-
AIAC_162 - Via Gemina - 2009
Dal 2005 è oggetto di indagine archeologica ad Aquileia l’area (partt. cat. 424/6, 18-19, 23-27 e 425/1, 3, 5-6, 14-16) che la Soprintendenza Archeologica del Friuli Venezia Giulia ha assegnato all’Università di Trieste. Le prime due campagne hanno permesso di individuare parti di un importante complesso residenziale, probabilmente di proprietà di funzionari imperiali o di notabili locali e convenzionalmente denominata “dei putti danzanti”.
Nel 2005 furono messi in luce due mosaici di straordinaria qualità, verosimilmente riferibili agli ambienti privati del proprietario, raccolti intorno ad un piccolo peristilio; nel 2006 la scoperta dell’ultimo tratto dei mosaici affacciati su detto portico aveva consentito di collegare questo settore al pavimento cd del “Tappeto fiorito”, già messo in luce da Luisa Bertacchi nel giardino dell’adiacente caserma dei Carabinieri.
L’individuazione, in occasione delle indagini condotte tra 2007 e 2009, di nuovi piani pavimentali, strutture murarie, soglie, ha permesso di ricostruire con un buon margine di certezza l’estensione e l’articolazione planimetrica della _domus_. Una delle finalità principali delle indagini è stata, poi, quella dell’analisi del contesto urbanistico nel quale la dimora stessa era inserita, soprattutto in relazione ai complessi fenomeni di trasformazione intervenuti nelle città durante il periodo tardo antico, con una ridefinizione funzionale dei quartieri in rapporto a nuovi centri di aggregazione e di attrazione. La possibilità di operare in un’area ampia, corrispondente ad una delle _insulae_ più importanti della città, ha permesso, infatti, di coglierne i radicali cambiamenti nell’ordinamento spaziale, funzionale e giuridico. Queste osservazioni sono state possibili soprattutto grazie all’apertura di un nuovo settore di scavo in corrispondenza del cardine massimo già indagato da Giovanni Brusin negli anni ’30, ma di cui non era più certo l’esatto posizionamento. L’analisi del manto stradale e dei rifacimenti dell’ambulacro del portico ha consentito di porre in evidenza più opere di restauro e un grande intervento di rimodulazione delle suddivisioni interne dell’ _insula_, determinato dalla creazione di una piccola stradina divisoria, funzionale alla risistemazione planimetrica di IV secolo d.C.
-
AIAC_162 - Via Gemina - 2010
Although the complete plan of the house is not yet known, to date circa twenty rooms have been identified. The main entrance was probably situated on the ancient via Gemina, indicated by some as the ancient town’s _decumanus maximus_, situated south of the modern road. The house probably had reception rooms with a high standard of decoration, beside which was the “private” part of the house arranged around a small portico. From here access was gained to the service rooms and a large kitchen situsted next to the heated rooms of a bath suite. The plan of the late antique house, which probably occupied the entire _insula_, seems to have partially altered the latter’s original layout. In fact, although the insula maintained its original perimeter, the internal road network changed, further evidence of the late antique phenomenon which saw private property encroaching on the urban layout.
-
AIAC_162 - Via Gemina - 2011
Il sito si colloca in un’area nevralgica del tessuto urbano di Aquileia romana. La cd “Domus dei Putti Danzanti” occupa, infatti, la seconda insula a nord-est del Foro, a poche decine di metri dal porto fluviale. La denominazione “Putti Danzanti” si deve allo splendido mosaico policromo con eroti inseriti in ghirlande riscoperto nella Campagna 2005.
Per quanto la planimetria completa della casa nella sua fase di maggior sviluppo non sia ancora del tutto chiara, allo stato attuale della ricerca, sono stati individuati più di una ventina di ambienti.
