestiche.
-
AIAC_543 - La Pineta - 2009
Le campagne di scavo effettuate sul sito paleolitico di Isernia La Pineta sono rese possibili grazie ad una stretta collaborazione tra la Soprintendenza Archeologica del Molise, l’Università degli Studi di Ferrara ed il Centro Europeo di Ricerche Preistoriche di Isernia che da anni operano attivamente alle diverse attività di ricerca scientifica, studio e valorizzazione del sito.
Le campagne hanno visto la partecipazione di numerosi ricercatori e studenti dei corsi di laurea, italiani e stranieri che hanno dato un valido supporto alle diverse attività di ricerca; scopo delle attività è stato l’ampliamento dell’area situata all’interno del padiglione degli scavi che si configura come naturale continuazione dell’esplorazione degli anni precedenti.
La serie stratigrafica del giacimento è ampia ed articolata, con successioni di depositi fluviali, limosi, argillosi e ghiaiosi al cui interno sono state individuate le archeosuperfici rispettivamente identificate con le sigle 3c, 3a e 3S10 del I settore di scavo e 3a del II settore di scavo. Tutte si caratterizzano per la forte concentrazione di resti paleontologici e di industria litica, che recenti datazioni inseriscono in una forbice d’età compresa tra i 700.000 e 600.000 anni BP.
L’area oggetto di intervento ha interessato un’estensione di circa 20 mq localizzata a ridosso dell’archeosuperficie 3a, dove si è proceduto all’asportazione dei livelli sovrastanti la archeosuperficie denominati rispettivamente 3colluvio e 3S6-9.
Nel complesso di tutti i livelli indagati e di tutti i quadrati oggetto di scavo, il materiale archeologico risulta essere molto abbondante; numerosi sono infatti resti ossei recuperati tra cui denti isolati, frammenti di mandibola, vertebre, omero, falangi soprattutto di bisonti, nonché frammenti diafisari tra cui spicca la messa in luce di un grande frammento diafisario attribuibile per dimensioni ad un elefante, di una difesa di elefante, e di un palco di megacero completamente integro e molto ben conservato.
Lo studio paleontologico del materiale ha permesso il riconoscimento di nuove specie faunistiche che vanno ad ampliare sempre di più lo spettro delle faune presenti ad Isernia in un determinato periodo del Pleistocene medio.
Si tratta di singoli frammenti attribuibili, nello specifico, al leopardo ( _Panthera pardus_ ), alla iena ( _Hyaena_ cfr. _Hyaena brunnea_ ), al castoro ( _Castor fiber_ ) e alla macaca ( _Macaca sylvanus_ ).
Per l’industria litica si ha la netta predominanza degli elementi in selce su quelli in calcare e in travertino; tra i reperti in selce la caratterizzazione tipologica più frequente è quella delle schegge, seguita dai nuclei e dai _debris_. Per il calcare la categoria più frequente è quella dei ciottoli non modificati a cui seguono i ciottoli scheggiati tipo “chopper” e le schegge. Per il travertino dominano i blocchetti di piccole-medie dimensioni.
-
AIAC_543 - La Pineta - 2012Il sito di Isernia La Pineta apporta un contributo notevole alla storia del popolamento umano del Paleolitico inferiore europeo. L’insediamento è stato scoperto nel 1978 ed esplorato in modo sistematico fino ai nostri giorni. Le campagne di scavo, condotte dall’Università di Ferrara in collaborazione col Ministero per i Beni e le Attività Culturali, hanno posto in luce quattro distinte archeosuperfici molto ricche in reperti preistorici.
Particolarmente significativa è la paleosuperficie 3a esplorata su alcune centinaia di metri quadrati, all’interno del nuovo padiglione degli scavi inaugurato nel 1999. L’attribuzione cronologica dei livelli archeologici è di poco superiore i 650.000 anni, età confermata dall’applicazione di più metodi fisici e chimici di datazione.
Dalle archeosuperfici 3c e 3a proviene una grande quantità di reperti paleontologici. Una piccola parte di questi è rappresentata da vertebre di pesci d’acqua dolce, resti scheletrici di anfibi anuri (rane e/o rospi), frammenti di carapace o di piastrone di tartaruga palustre ( _Emys orbicularis_ ) e ossa di uccelli come il germano reale ( _Anas platyrhynchos_ ), il tuffetto ( _Tachybaptus ruficollis_ ) e un passeriforme. Questi rappresentano i resti scheletrici di animali che vivevano nelle acque del fiume che ha colmato il lago o che frequentavano le aree riparie di quest’ultimo e si sono accumulati per trasporto e sedimentazione fluvio-lacustre.
