Name
Myles McCallum
Organisation Name
Saint Mary’s University, Halifax, NS, Canada

Season Director

  • AIAC_1142 - San Felice - 2011
    During the months of July and August, 2011, a team of 25 archaeologists and archaeology students from Canada and the United States continued excavating the Roman villa site at San Felice, work which commenced in the summer of 2005. The goals of the excavation were to determine the layout and nature of rooms surrounding a central peristyle courtyard/pool area; to better understand the nature of activity at the site during a post-occupational phase dating to the late second through early third century AD; to determine, if possible, the nature of renovations to the structure in the late first century AD; and to generally better understand the transition of the site from a primarily residential structure to a centre of artisanal production. Excavations in 2011 provided a great deal of evidence related to the post-occupational phase of the structure. To begin with, a series of tile surfaces, composed of reused tegulae, imbrices, and dolium covers were constructed directly on top of a thick layer or rubble, a phenomenon that was particularly easy to discern in the south western section of the excavation where the level of overburden protected the rather delicate archaeological remains of the post-occupational phase. These surfaces all show evidence for burning and are accompanied by hearth features. Sediment samples were taken for flotation by Anthony Taylor while charcoal samples were examined by Dr. Robyn Veal in the hopes of understanding better the activities associated with the post-occupational phase. We also discovered a relatively well-preserved pottery kiln that had been dug into an early phase floor surface. Although we only excavated the _praefurnium_, it is likely that the kiln was used to produce oil lamps as. It is also now quite clear that by the end of the late first century AD much of the villa, including its central peristyle, was converted from a residential to an artisanal or industrial function. This involved raising the floor levels in certain parts of the structure, filling in some doorways, inserting dolia defossa and diverting the water present in the central peristyle pool. The finds from archaeological strata associated with this renovation suggest that wool working and the preparation of textiles was an important activity at the site. While we had hoped to find evidence for the northern limit of the structure, based on our northernmost trench it now seems clear that plough damage is too great in this area to ever recover the plan of the structure’s northern edge, although we did find some small, well-preserved patches of painted concrete flooring in this area. Still, it is possible that future excavations may find evidence of the _basis villae_. Finally, the finds associated with the first two phases of activity at the site, from the second half of the first century BC to the mid-first century AD, suggest that the site’s inhabitants were of a relatively high social status. These finds include pieces of an iron candelabra, a carnelian intaglio, and a great deal of tack and harness.

Season Team

  • AIAC_811 - Tempio di Venere - 2006
    Fornire il recinto di un tempio di boschetti e giardini era pratica abbastanza comune nel mondo romano, ciononostante anche a Pompei, raramente questi giardini sacri sono stati indagati dal punto di vista archeologico. Per rimediare a questa lacuna l’università di Sheffield sta conducendo ricerche dal 1998 ad oggi nel tempio di Venere, al fine di recuperare evidenze per la cronologia e l’allestimento del principale santuario romano della città e per quello del suo _nemus_ . Le nostre indagini hanno contribuito significativamente alla comprensione dell’uso dello spazio urbano a Pompei e del ruolo del bosco sacro nelle pratiche cultuali. Sono state rinvenute chiare evidenze per la progettazione di un giardino nel santuario romano più antico risalenti al I sec. a.C. e, più precisamente, alla metà dello stesso secolo, permettendoci di identificare questo come uno dei più antichi giardini di tempio conosciuti nell’impero romano. Il bosco sacro di Venere era un giardino “architettonico”, in cui alberi e arbusti furono piantati in modo alterno sui tre lati della corte entro file di contenitori di terracotta lungo il portico colonnato, gli alberi quasi certamente riecheggiavano il ritmo delle colonne e visivamente esaltavano il tempio a chi veniva dal lato meridionale. Le piante nei pressi del tempio rappresentavano ciò che gli autori latini consideravano il _nemus_ , ovvero un bosco creato o manipolato dall’uomo per integrarsi con l’edificio sacro e le sue immagini. Nel periodo augusteo il tempio e il suo portico furono rinnovati per qualche ragione il giardino del tempio fu abbandonato e la corte pavimentata con malta. Anche se il santuario in seguito non ebbe un giardino, i monumenti votivi e le strutture idriche scavate, indicano che la corte rimase il punto focale della venerazione religiosa e dell’attività sociale fino alla distruzione definitiva del santuario nel 79 d.C.
  • AIAC_811 - Tempio di Venere - 2007
    La ricerca delle evidenze archeologiche di un bosco sacro nel santuario di Venere è lo scopo primario della nostra ricerca, ma lo scavo ha gettato luce anche sulla cronologia e lo sviluppo del santuario, sul suo allestimento e sulle alterazioni dei limiti del tempio e il ruolo del santuario nell’espressione dell’identità politica e religiosa di Pompei. Gli scavi sono stati condotti nel 1998, 2004 e 2006 con due stagioni di studio nel 2006 e 2007. Al fine di costruire il santuario sul pendio naturale dell’area, ammassi di macerie edilizie, rifiuti e terreno furono gettati sul pendio e depositati per creare una terrazza artificiale su cui costruire il nuovo tempio e i portici circostanti. Le fondamenta della struttura tagliano e sono inserite nei depositi della terrazza su cui sorge il tempio. La ceramica, i manufatti, la stratigrafia e argomenti storici suggeriscono che il tempio sia una creazione dei coloni romani intorno alla metà del I sec. a.C. Nel corso delle nostre indagini sono state recuperate chiare evidenze della presenza di piante, dimostrando che la sistemazione della corte del santuario a bosco sacro fu contemporaneo alla costruzione del tempio e ai portici circostanti. Si tratta di uno dei boschi, legati ad un tempio, più antichi del mondo romano, per il quale abbiamo evidenza archeologica. Piante, fosse per alberi, alcuni dei quali conservavano ancora vasi in terracotta in situ, sono stati scavati nei depositi di costruzione della terrazza del tempio. Il bosco consisteva in una fila di alberi e arbusti piantati in modo parallelo di fronte alle colonne dei lati settentrionale, occidentale e orientale del santuario. Il disegno è quello di una normale piantumazione di alberi incorniciati da una porticus triplex. Localizzato su un’ampia terrazza artificiale nell’angolo sud-occidentale della città, il santuario con il suo tempio, i portici e la corte allestita a giardino stavano come un monumento cospicuo e un simbolo ideologico della Pompei romana, “abitazione di Venere” (Martial, Epigrams 4.44.5). Nella sua seconda fase, agli inizi del I sec. d.C., il tempio e i portici furono rinnovati, usando marmo lunense come elementi decorativi. Per qualche ragione, il bosco sacro andò fuori uso allora o fu abbandonato e la corte del santuario pavimentata con malta. Le basi dei monumenti votivi e le tracce delle modifiche della gestione dell’acqua nel santuario in età augustea indicano che il sito rimase un importante luogo di culto. Il terremoto del 62 d.C. e forse ulteriori sussulti negli anni seguenti distrussero il complesso. Le macerie nel recinto erano state rimosse e i lavori edilizi nelle fondamenta del nuovo tempio e dei portici erano comunque in stato avanzato prima dell’eruzione del 79 d.C. Alcune parti delle sovrastrutture in marmo lunense del tempio di seconda fase erano state riciclate per questa ultima costruzione e differenti tipi di pietre calcaree colorate importate dal Mediterraneo orientale e dall’Itali settentrionale erano state tagliate e messe in opera nel sito. Il santuario non fu mai finito, né il bosco sacro fu ripiantato a causa della catastrofe finale.