L’ingresso principale doveva porsi lungo l’antica via Gemina, a sud della strada moderna, ed è probabile che fosse connotato da ambienti di rappresentanza di notevole livello decorativo, di cui forse faceva parte anche il famoso mosaico aquileiese del “Tappeto fiorito”. A nord di essi un’area più raccolta e “privata” era disposta attorno ad un piccolo portico. Un altro polo attorno al quale si sviluppava l’edificio era rappresentato da un secondo peristilio, portato alla luce nel 2011 e sito a nord degli ambienti precedenti. Questa corte porticata, dotata di un sistema di scolo e raccolta dell’acqua piovana, era probabilmente cieca su uno o due lati, mentre si apriva a est su un ambiente di rappresentanza di grandi dimensioni, pavimentato con un tessellato in cui era inserito un riquadro in opus sectile. L’accesso a quest’area dall’esterno era garantito a est da uno stretto corridoio che collegava la domus ad un cardine minore, oltre la fila di ambienti adibiti a botteghe.
Dal peristilio si potevano raggiungere anche gli ambienti riscaldati delle terme, a sud, e l’ampia cucina. L’impianto della dimora tardo-antica sembra aver alterato, almeno in parte, l’assetto catastale originario dell’isolato, che, pur conservando l’originario perimetro, mutò nella distribuzione del reticolo viario interno, a ulteriore attestazione del noto fenomeno di sopravanzamento del privato sul tessuto urbano in età tardo-antica.
-
AIAC_162 - Via Gemina - 2012
Il sito si colloca in un’area nevralgica del tessuto urbano di Aquileia romana. La cd “Domus dei Putti Danzanti” occupa, infatti, la seconda insula a nord-est del Foro, a poche decine di metri dal porto fluviale. La denominazione “Putti Danzanti” si deve allo splendido mosaico policromo con eroti inseriti in ghirlande scoperto nel 2005.
Per quanto la planimetria completa della casa nella sua fase di maggior sviluppo non sia ancora del tutto chiara, allo stato attuale della ricerca, sono stati individuati più di una ventina di ambienti. L’ingresso principale doveva porsi lungo l’antica via Gemina, a sud della strada moderna, ed è probabile che fosse connotato da ambienti di rappresentanza di notevole livello decorativo, di cui forse faceva parte anche il famoso mosaico aquileiese del “Tappeto fiorito”. A nord di essi un’area più raccolta e “privata” era disposta attorno ad un piccolo portico. Un altro polo attorno al quale si sviluppava l’edificio era rappresentato da un secondo peristilio, portato alla luce tra il 2011 e il 2012 e sito a nord degli ambienti precedenti. Questa corte porticata, dotata di un sistema di scolo e raccolta dell’acqua piovana, era probabilmente cieca su uno o due lati, mentre si apriva a est su un ambiente di rappresentanza di grandi dimensioni, pavimentato con un tessellato in cui era inserito un riquadro in opus sectile.
L’accesso a quest’area dall’esterno era garantito a est da uno stretto corridoio che collegava la domus ad un cardine minore, oltre la fila di ambienti adibiti a botteghe. Dal peristilio si potevano raggiungere anche gli ambienti riscaldati delle terme, a sud, e l’ampia cucina. L’impianto della dimora tardo-antica sembra aver alterato, almeno in parte, l’assetto catastale originario dell’isolato, che, pur conservando l’originario perimetro, mutò nella distribuzione del reticolo viario interno, a ulteriore attestazione del noto fenomeno di sopravanzamento del privato sul tessuto urbano in età tardo-antica.
-
AIAC_162 - Via Gemina - 2013
Il sito si colloca in un’area nevralgica del tessuto urbano di Aquileia romana. La cd “Domus dei Putti Danzanti” occupa, infatti, la seconda _insula_ a nord-est del Foro, a poche decine di metri dal porto fluviale. La denominazione “Putti Danzanti” si deve allo splendido mosaico policromo con eroti inseriti in ghirlande scoperto nel 2005.
Per quanto la planimetria completa della casa nella sua fase di maggior sviluppo non sia ancora del tutto chiara, allo stato attuale della ricerca, sono stati individuati più di una ventina di ambienti.
L’ingresso principale doveva porsi lungo l’antica via Gemina, a sud della strada moderna, ed è probabile che fosse connotato da ambienti di rappresentanza di notevole livello decorativo, di cui forse faceva parte anche il famoso mosaico aquileiese del “Tappeto fiorito”.
