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AIAC_2829 - Collina di San Bartolo - 2008
La città greca di Laos, sul versante tirrenico della Calabria, fu fondata da Sibari. Situata ai confini meridionali del territorio lucano, la città ne fu progressivamente annessa e vide l’impiantarsi di popolazioni italiche che assorbirono probabilmente i discendenti dei coloni greci. Ne seguì lo sviluppo di una cultura particolare, scaturita dall’incontro di due mondi, greco e indigeno.
Scoperto nel 1929 durante i lavori di costruzione della strada Napoli-Reggio Calabria, il sito è stato al centro di varie esplorazioni sotto la direzione di E. Galli (1929) e di P.G. Guzzo (poi G.F. La Torre), E. Greco e A. Schnapp (1973-1994). Dal 2008 i resti della città lucana e tutta la zona intorno sono al centro di un nuovo programma di ricerca, frutto di una collaborazione tra varie istituzioni italiane e francesi.
Nell’ambito di un più complessivo progetto di valorizzazione, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza, sono state acquisite nuove aree e realizzate due campagne di scavo archeologico.
L’indagine ha interessato il prolungamento verso Sud del grande asse stradale (plateia A) all’incrocio con la strada 4. In questo settore dell’abitato sono stati scoperti i resti di un blocco edilizio definito a Nord dall’incrocio della plateia con la strada 4 e a Sud da una canalizzazione monumentale che, anch’essa perpendicolare alla plateia, ne interrompeva la continuità a distanza di circa 35 m.
Il nuovo complesso edilizio individuato (denominato ‘Edificio con cortile’) non presenta al suo interno ambienti o partiture – fatti salvi i vani A e B –, mentre sui muri perimetrali Nord ed Est vede impostarsi, ortogonalmente ad intervalli regolari, piccoli setti murari di eguale dimensione (0,80 x 0,50 m), i quali definiscono una sorta di portico poco profondo. Nell'area centrale del vasto atrio sono presenti apprestamenti e vasche per la lavorazione dell'argilla. Sulla base della disposizione degli ambienti è possibile ipotizzare un accesso sul lato Sud, dove sono visibili uno stretto vestibolo di accesso, con ai lati almeno due stanze, attraverso il quale si passa ad un ulteriore atrio aperto. Le dimensioni totali del complesso sembrano essere pari a 700 mq. e per ordine di grandezza sembrano assimilabili alle altre grandi residenze del ceto aristocratico lucano già indagate. L'organizzazione interna all’edificio sembrerebbe suggerire una destinazione funzionale non abitativa, ma forse di tipo artigianale collegata alla lavorazione dell'argilla a fini economici e produttivi. Le sequenze stratigrafiche forniscono, per quanto concerne l'abbandono, una datazione intorno alla prima metà del III sec. a.C.
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AIAC_2829 - Collina di San Bartolo - 2010
La seconda campagna ha visto il completamento dello scavo della “Casa con la rampa”, la cui estensione complessiva (23x38 m) si conferma maggiore nel senso della lunghezza di quanto sinora ritenuto, per una superficie totale di 874 mq. Mentre nella parte occidentale (già interamente messa in luce negli anni Novanta) essa si dispone in piano, nella sua porzione orientale gli ambienti sono concepiti in modo da compensare i modesti dislivelli del declivio naturale (tra i 90 e i 160 cm). Gli ambienti che compongono l’estremità orientale dell’edificio (in particolare il vano beta, i cui crolli sono stati rimossi per intero) hanno rivelato la presenza di una fitta serie di pithoi in terracotta per lo stoccaggio di derrate alimentari.
Il grande ambiente _delta_, posto in asse rispetto al cortile e all'ingresso principale della casa, costituiva un vasto disimpegno da un lato per il vano T sull'angolo nord-orientale della casa, dall'altro per un simmetrico ambiente _epsilon_ posto sull'angolo sud-orientale. L’estremità orientale della casa molto probabilmente affacciava su un incrocio stradale, invaso nell’ultima fase di vita della città da una struttura edilizia con murature dalla tessitura poco consistente (ambiente _alpha_).
