AIAC_2496 - Castello Nuovo - 2008_Lo scavo del butto tardomedievale del Castello Nuovo di Sciacca_
Nell’ambito del P.O.R. Sicilia 2000-2006, nel 2008 la Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento ha condotto una campagna di scavo nelle aree antistanti il Castello Nuovo di Sciacca.
Un saggio sul lato orientale del Castello ha messo in luce una fossa, scavata nella roccia calcarea, che conteneva una notevole quantità di carbone e ossa animali e numerosi frammenti di ceramica, di vetro e oggetti in metallo. Tale riempimento, interpretabile come un butto domestico, si formò in un breve lasso di tempo, anche se, verosimilmente, attraverso gettate successive, sigillate da strati di cenere in funzione antisettica. Ma dal momento che i reperti ceramici sono riferibili ad un arco cronologico compreso tra la fine del XIV, al tempo cioè della fondazione del Castello da parte di Guglielmo Peralta, e gli inizi del XVI secolo, ci troviamo probabilmente di fronte all’esito di un’operazione di sgombero o di ripulitura avvenuta nel corso del ‘500. Nel 1529, infatti, il Castello, che dal ‘400 è divenuto la residenza dei conti Luna, eredi dei Peralta, viene acquisito al demanio per volontà di Carlo V e questo segna forse l’inizio della decadenza. Tra i reperti rinvenuti, maggiormente rappresentata è la ceramica prodotta dalle fornaci saccensi, la cui origine è stata confermata dalle analisi archeometriche. Prevalgono le invetriate piombifere monocrome o decorate in solo bruno o in bruno e verde, anche con motivi di probabile derivazione araldica - scudi, cespugli, croci ricrociate – o stilizzazioni di motivi vegetali e geometrici – onde, trecce, festoni, foglie.
In significativa quantità sono attestate maioliche provenienti dall’area valenzana, decorate in blu o in blu e lustro dorato, che documentano la continuità di rapporti commerciali con la penisola iberica dalla fine del XIV secolo a tutto il XV. Presenti anche le importazioni dall’Italia centro-settentrionale, in particolare dalla Toscana, con le produzioni di Montelupo, e dall’area padana, da cui provengono i frammenti di ceramica graffita policroma.
Anche gli altri oggetti - ditali, bottoni globulari, aghi crinali in bronzo e numerosi chiodi di ferro - documentano momenti di vita quotidiana al Castello.
L’impressione generale che si ricava dall’analisi delle diverse tipologie di reperti recuperati dallo scarico è di una gestione pressoché autosufficiente delle risorse attraverso l’uso di beni di consumo di un certo livello e dalla tecnica elaborata, un dato, questo, che non stupisce in un contesto urbano e in una dimora aristocratica. Inoltre, scorie di lavorazione del ferro, del bronzo e del vetro testimoniano la presenza di attività artigianali gravitanti certamente nell’area del Castello.
Lo scavo di un immondezzaio antico consente l’operazione quanto mai singolare di assegnare al rifiuto il valore di documento: lo scarto diventa storia che racconta la vita di tutti i giorni, le suppellettili, il cibo, le abitudini. Da qui la scelta metodologica di un’analisi totale, integrata dalle moderne tecniche diagnostiche su argille, resti vegetali e ossa animali, che ha consentito anche di ricostruire il tipo di colture e di vegetazione del paesaggio antico e di fare luce sulle abitudini alimentari del periodo.
AIAC_811 - Tempio di Venere - 2006Fornire il recinto di un tempio di boschetti e giardini era pratica abbastanza comune nel mondo romano, ciononostante anche a Pompei, raramente questi giardini sacri sono stati indagati dal punto di vista archeologico. Per rimediare a questa lacuna l’università di Sheffield sta conducendo ricerche dal 1998 ad oggi nel tempio di Venere, al fine di recuperare evidenze per la cronologia e l’allestimento del principale santuario romano della città e per quello del suo _nemus_ .
Le nostre indagini hanno contribuito significativamente alla comprensione dell’uso dello spazio urbano a Pompei e del ruolo del bosco sacro nelle pratiche cultuali. Sono state rinvenute chiare evidenze per la progettazione di un giardino nel santuario romano più antico risalenti al I sec. a.C. e, più precisamente, alla metà dello stesso secolo, permettendoci di identificare questo come uno dei più antichi giardini di tempio conosciuti nell’impero romano.