A nord di essi un’area più raccolta e “privata” era disposta attorno ad un piccolo portico. Un altro polo attorno al quale si sviluppava l’edificio era rappresentato da un secondo peristilio, portato alla luce tra il 2011 e il 2012 e sito a nord degli ambienti precedenti. Questa corte porticata, dotata di un sistema di scolo e raccolta dell’acqua piovana, era probabilmente cieca su uno o due lati, mentre si apriva a est su un ambiente di rappresentanza di grandi dimensioni, pavimentato con un tessellato in cui era inserito un riquadro in _opus sectile_. L’accesso a quest’area dall’esterno era garantito a est da uno stretto corridoio che collegava la _domus_ ad un cardine minore, oltre la fila di ambienti adibiti a botteghe. Dal peristilio si potevano raggiungere anche gli ambienti riscaldati delle terme, a sud, e l’ampia cucina. L’impianto della dimora tardo-antica sembra aver alterato, almeno in parte, l’assetto catastale originario dell’isolato, che, pur conservando l’originario perimetro, mutò nella distribuzione del reticolo viario interno, a ulteriore attestazione del noto fenomeno di sopravanzamento del privato sul tessuto urbano in età tardo-antica.
-
AIAC_162 - Via Gemina - 2014Il sito si colloca in un’area nevralgica del tessuto urbano di Aquileia romana. La cd “Domus dei Putti Danzanti” occupa, infatti, la seconda insula a nord-est del Foro, a poche decine di metri dal porto fluviale.
La denominazione “Putti Danzanti” si deve allo splendido mosaico policromo con eroti inseriti in ghirlande scoperto nel 2005.
Per quanto la planimetria completa della casa nella sua fase di maggior sviluppo non sia ancora
del tutto chiara, allo stato attuale della ricerca, sono stati individuati più di una ventina di
ambienti.
L’ingresso principale doveva porsi lungo l’antica via Gemina, a sud della strada moderna, ed è probabile che fosse connotato da ambienti di rappresentanza di notevole livello decorativo, di cui forse faceva parte anche il famoso mosaico aquileiese cd. del “Tappeto fiorito”.
A nord di essi un’area più raccolta e “privata” era disposta attorno ad un piccolo portico. Un altro polo attorno al quale si sviluppava l’edificio era rappresentato da un secondo peristilio, portato alla luce tra il 2011 e il 2012 e sito a nord degli ambienti precedenti. Questa corte porticata, dotata di un sistema di scolo e raccolta dell’acqua piovana, era probabilmente cieca su uno o due lati, mentre si apriva a est su un ambiente di rappresentanza di grandi dimensioni, pavimentato con un tessellato in cui era inserito un riquadro in opus sectile.
L’accesso a quest’area dall’esterno era garantito a est da uno stretto corridoio che collegava la domus ad un cardine minore, oltre la fila di ambienti adibiti a botteghe.
Dal peristilio si potevano raggiungere anche gli ambienti riscaldati delle terme, a sud, e l’ampia cucina.
L’impianto della dimora tardo-antica sembra aver alterato, almeno in parte, l’assetto catastale
originario dell’isolato, che, pur conservando l’originario perimetro, mutò nella distribuzione del reticolo viario interno, a ulteriore attestazione del noto fenomeno di sopravanzamento del
privato sul tessuto urbano in età tardo-antica.
-
AIAC_162 - Via Gemina - 2015In base alle indagini fino ad oggi condotte la cd “Domus dei Putti Danzanti”, collocata all’interno della seconda _insula_ a nord-est del Foro, si estendeva probabilmente all’intere quartiere; non è stato, infatti, ancora individuato alcun limite perimetrale, se non quello verso il cardine che delimitava ad est il quartiere, né, tanto meno, spazi di _ambitus_ tra edifici contigui. La prossimità con le “Case del fondo ex-Ritter”, messe in luce negli anni Trenta del secolo scorso da Giovanni Brusin, e con il pavimento del “Tappeto Fiorito” rende piuttosto probabile l’esistenza di un’unica dimora di notevole ampiezza. L’area scavata si colloca in un’area che sembrerebbe aver subito un progressivo “declassamento” già nel corso del IV secolo d.C., momento nel quale concordemente gli studiosi individuano uno spostamento del nuovo centro cittadino attorno al complesso basilicale.