Quasi tutte le parti dello scheletro di elefante ( _Palaeoloxodon antiquus_ ), comprese le zanne, indicano che questo proboscidato era una frequente preda di caccia; ancora più rappresentato è il rinoceronte ( _Stephanorhinus hundsheimensis_ ) il cui elevato numero di reperti ha fornito lo spunto per lavori di revisione del genere e delle specie pleistoceniche europee.
Gli artiodattili sono rappresentati da varie famiglie: gli ippopotamidi e i suidi sono presenti con pochi resti dentari, attribuiti alla specie _Hippopotamus cf. antiquus_ e _Sus scrofa_.
I resti di cervidi sono numerosi e rappresentano quattro specie: megacero ( _Megaceroides solilhacus_ ), cervo ( _Cervus elaphus cf. acoronatus_ ), daino ( _Dama dama cf. clactoniana_ ) e capriolo ( _Capreolus sp._ ). _Megaceroides solilhacus_ è un megacero mai abbondante nelle faune della prima parte del Pleistocene medio; i numerosi palchi dei suoli d’abitato fanno sì che Isernia La Pineta sia diventato il giacimento di riferimento per questa specie.
L’animale più rappresentato è il bisonte( _Bison schoetensacki_ ), principale obbiettivo della caccia, testimoniato dalle numerosissime cavicchie ossee delle corna, assieme a denti sciolti e a resti di ossa dei cinti e degli arti, specialmente quelle autopodiali. Sono numerosi anche i crani, sfondati inferiormente e mancanti dello splancnocranio.
Come per il rinoceronte, anche per il bisonte di Isernia l’abbondantissimo materiale raccolto ha permesso la revisione del genere e la distinzione delle specie di grandi bovidi del Pleistocene medio-superiore europeo. Un altro bovide, ben più piccolo del bisonte e rappresentato solo da tre denti, è il tar ( _Hemitragus cf. bonali_ ).
A questi si deve aggiungere anche un leporide, indicato da pochi resti dentari attribuiti a un coniglio di taglia abbastanza grande ( _cf. Oryctolagus_ ).
Lo studio dell’industria litica ha evidenziato l’utilizzo di due forme litotipiche differenti, la selce ed il calcare. È probabile che ad una dicotomia litologica si possa ricondurre una significativa dicotomia funzionale e comportamentale tale da giustificare l’intenso sfruttamento della selce, molto evidente rispetto al calcare.
-
AIAC_543 - La Pineta - 2013
Nel corso del 2013 sono continuate le attività di esplorazione all’interno del padiglione degli scavi dell’area archeologica di Isernia La Pineta. In particolare lo scavo ha interessato i qq. 176, 177, 178, 179 del settore I-1, già indagati negli anni precedenti fino all’unità stratigrafica denominata 3s6-9.
L’esplorazione della sottostante unità stratigrafica 3colluvio, livello caratterizzato, come già noto, da materiale litico e paleontologico immerso in una matrice sabbiosa debolmente concrezionata, ricca di materiale piroclastico, ha confermato la sua natura di fenomeno di colata colluviale.
L’esplorazione ha inoltre consentito di porre in luce l'US 3s10, che si sovrappone al 3a e a tratti al sottostante 3b. Essa si caratterizza per una matrice sabbiosa limosa messa in posto per flusso (debris flow) del tutto simile ad una colata di fango e per questo motivo non si può considerare strettamente in deposizione primaria. Tuttavia lo stato fisico dei materiali e la loro articolata concentrazione non pare aver subito un intenso trasporto, quanto piuttosto spostamenti di lieve entità seppure sufficienti a limitare gli originari rapporti planimetrici tra i differenti reperti.
Questa archeosuperficie, individuata per le prima volta nel corso delle indagini svolte nel 1993 in occasione della realizzazione dei plinti di sostegno dell’attuale padiglione degli scavi, è molto ricca in reperti paleontologici e litici e potrà contribuire in futuro ad approfondire il tema della formazione delle archeosuperfici di Isernia La Pineta, oltre che il loro contenuto e l’organizzazione spaziale.
