Name
Giorgio Manzi
Organisation Name
"Sapienza" Università di Roma, Dipartimento di Biologia Animale e dell'Uomo

Season Team

  • AIAC_1016 - Campogrande - 2005
    During the course of the 2005 excavations in the locality of Campogrande core samples were taken on the sites denominated CG1 and CG9 Superiore, with the aim of defining the stratigraphy of the Ceprano basin. Two core samples were taken, each 10 cm in diameter and circa 40 m long, containing sediments essentially composed of lacustrine clay alternating with gravels. It is probable that neither core sample reached as far as the lake’s Miocene floor. Subsequently, a trench denominated trench “C.E.”, circa 60 cm long and with a maximum depth of circa 3m was dug on a north/east-south/west alignment. This aimed to assess any correlations over a wider horizon although limited to upper levels. Samples were collected from along the section for geological and paleo-botanical study. (MiBAC)
  • AIAC_1020 - Complesso SS. Casto e Secondino - 2009
    Le indagini archeologiche nell’area a cielo aperto del complesso dei Ss. Casto e Secondino, per le quali si è programmata una prosecuzione nel 2010, si sono estese, tra il 2007 e il 2009, ad altri tre settori, contigui a quello già scavato nel 2006. E’ stato possibile, quindi, rimettere in luce quasi tutta la porzione della necropoli subdiale, impiantata sulla collina, che è stata risparmiata dall’intensa attività edificatoria del secolo scorso e che ricade, oggi, nella proprietà della Diocesi. Essa si è confermata costituita da tombe a fossa scavate nel banco roccioso, spesso concepite per due piani sovrapposti di inumazione o, comunque, interessate da un uso prolungato, testimoniato da tracce chiare di riutilizzo. Le sepolture, tranne sporadici casi, sono risultate in massima parte manomesse e riempite di terra, contenente pochi resti scheletrici sconnessi. I numerosi frammenti di tegole e coppi rinvenuti negli strati di demolizione e livellamento della necropoli, insieme ai rari resti ancora in opera, sono ascrivibili al rivestimento interno delle pareti e, soprattutto, alle coperture, piane, alla cappuccina o alla semicappuccina. Sono riconoscibili allestimenti tipici per il rituale funerario del _refrigerium_ in una tomba a tumulo e due mensae. Si osserva anche la disposizione di alcune sepolture entro un recinto, presumibilmente pertinente ad un gruppo familiare. Da una prima analisi dei reperti, la fruizione della necropoli sembra arrivare fino al V-VI secolo. La ripresa dello scavo all’interno della chiesa ha confermato, sulla base dei rapporti stratigrafici, la seriorità dell’edificio rispetto alle sepolture rinvenute sotto i suoi livelli di frequentazione. Esse sono pertinenti ad un altro tratto della medesima necropoli, con analoghe caratteristiche di impianto e di utilizzo, ugualmente protrattosi fino al V-VI secolo. Tuttavia, la conservazione di un vano residuo di galleria sotterranea come fulcro dell’ambiente di culto sembrerebbe al momento lasciare ipotizzare, per questo settore, un‘originaria natura di sepolcreto rupestre, sopravvissuto all’obliterazione dell’assetto necropolare per motivi devozionali e fruito a scopo di venerazione, ininterrottamente, fino alla sua totale riconfigurazione di pieno medioevo, perpetuata nella chiesa attuale. Nell’area prossima alla chiesa, dove è ubicata una galleria con tracce di loculi, già nota prima degli scavi, è stato possibile evidenziare i resti di altre due gallerie cimiteriali, evidentemente parte di un piccolo sistema “catacombale”. Una è stata rimessa in luce al di sotto del cortile di un fabbricato moderno contiguo, l’altra è emersa nello spazio a cielo aperto, a scarsa profondità rispetto all’attuale calpestio. Entrambe sono state rinvenute rasate, prive della volta e colmate di terra e detriti in età moderna. Nonostante le manomissioni e gli interventi demolitori, si riconosce l’articolazione delle pareti in grandi arcosoli a calotta absidata o in nicchioni oppure lo sfruttamento intensivo con loculi su più livelli e forme che tagliano il piano pavimentale. Di particolare interesse è un brano di decorazione dipinta ancora in opera, databile, per caratteristiche di ornato e di stile, alla seconda metà avanzata del IV secolo.
  • AIAC_543 - La Pineta - 2015
    Dal 12 al 31 luglio 2015 il sito paleolitico di Isernia La Pineta è stato oggetto di attività di scavo e di studio da parte dell’Università degli Studi di Ferrara, con la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia del Molise. L’area indagata (quadrati 156-157-158-159-166-176) è ubicata nel quadrante 1 del I settore di scavo. Le attività di scavo sono state orientate alla rimozione dell’unità 3 (depositi fluvio-lacustri con sabbie e ghiaie fini), ovvero, dall’alto verso il basso, dei livelli 3s1-5, 3s6-9, 3colluvio, 3s10 e 3b, al fine di raggiungere e mettere in luce l’archeosuperficie 3c. Questa archeosuperficie, scavata tra il 1980 e il 1993 su una superficie di 52 mq, costituisce la prima attestazione della frequentazione umana del sito di Isernia La Pineta. Essa si caratterizza per la presenza di resti paleontologici e litici inglobati in una matrice sabbiosa dello spessore di pochi centimetri che si colloca immediatamente al di sopra del livello di travertino. I livelli oggetto di scavo hanno restituito reperti litici, perlopiù schegge in selce di piccole dimensioni, e paleontologici, frammenti indeterminabili di dimensioni varie ma anche significativi resti di grandi erbivori, tra i quali vertebre e corna di bisonte. I resti paleontologici sono stati sottoposti a pulizia, consolidamento e restauro. Il rilievo planimetrico e dei reperti è stato facilitato dall’utilizzo di un sistema informatizzato creato ad hoc che consente di automatizzare e velocizzare le attività di documentazione in fase di scavo, riducendo il rischio di errori. Alla sostituzione della scheda di scavo cartacea con una scheda informatizzata costruita con Google Drive, si accompagna l’eliminazione della bussola grazie alla messa a punto di un programma che, tramite più punti rilevati con la stazione totale, consente il calcolo automatico della pendenza e dell’orientamento del reperto. Il lavaggio e vaglio del sedimento ha consentito il recupero di resti di microfauna (perlopiù denti di roditori e vertebre di pesci), malacofauna, piccoli frammenti di macrofauna, piccole schegge e scarti di lavorazione in selce e cristalli di sanidino, particolarmente utili per le datazioni radiometriche. A conclusione delle attività di ricerca, all’interno di un workshop organizzato dall’Università di Ferrara in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia del Molise, sono state presentate alla comunità scientifica e al grande pubblico le più recenti acquisizioni scientifiche sul sito di Isernia La Pineta. Particolare enfasi è stata posta sulla scoperta del dente umano rinvenuto nel 2014 nel livello 3 coll del sito di Isernia La Pineta, che, ascrivibile a circa 580.000 anni fa sulla base delle più recenti datazioni radiometriche, costituisce allo stato attuale delle ricerche il più antico resto umano in Italia. Il reperto, un incisivo mascellare di un bambino di circa 5-7 anni, attribuito a _Homo_ _sp._ , potrebbe verosimilmente essere attribuito a _Homo_ _heidelbergensis_ che in quel periodo aveva popolato il continente europeo.