L’area gravitante attorno al Foro, in questo momento simbolicamente restituito all’originario prestigio, avrebbe tuttavia potuto costituire un punto di riferimento per quella parte della classe dirigente locale che legava, come ampiamente documentato nel IV secolo d.C., il successo nella carriera politica alla propria paideia. Nelle strutture messe in luce risulta evidente una precisa organizzazione degli spazi in settori diversamente fruibili, articolati intorno a corti, secondo una tendenza tipica delle residenze di grande livello di età tardo antica, che prevedeva l’accostamento paratattico di nuclei di ambienti raccolti attorno ad aree scoperte, collegati da corridoi, ma in qualche modo autonomi sotto il profilo funzionale. Dei tre spazi aperti fino ad oggi individuati, quello meglio leggibile è sicuramente la corte porticata a nord del cantiere di scavo. Il rinvenimento di alcuni blocchi di elementi architettonici, in particolare una porzione di cornice calcarea di chiaro riferimento all’ordine tuscanico, nonché di basi _in situ_ e di numerosi resti di stucco di rivestimento di colonne, di colore azzurro-verde acqua, hanno consentito di formulare alcune ipotesi circa l’organizzazione architettonico/decorativa della corte porticata e di fornire un’ipotesi ricostruttiva del complesso. Si tratta di un’area scoperta, di circa 100 mq, molto probabilmente allestita a giardino (ma resta da verificare), con colonnato disposto almeno su due lati. Sul lato occidentale, scenograficamente opposta ad un ampio ambiente di rappresentanza con pavimento in _opus sectile_, si trovava una fontana, alimentata da una _fistula plumbea_. Lungo il perimetro dell’area scoperta, in prossimità dello stilobate, correva una canaletta costituita da una serie di grandi blocchi calcarei, a sezione rettangolare con incasso semicircolare. Forse è possibile riferire a questa zona anche alcuni frammenti di _labrum_ reimpiegati come materiale da costruzione in una struttura muraria della seconda fase edilizia della Casa: si tratta di bacile in marmo bianco (circa 90 cm di diametro) con orlo estroflesso decorato con _kymation_ ionico e superficie esterna a baccellature. Stante la scarsità di attestazioni provenienti da contesti residenziali è sicuramente interessante il rinvenimento di alcuni pezzi scultorei (una testa femminile, con capelli raccolti in un fiocco e un arto inferiore femminile, non panneggiato) nell’area occupata dalla corte porticata, della quale con ogni probabilità costituivano parte dell’arredo. L’apparato decorativo della prima fase della dimora risulta, nel suo complesso, improntato ad un forte recupero classicista, che emerge con grande evidenza nei rivestimenti pavimentali. Anche nella pittura, meno conservata e più difficilmente leggibile dei resti pavimentali, si possono riscontrare indizi di una voluta ripresa dell’“antico”: esemplare l’assenza di pareti ad imitazione del marmo, ampiamente documentati in Italia settentrionale proprio tra III e IV secolo d.C.
Sono stati, invece, recuperati alcuni avanzi di affresco, a fondo giallo, con ghirlanda e specchiatura in rosso da uno strato sigillato tra due pavimenti riferibili alle due principali fasi edilizie della Casa.
-
AIAC_162 - Via Gemina - 2016
Dal 2005 l’Università di Trieste ha dato avvio ad una campagna di scavo in un’area a ridosso della via Gemina e coincidente con una delle insulae residenziali più importanti della città antica, vicina al Foro e al porto fluviale. L’intera area era stata indagata da Brusin negli anni Trenta del Novecento; altri sondaggi, con trincee oblique più vicine all’area in questione, si devono a Bertacchi.