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AIAC_889 - Via Neroniana, ex fondo Piacentini - 2005
Già oggetto di sondaggi negli anni 1989-90 e nel 1992, l’area è sistematicamente esplorata dal 2001 da parte della Scuola di Specializzazione in Archeologia dell’Università di Padova. Vi è stato individuato un vasto complesso monumentale, che doveva articolarsi a meridione in un ampio spazio aperto, probabilmente un giardino, chiuso da un portico con una grande esedra in corrispondenza dell’asse principale, e in un corpo di fabbrica a nord, caratterizzato da un lungo fronte porticato e diversi nuclei di ambienti, collegati da ambulacri.
Difficile definire la funzione del complesso: si può ipotizzare che si tratti di una ricca villa privata e forse le strutture sono da mettere in relazione con le imponenti strutture termali rinvenute dalla Soprintendenza del Veneto sotto l’Hotel Terme Neroniane. I materiali raccolti nei livelli di cantiere l’analisi stilistica dei pavimenti rimandano all’età augustea-tiberiana.
Due le aree aperte, una all’estremità settentrionale del terreno di indagine (Saggio P), l’altra più centrale, in corrispondenza del settore già in parte indagato con gli scavi del 1989-90 e del 1992 (Saggio S). Nel Saggio P è emerso un nucleo di ambienti che la tipologia dei pavimenti, i materiali architettonici e i frammenti di intonaco raccolti negli strati di crollo-abbandono evidenziano come un settore a carattere residenziale, estremamente raffinato e ricco. Le strutture murarie sono leggibili per lo più solo in negativo nelle trincee di spoliazione praticate dopo l’abbandono dell’edificio, mentre i piani pavimentali sono ben conservati.
Il fulcro dell’impianto sembra identificabile in una vasta sala (ca. 120 mq), ubicata in asse con l’esedra meridionale e caratterizzata da un elegante pavimento, in intarsi marmorei di lastrine bianco-nere disposte secondo 2 motivi decorativi, uno a triangoli esagoni e rombi, l’altro a quadrati e rettangoli. Ai lati di questo ambiente, con disposizione simmetrica se ne aprivano altri di diverse dimensioni, pavimentati in mosaici bianco-neri o in intarsi di marmi colorati, provenienti dal bacino del Mediterraneo.
Nel Saggio S sono emersi altri vani, di cui alcuni risultano databili fra la fine del I e gli inizi del II sec. d.C. e attestano una fase di ristrutturazione del complesso architettonico. I due ambienti più vasti dovevano essere riscaldati, come prova il rinvenimento di pilastrini che dovevano sostenere il pavimento. Numerosi sono i materiali scultorei e architettonici di antefisse che decoravano il colmo del tetto, di cornici di stucco, di frammenti di intonaci dipinti con pigmenti provenienti dall’Egitto.
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AIAC_889 - Via Neroniana, ex fondo Piacentini - 2006
Nel 2006 si è proceduto all’ampliamento dello scavo nella zona di raccordo tra i saggi aperti nelle campagne precedenti (Saggio SP) e nella zona a nord-est degli stessi (Saggio F); sono stati aperti 3 nuovi saggi (Saggio M, Saggio angoli est, Saggio laterale Ovest) che hanno permesso di verificare:
- l’entità di interventi successivi all’abbandono/demolizione dell’edificio romano, tutti relativi ad attività di vita (abitato con piccolo artigianato) da riferirsi alle epoche tardoantica, alto e basso-medievale. Tali attività sono risultate concentrate nell’area settentrionale e centrale del campo, nel quadrante delimitato a nord dai Saggi P e SP, a est dal Saggio S, a ovest dal limite di proprietà, mentre a sud sembrano risparmiare il settore est. In questo settore le strutture dell’edificio romano risultano spoliate;
- la conservazione a livello di fondazione delle fabbriche romane relative al corpo centrale, costituito da un portico con il lato settentrionale a nicchie, e meridionale, costituito da un probabile portico di recinzione, culminante a sud in un’esedra con torre centrale e da un ampio giardino con elementi strutturati (fontane? Aiuole? Piccole strade?).
