Name
Giovanni Boschian
Organisation Name
Università degli Studi di Pisa, Dipartimento di Scienze Archeologiche

Season Team

  • AIAC_2193 - Grotta La Fabbrica - 2009
    Dopo la ripulitura del terreno rimosso effettuata nelle campagne precedenti, nel 2009 la ricerca si è concentrata sullo scavo del deposito in posto, presente nei quadrati C/I 8/10, con l’intento di stabilirne la stratigrafia e correlarla con quella degli scavi effettuati negli anni ’70 e diretti da Carlo Tozzi, definirne i processi di sedimentazione, le loro lacune, i fenomeni erosivi, i disturbi dovuti a cause naturali (crioturbazioni, bioturbazioni, ecc.) o all’intervento antropico. I risultati di tali studi possono offrire, con il prosieguo delle ricerche, indicazioni relative all’ambiente e al clima in cui il deposito si è formato. Parallelamente allo scavo si è effettuata una campionatura di resti antracologici e faunistici, da utilizzare principalmente per datazioni radiometriche con il metodo AMS (Accelerator Mass Spectrometer); mentre il recupero dei manufatti litici prodotti dai gruppi umani che hanno frequentato la grotta nel corso del tempo ci consentiranno di incrementare i dati e di meglio evidenziare i vari aspetti culturali e la loro evoluzione durante la fase media e superiore del Paleolitico. Infatti, gli scavi nella Grotta La Fabbrica possono portare nuovi e importanti dati sulla successione Musteriano - Uluzziano - Protoaurignaziano, quindi sulla transizione tra gli ultimi neandertaliani e i primi sapiens sapiens, compiuta in Europa mediterranea, tra circa 40.000 e 30.000 anni fa. Gli scavi 1969-73, diretti dal Prof. Carlo Tozzi, interessarono una superficie molto ridotta degli strati in cui sono contenute l’industria musteriana (1), uluzziana (2) e quella protoautignaziana (3 e 4), a causa della forte erosione a cui nel tempo era andato incontro il deposito e di conseguenza anche il numero dei manufatti litici e dei resti faunistici recuperati fu molto ridotto e insufficiente per una analisi dettagliata dell’evoluzione delle industrie e delle faune.
  • AIAC_2303 - Isola Santa - 2009
    Il giacimento fu oggetto di due brevi campagne di scavo negli anni 1976 e 1977 e le ricerche sono riprese nel 2007, data l’importanza del sito come sequenza stratigafica di riferimento per il Mesolitico dell’Italia centrale, con l’obiettivo di delimitare l’estensione del deposito, di chiarire i rapporti cronologici e stratigrafici tra l’Epigravettiano dello strato 5, e il Mesolitico dello strato 4e e di comprendere il significato della presenza di elementi castelnoviani in un contesto ancora sauveterriano (strato 4a). L’industria dell’Epigravettiano finale è contenuta alla sommità di un deposito eolico (loess) depostosi alla fine dell’ultima glaciazione (strato 5, datato in cronologia calibrata [R-1524] 11000-10400 BC). Ad esso segue un suolo bruno parzialmente colluviato (strato 4, con età compresa tra [R-1529] 8650-8270 e [R-1525a] 6430-6060 BC) contenente l’industria litica sauveterriana, sepolto da colluvi recenti in seguito alla messa a coltura del sito a partire dal Medioevo ([LTL2654A] 770 – 970 AD) (strati 3 e 2). Nell’industria sauveterriana abbondano i prodotti di lavorazione, quali nuclei, schegge e scarti, e lo strumentario è caratterizzato dalla presenza di grattatoi corti, subcircolari e carenati, da raschiatoi su scheggia e più raramente su micro lamelle, da troncature. Le armature, confezionate sul posto come dimostrano i microbulini rinvenuti, sono caratterizzate dalla forte presenza di triangoli isosceli e in maggior misura scaleni, semilune, dorsi e troncature e punte a doppio dorso. Il sito può essere interpretato come un campo stagionale, occupato durante l’estate per la caccia allo stambecco, al cervo e al camoscio e la raccolta delle nocciole. Il deposito preistorico è stato in parte tagliato dalla costruzione di un muro a doppio paramento di pietre lavorate con cura che in base alla ceramica (frammenti di maiolica e di graffita arcaica) può essere datato al XIII-XIV secolo in accordo con le fonti scritte che parlano di un insediamento in questa zona a partire dall’A.D. 1230.