La zona a ridosso della strada moderna, tuttavia, attigua al punto di rinvenimento del cosiddetto mosaico del “Tappeto fiorito”, non era mai stata interessata da interventi moderni. Le indagini hanno permesso di individuare un importante complesso edilizio, probabilmente di proprietà di un funzionario imperiale o di notabili locali, che si inserisce tra i più interessanti contesti di natura residenziale tardo-antica dell’Italia settentrionale. Per quanto la planimetria completa della casa non sia ancora nota, è verosimile proporre la presenza di più ingressi: il principale (non ancora individuato) doveva aprirsi verso la via Gemina, da alcuni indicata come il decumano principale della città antica, posta a sud della strada moderna, mentre un’area di accesso secondaria, dotata di corte lastricata e di un pozzo, è stata in parte scavata sul lato orientale della Casa, in rapporto con il cardine che delimitava ad est l’insula. Ciò che si evince con grande evidenza dalla lettura planimetrica della Casa è l’accostamento paratattico di nuclei di ambienti raccolti attorno ad almeno tre corti scoperte collegate da corridoi, ma in qualche modo autonomi e definiti da destinazioni diverse.
La Casa deve il suo nome al pavimento musivo policromo, con eroti all’interno di ghirlande fiorite, che decorava uno degli ambienti privati. Un dato di notevole rilievo è stata la possibilità di datare con estremo rigore, la realizzazione di uno dei pavimenti musivi agli anni 337-340 d.C. Questo terminus post quem, congiunto alla valutazione delle quote e dei rapporti stratigrafici dei piani pavimentali, ha permesso di distinguere tre fasi edilizie: l’impianto originario della dimora si porrebbe nei decenni centrali del IV d.C., mentre la principale fase di ristrutturazione intorno agli anni Settanta del medesimo secolo; quest’ultima fase non modificò in modo significativo la planimetria della Casa, anche se si verificano alcune modifiche all’apparato decorativo nel suo insieme.
L’intervento edilizio più vistoso consiste, infatti, nel rifacimento di alcuni mosaici, ad una quota superiore di dieci centimetri rispetto a quella della pavimentazione originaria. A una terza fase (V d.C.?) corrisponderebbe, infine, il restauro di alcuni pavimenti o la realizzazione di nuovi, nonché la costruzione di intramezzi murari funzionali alla suddivisione di ampie stanze in ambienti più piccoli. È molto interessante notare come l’apparato decorativo della domus nella sua prima fase richiami modelli e motivi di chiara derivazione classicista, mentre nella seconda fase sembrano prevalere scelte decorative più in sintonia con il linguaggio formale dell’epoca.
-
AIAC_185 - S. Pietro di Villamagna - 2007
A Casale la nostra interpretazione del 2006 che l’ambiente situato a nord-est fosse una _cella vinaria_ per la produzione e per l’immagazzinamento del vino durante la fermentazione è stata confermata dalle indagini di tutta la stanza. Gli scavi hanno rivelato una serie di _dolia_ all’interno della cella. Benché sia il pavimento in _opus spicatum_ sia i _dolia_ stessi siano stati quasi completamente spoliati, i tagli negli strati d’argilla sottostanti mostravano la posizione di 28 di questi contenitori, sistemati su quattro file parallele. A sud della _cella vinaria_ si trova un secondo ambiente, II, definito da un muro che descrive un’emiciclo lungo il lato meridionale. Oltre di quest’ultimo, un secondo muro parallelo genera un ambulatorio, la stanza III. L’interpretazione della stanza II come _coenatio_ deriva non solo dal confronto con strutture analoghe in ville lussuose, ma anche dalle celebri lettere scritte da Marco Aurelio a Frontino (Fron., 4.6), in cui menziona la sua cena nel _torcular_.
Verso ovest si trova un’ampia scalinata che costituisce l’entrata all’edificio. Essa è composta da una sequenza di pianerottoli pavimentati con un semplice mosaico bianco, separati da rampe di tre gradini completamente rivestiti di marmo lunense. I muri erano rivestiti con lo stesso marmo separato da lastre di pavonazetto.
Un’occupazione più tarda è indicata da circa 200 buche di palo e fosse: quelle databili si inquadrano entro il XII secolo. Tale materiale ci permette di suggerire che il villaggio rappresentato dai buchi di palo era uno dei _casalia_ menzionati nei documenti contemporanei del monastero di S. Pietro di Villamagna.
