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AIAC_2048 - Salinelle - 2008
Nell’ambito dei lavori di realizzazione dell’Acquedotto del Locone che, durante l’estate del 2008, sono stati condotti nel comune di Canosa di Puglia, è stata individuata e scavata una tomba a grotticella di epoca eneolitica con 6 deposizioni umane. L’area si trova nella valle dell’Ofanto, da cui dista, in linea d’aria, circa 500 m, e ricade all’interno di una coltivazione di alberi di palma a pochi chilometri dal centro abitato, in una zona pianeggiante, a 65 metri sul livello del mare.
Purtroppo i lavori per l’impianto del palmeto e per la posa della condotta idrica hanno asportato la porzione superiore e la parte centrale della struttura.
La tomba è orientata in direzione NNO-SSE, ed è costituita da due celle sub-ellittiche ed un “pozzetto di accesso” di morfologia sub-circolare (delle dimensioni ricostruite di m 0,80 N-S; m 1,10 E-W) posto tra le due celle, delimitato da due lastroni in pietra calcarea con la probabile funzione di chiusura degli ambienti.
Nella cella 1 (m 2,50 N-S; m 2 E-W) sono deposti due individui adulti, uno di sesso femminile ed uno di sesso maschile, in posizione, rispettivamente, supina-rattratta e rannicchiata. Dalla leggera sovrapposizione delle ossa notata in fase di scavo sembra possibile ipotizzare che il soggetto maschile sia stato deposto prima della donna. In prossimità delle ginocchia dell’uomo è stato rinvenuto un “pugnale” in selce (tipo Gaudo) a lavorazione monofacciale.
Nella cella 2 (m 2 E-W; m 1,70 N-S – misura ricostruita) sono deposti quattro individui, di cui tre adulti rannicchiati ed un bambino con le ossa non in connessione: i dati antropologici sembrano indicare che le deposizioni non sono avvenute contestualmente ma che ci sia stato uno spostamento intenzionale del corpo del bambino per fare spazio ad un’inumazione successiva. Si riconosce con certezza il sesso femminile di uno degli adulti, a cui è associato un “pugnale”, della stessa tipologia dello strumento rinvenuto nella cella 1, ma di dimensioni inferiori, e una punta di freccia, entrambi in selce.
Il rituale di inumazione prevedeva un corredo funerario costituito, oltre che dagli strumenti in selce associati ad individui specifici, da vari contenitori ceramici (almeno tre parzialmente ricostruibili per più della metà) rinvenuti nell’area del “pozzetto d’accesso”. E’ interessante notare che strumenti generalmente attribuiti al sesso maschile, come le punte di freccia e i “pugnali”, in questo caso sono associati ad entrambi i sessi e che, come evidenzia l’analisi preliminare delle tracce d’uso, sono stati utilizzati per la lavorazione di materiale vegetale. Si nota inoltre, una differenza nell’uso dello spazio tra le inumazioni all’interno della cella 1, deposte in uno spazio più ampio, e quelle della cella 2, molto vicine l’una all’altra, tra cui si riconoscono tracce di deposizioni non contestuali.
Anche se la tomba di via Salinelle è un’evidenza isolata, rappresenta l’opportunità di effettuare alcune considerazioni su un contesto funerario eneolitico al momento ancora poco conosciuto nell’ambito dell’archeologia pugliese, riferibile alla cultura del Gaudo, come evidenziano la tipologia della tomba e del materiale di corredo. Non è da escludere, inoltre, che l’area sia stata interessata da altre evidenze funerarie, come attesta il rinvenimento, a poca distanza, di frammenti ceramici relativi alla stessa facies eneolitica e fauna, non associabili ad una particolare struttura, ma che permette di ipotizzare che la frequentazione dell’area non si sia limitata alla tomba rilevata.
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AIAC_2049 - Palata (Saggio 1 e Saggio 2) - 2008
Durante l'estate del 2008, nel corso dei lavori di realizzazione dell'Acquedotto del Locone, a pochi chilometri dal centro abitato di Canosa di Puglia, in località Palata, sono state messe in luce le tracce di due villaggi trincerati neolitici.
Ci troviamo nella valle dell’Ofanto, a 500 m dall’attuale corso del fiume, in un’area pianeggiante, leggermente rilevata (74 m sul livello del mare), coltivata a vigneto, uliveto e frutteto. Lo scavo di due saggi, a 250 m di distanza l’uno dall’altro, ha messo in evidenza una stratificazione archeologica che attesta la frequentazione di quest’area dal Neolitico antico all’Eneolitico.
Nel Saggio 1 la frequentazione più antica, impostata sulla bancata calcarenitica, è costituita dalla porzione di un fossato a sezione conica, cui si collega una struttura sub-circolare con pareti dal profilo concavo – aggettante che può essere interpretata come fondo di capanna o area funzionale destinata ad attività connesse al fossato.
Il fossato è interessato da varie fasi di riempimento, la più antica delle quali è caratterizzata da sottili livelli sabbiosi con abbondanti frammenti ceramici (impresse evolute), industria litica, fauna, carboni. La morfologia concava e le caratteristiche del riempimento rimandano ad un’origine naturale dello strato che potrebbe essersi depositato durante il periodo d’uso della struttura. I livelli superiori hanno un differente carattere in quanto costituiti da un sedimento piuttosto omogeneo associato a pietre e massi di varie dimensioni che sembrano intenzionalmente sistemati allo scopo di obliterare la struttura in un momento in cui l’area aveva evidentemente cambiato funzione.
