Name
Assunta Cocchiaro
Organisation Name
Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia

Season Director

  • AIAC_2999 - Brindisi, via Santa Chiara - 1985
    Durante i lavori di ristrutturazione in uno stabile in via Santa Chiara sono stati individuati ed indagati alcuni ambienti ipogei la cui costruzione era stata realizzata con tecniche composite: infatti essi erano stati costruiti sia in blocchi litici, sia in conglomerato cementizio, sia in opera laterizia. Lo studio dei dati di scavo ha consentito di interpretare la struttura, nel suo impianto originario, come un edificio termale di età romana con varie fasi di vita e frequentazione. Tra la tarda età imperiale e la fase tardo antica, da collocare cronologicamente alla metà del IV secolo d.C., tali ambienti vennero colmati con scarichi ricchi di materiale ceramico. Al di sopra di tale riempimento si imposta la fase medievale e moderna della città.
  • AIAC_3000 - Brindisi, via Duomo (atrio Cattedrale) - 1988
    Un saggio di limitate estensioni (4X4 metri) effettuato all’interno del cortile del Vescovato ha consentito di documentare la presenza in età repubblicana, II-I secolo a.C., di un grande edificio porticato aperto verso il mare. Il saggio ha consentito di documentare un segmento di tale costruzione costituito da uno stilobate e da una colonna in carparo. Tra la tarda età imperiale e la fase tardo antica, intorno alla metà del IV secolo d.C., tale situazione venne obliterata con un interro di circa 4 mt. che livellò, presumibilmente, l’intera area. Al di sopra di tale riempimento si impostano i successivi livelli medievali e moderni della città.

Season Team

  • AIAC_1170 - Torre Santa Sabina - 2006
    Underwater research began at Torre S. Sabina in 1972 and has continued intermittently over the years. The sea-bed produced and continues to produce ceramic material which varies in both provenance and manufacture, but above all in chronology: from Mycenean pottery to Late Roman C from the late antique period. The archaic materials, dating to between the end of the 7th century B.C. and the first half of the 5th century B.C., were all imports and seemed to be the result of dumping from ships. This material included Corinthian and Laconian pottery, Ionic cups, Graeco-oriental type wares, Attic Black-figure ware and Corinthian-Corcyran A and B amphorae. A headless statuette of a Rhodian type Kore was also found. Amongst the Hellenistic and Roman material was relief pottery, Gnathian ware, black glaze, coarse, table and cooking wares, Italian sigillata, Arretine, Italic and north Italic wares, ARS and African cooking wares and lamps. With the exception for the few examples of early Greco-Italic amphorae from the end of the 4th-first half of the 3rd century B.C. the amphorae were mainly local, late Republican, productions for oil and wine transport. Amongst the finds there was also a bone medallion, an anthropomorphic vase in the form of Priapus, glass, a hopper grindstone and oscilla. Reports had been made in the past regarding the presence of at least two wrecks in the northern area of the bay, calculated on the basis of the number of finds, their variety and the presence of burnt pieces of wood in various points on the sea-bed. However, it may be suggested that the presence of such a substantial assemblage of ceramics and amphorae material cannot be attributed to dumping activities in the port and above all, that the finds and wooden structures may have belonged to a single vessel. Furthermore, as a boat may have been wrecked during the course of the 2nd century B.C., a date provided by the Lamboglia 2 amphorae, the Megaran pottery also found could have been part of the same cargo. In fact, it cannot be excluded that this refined pottery, having arrived at Brindisi from the Aegean and mainland Greece, travelled on to another destination. As part of a scenario of commercial redistribution it could have been loaded together with a cargo of basic necessities (oil and wine) from the Salento contained within locally produced amphorae. It cannot be excluded that this mixed cargo was from an Adriatic port, possibly on the opposite coast, where finds of these ceramic types are common. What is certain is that this ship never reached its destination as it was wrecked, perhaps due to a fire on board, as suggested by the traces of burning on the wood and pottery fragments. Other wrecks are known within the bay: one of these (Torre S. Sabina 1), identified in the 1970s along the south side of the largest inlet, came to light again in 1989 after its traces were lost due to silting over. A second ship (Torre S. Sabina 3) was found orientated towards the north immediately adjacent to the slope of the cliff. The C14 analysis undertaken showed both wrecks dated to within the 4th century A.D. Lastly, it should be noted that in 1998 another wreck emerged: a cylindrical iron object sticking out from the sea-bed was connected to large pieces of wood, thought to belong to the prow of a medieval ship due to the presence of glazed wares and majolica datable to between the 16th-17th century.
  • AIAC_1183 - Masseria Seppannibile Grande - 2006
    Le indagini avviate a Seppannibale Grande in agro di Fasano, si sono rivelate di grande importanza per la comprensione delle dinamiche insediative relative ad un’area caratterizzata dalla presenza di una piccola chiesa della fine dell’VIII secolo nota con il nome di Tempietto di Seppannibale. Gli interventi, iniziati nel 2003, erano finalizzati a recuperare le fasi di vita dell’insediamento ritenuto essere in relazione alla costruzione dell’edificio sacro e quindi di VII-IX secolo; il procedere delle indagini (2004-2005) ha, invece, messo in evidenza che, per il periodo altomedievale, le strutture in elevato sono scomparse, dato che il relativo piano di frequentazione si trova pochi cm sotto l’attuale piano di campagna. Lo scavo ha portato in luce anche consistenti tracce di frequentazione risalenti all’età romana e tardo antica (VI sec. d.C. ca), individuate sul banco roccioso (dove sono emerse le tracce in negativo), con molto materiale fittile, dovuto a crolli di tegole relative a tettoie sostenute da pali lignei, poste attorno ad uno spazio centrale aperto, oltre a vasche scavate nella roccia (per la lavorazione dell’olio), e diverse tombe, prive di corredo. Quanto ritrovato testimonia la presenza nel territorio, attorno al grande centro costiero di Egnathia, di piccoli nuclei abitativi sparsi, le cui attestazioni sono ancora rare.