Scavi nell’area della chiesa hanno rivelato una torre campanaria, una fossa dentro la chiesa per la fusione della campana, oltre 200 tombe e strutture relative al monastero stesso. Ad est della chiesa, un nuovo sito, D, ha rivelato una strada romana ben pavimentata che correva in senso est-ovest, lungo cui fu costruita una struttura con una pianta a griglia, distrutta dal fuoco in qualche momento del periodo tardo-imperiale. Sia la strada sia le rovine dell’edificio erano tagliate da un fossato che correva in senso nord-sud attraverso la trincea. Nella sua parte occidentale mucchi di macerie indicano la presenza di una palizzata. Il fossato è datato dalla ceramica e dalle monete approssimativamente alla metà del V sec. d.C.
-
AIAC_185 - S. Pietro di Villamagna - 2008
Lo scavo è continuato nei tre settori aperti negli anni precedenti: il casale, la Chiesa e il Monastero e il sito denominato D. All’interno del casale, dove lo scorso anno era stato completato lo scavo del complesso _Cella/Coenatio_, in cui l’imperatore e i suoi ospiti cenavano, è stato completato lo scavo del moderno cortile, riportando alla luce una corte aperta con un bacino quadripartito rivestito in _opus signinum_, la cui funzione non è ancora evidente. La fornace di calce che occupava una stanza absidata è stata rimossa ed è stato scavato il riempimento fino al livello della fondazione: ogni livello pavimentale era stato rimosso al tempo della realizzazione della fornace.
A sud del casale è stata aperta una trincea con lo scopo di scoprire la continuazione della scala imperiale: la rimozione del terreno superficiale e degli strati relativi al giardino del XIX secolo hanno rivelato una serie di buche di palo apparentemente databili al IX-X secolo. Saggi all’interno e a nord del granaio moderno hanno rivelato ulteriori dettagli sulla pianta del complesso.
Nel sito D, la trincea scavata nel 2006 è stata ampliata a 25 x25 m, mostrando una buona parte della pianta di un edificio interpretabile come una sorta di caserma fiancheggiante una strada basolata, con due file di ambienti (m. 10 x 12), affacciati su uno stretto vicolo con una fogna al centro. Le stanze erano pavimentate in terra battuta e in genere contenevano un focolare e un singolo _dolium_. Se la struttura sia stata occupata da soldati o da contadini/schiavi non è chiaro.
Il lavoro al monastero è continuato nell’area del cimitero situato ad ovest della chiesa, con oltre 200 tombe attualmente scavate. La presenza di un precedente nartece sulla fronte della chiesa è stata confermata e sono state rinvenute tracce della sua pavimentazione. A nord della chiesa sono stati rimossi i livelli relativi a due fasi della fornace di calcare del XIV secolo: questa è situata ad ovest del muro originale del monastero e può essere datato al tardo medioevo. All’interno delle mura del convento, si trova un chiostro largo 17,5 m, parzialmente scavato nel 2007. Corridoi sono ora visibili su tre lati, mentre un pozzo verso il centro conduce ad una cisterna.
Sono state individuate numerose fasi dell’uso post-monastico del monastero, incluso ciò che è apparso essere stato il luogo di stoccaggio delle lastre di marmo pavimentale, lastre e cornici di epoca romana.
-
AIAC_185 - S. Pietro di Villamagna - 2009
In the winery, excavation aimed at determining the limits of the building. To the south of the winery the search for the entrance to the imperial stair – designed to allow the emperor’s litter to be carried up to the press room – revealed a long corridor connected to a bath suite with, so far, a small peristyle court leading to a round _laconicum_. The corridor was as elegantly decorated as the stair, with veneers in Portasanta and Numidian marble and moldings in Luni marble. On the other three sides of the building vaulted substructures were explored, probably intended to hold the _dolia_ in which the wine was fermented. While it had long been known that the site was reoccupied by the medieval village of Villamagna, new this year is the discovery, based on abundant Forum Ware, that this dates to the ninth century. A small oven was found in one of the subterranean vaults, while a series of huts, first sunken-floored and then timber-built, occupied the area of the peristyle from the ninth through the twelfth centuries.
