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AIAC_292 - Grotta del Buso Doppio del Broion - 2007
Il Riparo del Broion, lungo una decina di metri, è protetto da un aggetto di circa 7 m e contiene un riempimento parzialmente asportato in età storica per regolarizzare la superficie di calpestio in modo da utilizzarlo a fini agricoli. Il deposito fu intaccato alcuni anni fa da uno scavo abusivo, su una superficie complessiva di 14 mq, fino ad una profondità di 2 m. Nel 1998 è iniziato uno scavo sistematico, che ha messo in luce una serie stratigrafica nella quale sono state distinte 16 unità, le inferiori delle quali (13, 9, 7 e 4) contengono manufatti del Paleolitico medio, le soprastanti manufatti del Paleolitico superiore. Le unità 3 e 2, esplorate su una superficie di 8 mq, non presentano tracce di frequentazione antropica.
L’unità superiore 1, spessa circa 80 cm, presenta inferiormente un limite abrupto ed è stata suddivisa in 7 sottounità (1g – 1a) quasi sempre separate tra loro da limiti abrupti. A ridosso della parete rocciosa i sedimenti sono incoerenti, talora interessati da processi erosivi e da tane. Alla fase antica del Paleolitico superiore (1g e 1f) appartengono due strutture di combustione. Nel settore centrale dello scavo la struttura subcircolare S2 misura 50 cm di diametro, 8 cm di profondità e intacca l’unità 2. Il riempimento è costituito da sedimento fine con abbondante sostanza organica, piccoli clasti, rari carboni, ossa combuste, pochi manufatti di selce alterati dal fuoco. Ad essa si riferiscono le datazioni 14C (AMS): 32.100±400 (UtC-11.790), 25.980±190 (UtC-11.791), 30.480±300 (UtC-11.792) BP. Nel settore occidentale, la struttura S3 è costituita da una depressione subcircolare di 80 cm di diametro, profonda 10 cm, e circondata da cinque pietre di calcare locale, che intacca l’unità 2. Essa è riempita da limi ricchi di sostanza organica, con qualche carbone, uno dei quali datato 31.700±400 (UtC-12.509)BP. All’interfaccia 1f/1g si riferisce la datazione 30.650±300 (LTL-1637A) BP. La fauna, estremamente frammentaria, comprende tra i carnivori orso speleo, volpe comune, gatto selvatico; tra gli ungulati cinghiale, alce, cervo, capriolo, camoscio; tra i roditori e lagomorfi lepre e castoro. Vi sono anche resti di pesci e uccelli di palude. L’insieme rimanda ad un ambiente paludoso ai piedi delle colline, circondato da vegetazione arborea con ampie radure.
Gli insiemi litici di 1g ed 1f vengono attribuiti alla fase antica del Paleolitico superiore. La selce utilizzata proviene dalle formazioni del Biancone e della Scaglia Rossa, con l’eccezione di una lama di selce alloctona. Sono rappresentate tutte le fasi di lavorazione; alla fase di produzione appartengono pochi frammenti di lamella. I nuclei sono stati sfruttati all’estremo, e presentano sempre qualche stacco lamellare. In 1g sono presenti 3 grattatoi piatti, 3 frammenti di lame ritoccate, 2 coltelli a dorso; in 1f una lama ritoccata cf. lama aurignaziana, 1 coltello a dorso curvo cf. Uluzziano e due frammenti lamellari rispettivamente a ritocco erto marginale diretto ed erto marginale alterno. Vi sono inoltre 1 piccolo perforatore e un punteruolo ricavati da schegge d’osso e 4 conchiglie (3 marine, una dulciacquicola) utilizzate come ornamenti, con evidenti tracce di ocra rossa all’interno. Due frequentazioni della fase media del Paleolitico superiore sono documentate nelle sottounità 1c e 1b, per le quali si hanno quattro datazioni 14C-AMS: 25.860±200 (UtC-13321) BP relativo alla sottounità 1c; 27.960±300 (UtC-10.504), 17.830±100 (UtC-10.506) e 28.460±260 (UtC-260) BP relative alla sottounità 1b. La datazione UtC-10.506 si riferisce ad una struttura di combustione subcircolare del diametro di circa 1 m, profonda 7 cm (S1). La scarsa fauna comprende orso speleo, abbondante marmotta, caprini, bovini, volpe, mustelidi, uccelli e pesci. Le sottounità 1e – 1a hanno dato una sequenza gravettiana, all’interno della quale pare possibile distinguere: un insieme scarsamente rappresentato (1e, 1d, 1c), forse gravettiano (facendo affidamento sulla datazione radiometrica relativa alla sottounità 1c); un insieme gravettiano antico a punte a dorso e rari foliati (1b, 1b alfa, 1b beta e 1b gamma) per il quale si hanno due datazioni radiometriche. Questo insieme è marcatamente omogeneo.