  • AIAC_1184 - Egnazia - 2006
    A partire dal 2001 sono state condotte indagini nell’area monumentale occidentale della città romana e tardoantica, in particolare nel settore attraversato dalla via Traiana e occupato dalla grande piazza trapezoidale, parzialmente indagata nel 1912-1913. A partire dal 2005 sono state impostate le indagini nell’area della basilica episcopale, in particolare nella sua navata meridionale. La piazza (saggio 1), nella cui area la frequentazione è attestata dal Bronzo finale, come dimostra la ceramica emersa, fu impostata a partire dalla media età ellenistica (II sec. a.C.). La sua monumentalizzazione va ascritta all’età traianea, come suggeriscono la ceramica e una moneta dell’imperatore Traiano (rinvenuta nel 2005), sigillate nello strato di preparazione del lastricato della piazza stessa. Allo stesso arco cronologico è possibile attribuire il porticato dorico e il propileo ionico, individuati sul lato ovest della piazza, pavimentata con grossi blocchi squadrati di calcare e dotata di un sistema di smaltimento idrico. Sono state rinvenute le canalette che convogliavano le acque di sgrondo in un’imponente cisterna, rivestita di intonaco idraulico, due imboccature per attingere da essa, e un terzo pozzo per la manutenzione, fornito di pedaliera per l’accesso dall’alto. A partire dalla seconda metà del IV sec. d.C., questa organizzazione dello spazio fu rinnovata: nell’area interna ed esterna al porticato della piazza furono realizzati, con materiale di spoglio recuperato dalla stessa area, piccoli ambienti connessi alle attività svolte nel vicino porto e destinati allo stoccaggio e alla vendita delle merci di provenienza africana e orientale. A nord della via Traiana furono creati ambienti con pavimento in cocciopesto; a sud, furono realizzati una fontana monumentale, attribuibile al II sec. d.C e rimasta in uso fino al V sec. d.C., e ambienti con pareti rivestite di intonaco dipinto a motivi geometrici e floreali. Intorno al IV sec. d.C., anche l’area a sud della via subì un processo di riorganizzazione, con un possente lastricato, funzionale forse ad allargare la strada. A sud fu impostato un quartiere residenziale e produttivo, connesso alle due fornaci indagate durante le campagne di scavo del 2004 e 2005. In una si produceva ceramica da mensa, nella seconda ceramica da cucina, ed entrambe erano attive ancora agli inizi del VII sec. d.C. Un diverticolo della via Traiana, indagato ad est degli impianti produttivi, permetteva l’accesso sia all’ambiente che ospita le fornaci, sia ad altri ambienti la cui destinazione, commerciale e produttiva, è confermata da materiali rinvenuti, frammenti di anfore di produzione africana ed orientale e grossi contenitori per lo stoccaggio delle merci. Tra la fine del VI e gli inizi del VII d.C., come testimoniano i materiali rinvenuti presso i crolli delle strutture, un incendio di vaste proporzioni distrusse l’area legata alla via Traiana in questo settore; a tale contesto si fanno risalire in particolare una moneta d’oro della zecca di Costantinopoli coniata dall’imperatore Giustiniano (527-565), rinvenuta in un ambiente a nord, mentre a sud un anello in oro risulta databile tra il VI e gli inizi del VII secolo. In un’epoca tarda, ma non precisamente databile, al di sopra della via Traiana fu realizzata una massicciata utilizzata come sistema di drenaggio. Nel 2005, e poi ancora nel 2006, è stato oggetto di scavo anche l’area della basilica episcopale, in particolare la navata meridionale: sono state evidenziate le fasi di vita in questo contesto della città, anteriori alla costruzione dell’edificio di culto cristiano, che abbracciano un lungo arco cronologico compreso tra l’età messapica (cui è ascrivibile un’area a destinazione funeraria sulla quale si impostano, intorno al II sec. a.C. una serie di ambienti dalla planimetria non definibile) e il tardoantico (nel II sec. d.C. fu realizzata una fullonica). Ad una fase di distruzione databile al IV d.C., seguì una ristrutturazione funzionale dell’area, con ambienti dall’uso ancora incerto: i vani presentavano una decorazione musiva e un rivestimento di intonaco dipinto sulle pareti. La realizzazione della basilica episcopale si può datare alla seconda metà del V sec. d.C., epoca cui rimanda la sequenza stratigrafica individuata e la documentazione numismatica, in particolare una moneta dell’imperatore Leone (457-474). Nel 2006 è stata approfondita l’indagine nell’area a nord della via Traiana. Si è verificato che in età tardo-repubblicana l’area della futura piazza monumentale viene occupata da un piano di calpestio in terra battuta, rifinito da una pavimentazione realizzata con lastre calcaree, che in età imperiale è stata tagliata per far posto a un condotto di drenaggio e raccolta idrica. L’estremità nord del collettore è definita da una struttura forse funzionale alla chiusura della cisterna e ad allestimenti per la raccolta dell’acqua. La cisterna sembra collegata a quella più a sud nel settore centrale della _porticus_ occidentale. Nella _porticus_ meridionale si è evidenziata una riorganizzazione dell’area in età traianea, con una pavimentazione che in parte sembra seguire il lastricato tardo-repubblicano, e nello stesso tempo appare legata ad altre strutture evidenziate presso la cisterna meridionale della piazza. Nel corso della media età imperiale si ha il rifacimento dell’accesso alla piazza. L’analisi dei reperti consente di riferire al pieno II-III sec. d.C. l’uso di questo piano di calpestio e di inquadrarne nel IV sec. d.C. la defunzionalizzazione. L’indagine a sud del tratto urbano della via Traiana ha permesso di comprendere meglio il quartiere produttivo tardoantico, in particolare l’area delle fornaci prospicienti il diverticolo della via Traiana e di indagare meglio la zona a sud della via Traiana e della fontana monumentale.
  • AIAC_1184 - Egnazia - 2007
    Le indagini condotte nel 2007 nell’ambito del ‘Progetto Egnazia: dallo scavo alla valorizzazione’ hanno confermato la vicenda insediativa del settore produttivo a Sud della _via Traiana_, dove le ricerche si sono concentrate in un vano a Sud dell’asse viario e nell’area a Sud delle fornaci indagate durante le campagne di scavo 2005-2006. Nel primo settore è stata individuata una complessa sequenza stratigrafica che dalla media età repubblicana, epoca cui sono attribuibili il piano di calpestio in terra battuta e un articolato sistema di canalizzazione funzionale al deflusso delle acque, giunge, attraverso numerosi rifacimenti e riconversioni funzionali, al VI-VII sec. d.C., quando si verifica il crollo delle strutture e il definitivo abbandono dell’area. Nell’area a Sud delle fornaci, invece, è stato individuato il piano di calpestio in terra battuta di natura argillosa, in alcuni punti risarcito da una gettata di malta e caratterizzato da estese tracce di bruciato attribuibili alla primissima attività delle fornaci, riferibile ai decenni iniziali del VI secolo. Dopo il crollo delle strutture, verosimilmente imputabile ad un esteso incendio, sui crolli rifunzionalizzati vengono impostati nuovi piani di calpestio in terra battuta di natura argillosa, definitivamente obliterati tra la fine del VI e gli inizî del VII secolo. L’indagine nella basilica episcopale, che ha interessato la navata settentrionale e l’area presbiteriale ed absidale, ha consentito di delineare con precisione le modalità di occupazione di questo settore della città prima dell’impostazione della basilica paleocristiana, realizzata nella seconda metà del IV sec. d.C.. Qui, infatti, su un poderoso interro, steso fra la fine del III e gli inizi del II sec. a.C. per obliterare la necropoli messapica, viene impostata una grande struttura architettonica a destinazione artigianale, verosimilmente una _fullonica_, delimitata a Ovest da una traversa della _via Minucia/Traiana_ e ad Est da un diverticolo ad essa parallelo, successivamente ridimensionato a seguito dell’impostazione della prima basilica. A seguito del crollo delle strutture, databile alla fine del I sec. a.C., si registra un’ampia lacuna nelle fasi e nelle modalità di frequentazione pertinenti l’età imperiale, fino almeno alla metà del IV sec. d.C., quando viene realizzato il più antico edificio di culto, del quale la successiva basilica della metà del V sec. d.C., pavimentata con mosaici policromi, prolunga il sistema delle navate. Nella campagna di scavo del 2007 è stata avviata l’indagine dell’area a SE della basilica civile, in cui erano visibili resti di strutture murarie che la tradizione antiquaria ha solitamente riferito a _thermae_. Dell’impianto termale sono stati individuati cinque ambienti, alcuni a forma quadrangolare, altri a pianta mistilinea, dei quali sono stati indagati in maniera specifica i vani del fronte orientale, appartenenti al settore riscaldato e interpretabili con sicurezza come _caldarium_ e _laconium_. Tutte le strutture presentano una complessa sequenza di interventi costruttivi, segno di continui ed incisivi rifacimenti nella manutenzione del monumento, che sicuramente fu defunzionalizzato sul finire del IV sec. d.C. e riconvertito a destinazione artigianale, fino al definitivo abbandono collocabile alla fine del VI sec. d.C.