  • AIAC_2303 - Isola Santa - 2010
    È proseguita l’esplorazione dei livelli mesolitici ed epigravettiani, ma causa del maltempo lo scavo è stato abbreviato e non è stato possibile procedere alle indagini delle stratificazioni medievali. Tutto il terreno di scavo è stato setacciato in acqua con maglia di 2 mm in modo da consentire la raccolta integrale dei manufatti microlitici e dei carboni per le indagini paleobotaniche e le datazioni radiometriche. Il lavoro si è concentrato sulla delimitazione e svuotamento di una grande buca o fossa di erosione presente nei quadrati L9 e M9. Il riempimento appare caotico con all’interno blocchi o zolle compatte sradicate dal suolo mesolitico in posto (strato 4) e immerse in una matrice limosa giallastra poco coerente. Sono molto abbondanti i carboni, anche di grandi dimensioni, mentre l’industria mesolitica è presente in modesta quantità. La fossa ha la profondità di 226/232 cm e intacca anche la parte superiore del deposito epigravettiano (strato 5) formato da loess antropizzato). Gli elementi per la datazione sono pochi, ma poiché su di essa poggia in parte l’edificio datato al XII-XIII secolo e poiché contiene carboni di legna di grossa pezzatura come quelli che coprono la superficie concotta esterna all’edificio medievale, è probabile quindi che la fossa sia da riferire al Medioevo, anche se non vi sono stati trovati manufatti riferibili a tale periodo. Esternamente alla fossa si procede allo scavo dei quadrati I8. L8, M8. L’industria litica di tipo sauveterriano è abbondante nei livelli in posto 4b, 4c, 4d. Il livello sottostante 4e contiene industria dell’Epigravettiano finale ed è di colore molto scuro per la presenza di abbondanti piccoli carboni; nella sua parte superiore persistono rari microliti sauveterriani. Lo strato 5 segna un cambiamento di colore, che diviene giallastro e restituisce ancora industria epigravettiana in quantità decrescente in 5a e 5b, mentre in 5c il deposito diviene del tutto sterile di manufatti e di carboni. Appare evidente una discontinuità tra e, forse dovuta a un fenomeno erosivo, tra limo sterile giallo di base (5c) e il soprastante deposito loessico (5a, 5b), rielaborato dall’attività antropica. Lo scavo del 2010 ha quindi messo in evidenza importanti caratteristiche stratigrafiche, non emerse con gli scavi degli anni ’70 del secolo scorso e del 2007-2009. Il Sauveterriano in posto sembra essere contenuto esclusivamente nei tagli 4a-4d; l’Epigravettiano corrisponde all’insieme dei tagli 4e2-5a2. Il taglio 4e1 è una fascia di transizione in cui all’Epigravettiano dominante si aggiungono manufatti sauveterriani, probabilmente infiltrati dall’orizzonte sovrastante.