Il bosco sacro di Venere era un giardino “architettonico”, in cui alberi e arbusti furono piantati in modo alterno sui tre lati della corte entro file di contenitori di terracotta lungo il portico colonnato, gli alberi quasi certamente riecheggiavano il ritmo delle colonne e visivamente esaltavano il tempio a chi veniva dal lato meridionale. Le piante nei pressi del tempio rappresentavano ciò che gli autori latini consideravano il _nemus_ , ovvero un bosco creato o manipolato dall’uomo per integrarsi con l’edificio sacro e le sue immagini.
Nel periodo augusteo il tempio e il suo portico furono rinnovati per qualche ragione il giardino del tempio fu abbandonato e la corte pavimentata con malta. Anche se il santuario in seguito non ebbe un giardino, i monumenti votivi e le strutture idriche scavate, indicano che la corte rimase il punto focale della venerazione religiosa e dell’attività sociale fino alla distruzione definitiva del santuario nel 79 d.C.
AIAC_811 - Tempio di Venere - 2007La ricerca delle evidenze archeologiche di un bosco sacro nel santuario di Venere è lo scopo primario della nostra ricerca, ma lo scavo ha gettato luce anche sulla cronologia e lo sviluppo del santuario, sul suo allestimento e sulle alterazioni dei limiti del tempio e il ruolo del santuario nell’espressione dell’identità politica e religiosa di Pompei.
Gli scavi sono stati condotti nel 1998, 2004 e 2006 con due stagioni di studio nel 2006 e 2007. Al fine di costruire il santuario sul pendio naturale dell’area, ammassi di macerie edilizie, rifiuti e terreno furono gettati sul pendio e depositati per creare una terrazza artificiale su cui costruire il nuovo tempio e i portici circostanti. Le fondamenta della struttura tagliano e sono inserite nei depositi della terrazza su cui sorge il tempio.
La ceramica, i manufatti, la stratigrafia e argomenti storici suggeriscono che il tempio sia una creazione dei coloni romani intorno alla metà del I sec. a.C. Nel corso delle nostre indagini sono state recuperate chiare evidenze della presenza di piante, dimostrando che la sistemazione della corte del santuario a bosco sacro fu contemporaneo alla costruzione del tempio e ai portici circostanti. Si tratta di uno dei boschi, legati ad un tempio, più antichi del mondo romano, per il quale abbiamo evidenza archeologica. Piante, fosse per alberi, alcuni dei quali conservavano ancora vasi in terracotta in situ, sono stati scavati nei depositi di costruzione della terrazza del tempio.
Il bosco consisteva in una fila di alberi e arbusti piantati in modo parallelo di fronte alle colonne dei lati settentrionale, occidentale e orientale del santuario. Il disegno è quello di una normale piantumazione di alberi incorniciati da una porticus triplex. Localizzato su un’ampia terrazza artificiale nell’angolo sud-occidentale della città, il santuario con il suo tempio, i portici e la corte allestita a giardino stavano come un monumento cospicuo e un simbolo ideologico della Pompei romana, “abitazione di Venere” (Martial, Epigrams 4.44.5).
Nella sua seconda fase, agli inizi del I sec. d.C., il tempio e i portici furono rinnovati, usando marmo lunense come elementi decorativi. Per qualche ragione, il bosco sacro andò fuori uso allora o fu abbandonato e la corte del santuario pavimentata con malta. Le basi dei monumenti votivi e le tracce delle modifiche della gestione dell’acqua nel santuario in età augustea indicano che il sito rimase un importante luogo di culto.
Il terremoto del 62 d.C. e forse ulteriori sussulti negli anni seguenti distrussero il complesso. Le macerie nel recinto erano state rimosse e i lavori edilizi nelle fondamenta del nuovo tempio e dei portici erano comunque in stato avanzato prima dell’eruzione del 79 d.C. Alcune parti delle sovrastrutture in marmo lunense del tempio di seconda fase erano state riciclate per questa ultima costruzione e differenti tipi di pietre calcaree colorate importate dal Mediterraneo orientale e dall’Itali settentrionale erano state tagliate e messe in opera nel sito. Il santuario non fu mai finito, né il bosco sacro fu ripiantato a causa della catastrofe finale.