  • AIAC_1184 - Egnazia - 2009
    Le indagini condotte nel 2009 nell’ambito del ‘Progetto Egnazia: dallo scavo alla valorizzazione’ hanno chiarito che le terme pubbliche situate nel settore orientale della città, nel nucleo monumentale legato con ogni probabilità al foro, furono utilizzate fino alla fine del IV sec. d.C. e furono successivamente riconvertite ad accogliere un articolato impianto artigianale. L’opificio serviva alla produzione di materiale edilizio molto richiesto dai numerosi cantieri attivi in città in questo periodo di intensa ristrutturazione favorita e condizionata dall’autorità ecclesiastica. A questo scopo nei vani dell’antico _balneum_ si costruirono una fornace per laterizi e due calcare, nelle quali era smaltito anche materiale architettonico proveniente dalle stesse terme, oltre ai basoli della _via Traiana_ ormai non più utilizzata e coperta da una massicciata che ne aveva ripreso fedelmente il tracciato. Una destinazione di carattere artigianale sembra interessare anche la zona compresa tra le terme e la basilica civile, ancora più vicina dunque all’area del probabile foro. Nello spazio di una struttura monumentale di età imperiale, probabilmente un portico, si impostò in questo periodo un’officina per la lavorazione del metallo e soprattutto per la produzione di chiodi, di cui sono stati recuperati numerosissimi esemplari anche semilavorati. A poca distanza, subito a Sud della basilica episcopale, sempre a partire dalla fine del IV sec. d.C. risulta attivo un altro impianto di produzione della calce, caratterizzato da una fornace di dimensioni particolarmente ampie (diam. m 4,80), che provvedeva dunque direttamente alle necessità edilizie della chiesa in continuo ampliamento fino al VI sec. d.C. Nell’area della cosiddetta ‘acropoli’ le ricerche si sono concentrate sul tempio e in particolare su alcuni settori esclusi dalle prime ricerche del 1966, dai quali è stato possibile desumere nuovi elementi sull’architettura e sulla cronologia, a cui possono ora essere collegati strutture e materiali noti dalle indagini precedenti e ad oggi studiati solo in parte. Alla più antica fase costruttiva, leggibile in modo discontinuo a causa delle trasformazioni successive, appartengono due nuclei di strutture murarie, probabilmente allineati nell’ambito dello stesso complesso. I materiali recuperati, di carattere votivo e rituale, rimandano all’età messapica e in particolare al V sec. a.C. Al periodo compreso tra la fine del II e la prima metà del I sec. a.C. si riferisce la costruzione di una struttura quadrangolare a cui si possono attribuire anche numerosi frammenti architettonici provenienti dagli scavi più datati. In corrispondenza della fronte dell’edificio e in asse con l’ingresso, all’interno di una cavità realizzata per l’occasione è stato individuato un accumulo di reperti faunistici riferibili a un bovino, a un suino e a un ovino, in associazione con materiali ceramici databili anch’essi tra la fine del II e la prima metà del I sec. a.C. Sulla base di numerosi altri esempi documentati, questo rinvenimento induce a pensare ad un sacrificio rituale collegato presumibilmente alla fondazione di questo secondo tempio. In una successiva fase di monumentalizzazione, sulla quale sarà necessario acquisire elementi specifici di cronologia con il proseguo dell’indagine, fu costruito un nuovo e più grande edificio su podio. Questo tempio era provvisto di un’ampia scalinata di accesso delimitata da due avancorpi che forse sostenevano statue e di un altare di cui restano le tracce della fondazione e della spoliazione. Durante l’ultima campagna di scavo è stato indagato, inoltre, per la prima volta, l’estremo settore nord-orientale della città, situato subito all’interno del circuito murario. L’area risulta poco urbanizzata in età romana e tardoantica perché destinata in maniera specifica allo sfruttamento delle risorse idriche, attraverso polle di risalita della falda e pozzi di captazione, capaci di supplire all’assenza dell’acquedotto. I bacini di rifornimento presenti in questa zona sembrano, inoltre, collegati alla vicina zona monumentale e in particolare all’impianto termale, che dista solo poco meno di trecento metri.
  • AIAC_1184 - Egnazia - 2010
    Le indagini condotte nel 2010 nell’ambito del ‘Progetto Egnazia: dallo scavo alla valorizzazione’ hanno chiarito che l’impostazione delle terme sulla _via Traiana_, al limite dell’area destinata con ogni probabilità al foro, risale al III sec. d.C. e comporta l’obliterazione di un edificio più antico, verosimilmente della prima età imperiale, del quale sono state indagate alcune strutture – come una grande cisterna –. Sul lato opposto rispetto alla strada, il complesso si raccorda peraltro a un nucleo di ambienti ricostruiti nel III secolo e disposti in maniera simmetrica intorno al peristilio centrale in ordine dorico. Questo edificio, connesso alle strutture del _balineum_, non risulta destinato al percorso termale, ma, in attesa dell’ulteriore approfondimento dello scavo, sembra legato piuttosto ad attività commerciali, a giudicare dall’articolazione planimetrica, dalla localizzazione rispetto alla contigua area forense e dalla ceramica proveniente dagli strati di frequentazione, nei quali predominano nettamente i manufatti di importazione sia da trasporto sia da mensa rispetto al vasellame d’uso comune. La riorganizzazione dell’intero comparto, intervenuta agli inizi del V secolo e indotta dalla costruzione di un vasto impianto produttivo di materiali per l’edilizia, è stata ulteriormente documentata con l’evidenziazione dei vani connessi all’attività dei forni da calce, già indagati, costruiti nel rispetto dell’assetto icnografico adottato nell’intera area. Ogni ambiente sembra destinato ad assolvere una funzione specifica nell’ambito della filiera artigianale: in particolare, approvvigionamento idrico, taglio dei blocchi da calcinare, lavorazione dell’argilla impiegata verosimilmente per coibentare i forni prima di avviare un nuovo ciclo di cottura. Nel settore limitaneo meridionale dell’opificio è attestata anche l’attività commerciale legata sia ai frammenti ceramici e laterizi sia alla malacofauna, triturati in altri spazi della stessa manifattura per essere impiegati nella preparazione del cocciopesto. Nell’area della cosiddetta ‘acropoli’, l’ampliamento dell’indagine all’esterno del tempio ha consentito ulteriori acquisizioni sull’edificio della piena età imperiale, costruito su podio e preceduto da una scalinata con avancorpi. L’aedes risulta, infatti, inserita in un ampio recinto porticato, caratterizzato da due nicchie quadrangolari in corrispondenza dei lati lunghi del tempio, secondo un modello consolidato