Excavation at the site of the barracks was completed, two blocks of rooms opening onto a small alley with a central drain. Along with the _dolia_, hearths and querns discovered last year, a number of infants buried under the floors can be taken as proof of the occupation of the space by family units; in two cases these were multiple burials separated by tiles. X-rays of the bone mass suggested that the infants were notably undernourished. The building collapsed around the time of Constantine. A reoccupation towards the end of the fourth century came to a close by the middle of the fifth.
At the monastery, excavation of the cemetery brought the total of burials to over 400: anthropological work on these has begun in earnest, with a team of four and the participation of Janet Monge of the University Museum as consultant. Under the cemetery and the remains of the monastic garden is emerging a large paved courtyard dating to the beginning of the villa. The church was constructed directly on top of this, probably in the sixth century, over the foundations of a Roman building. Also fronting onto the piazza is what we interpret as a façade of the imperial residence, whose extension to the north is covered by the monastic buildings. Here again, reoccupation appears to date to the ninth century A.D., although its exact form will be established in the final excavation next year. The form of the thirteenth-century cloister has now been firmly established: built over a cistern with funnel-shaped inlets into its cross-vaulted roof, it combines a cloister courtyard with a substantial _impluvium_.
-
AIAC_185 - S. Pietro di Villamagna - 2010
The full season covered June and July, and aimed at the completion of all the catalogues. Only two weeks were devoted to digging.
At Site B, where the church and monastery of S. Pietro di Villamagna has been excavated by Caroline Goodson, the Roman and Late Roman hases were revealed beneath the cemetery and monastic deposits. The earliest deposit is a paving of white paving stones covering almost the whole area of the excavation. This was clearly a courtyard in front of one of the buildings on the estate, whose facade is visible in the section of the trench. Into this paved area in the third century was constructed a brick building with the same plan as the later church. Too early to be identified as a church, with a beaten-earth floor and without decoration, it was probably a cella vinaria, replacing the earlier, marble-line building at site A. However, a series of burials, including two flanking the door, suggest that during the mid-sixth century it was transformed into a church. The building was removed to foundation level, and a new church built on the same plan, although with three doors in the front facade rather than a single central one. Within the portico surrounding the great court a cella vinaria was established with at least eight large dolia whose pits are visible in two rows: pottery and coins allow us to attribute both events to the second half of the sixth century, probably under the Byzantine emperor Justinian.
South of the Hadrianic winery the excavation of the dense sequence of huts that covered atrium the bath building was completed. Although little was left of the decoration, the collapsed marble from the monumental corridor of the baths excavated last year was reconstructed by Dirk Booms to give a complete reconstruction of the wall veneers. The water supply of the villa was also investigated, both in a small cistern that served as a castellum divisoriu and at a monumental fountain between the slave barracks and the villa. Finally, an amphitheatre, clearly visible on a RAF air photograph was investigated by magnetometry, with ambiguous results.
The over 500 individuals from the cemetery have now been catalogued, aged, sexed and measured: they are stored in Anagni for future research, the preliminary catalogues of the architectural fragments, sculpture, pottery and other finds are also complete. We hope to complete the publication of the site within a few years.
-
AIAC_2963 - Domus dei “Putti Danzanti” - 2016
Dal 2005 l’Università di Trieste ha dato avvio ad una campagna di scavo in un’area a ridosso della via Gemina e coincidente con una delle _insulae_ residenziali più importanti della città antica, vicina al Foro e al porto fluviale. L’intera area era stata indagata da Brusin negli anni Trenta del Novecento; altri sondaggi, con trincee oblique più vicine all’area in questione, si devono a Bertacchi.
La zona a ridosso della strada moderna, tuttavia, attigua al punto di rinvenimento del cosiddetto mosaico del “Tappeto fiorito”, non era mai stata interessata da interventi moderni. Le indagini hanno permesso di individuare un importante complesso edilizio, probabilmente di proprietà di un funzionario imperiale o di notabili locali, che si inserisce tra i più interessanti contesti di natura residenziale tardo-antica dell’Italia settentrionale. Per quanto la planimetria completa della casa non sia ancora nota, è verosimile proporre la presenza di più ingressi: il principale (non ancora individuato) doveva aprirsi verso la via Gemina, da alcuni indicata come il decumano principale della città antica, posta a sud della strada moderna, mentre un’area di accesso secondaria, dotata di corte lastricata e di un pozzo, è stata in parte scavata sul lato orientale della Casa, in rapporto con il cardine che delimitava ad est l’insula. Ciò che si evince con grande evidenza dalla lettura planimetrica della Casa è l’accostamento paratattico di nuclei di ambienti raccolti attorno ad almeno tre corti scoperte collegate da corridoi, ma in qualche modo autonomi e definiti da destinazioni diverse.