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AIAC_889 - Via Neroniana, ex fondo Piacentini - 2008
La campagna 2008 presso il sito di via Neroniana a Montegrotto Terme (PD) si è concentrata in tre aree.
Con il Saggio denominato “ex SAV”, presso la linea ferroviaria Venezia-Bologna, si sono riportati alla luce resti di un edificio romano, già scavato negli anni 1989-1992. Le fondazioni murarie in blocchi squadrati di trachite euganea sono pertinenti ad una serie di ambienti, delimitati a E dal muro perimetrale dell’intero complesso, dotato di contrafforti a distanze regolari. Tra gli ambienti, si riconosce il tratto orientale del lungo portico a nicchie alternativamente semicircolari e rettangolari che separava la parte settentrionale e residenziale dell’edificio dalla meridionale, presumibilmente tenuta a giardino e recintata. A N del portico si trova un ampio vano quadrato e ad O di quest’ultimo uno stretto corridoio, alcuni vani di risulta retrostanti il portico e un vano dalla caratteristica pianta a T, con una preparazione pavimentale simile a quella del vano quadrato. Alcuni approfondimenti sono stati effettuati al fine di valutare la tecnica edilizia dell’edificio romano, la stratigrafia precedente e il rapporto tra le strutture e la canalizzazione individuata a E delle stesse, oltre il perimetro orientale dell’edificio.
Il Saggio H, già aperto nel 2007, si trova presso il limite NO dell’intera proprietà. Qui si è potuto apprezzare l’impatto delle attività di riuso di età tardo-antica sull’edificio di età romana. Gli spazi dell’edificio romano sono stati spoliati dei pavimenti, ma non dei muri, sfruttati come limiti delle capanne pavimentate con i battuti recuperati al di sotto delle pavimentazioni romane. Tre aree pirotecnologiche e un focolare plurifasico sono collegabili all’abitato tardo-antico. Contestualmente all’abitato, una parte dell’area riutilizzata era adibita a necropoli.
L’individuazione e lo svuotamento delle trincee di spolio delle strutture murarie, da collocarsi in un momento posteriore al degrado del villaggio con necropoli di età tardo-antica e anteriore all’impianto del villaggio medievale, ha inoltre permesso di integrare la pianta dell’edificio romano: accanto ai due ambienti posti a O del grande vano con pavimento in _opus sectile_, se ne sviluppano altri due con rivestimento musivo e un corridoio. Più a O sono emersi lacerti di pavimentazioni in commessi laterizi e addirittura di un lastricato lapideo, le cui caratteristiche e il cui rapporto con il resto dell’edificio romano saranno oggetto dei prossimi interventi di scavo.
La terza area scavata, Saggio G, è occupata da un edificio rettangolare diviso in tre vani e dotato di scale. Le strutture tagliano livelli di IX secolo e si associano a piani inquadrabili tra il X e il XI secolo. All’interno del più orientale dei vani si trova un ampio focolare impostato su una lastra di trachite euganea e con almeno quattro fasi d’uso. All’esterno dell’edificio si è individuata una fossa allungata in associazione ad alcune buche di palo dalla funzione incerta.
A N dell’edificio principale è inoltre stata messa in luce la porzione meridionale di un secondo edificio, con fondazioni murarie in trachite, piano di calpestio in battuto e un piccolo focolare. Con il primo edificio, il secondo condivide orientamento e cronologia (X-XI secolo).