  • AIAC_2417 - Ortucchio, Strada 28 - 2007
    In seguito alla segnalazione del sig. Orante Ventura, nel Luglio 2007 sono riprese le ricerche nel sito di Ortucchio-Strada 28, con l’intento di verificare la conservazione di un deposito archeologico in posto, dal momento che in seguito ad intensi lavori agricoli era venuto in superficie un insieme omogeneo di materiale litico di industria sauveterriana. L’insediamento di Ortucchio, segnalato da Giorgio Tempesti, fu indagato nel 1957 da A.M. Radmilli e nel 1958 da S.M. Puglisi, che individuò al di sotto di un livello eneolitico uno strato con industria microlitica, definita di derivazione paleo-mesolitica. Gli scavi sistematici condotti nel 1962 dall’Università di Pisa sotto la direzione di Giuliano Cremonesi hanno permesso di meglio comprendere la posizione stratigrafica dei livelli mesolitici. Nelle campagne di scavo condotte negli anni 1969 e 1970 dall’Università di Pisa furono individuati solo i livelli riferibili alla frequentazione eneolitica. La campagna di scavo condotta a Luglio 2007 ha interessato un’area localizzata nella particella 237 appezzamento 3bis del Foglio di Mappa 19 del Comune di Ortucchio. Sono stati aperti 3 Saggi di diversa estensione per una superficie totale di 25 mq. Il Saggio 1 è l’unico ad aver restituito un complesso omogeneo riferibile all’occupazione mesolitica. Lo scarso materiale archeologico proviene da alcuni lembi di deposito immersi nel limo sterile e per lo più dal terreno agricolo. L’indagine è stata approfondita con due successive campagne di ricognizione: la prima nel Dicembre 2007 ha permesso di delimitare l’estensione del sito e verificare la conservazione del deposito archeologico, mediante carotaggi nell’appezzamento di terreno adiacente all’area di scavo; la seconda svoltasi a Ottobre 2008 con la partecipazione del dott. re Ermanno Danese è stata finalizzata alla campionatura della selce sull’Unità tettonica del Monte Genzana. Nell’ambito del programma di ricerca sono state svolte: - analisi sedimentologiche eseguite dalle dott. sse Cristina Fabbri e Lucia Angeli e coordinate dal dott. re Giovanni Boschian - analisi tecnologica dell’industria litica effettuata dal dott. re Fabio Negrino. I materiali archeologici si caratterizzano per una maggiore incidenza delle armature microlitiche, rispetto a quanto emerso negli studi precedenti, confermando la presenza nel territorio di un aspetto tipico di facies Sauveterriana.
  • AIAC_2961 - Valle Giumentina - 2012
    Sessant’anni dopo gli scavi del Prof. Antonio Mario Radmilli, rivive la ricerca archeologica a Valle Giumentina, un sito di incredibile bellezza, situato nel Parco Nazionale della Majella. Nel mese di Settembre 2012, una squadra multidisciplinare composta da archeologi (specialisti in Paleolitico) e da geologi e paleontologi ha ripreso le ricerche per ricostruire la presenza dell’uomo durante gli ultimi 300 000 anni. La registrazione continua della sua presenza per un intervallo di tempo cosi ampio fa della Valle Giumentina un sito di estrema importanza ed interesse al livello europeo per la rarità e per la qualità della conservazione Valle Giumentina è una piccola valle sospesa a circa740 m di quota, un tempo occupata da un lago. Nei sedimenti di questo lago, oggi di circa 40 metri di spessore, si rivengono sette livelli archeologici con manufatti in pietra riferiti a gruppi umani neandertaliani. Questi gruppi frequentavano le sponde del lago Giumentina per cacciare gli animali e scheggiare la pietra. La lunga sequenza di sedimenti contiene pollini, molluschi e altri organismi che testimoniano le vicissitudini del clima e dell’ambiente nel tempo. Dall’unione degli studi geologici, archeologici e paleontologici si potrà risalire alla vita dei nostri antichi antenati. L’eccezionalità della durata della frequentazione umana permetterà di ricostruire l’evoluzione sociale ed economica dell’uomo nel Paleolitico. Durante il mese di Settembre è stato eseguito un interessantissimo sondaggio di 45 metri, che verrà analizzato e studiato in laboratori specializzati dell’Università di Pisa e Parigi. Inoltre, si è proceduto alla ripulitura di tutta la sezione paleolacustre affiorante in Valle Giumentina. Questo progetto di cinque anni (2012-2016) è finanziato dall’Ecole française de Rome, e dalla Fondazione Pescarabruzzo ed è realizzato in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo, l’Institut national de recherches archéologiques préventives francese, il Museo delle Genti d’Abruzzo, l’Archeoclub di Pescara, con il sostegno del Parco Nazionale della Majella del Comune di Abbateggio e del Comune di Caramanico.