in età imperiale che trova le prime attestazioni a Roma in età flavia, per poi svilupparsi in Italia e nelle Province. A partire dalla seconda metà del IV secolo, questo complesso – come le terme e la piazza porticata poste subito a Sud della ‘acropoli’ – è profondamente rifunzionalizzato con l’impostazione di ambienti che occupano lo spazio dei portici e sono utilizzati per attività di stoccaggio legate al vicino scalo portuale. Al commercio sono affiancate attività produttive, connesse anche in questo caso alla fabbricazione della calce, cui è destinato un grande forno parzialmente evidenziato (corda massima documentata m 5), che conserva ancora l’ultimo carico di cottura da cui provengono materiali utili a datarne la dismissione tra la fine del IV e gli inizi del V secolo. Nell’area occidentale del portico, lo scavo ha consentito inoltre di cogliere, per la prima volta, le modalità di organizzazione dell’abitato medievale connesso alla fortificazione della ‘acropoli’, solo in minima parte documentato durante le prime indagini in quest’area svolte negli anni Sessanta del Novecento. Nello spazio interno al recinto porticato i vani di questo periodo si sovrappongono a quelli di età tardoantica ricorrendo a strutture di fondazione in pietra legata con molta terra e ad elevati leggeri in argilla cruda e legno. La documentazione materiale è caratterizzata soprattutto da ceramica invetriata e dipinta a bande, nonché da lucerne a becco ogivale – già evidenziate nel corso degli scavi pregressi – che, insieme alle attestazioni numismatiche prevalentemente bizantine, consentono di ascrivere all’XI secolo il termine ultimo di frequentazione dell’area
  • AIAC_1184 - Egnazia - 2011
    Le ricerche condotte nel 2011, nell’ambito del ‘Progetto Egnazia: dallo scavo alla valorizzazione’, hanno chiarito che il complesso termale, noto soprattutto per la fase edilizia di III sec. d.C., viene impostato in età augustea, in un’area che nel periodo tardorepubblicano è destinata alla lavorazione del metallo. Fin dal suo impianto, le terme risultano strettamente connesse al comparto forense, pure organizzato agli inizi del principato, insieme agli edifici che ne compongono il nucleo monumentale, come la basilica civile. Il legame topografico e funzionale tra terme e foro è rinsaldato nell’ambito dell’incisivo intervento urbanistico legato alla realizzazione della _via Traiana_: il nuovo tratto stradale indagato per una lunghezza di 25 m, si adegua alla planimetria del _balineum_ – anch’esso ristrutturato in concomitanza con i lavori per l’impostazione della strada – e si biforca con una diramazione che consente l’accesso all’ _apodyterium_ e prosegue verso la piazza forense. Questo tratto della _Traiana_, che raggiunge il foro, allo stato attuale delle ricerche è l’unico privo di _orbitae tensarum_, evidentemente perché riservato solo al transito pedonale, a differenza del tracciato principale, lungo il quale la coppia di solchi più antica risulta sostituita da un’altra, lievemente spostata, a causa dell’usura dovuta all’intenso volume di traffico carrabile in prossimità dello spazio urbano principale. Fin dall’impostazione, le terme risultano inoltre collegate all’edificio adiacente, già in parte evidenziato sul lato opposto rispetto alla strada, che proprio nel II sec. d.C. – e dunque in concomitanza con i lavori per la sistemazione della direttrice viaria – viene organizzato in una serie di ambienti disposti intorno ad un peristilio e provvisti di un articolato sistema di approvvigionamento idrico e di drenaggio. Si tratta probabilmente di uno spazio pubblico, con valenza aggregativa, connesso direttamente al _balineum_ e legato al foro. Per la fase meglio nota, che rimanda ad una ulteriore ristrutturazione nel III sec. d.C., è stato ben evidenziato il sistema di riscaldamento termale, documentato in buono stato di conservazione. In particolare, l’ipocausto del _caldarium_ è pavimentato in mattoni laterizi e provvisto di un fitto sistema di sostegni della suspensura: pilastrini in calcarenite, nella zona centrale, e _pilae_ laterizie, a sezione circolare e quadrata, sui lati. L’altezza di questi sostegni, la profondità dell’ipocausto, lo spessore e le caratteristiche tecniche del pavimento rivestito da lastre marmoree mostrano significativa aderenza ai più elevati standard tecnico-costruttivi di età romana così come sono testimoniati, oltre che dalla documentazione archeologica, anche dalle fonti letterarie e, in particolare, dalla trattazione vitruviana, che è peraltro contemporanea al periodo della impostazione delle terme. Sul pianoro della ‘acropoli’, l’approfondimento dello scavo ha permesso di precisare, per l’età imperiale, l’articolazione dell’area sacra indagata negli ultimi anni. È stato meglio documentato il recinto porticato del tempio, caratterizzato da due nicchie quadrangolari in corrispondenza dei lati lunghi e dotato di un muro di fondo in opera quadrata a grandi blocchi. Del piano pavimentale originario del portico restano evidenze scarse, riferibili ad un lastricato – simile a quello conservato in corrispondenza della fronte del tempio –, che risulta in gran parte asportato verosimilmente in età tardoantica nel corso della riorganizzazione generale dell’area. Per questo periodo, l’estensione dell’indagine al settore occidentale del portico ha consentito di delineare con maggiore chiarezza le dinamiche di rifunzionalizzazione del complesso, ormai privo di valenza religiosa, destinato prevalentemente ad attività produttive e di stoccaggio e connesso alla fortificazione riferibile alla seconda metà del VI sec. d.C., il cui bastione arriva ad invadere il limite dell’antica area di culto
  • AIAC_1184 - Egnazia - 2012