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AIAC_890 - Ca’ Motte - 2006
Le ricognizioni eseguite dal 1998 nel territorio di Villadose hanno permesso di riconoscere addensamenti di materiali fittili (mattoni bollati, coppi, elementi di pavimentazione), ma anche elementi di decorazione architettonica, in marmo o pietra locale, monete, ornamenti in bronzo, ceramica fine da mensa e di uso comune, anfore e vetri. Sulla base di questa documentazione, l’Università di Verona ha riportato alla luce resti di una villa rustica della prima età imperiale, in un’area interessata dal sistema centuriato e ricca di edifici rurali.
L’indagine del 2006 ha precisato la planimetria della villa, in particolare del suo settore rustico, che doveva affacciarsi sulla cosiddetta Via di Villadose, confermando l’esistenza di 2 fasi insediative ben distinte, con una distribuzione degli spazi e delle funzioni. L’impianto sembra riconducibile ad uno schema attestato in area veneta con disposizione ordinata degli ambienti abitativi e produttivi, affiancati in senso est-ovest da aree scoperte e caratterizzate da piani costituiti da materiale ceramico compatto (anfore, ceramica comune e a pasta grigia) e laterizi. Non sembra riprodurre l’impianto dell’edificio organizzato intorno ad una area scoperta, ma prevale la successione di ambienti, spazi coperti da tettoie lignee, portici modesti con basi di colonne in cotto, strutture manifatturiere e cortili con pavimentazioni in laterizio. Presso una delle basi è venuta in luce una tegola frammentaria con bollo C. VETRARI.PRIS con V ed E, R ed I in nesso (C. Veturi Pris[ci?], già attestato nel 2003), cui si aggiungono i bolli PROCVLI e ORESTIS, FASONIA.
La villa rientra nella tipologia delle ville di pianura dell’Italia Settentrionale, costruite all’interno della maglia centuriale con geometrismo nella disposizione degli ambienti. La particolare situazione idrografica creava una condizione favorevole. Inoltre si affacciava direttamente sulla Via di Villadose, che costituiva un percorso importante all’interno dell’area centuriata. I materiali recuperati testimoniano una situazione economica florida: ceramica fine da mensa (terra sigillata norditalica con decorazione a rilievo, liscia di produzione centroitalica e norditalica, ceramica a pareti sottili in pasta grigia), vasellame di uso comune e anfore, spilloni in bronzo o in osso e monete, databili dall’età augustea a tutto il I d.C.
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AIAC_926 - Campagnola - 2006
The excavation brought to light the remains of a walled building, with foundations of trachyte stone blocks, walls of unbaked clay and tiled roof, which occupied almost the entire area between two of the ditches that drained the ancient settlement. Four of these canals were found, all orientated on a north/south alignment, circa 1.50m wide and placed 10m apart. The building was 9m long on the west/east side (where there was probably a portico facing onto the canal), and 9m long (perhaps 13m) on the north/south side, where there may have been a courtyard. All the walls seem to have been demolished.
Two occupation phases were identified, alternating with phases of abandonment. In the first phase the larger structure was built with stone foundations, beaten floors and drainage ditches. This was followed by destruction, perhaps by fire although charcoal and burnt clay finds were modest, the dismantling of the walls, the recovery and re-use of building materials and careful levelling and compacting of the whole area.
In the second phase, the drainage ditch to the east was restored to use suggesting the area was perhaps re-used for agricultural purposes. In the western sector of the trench there was a small building, with very insubstantial walls and a hearth. Subsequently, the site was definitively abandoned.