La Casa deve il suo nome al pavimento musivo policromo, con eroti all’interno di ghirlande fiorite, che decorava uno degli ambienti privati. Un dato di notevole rilievo è stata la possibilità di datare con estremo rigore, la realizzazione di uno dei pavimenti musivi agli anni 337-340 d.C. Questo _terminus post quem_, congiunto alla valutazione delle quote e dei rapporti stratigrafici dei piani pavimentali, ha permesso di distinguere tre fasi edilizie: l’impianto originario della dimora si porrebbe nei decenni centrali del IV d.C., mentre la principale fase di ristrutturazione intorno agli anni Settanta del medesimo secolo; quest’ultima fase non modificò in modo significativo la planimetria della Casa, anche se si verificano alcune modifiche all’apparato decorativo nel suo insieme.
L’intervento edilizio più vistoso consiste, infatti, nel rifacimento di alcuni mosaici, ad una quota superiore di dieci centimetri rispetto a quella della pavimentazione originaria. A una terza fase (V d.C.?) corrisponderebbe, infine, il restauro di alcuni pavimenti o la realizzazione di nuovi, nonché la costruzione di intramezzi murari funzionali alla suddivisione di ampie stanze in ambienti più piccoli. È molto interessante notare come l’apparato decorativo della domus nella sua prima fase richiami modelli e motivi di chiara derivazione classicista, mentre nella seconda fase sembrano prevalere scelte decorative più in sintonia con il linguaggio formale dell’epoca.
-
AIAC_2963 - Domus dei “Putti Danzanti” - 2017
Dal 2005 l’Università di Trieste ha dato avvio ad una campagna di scavo in un’area a ridosso della via Gemina e coincidente con una delle insulae residenziali più importanti della città antica, vicina al Foro e al porto fluviale. L’intera area era stata indagata da Brusin negli anni Trenta del Novecento; altri sondaggi, con trincee oblique più vicine all’area in questione, si devono a Bertacchi. La zona a ridosso della strada moderna, tuttavia, attigua al punto di rinvenimento del cosiddetto mosaico del “Tappeto fiorito”, non era mai stata interessata da interventi moderni.
Le indagini hanno permesso di individuare un importante complesso edilizio, probabilmente di proprietà di un funzionario imperiale o di notabili locali, che si inserisce tra i più interessanti contesti di natura residenziale tardo-antica dell’Italia settentrionale. L’obiettivo principale della campagna di scavo 2017 è stato quello di chiarire, ampliando il limite settentrionale della _domus_, il rapporto tra le strutture della Casa e le cd “Case del Brusin”, individuate dallo studioso aquileiese nella prima metà del Novecento e purtroppo non georefenziate. Lo scopo era quello di verificare un eventuale rapporto di continuità tra i due contesti. Lo scavo ha consentito di rimettere in luce la preparazione di un pavimento fatto strappare da Giovanni Brusin e attualmente conservato nelle gallerie Lapidarie del Museo Archeologico nazionale di Aquileia; le strutture murarie degli ambienti rinvenuti si sviluppano senza soluzione di continuità a partire dai cd “Quartieri Nord” della _Domus_, dimostrando che la residenza tardo antica si estendeva a nord dell’area già indagata, probabilmente occupando l’intero isolato.
La possibilità di georefenziare la pianta redatta in quegli anni e di inserire lo scavo di Brusin nella carta archeologica complessiva di Aquileia, consentirà certamente di arricchire il quadro oggi disponibile sull’edilizia residenziale aquileiese e sulla topografia dell’area tra Foro e Porto fluviale.