    Le ricerche condotte nel 2012, nell’ambito del ‘Progetto Egnazia: dallo scavo alla valorizzazione’, hanno permesso di evidenziare in maniera più estesa le preesistenze delle terme costruite in età augustea sul lato meridionale del comparto forense. In particolare, un ambiente caratterizzato da dispositivi per il trattamento dei tessuti, verosimilmente una _fullonica_ attiva durante tutto il I sec. a.C., risulta riorganizzata, senza cambiare destinazione d’uso, in concomitanza con la costruzione del _balneum_. Il vestibolo termale si affianca a questo impianto artigianale a riprova del fatto che le terme si impostano in un settore urbano già fittamente strutturato, nell’ambito dell’incisivo intervento urbanistico di età augustea che organizza il nucleo monumentale del foro. È stato inoltre meglio evidenziato l’edificio attiguo alle terme sul lato opposto rispetto alla strada, che a partire dalla prima età imperiale si articola in una serie di ambienti disposti intorno ad un peristilio e provvisti di un esteso sistema di approvvigionamento idrico e di drenaggio. Durante l’intera vicenda del _balneum_, fino alla fine del IV sec. d.C., questo monumento, a forte valenza aggregativa, forma con le terme un complesso unitario ed è interessato dagli interventi di ristrutturazione che coinvolgono i vani termali, soprattutto nel II secolo, in concomitanza con la sistemazione della _via Traiana_, e ancora nel III secolo. Sempre sul limite meridionale del comparto forense, ancora più a Est rispetto alle terme, è stato individuato un monumento finora ignoto di elevato tenore architettonico che, allo stato attuale dell’indagine, risulta in uso in età tardorepubblicana e protoimperiale e non sembra coinvolto dalla rifunzionalizzazione che interessa molti settori della città a partire dalla fine del IV secolo. Ad un edificio pubblico, legato in modo diretto alle attività commerciali del foro, inducono a pensare, in attesa di approfondire la ricerca appena avviata, la planimetria, caratterizzata da un’ampia area centrale chiusa da un’esedra rettangolare e circondata da vani modulari distribuiti in posizione simmetrica, nonché la destinazione esclusiva a deposito di anfore vinarie di un vano rialzato e accessibile da una rampa. Nel santuario dell’acropoli, frequentato già dal VI sec. a.C., rilevanti risultano le nuove acquisizioni per il periodo imperiale, quando il tempio è inserito in un recinto porticato a quattro bracci, dotato di due ampie esedre quadrangolari disposte al centro dei lati lunghi. Le aree aperte comprese tra il tempio e i portici sono pavimentate in terra battuta in questa fase che, sulla base dei reperti ceramici e numismatici, può essere ascritta alla prima metà del II secolo d.C. Anche questo complesso religioso rientra dunque tra i settori della città riqualificati nell’ambito dell’esteso intervento edilizio di età traianea, che coinvolge anche le terme, la piazza mercato porticata e il settore residenziale opposto alla piazza a Sud della _via Traiana_. A partire dalla metà del IV secolo d.C., in concomitanza con la dismissione dell’area sacra, ai muri di chiusura del santuario si addossano ambienti di forma quadrangolare con destinazione abitativa e produttiva; l’area aperta, progressivamente defunzionalizzata, ospita anche sepolture isolate, localizzate a ridosso della cornice di base del podio. Intorno alla metà del VI secolo d.C., contestualmente al generale piano di fortificazione dell’acropoli, vengono realizzati il circuito murario bizantino e il _castrum_ con ampio ricorso ad elementi di reimpiego del santuario destrutturato. Nell’ambito delle ultime indagini è stata individuata la torre del _castrum_ più interna all’acropoli: si tratta di un ambiente quadrangolare, in parte realizzato a scarpa per migliorarne le capacità di difesa, che ingloba le strutture dell’angolo sud-occidentale del portico di età imperiale.
  • AIAC_1184 - Egnazia - 2013
    Le ricerche sul campo del ‘Progetto Egnazia: dallo scavo alla valorizzazione’ nel 2013 si sono concentrate in un’ampia fascia che definisce il comparto del foro sul lato meridionale, nella quale ricadono anche le terme e l’edificio con peristilio centrale connesso al _balneum_, indagati con sistematicità negli ultimi anni. Nell’impianto termale, al termine del restauro del _praefurnium_, che si conserva integralmente fino alla copertura, è stato possibile indagare lo spazio di servizio in cui il dispositivo rientra ed è stato individuato un altro _praefurnium_ più piccolo: mentre il dispositivo maggiore alimentava direttamente l’ _alveus_ del _caldarium_ e provvedeva al riscaldamento degli altri vani, l’altro _praefurnium_ era collegato alla vasca minore del _caldarium_, con la funzione di supporto termico assegnata pure ad un terzo dispositivo, strutturato in maniera più semplice, che viene affiancato all’ipocausto del _tepidarium_ nell’ambito della ristrutturazione del III secolo. A Est delle terme, è stato approfondito lo scavo dell’edificio di elevato tenore architettonico individuato nel 2012, articolato intorno ad un’ampia corte centrale, chiusa da un’esedra rettangolare e circondata da vani modulari distribuiti in posizione simmetrica. Le attività documentate nei due spazi indagati più a fondo, preparazione e consumazione di cibi a prevalente provenienza ittica e deposito di anfore vinarie, quest’ultimo in un ambiente rialzato e accessibile da una rampa, inducono a non escludere, per il periodo compreso tra II secolo a.C. e I secolo d.C., una destinazione residenziale, certo di prestigio, a giudicare dalla decorazione architettonica in pietra calcarea degli elevati e dalle pavimentazioni a mosaico di ciottoli. In questo complesso la residenzialità è stata al momento meglio chiarita per il periodo tardoantico, quando si accompagna ad attività produttive e allo stazionamento di animali, come in molti settori urbani già indagati. Nello stesso periodo, una parte di quest’area e un vasto settore esteso ancora più a Est sono lasciati aperti e destinati all’attività agricola, verosimilmente alla viticoltura, in una zona che presenta la prima significativa discontinuità nella maglia intensamente strutturata della città del vescovo, a poca distanza dell’impianto per la produzione di calce e altro materiale edile, che rifunzionalizza gli spazi delle terme del foro. In attesa di poter approfondire ulteriormente la ricerca, si può ipotizzare che la lavorazione dei prodotti agricoli, vino e forse anche olio, avvenisse nello stesso comparto, anche nella zona tra l’edificio sopra menzionato e la manifattura della calce, dove è stato appena esteso lo scavo e dove è venuta in evidenza una filiera di vasche, di dimensioni differenti, allineate e tra loro collegate. Alle esigenze di questi dispositivi provvedevano diverse strutture di approvvigionamento idrico, tra cui una cisterna la cui ghiera riutilizza parte degli _arbores_ di un torchio. Che questa cisterna sia ricavata nell’ampio vano ipogeico di una tomba a camera di età messapica, non lontana da un’altra sepoltura dello stesso tipo, in parte intercettata e riutilizzata nell’opificio delle calcare, segnala con elementi di sempre maggiore interesse la fitta articolazione del palinsesto insediativo di questa città di cui si continua a delineare la complessità del paesaggio antico. Gli spazi e le attività della città sono ora raccontati in forme di forte impatto nel nuovo percorso espositivo del MArE – Museo Nazionale Archeologico di Egnazia ‘Giuseppe Andreassi’, inaugurato il 25 luglio 2013 e nato da una stretta collaborazione tra gli archeologi della Soprintendenza e l’équipe dell’Università di Bari, coordinati dal Soprintendente Luigi La Rocca.