There was a lack of material which provided absolute dating. The numerous fragments of painted Attic pottery (mainly kylikes) suggest the structures were contemporary with those investigated in previous campaigns and dated between 500 B.C. and the late 4th century B.C. (MiBAC)
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AIAC_930 - Ex Chiesa Abbaziale di S. Maria della Vangadizza - 1999
Nel 1999 nel corso della campagna di controllo l’intervento aveva interessato l’area esterna all’originaria facciata dell’edificio e aveva messo in luce una vasta area cimiteriale e manufatti idraulici relativi all’organizzazione dell’approvvigionamento e dello smaltimento idrico nell’area abbaziale. (MiBAC)
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AIAC_930 - Ex Chiesa Abbaziale di S. Maria della Vangadizza - 2001
Nel 2001 lo scavo ha interessato la parte centro-meridionale della ex chiesa abbaziale: sono state riportate in luce integralmente la navata meridionale e quella centrale dell’edificio. L’indagine ha permesso di constatare che esso era nel Medioevo una basilica a 3 navate, caratterizzata da colonne realizzate in ricorsi di laterizi alternati a corsi lapidei. L’area presbiteriale era interessata da un’ampia cripta, che ben presto colmata. Lo scavo aveva raggiunto la fase d’uso della chiesa databile alla fine del XIV secolo, a cui corrisponde un piano pavimentale lacunoso, che fu oggetto, al momento dell’obliterazione, di una non sistematica esposizione. La vita dell’edificio è stata caratterizzata dal progressivo innalzamento dei piani d’uso, probabilmente da mettere in relazione con i continui problemi di innalzamento della falda e con una instabilità del regime idrografico locale. La stessa pavimentazione che dovette corrispondere ad una riorganizzazione dell’edificio, risulta in fase con una struttura muraria parzialmente conservata in controfacciata, nella quale vanno riconosciuti i resti di una scalinata semicircolare, che dalla soglia di accesso scendeva all’interno del tempio. Simile scalinata è stata rinvenuta nel 1999 presso la porta di accesso dell’edificio in facciata. L’edificio era dunque caratterizzato da un viale esterno che attraversava l’area cimiteriale posta di fronte la chiesa; attraverso alcuni gradini si raggiungeva la soglia dell’edificio e attraverso un’ulteriore scalinata si accedeva all’interno; attraverso il presbiterio un ulteriore gradino innalzava il piano del tempio. Questa organizzazione venne obliterata con un innalzamento del livello della pavimentazione. La chiesa si trasforma da edificio a pianta basilicale in uno ad aula unica. Il pavimento è realizzato con materiale di demolizione di parte dell’edificio. (MiBAC)
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AIAC_930 - Ex Chiesa Abbaziale di S. Maria della Vangadizza - 2002
Nel 2002 è stata ampliata l’area di indagine a nord-ovest, riportando in luce la parte centro-occidentale della navata settentrionale fino al piano pavimentale che costituisce il piano d’uso di fase medievale della chiesa databile alla fine del XIV secolo.
È stato inoltre eseguito un sondaggio nella parte centro-orientale della navata meridionale, portandone in luce il limite est-ovest e che ha permesso di comprendere e documentare il sistema di accesso meridionale alla cripta ed una sua trasformazione anteriore alla defunzionalizzazione del vano sotterraneo. L’accesso all’ambiente sotterraneo avveniva dalle navate laterali: l’arretramento dei prospetti laterali della cripta rispetto a quello centrale creava un corridoio, delimitato a nord dalla struttura della cripta e a sud dal perimetro della chiesa. Dallo spigolo della cripta partiva la scala che metteva in comunicazione il piano della navata con quello della cripta. In un momento successivo alla sua costruzione, il sistema di accesso alla cripta venne modificato, la navata laterale organizzata con una nuova pavimentazione, e al momento della defunzionalizzazione della cripta demolite le scale di accesso, di cui rimane l’impronta del primo gradino di discesa. La porta della cripta era affiancata da 2 semicolonne connesse al sistema di copertura a volte. Nell’angolo sud-occidentale una porta tamponata metteva in comunicazione con un ulteriore vano adiacente alla cripta; le superfici murarie della cripta sono coperte da un intonaco bianco; ampie lastre di pietra di riutilizzo fungevano da base alla fitta rete di colonne sulle quali era impostata la copertura del vano. (MiBAC)