Si sottolinea l’individuazione e il recupero di significativi resti paleontologici che vanno ad arricchire e completare le conoscenze sulla fauna pleistocenica di quest'area. A questi si associa un numero rilevante di frammenti ossei indeterminabili oltre a reperti litici in calcare e in selce. In particolare, in questa area indagata, la frequenza degli strumenti in calcare è superiore alla media registrata in altri settori. Tra i reperti in selce si annoverano in particolare schegge di piccole dimensioni e nuclei.
Il materiale raccolto è stato cartografato in ambito GIS, restaurato e catalogato con l’utilizzo di schede opportunamente predisposte per la registrazione delle caratteristiche tassonomiche e conservative.
Lo scavo ha visto la partecipazione di studenti provenienti da differenti università e istituzioni nazionali e internazionali. Le attività di esplorazione sono state accompagnate da numerose lezioni e da attività laboratoriali allo scopo di completare nel modo migliore la formazione specialistica dei partecipanti. Alle attività sull’area degli scavi hanno fatto seguito anche escursioni sul territorio allo scopo di favorire la conoscenza del patrimonio culturale molisano.
-
AIAC_543 - La Pineta - 2014
Dal 7 al 26 luglio 2014 il sito paleolitico di Isernia La Pineta è stato oggetto di attività di scavo e di studio da parte dell'Università degli Studi di Ferrara, con la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo.
Gli interventi di scavo condotti nel 2014 nel sito paleolitico di Isernia La Pineta si aprono con una importante scoperta che conferisce nuova forza alle consuete attività di ricerca e documentazione: un incisivo di un bambino, verosimilmente ascrivibile, in base alla cronologia del livello archeologico (ovvero circa 600.000 anni), a _Homo heidelbergensis_. Il dente allo stato attuale delle ricerche rappresenta il più antico resto umano rinvenuto in Italia. La scoperta, avvenuta grazie al lavaggio e al successivo vaglio del sedimento proveniente dallo scavo, riveste particolare importanza perché consente di far luce su u periodo cronologico scarsamente rappresentato da resti umani in Europa.
L’area oggetto delle attività di scavo è la medesima dell'anno precedente, ovvero il quadrante 1 del I settore di scavo, e include i quadrati 166-169-176-177-178-179. Lo scavo ha visto l’asportazione delle unità stratigrafiche 3s6-9 e 3 colluvio, che restituiscono reperti litici e faunistici, fino all'US 3b che si presenta sterile, fatta eccezione per alcuni frammenti di piccole dimensioni di osso e selce al contatto con la sovrastante US 3 colluvio. Nei quadrati 169, 178 e 179, asportato integralmente il livello sterile 3b, si giunge all’archeosuperficie 3c, scavata, tra il 1980 e il 1993, su una superficie di 52 mq. I reperti litici e paleontologici, la cui concentrazione è minore rispetto all’archeosuperficie 3a, sono inglobati da una matrice sabbiosa dello spessore di pochi centimetri.
Oltre all'applicazione delle consuete metodologie di scavo, di caratterizzazione stratigrafica e di analisi, catalogazione e restauro dei reperti, sono state applicate nuove tecnologie, sia per il rilevamento e la documentazione dei reperti in fase di scavo che per la restituzione 3D dell'archeosuperficie.
Relativamente al primo aspetto è stata portata avanti la sperimentazione di un nuovo metodo di rilevamento e documentazione, che vede l’eliminazione delle schede materiali cartacee e la registrazione, tramite l’utilizzo di un tablet, di tutte le informazioni relative al reperto che sono disponibili online in tempo reale su un sito appositamente dedicato.
Relativamente al rilievo fotogrammetrico della paleosuperficie, si segnala la sperimentazione dell’uso di un micro-drone multi-rotore (quadricottero) per riprese aeree. Il rilevo tridimensionale è stato eseguito dalla “Divisone droni” del Laboratorio ad Alta Tecnologia TekneHub dell’Università di Ferrara, in collaborazione con il laboratorio GREAL (Geographic Reseach and Application Laboratory) dell’Università Europea di Roma. Il rilievo tridimensionale dell’archeosuperificie 3a e dell’area attualmente in fase di scavo sarà utile sia a fini divulgativi che scientifici. Il modello potrà, infatti, essere utilizzato per una navigazione virtuale sulla superficie dello scavo e darà importanti informazioni inerenti la distribuzione spaziale dei reperti.
-
AIAC_543 - La Pineta - 2015Dal 12 al 31 luglio 2015 il sito paleolitico di Isernia La Pineta è stato oggetto di attività di scavo e di studio da parte dell’Università degli Studi di Ferrara, con la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia del Molise.