  • AIAC_1186 - San Vito dei Normanni - 2006
    Gli scavi negli anni precedenti hanno permesso di identificare sulla sommità della collina un complesso di strutture interpretabili come un edificio “palaziale”, da riferire ai gruppi sociali dominanti, che esercitavano funzioni di rilievo nella comunità insediata nell’area. L’edificio che occupa un’area di circa 600 mq è caratterizzato da muri di fondazione imponenti, larghi più di 1 m. Nella sua parte orientale sembrano concentrati gli ambienti coperti, mentre tutta la zona centrale ed occidentale appare caratterizzata da una vasta corte aperta. Al di là di un ampio spiazzo sul quale convergono due strade, sono state identificate altre strutture murarie, di dimensioni minori, riferibili ad abitazioni. Lo scavo condotto nel 2005 si è concentrato nell’area del grande edificio sulla sommità della collina, mettendo in luce le varie fasi di crollo della struttura. I muri perimetrali delle fondazioni presentavano una larghezza compresa tra i 70 cm ed 1 metro, mente le semplici abitazioni avevano una larghezza intorno ai 50 cm. Questo dato già testimonia la rilevanza sociale della struttura. Il parametro dimensionale, tuttavia, non è l’unico elemento significativo: i muri infatti sono realizzati in doppia cortina con blocchi più grandi disposti di taglio per rinforzare la struttura, e vi è un diverso uso di materiali. I muri perimetrali e cantonali sono realizzati con blocchi rettangolari, essendo sottoposti ad un maggior carico della copertura; i setti murari interni sono realizzati interamente in calcare di Altamura, ugualmente con il doppio paramento, ma con blocchi sbozzati sulla faccia esterna e riempimento di pietre di piccole dimensioni. Dallo studio dei crolli si evince che l’alzato era costituito dai primi filari con blocchi squadrati in calcarenite in doppia cortina e posti di taglio, mentre la parte restante era realizzata con i blocchi sbozzati sulla faccia esterna e riempimento in pietre irregolari. Il rinvenimento di un frammento architettonico fa pensare ad una decorazione con antefisse circolari decorate a volute che trova confronti nella decorazione templare della Laconia, in particolare a Laphior o nel tempio di Artemide Orthia a Sparta. E’ stato individuato inoltre un coppo della linea di gronda con attacco per il montaggio dell’antefissa. Il rinvenimento attesta ulteriormente il grado di sviluppo raggiunto dalle maestranze messapiche in età arcaica e gli influssi provenienti dagli ambienti greci e tarantini in particolare. Il rinvenimento di due frammenti di crateri a figure nere e di pesi da telaio attesta l’importanza di questo edificio, riferibile alle cosiddette “strutture palaziali”, con funzioni non soltanto abitative, ma anche di carattere cultuale e pubblico.
  • AIAC_1186 - San Vito dei Normanni - 2007
    La settima campagna di scavo nell’area archeologica si è svolta nell’ambito dei lavori di allestimento del “Museo Diffuso Castello d’Alceste di S. Vito dei Normanni”. Lo scavo si è concentrato nella zona alta del sito, dove insiste un fabbricato rurale, in stato di abbandono. Nell’ambito dei lavori di restauro dell’edificio e dei muretti a secco di recinzione è stato possibile identificare un ampio tratto della cinta muraria interna. L’indagine archeologica ha permesso di precisare l’andamento della struttura, in parte leggibile sulle foto aeree. Sulla base dei dati emersi dalle indagini precedenti il muro definiva, in età arcaica, la parte alta della collina, inglobando il l’esteso complesso palaziale realizzato nel VI sec. a.C., e noto come ‘grande edificio’. La struttura di recinzione, larga circa 3 metri, è stata rintracciata all’interno della casetta e nei due cortili ad essa retrostanti per una lunghezza complessiva di 28 m.; è costituita da un doppio paramento di pietre di medio-grandi dimensioni appena sbozzati e un riempimento interno, costituito da pietrame più minuto. I livelli di distruzione, databili agli inizi del V sec. a.C., sono caratterizzati dalla presenza di tracce di alterazione termica, probabilmente riferibili ad un incendio. All’interno dei cortili del complesso rurale sono emersi, inoltre, i resti di strutture murarie e di crolli, ancora da definire dettagliatamente, relativi ad abitazioni poste all’esterno del muro di fortificazione. E’ stata rinvenuta, inoltre, una struttura di fondazione relativa ad una capanna di pianta ovale riferibile alle fasi dell’VIII sec. a.C. I lavori nell’area del “Grande Edificio” sono stati concentrati nell’area del Vano 5, mettendo in luce i livelli di crollo e di distruzione dell’ambiente e dell’area a Ovest di esso. Si sono inoltre identificate le tracce di asportazione dei muri del vano permettendo di precisare la definizione planimetrica dell’edificio.
  • AIAC_1186 - San Vito dei Normanni - 2008
    L’ottava campagna di scavo, svolta in estate ed in autunno, all’interno del programma di realizzazione del “Museo Diffuso Castello d’Alceste”, ha permesso di approfondire lo studio del ‘grande edificio’, l’esteso complesso di età arcaica ubicato sulla sommità della collina. L’analisi stratigrafica all’interno di uno dei vani della parte residenziale (vano 5), caratterizzato da imponenti muri di perimetrazione, ha permesso di riconoscere le tracce in negativo di una serie di elementi di arredo e di ricostruire la presenza di azioni legate all’uso del fuoco, attraverso la lettura delle chiazze di alterazione termica particolarmente evidenti nella parte centrale dell’ambiente. Di grande rilevanza ai fini dell’interpretazione delle funzioni è il rinvenimento di un deposito votivo con resti faunistici e frammenti di coppe ioniche. L’analisi delle strutture murarie principali consente di identificare nel vano 5 l’ambiente più antico del ‘grande edificio’ arcaico. I risultati forniti dallo scavo contribuiscono in modo rilevante alla definizione delle funzioni rivestite dal complesso, poiché rafforzano l’evidenza relativa alla presenza di azioni legate alla sfera rituale. Un importante risultato si riferisce all’identificazione della cinta muraria inferiore, finora nota solo dalla lettura delle foto aeree, che permettono di ipotizzarne il tracciato al disotto dei muretti a secco di delimitazione fondiaria. Un sondaggio esplorativo condotto lungo il tracciato NW ha consentito di verificare l’esistenza del muro e di riferirlo alla fase arcaica. Un ulteriore intervento ha interessato lo studio della capanna dell’età del ferro (v. relazione 2007). Lo scavo ha permesso di definire la pianta e la tecnica costruttiva dei muri perimetrali (pali lignei inseriti all’interno di una struttura di pietre). All’interno è stato identificato e parzialmente scavato il focolare, attraverso un microscavo, condotto in collaborazione con il Laboratorio di Paleobotanica dell’Università del Salento finalizzato a studiare le tracce di alterazione termica e il funzionamento della struttura di combustione. (Grazia Semeraro)
  • AIAC_2382 - Muro Tenente - 2008
    Nel 2007 e 2008 a Muro tenente si è scelto di eseguire una serie di saggi stratigrafici sulla parte meridionale delle mura difensive esterne. Alla preventiva e graduale rimozione di tutto l’accumulo superficiale di pietre e terra, ha fatto seguito uno scavo di ca.10 x 27 metri lungo la cortina interna del muro di cinta, con il quale è stato possibile mettere in evidenza le caratteristiche primarie della cortina interna del circuito murario. Il rivestimento è stato costruito senza l'uso della malta, con blocchi di pietre locali di forme e proporzioni varie, anche se talvolta di forma squadrata abbastanza regolare. Nonostante l'irregolarità delle dimensioni delle pietre e la loro sovrapposizione, si riconosce una certa orizzontalità nella costruzione di questo tratto murario. Ciò nonostante, questi allineamenti non si possono mai seguire ininterrottamente per l'intero tratto. Spesso vengono interrotti da pietre irregolari che non si collegano bene e che lasciano dei vuoti colmati da pietre ancora più piccole. In base a queste caratteristiche si nota come il rivestimen¬to interno trova un riscontro con quello delle forti¬ficazioni di Valesio. Inoltre, lungo la cortina interna della cinta muraria è stata messa in luce una scalinata di accesso alla sommità della fortificazione, di cui sono stati riportati in luce quattro gradini in ottimo stato di conservazione, larghi circa 0,80 m e profondi circa 