  • AIAC_844 - Grotta Continenza - 2010
    La campagna di scavo per l’anno 2010 a Grotta Continenza (Trasacco, AQ) si è svolta nel periodo dal 2 al 12 agosto. È proseguito lo scavo del deposito della zona compresa nei quadrati 4-5-6-7/BB-CC-DD-EE-FF-GG, con l’asportazione del tetto del Livello 26, in cui la chiazza di cenere (26 cenere) individuata nella precedente campagna, sembra allargarsi anche ai quadrati 4-5-6 BB e CC. Dopo aver evidenziato i limiti di questa unità, se ne inizia la rimozione: qui il deposito si presenta compatto, senza pietrisco, di colore grigio che sfuma al nero verso i margini. Sotto al 26 grigio è iniziato a venire alla luce il tetto del Livello 26 A nei quadrati 4-5 BB-EE, che sembra immergersi sotto il grosso accumulo di pietre che occupa la fascia 4-5 DD. Si rafforza l’ipotesi che la situazione messa in luce con il saggio nell’interno grotta (fascia di quadrati GG fino alla parete) sia totalmente differente rispetto a quella attualmente in fase di scavo: probabilmente nel sondaggio è stato già portato allo scoperto il tetto del deposito paleolitico. In 6 DD-EE, ad una quota di -423 cm, emergono altre due chiazze di cenere forse pertinenti a svuotamenti/ripuliture dei focolari presenti verso l’imboccatura. Si decide di documentare ed asportare l’accumulo di pietre presente nei quadrati 4-5 DD: al di sotto compare, come ipotizzato, il tetto del Livello 26 A il quale viene portato in luce anche sulla restante area di scavo dopo la rimozione dello strato di cenere. Inoltre, per verificare la correlazione tra il deposito esterno e l’interno grotta, si effettua una ripulitura nella fascia di quadrati 7 DD/GG, dove emerge finalmente su tutta l’area il tetto del Livello 2, caratterizzato da pietre alterate in rosso in matrice nera. In 6 GG, invece, si rimuove parte del Livello 2 sotto al quale emergono le pietre individuate già con il saggio interno e appartenenti al Livello 2 B/3; sono inerenti, probabilmente, al tetto dell’ultima frequentazione paleolitica della grotta. Tra i reperti rinvenuti, da segnalare la presenza di scarsi resti umani non in connessione (falangi, denti, una costa di bambino, un frammento di cranio), abbondanti micro e macrofauna e rara (e senza elementi diagnostici di rilievo) industria litica.
  • AIAC_940 - Grotta Rutina presso Bocca di Valle - 2004
    Gli scavi nella Grotta Rutina hanno riportato alla luce materiali paletnologici in quantità abbondante, costituiti prevalentemente da schegge di lavorazione in selce, rari frammenti di ceramica e alcune schegge di ossidiana. La commistione di reperti litici in selce e ossidiana e di ceramiche di impasto non tornite (alcune con caratteristiche che ricordano complessi dell’Età del Rame), suggerisce che il livello superficiale in cui sono stati rinvenuti i reperti costituisca un palinsesto che testimonia più frequentazioni diluite nel tempo. La grande quantità di frammenti di selce suggerisce che la Grotta possa essere stata sede di lavorazione della selce ricavata in loco dalle formazioni affioranti nell’area. L’industria litica è caratterizzata da supporti su scheggia, mentre quelli laminari sono rari. Questo aspetto, unito alla presenza di ossidiane, lascia supporre che almeno parte del complesso litico derivi da attività di scheggiatura più recenti legate alle culture neolitiche. Riguardo ai livelli inferiori, questi testimoniano di fasi climatiche e culturali decisamente più antiche, attribuibili al Pleistocene superiore e alle popolazioni in possesso di culture sia del Paleolitico superiore che del Musteriano. (MiBAC)