Gli strumenti sono rari (2 bulini, 1 grattatoio frontale, un becco, qualche frammento di lama ritoccata). Le armature sono ben rappresentate, anche se si tratta quasi sempre di frammenti o di residui: piccole punte snelle e lunghe de La Gravette, caratterizzate da dorso bipolare e da ritocco complementare di punta o di base opposto al dorso; lamelle a dorso e troncatura. Va infine segnalata la presenza di un frammento mesiale di una punta foliata a faccia piana stretta e lunga, ottenuta con ritocco coprente bilaterale sulla faccia dorsale e ritocco piatto invadente parziale sulla faccia ventrale. Un frammento simile proviene anche dal riempimento di una tana, con altri manufatti gravettiani. L’insieme litico delle sottounità soprastanti 1aα non si scosta da questo quadro. L’analisi delle tracce d’uso ha rivelato l’uso delle armature come punte di armi da getto o come elementi di strumenti compositi utilizzati per tagliare o per segare.
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AIAC_292 - Grotta del Buso Doppio del Broion - 2009
Il Buso Doppio del Broion, già noto agli speleologi della prima metà del secolo scorso, è una delle numerose cavità carsiche che si aprono all’interno delle rocce carbonatiche oligoceniche che costituiscono l’antica bariera corallina di Lumignano. Questa grotta, posta a circa 135 metri di quota s.l.m., tra il Riparo del Broion e la Grotta del Sengio Longo, è così chiamata per la presenza di due entrate di forma pressoché circolare, la maggiore delle quali consente di accedere alla galleria principale (galleria A) che si sviluppa in senso Nord/Ovest-Sud/Est per una lunghezza di circa 12 metri e una larghezza di circa 3 metri. Davanti e alla base dell’entrata principale è posto un grosso masso di crollo che contiene un lembo di deposito archeologico dalla cui superficie emergono alcuni frammenti di ceramiche, successivamente l’accesso all’entrata è facilitato da una serie di gradini artificiali ricavati nella roccia di base sotto la volta della grotta.
Verso la parte terminale della galleria A si apre una seconda diramazione che porta ad una camera che si sviluppa in direzione Nord (galleria B) per una lunghezza di circa 5 metri e larga circa 3 metri, dalla quale si dipartono altri tre diverticoli, due verso Ovest (gallerie C e D), e uno verso Est (Galleria E); altre due gallerie, prive di deposito, si dipartono dalla seconda entrata della grotta. Già durante le operazioni di asportazione del deposito rimaneggiato, ad opera di volontari del CAI di Vicenza, apparve chiara la presenza di reperti che testimoniano una sporadica frequentazione della grotta durante l’ultimo massimo glaciale, attorno a 20.000 anni fa. Infatti il ritrovamento di tre punte a cràn, del tutto simili a quelle provenienti dai depositi della Grotta di Paina a Mossano e di Trene a Nanto, ricavate da selce appenninica, consente di attribuire l’origine della porzione superiore del deposito interno della grotta al Massimo del II Pleniglaciale wurmiano.
L’area di scavo si estende su di una superficie di 13 m2, dove sono state indagate le Unità Stratigrafiche US1 ÷ US6, per uno spessore di 2,5 metri. L’US 1, dello spessore massimo di 80 cm è costituita da grandi massi di crollo della volta e della parete della grotta, tra i quali si pone un sedimento loessico con resti di orso delle caverne, alce, marmotta, castoro, carnivori di piccola e media taglia, vertebre di pesci, uccelli e micro mammiferi (roditori, chirotteri e altri insettivori).