0,30 m. La scala è discendente verso est ed è stata realizzata lungo la cinta provocando, in quel punto, il suo restringimento. La scala era raggiungibile da una strada larga circa 5 m, che correva lungo la cinta e della quale, nella sezione ovest del saggio, è stato messo in evidenza il piano di frequentazione, costituito in massima parte da una considerevole quantità di pietre calcaree di piccole dimensioni, frammenti di laterizi e ceramici distribuiti in maniera pressoché uniforme. Mentre il lato sud della strada è delimitato dalla fortificazione, il suo lato nord è delimitato da un muretto a secco contemporaneo e parallelo alla cinta. Esso presenta danneggiamenti in più punti, che non ne compromettono la lettura e non incidono sulla stabilità della stessa. Infatti in alcuni punti si conserva con un alzato di circa 0,80 m e in quelli maggiormente danneggiati si possono notare le differenze che intercorrono tra l’organizzazione delle fondamenta e quella dell’alzato. Le prime sono costituite prevalentemente da grosse pietre calcaree apparentemente sbozzate e poste di piatto; il secondo è composto da pietre calcaree piatte di medie dimensioni sbozzate lungo la faccia vista del muretto. Il muro si è conservato per una lunghezza di ca. 30 m, lungo l’intero saggio di scavo. Esso costituisce il retro di una serie di edifici ubicati a ridosso delle fortificazioni e divisi tra di loro da un’altra strada, orientata nord-sud, perpendicolare alla cinta ed in asse con la scalinata, che collega il camminamento lungo il muro di cinta al centro dell’abitato. Purtroppo allo stato attuale dell’indagine la funzionalità di questi edifici deve rimanere incerta.
  • AIAC_2382 - Muro Tenente - 2009
    Le indagini archeologiche condotte a Muro Tenente nel 2009 hanno previsto (1) una serie di ricognizioni a tappeto nella zona immediatamente ad est dell’area fortificata di Muro Tenente, mirate alla verifica di siti archeologici trovati in precedenza; (2) un saggio di scavo all’interno dell’area fortificata, mirato a studiare il presunto circuito difensivo interno della cittadina, con l’obbiettivo di raccogliere nuove informazioni circa la sua datazione, le sue fasi d’uso e le varie tecniche costruttive utilizzate. La fase più recente del muro di cinta, probabilmente databile dopo il III sec. a.C., è stata individuata nella parte orientale del saggio. Qui era conservato un filare in blocchi di calcarenite irregolari di grandi dimensioni e lievemente sbozzati sul lato che guardava verso la città bassa. Il muro più recente e costruito su uno più antico, con un allineamento lievemente disassato. Tra la fine del IV e l’inizio del III sec. a.C. la cinta muraria presentava una forma ben definita. Nella parte orientale del sondaggio è stato scoperto un lembo di muro con orientamento nordest-sudovest, che si trova in perfetta corrispondenza con quello indagato negli anni ’90. La porzione occidentale di questa cortina muraria non è conservata, probabilmente a causa della pendenza verso sud-est, che già veniva suggerita dall’andamento dei crolli, e a causa di interventi recenti connessi all’agricoltura. Nel settore ovest del sondaggio è stato messo in luce un altro tratto di muro, leggermente in crollo e con un orientamento nord-sud. Le due cortine murarie vengono collegate da una struttura di forma rettangolare, realizzata con pietre in calcarenite con una messa in opera molto accurata. La forma e le dimensioni della struttura fanno immaginare che si tratti di una torre rettangolare. La presenza di numerosi laterizi fa pensare ad una copertura in tegole. E’ interessante notare che le mura interne di questa fase sono coeve alle fortificazioni esterne, che si datano ad un epoca precedente alla conquista romana . Il centro dell’insediamento andava probabilmente ulteriormente difeso, forse perché ricopriva delle funzioni importanti per la città, per esempio politiche, sociali e forse anche religiose. La cinta muraria con la torre è stata costruita sopra un muro più antico. Quest’ultimo appartiene alla terza fase della fortificazione interna ed è costruito contro terra con grossi blocchi in pietra calcarea. Ciò significa che il centro dell’insediamento si trovava ad una quota più alta rispetto alla città bassa. Ancora oggi è possibile, infatti, notare come il dislivello tra la parte centrale del sito e quella periferica arrivi fino a 5 m . Per assicurare che la differenza di quota tra nord e sud non crei difficoltà per la messa in opera del muro, sono state posizionate grosse pietre non lavorate contro il taglio di fondazione. Il muro di cinta più antico funzionava da terrazzamento e circondava l’insediamento dell’età arcaica, forse già dell’età del Ferro.
  • AIAC_2382 - Muro Tenente - 2010
    The 2010 Dutch excavations on the Messapian site of Muro Tenente concentrated on two objectives: 1. continuation of the excavation of the inner curtain wall, begun the previous year, the aim being to further clarify the diverse construction phases of the defensive structure, in particular those denominated in 2009 phases 2 and 3. The latest phase (3) of the curtain wall, probably post-dating the 3rd century B.C., was identified in the eastern part of the trench. Here, a course of large, irregular calcarenite blocks was preserved. The blocks had been very slightly squared on the side facing towards the lower part of the town. The latest wall was built on top of the earlier one, on a very slightly different alignment. In phase 2, between the end of the 4th-beginning of the 3rd century B.C. the curtain wall had a well-defined form. In the eastern part of the trench a section of wall on a north-east/south-west alignment came to light, which corresponded perfectly with that investigated in the 1990s. In the western part of the trench another section of wall was exposed, slightly collapsed and on a north-south alignment. The two curtain walls were linked by a very carefully- built rectangular structure, in calcarenite stones, probably a rectangular tower. A layer of collapse comprising stones mixed with numerous tiles was removed from the central part of the trench relating to the second construction phase of the walls, close to the rectangular tower. The finds comprised cooking ware pottery and a loom weight, indicating this as a residential zone and do not seem to relate to a defensive structure. The accumulation of stones may be explained as an intentional dump of materials to level the terrain prior to the building of the latest structure (30.018), or a short period of abandonment and a slight slippage of materials from the central area of the settlement (which must have been only a few metres away) on a higher level than the base of the fortifications. 2. checking of the continuation of the inner curtain wall by opening a new trench (n. 42), positioned at about 100 m west of trench 30. Here, a monumental rectangular structure (5.05 x 2.95 m) was uncovered, orientated in a north-south direction and built of large, rectangular calcarenite blocks. Only the foundations were preserved, two courses deep (except for the north-eastern part where only one course survived). The surface of the blocks showed plough damage, the grooves running north-west/south-east and north north-east/south south-west. The north-eastern part had been removed by recent interventions. The blocks were of various sizes and some, at the north corners, jutted out from the rest of the building. All were very precisely squared and accurately positioned one next to the other without mortar. The construction technique, dimensions and materials used are very new elements with respect to the archaeological structures investigated at Muro Tenente to date. Moreover, these characteristics seem to exclude that this building had a domestic function or was part of a productive structure. It may be suggested that this was a monumental structure of substantial size (at least in comparison to other structures on the site). Finds of such objects as a fragment of column capital, but also of two bronze vessel handles seems to support the idea that this was a building of some importance. Archaeological and art-historical comparisons suggest that it was a _naiskos_, a small temple with aedicule on a podium. This is a building associated with funerary ritual and private cult, which spread in southern Italy from the end of the 4th century onwards.