Che l’area sia stata successivamente frequentata è testimoniato dalle strutture realizzate nei livelli di obliterazione, tra cui due pozzetti, un altro probabile fondo di capanna e la fossa di sepoltura di un individuo adulto di sesso femminile. Il materiale archeologico non è molto abbondante, ma la ceramica (elementi dipinti in bianco e rosso) presente nel “fondo di capanna” suggerisce un orizzonte più vicino al Neolitico Medio.
Il Saggio 2 si presentava fortemente compromesso dai lavori precedentemente svolti nell’area che hanno asportato gli strati antropici superficiali e parte delle strutture, costituite dalla porzione di un fossato/compound che sembrerebbe svilupparsi verso S e parte di una struttura sub-circolare, anch’essa, come nel saggio 1, legata al fossato.
I livelli di riempimento delle strutture sono interessati da livelli carbonatici (duricrust) che, formatisi in periodi più aridi, evidenziano discontinuità preesistenti (tagli verticali e superfici orizzontali) interpretabili come fosse, strutture e probabili piani di calpestio.
La sequenza degli strati neolitici è sigillata dalla sepoltura in fossa di un individuo adulto di sesso maschile, rannicchiato sul fianco sinistro e privo di corredo.
Particolarmente significativo è, infine, il rinvenimento di una fossa circolare del diametro di 80 cm ca., tagliata negli strati di riempimento del fossato. La struttura è costituita da una sistemazione a secco di pietre medio-piccole che coprono un accumulo di fauna e ceramica eneolitica. La tipologia della struttura e le tracce di esposizione al calore riconoscibili sulle pietre, fanno pensare ad una probabile fossa di combustione.
I due saggi, benché di limitata estensione, indicano che l’area è stata oggetto di una frequentazione estesa e continua nel tempo. Le due aree indagate, a poca distanza l’una dall’altra, presentano infatti modalità di frequentazione simili durante il Neolitico, con una prima fase d’uso del fossato associabile a tracce di attività abitativa, e una successiva destinazione funeraria al riempimento dei fossati. Nel caso del Saggio 2, inoltre, la frequentazione si è protratta fino all’Eneolitico.
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AIAC_2287 - Cattedrale - 2009
Le indagini archeologiche effettuate, contestualmente all’intervento di restauro condotto sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza per i beni Architettonici e per il Paesaggio, nel succorpo della cattedrale romanica hanno consentito di completare l’indagine dell’area archeologica già parzialmente messa in luce negli anni sessanta e settanta del secolo scorso. Sono stati evidenziati i resti di un grande edificio di età romana imperiale, articolato in diversi vani e caratterizzato dall’impiego di grossi conci di calcarenite. Si conserva inoltre un brano pavimentale a mosaico, datato al I sec. d.C., realizzato in tessere di calcare, ciottoli e terracotta, con un grande motivo a cerchi allacciati che delimitano rosette a sei petali.
In adiacenza all’edificio è stato messo in luce un tratto di strada lastricata che potrebbe ipoteticamente essere identificato con il tracciato urbano della via Traiana. Di notevole interesse il ritrovamento di una epigrafe onoraria iscritta su di una lastra in marmo, reimpiegata in età successiva, pertinente presumibilmente alla base perduta di una statua. Datata alla seconda metà del II sec. d.C., è dedicata ad un Augustale, Lucio Gellio, cui è stato concesso, da parte dell’ordine dei decurioni, l’onore sia del bisellium sia di una statua.
Sui resti di età romana si è sovrapposto l’impianto di una grande basilica paleocristiana, lunga 40 m e larga 18 m, a tre navate, con abside rivolta ad Est. Oltre alle strutture murarie pertinenti sia ai muri perimetrali, in alcuni tratti conservati sino a circa m 3 di altezza, sia ai muri su cui poggiavano i pilastri divisori delle navate, si possono osservare ampi lembi della pavimentazione musiva policroma, conservatasi in particolare nel vano del succorpo detto “del mosaico di Timoteo”. Redatto in stesure successive, databili in arco cronologico tra V e VI sec. d.C., il mosaico qui appare come un grande tappeto con motivo a scaglie in cui campeggia un grande disco con quadrato centrale decorato a stuoia, intorno a cui si dispone sinuosamente un lungo nastro. Il tappeto musivo, compreso entro una cornice, sempre a mosaico, decorata da pesci, animali acquatici e motivi vegetali, è caratterizzato verso Est da una grande tabula ansata con iscrizione in latino in cui si ricorda un certo Timoteo che, all’epoca del Vescovado di Andrea, fece realizzare parte della decorazione per sciogliere un voto.
La basilica, che costituisce la più antica cattedrale di Bari, intitolata a S. Maria, rimase in uso nei secoli successivi dell’Altomedieovo, sino al 1034, anno in cui l’arcivescovo Bisanzio ne decretò la demolizione e dette l’avvio ai lavori per l’edificazione della nuova cattedrale. Questa fu sopraelevata di circa 5 m rispetto al preesistente impianto, le cui strutture, parzialmente demolite, furono in parte inglobate nelle nuove fondazioni, mentre i preziosi piani pavimentali rimasero forse in parte a vista nel succorpo funzionale alla nuova cattedrale. Nei secoli XV-XVIII i sotterranei della cattedrale romanica furono adibiti a camere sepolcrali destinate ad esponenti di importanti famiglie della città.