L’area indagata (quadrati 156-157-158-159-166-176) è ubicata nel quadrante 1 del I settore di scavo. Le attività di scavo sono state orientate alla rimozione dell’unità 3 (depositi fluvio-lacustri con sabbie e ghiaie fini), ovvero, dall’alto verso il basso, dei livelli 3s1-5, 3s6-9, 3colluvio, 3s10 e 3b, al fine di raggiungere e mettere in luce l’archeosuperficie 3c. Questa archeosuperficie, scavata tra il 1980 e il 1993 su una superficie di 52 mq, costituisce la prima attestazione della frequentazione umana del sito di Isernia La Pineta. Essa si caratterizza per la presenza di resti paleontologici e litici inglobati in una matrice sabbiosa dello spessore di pochi centimetri che si colloca immediatamente al di sopra del livello di travertino.
I livelli oggetto di scavo hanno restituito reperti litici, perlopiù schegge in selce di piccole dimensioni, e paleontologici, frammenti indeterminabili di dimensioni varie ma anche significativi resti di grandi erbivori, tra i quali vertebre e corna di bisonte. I resti paleontologici sono stati sottoposti a pulizia, consolidamento e restauro.
Il rilievo planimetrico e dei reperti è stato facilitato dall’utilizzo di un sistema informatizzato creato ad hoc che consente di automatizzare e velocizzare le attività di documentazione in fase di scavo, riducendo il rischio di errori. Alla sostituzione della scheda di scavo cartacea con una scheda informatizzata costruita con Google Drive, si accompagna l’eliminazione della bussola grazie alla messa a punto di un programma che, tramite più punti rilevati con la stazione totale, consente il calcolo automatico della pendenza e dell’orientamento del reperto.
Il lavaggio e vaglio del sedimento ha consentito il recupero di resti di microfauna (perlopiù denti di roditori e vertebre di pesci), malacofauna, piccoli frammenti di macrofauna, piccole schegge e scarti di lavorazione in selce e cristalli di sanidino, particolarmente utili per le datazioni radiometriche.
A conclusione delle attività di ricerca, all’interno di un workshop organizzato dall’Università di Ferrara in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia del Molise, sono state presentate alla comunità scientifica e al grande pubblico le più recenti acquisizioni scientifiche sul sito di Isernia La Pineta. Particolare enfasi è stata posta sulla scoperta del dente umano rinvenuto nel 2014 nel livello 3 coll del sito di Isernia La Pineta, che, ascrivibile a circa 580.000 anni fa sulla base delle più recenti datazioni radiometriche, costituisce allo stato attuale delle ricerche il più antico resto umano in Italia. Il reperto, un incisivo mascellare di un bambino di circa 5-7 anni, attribuito a _Homo_ _sp._ , potrebbe verosimilmente essere attribuito a _Homo_ _heidelbergensis_ che in quel periodo aveva popolato il continente europeo.
-
AIAC_798 - Cava Filo - 2006
L’inghiottitoio della Cava Filo, portato casualmente alla luce sul finire degli anni ’50 da lavori estrattivi, era costituito da un pozzo, inizialmente profondo 11 m., che proseguiva verso nord-ovest in una piccola caverna.
Oggetto di una campagna di scavi realizzata nel 1966 dall’Istituto Italiano di Speleologia il deposito di riempimento, connotato da 3 unità principali di formazione separate da marcate discontinuità stratigrafiche, restituì un’importante associazione faunistica (oltre 10 specie) riferibile alle fasi finali del Würm (Pasini 1968). La completa demolizione, ad opera delle attività estrattive, della parte sommitale del giacimento ed alcune incongruenze interpretative dei dati, scaturiti dalle prime indagini, hanno impedito la collocazione cronologica del deposito, correlabile, alla luce delle attuali e ancora preliminari conoscenze, agli stadi isotopici 3 e 2.
La nuova fase di ricerca, che ha come obiettivo prioritario il rilievo delle residue unità stratigrafiche inferiori, ha posto in luce nell’incavo NE dell’impluvio due distinti livelli di silt argilloso (U.S.99/ U.S.100) contenenti reperti fossili relativi a piccoli roditori e grandi mammiferi.
Con le nuove ricerche è stato possibile acquisire 49 nuovi reperti fossili e determinare resti di lupo, Canis lupus, bisonte delle steppe, Bison priscus e megacero, Megaloceros giganteus e ottenere informazioni tafonomiche e geologiche. (MiBAC)