  • AIAC_2383 - L’Amastuola - 2007
    Nel mese di luglio 2007 sono proseguite le indagini avviate nel 2003 nella contrada L'Amastuola, agro di Crispiano (TA). Tali indagini, che riprendono quelle effettuate dalla d.ssa Grazia Angela Maruggi della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, partono da una serie di interrogativi sulla fase iniziale dell’espansione tarantina e del rapporto greci-indigeni, nonché sulle fasi di espansione, degrado e abbandono del sito di L’Amastuola. A tal fine nel 2007 sono state iniziate delle analisi di foto satellitare, in collaborazione con colleghi dell’Università di Sydney, mirate alla verifica delle ricognizioni a tappeto effettuate negli anni precedenti. Sono stati eseguiti, invece, i seguenti saggi stratigrafici, sempre sulla parte sud del pianoro, retrostante la Masseria L’Amastuola. 1. Nel 2004 nella trincea 1 sono stati trovati i resti di una piccola struttura (denominata abitazione δ). Lo spazio coperto di questa struttura misura soltanto 8 m² circa, più piccolo di quelli degli oikoi β e γ scavati da Grazia Angela Maruggi. Nel 2005 allargando questa trincea, si è scavata un’altra abitazione, denominata “ε”, l’orientamento della quale è a squadra dell’abitazione δ; queste due strutture sono separate da un vicolo molto stretto. Nel 2005 è stata scavata gran parte dell’abitazione ε. Durante la campagna del 2007 sono stati indagati i battuti all’interno dell’ambiente“ε”. Inoltre, è stato effettuato un saggio esplorativo degli strati sotto il vestibulum lastricato, al fine di definire la datazione dell’abitazione. A questo proposito il saggio ha confermato le indagini precedenti, le quali suggerivano una datazione al VI secolo a.C., in quanto è stata trovata, sul battuto della parte meridionale dell’ambiente, una coppa con decorazione a fasce databile anche questa al VI secolo. 2. Nel 2003 e 2004 nella trincea 2 si è scavato un ampio spazio (5 x 8 metri circa), probabilmente un cortile, chiuso su tre lati. Lo scavo di questa trincea, continuato nel 2005 e terminato nel 2007, ha messo alla luce una bottega di un ceramista, caratterizzata da una serie di fornaci. L’analisi stratigrafico adesso ci permette di identificare tre fasi successive tra. 3. Nel corso degli scavi del 2007 la trincea 5, aperta per la prima volta nel 2005, è stata ampliata in direzione sud, dove si è potuto mettere in evidenza sia il muro meridionale dell’ambiente, che un’altro muro orientato diversamente, cioe nordovest-sudest combaciando il muro meridionale. 4. Negli anni precedenti, nell’angolo nordest della trincea 2, si è scavato uno strato, di colore nerastro, profondo e pieno di materiali bruciati. Nel 2007, al fine di indagare questo strato si è proceduto ad ampliare tale trincea in direzione nord. Nella parte occidentale di questa nuova trincea, no. 6, al di sopra lo strato nerastro, si sono trovati i resti di due fornaci di ceramica. Al contrario delle fornaci nella trincea no. 2 (si veda sopra), quelle nuove non si appoggiano su una fondazione di pietre. La fornace più a nord conteneva la base di un vaso malcotto, possibilmente di un cratere stamnoide del VI secolo a.C.
  • AIAC_2383 - L’Amastuola - 2008
    Nel mese di luglio 2008 sono proseguite le indagini avviate nel 2003 nella contrada L'Amastuola, agro di Crispiano (TA). Nel 2008 sono proseguite le analisi di foto satellitare, avviate nel 2007 in collaborazione con colleghi dell’Università di Sydney, mirate alla verifica delle ricognizioni a tappeto effettuate negli anni precedenti. L’indagine non solo ha confermato i risultati delle ricognizioni, mettendo alla luce nuove tracce dei siti già individuati, ma ha portato anche all’identificazione di nuovi siti. Oltre alle ricerche topografiche, si sono continuati anche gli scavi stratigrafici. Come nelle campagne precedenti, nel 2008 gli scavi sono stati effettuati sulla parte sud del pianoro, retrostante la Masseria L’Amastuola. Sono state scavate tre saggi: 1. Questa trincea, aperta per la prima volta nel 2005, doveva fornire informazioni riguardanti la continuazione in direzione est dell’abitato sulla sommità centrale del pianoro meridionale. Qui sono stati messi in evidenza tre muri di fondamenta di un ambiente rettangolare. Gli scavi del 2008 hanno precisato le nostre interpretazioni, dimostrando che si tratta di un’abitazione, misurando 3.7 x 3.4 m ai lati interni. E’ paragonabile agli altri oikoi scavati a L’amastuola fin’ora e databile all’inizio del VII sec. a. C. o poco più tardi. L’ingresso all’oikos si trovava al lato orientale. A sud di quest’ oikos sono state identificate due strutture rotonde, con un diametro di 1.8 e 1.9 m., datate preliminarmente alla meta del VII secolo a.C. e interpretate come sili per grano, ciò che corrisponde al ritrovamento di grano bruciato nei contesti adiacenti. 2. Tale trincea riguarda l’officina di ceramisti, scavata negli anni precedenti. Nella zona all'interno della bottega è stata trovata una prova ulteriore della produzione ceramica, tra cui parte di un\'altra fornace, appartenente alle fasi più recenti del workshop (prima meta del V secolo a. C.). 3.In una terza trincea è stata scoperta una grande fossa, nella quale sono stati messi in evidenza otto blocchi di pietra locale, squadrati, molto ben lavorati e di grandi dimensioni (lunghezza media di 1.70m). Essi si trovano in posizioni random, l’uno sopra l’altro, buttati nella grande fossa, riempita altresi con un suolo omogeneo. Le grandi lastre di pietra sembrano appartenere ad una struttura paragonabile alle edicole cultuali dell’area sacra di Policoro (4th c. BC), musealizzate a Siris-Policoro. Considerando che i reperti più recenti trovati nella fossa si datano alla fine del III secolo a. C. si ipotizza che l’edicola di Lámastuola è stata demolita in questa fase, e che le singole lastre sono state successivamente buttate in una fossa scavata a posto, tutto questo forse in connessione agli eventi traumatici post-annibalici che hanno riguardato Taras.