Dalla porzione più profonda (US1 tt III e IV) proviene un’industria litica caratterizzata dalla presenza di pochi scarti di lavorazione della selce, per lo più di provenienza berico-euganea e/o lessinea e frammenti di punte a dorso bipolare con assottigliamenti di base e di punta (cf. Gravettes, variante Vachones), una bipunta e frammenti di lame a dorso che riferiscono l’insieme al Gravettiano antico. L’US2, lenticolare limitata ai quadrati B7 e C7, costituita da una matrice loessica con scarso scheletro calcareo. Il contenuto paleontologico è costituito da ossa di orso delle caverne, di mammiferi di grande e media taglia, vertebre di pesci e micro mammiferi. L’industria litica è assente. L’US3 a matrice loessica con pietre calcaree sub-arrotondate, è stata soggetta a dilavamento idrico post-deposizionale e successiva deformazione da carico. Il contenuto paleontologico è costituito da ossa di mammiferi di media e grande taglia (compreso l’orso speleo), vertebre di pesci e rari uccelli. L’industria litica è assente. Sono presenti carboni di legna isolati posti al di sotto delle pietre più grandi. Nel quadrato B7 si sono distinte 3 sottounità denominate 3a, 3b e 3c. L’US4 è un’ unità organica microstratificata (laminata) a matrice loessica. La matrice loessica è composta da lamine di spessore millimetrico più o meno ricche di sostanza organica. L’unità ha una morfologia tabulare, spessa fino a 30 cm. Il contenuto paleontologico è costituito da orso speleo, mammiferi di grande, media e piccola taglia, compresi carnivori; abbondanti micro mammiferi e pesci. Sono presenti carboni di legna isolati. L’industria litica è assente. L’US5 a supporto clastico con numerosi vuoti interstiziali tra le pietre che raggiungono dimensioni di 30-40 cm di diametro, e scarsa matrice loessica. Lo spessore di US5 raggiunge gli 80 cm. Nella porzione superiore la matrice loessica è più scarsa e secca, le pietre di maggiori dimensioni; nella porzione medio-basale (US5 base) la matrice è più abbondante e più umida, con pietre di dimensioni minori. Da questa unità provengono ossa di orso speleo, marmotta, volpe e altri mammiferi di grande e media taglia, scarse vertebre di pesci, uccelli e un’abbondante microfauna. L’industria litica è rappresentata da 2 lamelle a ritocco erto marginale diretto (cf. Dufour), poche lamelle di piena scheggiatura e scarso debris. Sono presenti carboni di legna isolati. L’US6 posta a circa 2,5 metri di profondità contiene ancora elementi di crollo, costituiti da pietre calcaree sub-arrotondate con una matrice loessica. In alcuni punti il limo eolico è particolarmente pulito, privo di clasti, soprattutto nella porzione basale dell’unità. Il contenuto faunistico è rappresentato da resti di orso speleo, lupo e altri mammiferi di grande e media taglia, vertebre di pesci. Vi sono resti di micro mammiferi. L’industria litica è assente. Rari i carboni di legna.
Con lo scavo 2009 si è potuto raggiungere il tetto di US7 che si presenta come un’unità loessica con pietre calcaree anche di grandi dimensioni (decimetriche) e con ossa di mammiferi tra i quali orso speleo e marmotta, uccelli e micro mammiferi. L’industria litica è rappresentata da un unico frammento mesiale di microlamella a ritocco erto marginale diretto (cf. Dufour).
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AIAC_925 - Pian dell’Osteria - Palughetto - 2006
Il sito di Cassera Lissandri XVII si trova in comune di Farra d’Alpago a 1150 m.s.l.m., sul versante occidentale del Piancansiglio. La zona archeologica era stata individuata durante una ricognizione nel 1998, durante la quale erano stati raccolti manufatti in selce. Il sito si trova su una superficie a bassa pendenza, che verso est si raccorda con il piano del consiglio. La superficie è correlabile a quella che si estende a nord, che ospita gli altri siti mesolitici da LsI a LsIV, Casera Davià da I, II e IV. La superficie ha inizio alle pendici del versante ovest, dove si osserva un repentino cambio di pendenza, dovuto ad una faglia. La superficie risulta coperta da depositi colluviali che conferiscono un’uniformità generale a tutta la superficie e che ricopre il substrato lapideo modellato nelle forme di un carso coperto. Sono stati rinvenuti manufatti litici che indicano un intenso sfruttamento della selce a partire da piccoli blocchi o nuclei introdotti nel sito ad uno stadio avanzato della produzione oppure sotto forma di prelavorati. I nuclei sono del tipo a lamelle o presentano il distacco di qualche scheggia al termine dello sfruttamento. Nessuno strumento è stato rinvenuto; gli unici manufatti ritoccati sono alcune armature, alcune delle quali abbandonate in corso di fabbricazione, e che sono rappresentate da una punta a dorso, un segmento e un frammento di lamella a dorso. La tipologia e la taglia dei nuclei, strumenti e armature suggeriscono che l’insieme litico sia omogeneo e che appartenga alla fase sauveterriana antica, definita nei siti trentini di Romagnano III, e riconosciuta nel sito di Colbricon, oltre che nel vicino insediamento di Casera Lissandri I. L’intervallo temporale in cui si sviluppa tale fase va da 9400 a 8600 anni fa. (MiBAC)