Name
Marco Marchesini
Organisation Name
Soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna

Season Team

  • AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2009
    Il sito di Guado San Nicola a Monteroduni è stato oggetto di segnalazione nel 2005 da parte della sig.ra Leone, proprietaria del terreno in cui lei stessa casualmente raccolse un bifacciale, insieme a diversi manufatti litici ritoccati. La prima indagine archeologica ha avuto luogo nel 2008 alla quale ha fatto seguito lo scavo condotto nel 2009 allo scopo di approfondire le conoscenze dell’insieme paleolitico che, data la sua peculiarità nelle tipologie di reperti rinvenuti, si caratterizza come riferimento opportuno per la ricostruzione delle modalità di sfruttamento dell’ambiente e delle strategie insediamentali adottate dai gruppi umani preistorici nell’area di Monteroduni. L’area indagata ha un’estensione di circa 40 mq al cui interno è stato possibile riconoscere una serie stratigrafica costituita da una successione di livelli di origine fluvio-lacustre (ghiaie, sabbie e argille) intercalati a sedimenti di origine vulcanica (tufo) anche in deposizione primaria, contenenti materiale paleontologico e preistorico. Caratteristica specifica del giacimento è il rinvenimento, in un’area relativamente ristretta, di una abbondante industria litica di attribuzione acheuleana, caratterizzata da una significativa presenza di bifacciali (circa 50), associati ad elementi tipologici quali schegge, nuclei, strumenti e percussori. L’insieme dei bifacciali è costituito da strumenti interi, punte e frammenti prossimali e le dimensioni sono estremamente variabili probabilmente in relazione alla morfologia di partenza della materia prima utilizzata e del numero di rimesse in forma subite. Sono caratterizzati da un’accurata preparazione della punta e di almeno uno dei bordi. I reperti litici sono stati ricavati, grazie all’impiego di percussori litici e ossei (palchi di cervo), da supporti in selce come lastrine, blocchetti e ciottoli di calcare di piccole e medie dimensioni. Lo stato fisico dei materiali raccolti è nella maggioranza dei casi fresco, rari i casi di leggera fluitazione dovuta a trasporto fluviale. Il campione faunistico si caratterizza per la presenza di frammenti dentari, diafisari e di numerosi resti di palchi, come porzioni basali, aste e frammenti di pugnali. L’analisi paleontologica dei resti di macrovertebrati ha permesso il riconoscimento di talune specie tra cui il cervo, l’elefante, l’uro, il rinoceronte di Merck, il cavallo e l’orso. Abbondante è il gruppo dei cervidi in generale, rappresentato dai numerosi resti di palchi attribuibili a cervidi di taglia piccola (es. capriolo e daino) e molto grande, come i megaceri. Si tratta, dunque, di una fauna di ambiente caldo dove il fiume era sicuramente un elemento geomorfologicamente fondamentale. La presenza di grandi erbivori era favorita da una vegetazione aperta, ricca di pascoli, che consentiva la vita a cavalli e pachidermi, mentre nelle aree più umide la vegetazione si infittiva assicurando rifugio ai cervidi e ai rinocerontini. Per quanto concerne le tracce legate ad una attività umana, si rileva la presenza di caratteri diagnostici legati ad azioni di fratturazione intenzionale, riscontrabili su diversi frammenti diafisari e su un frammento di radio di uro su cui si osserva, inoltre, una sottile stria lineare e sub parallela all’asse longitudinale dell’osso la cui morfologia macroscopica è essere riconducibile ad una azione di taglio intenzionalmente svolto con strumento litico.
  • AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2010
    La campagna di scavo è stata condotta dal 24 Maggio al 30 luglio e ha visto la partecipazione di numerosi ricercatori e studenti dei corsi di laurea, italiani e stranieri che hanno dato un valido supporto alle diverse attività di ricerca . E’ stata posta in luce la stessa situazione stratigrafica già riscontrata nei sondaggi degli anni precedenti con la successione di livelli di origine fluvio-lacustre (ghiaie, sabbie e argille) intercalati a sedimenti di origine vulcanica (tufo) anche in deposizione primaria, contenenti abbondante materiale paleontologico e preistorico. La registrazione planimetrica e stratigrafica dei materiali, delle planimetrie e delle sequenze stratigrafiche sono state possibile grazie al supporto della stazione totale GEO-TOP GTS 605. Il materiale litico raccolto è abbondante e si caratterizza per la presenza di numerosi bifacciali, in selce ed in calcare, associati a schegge e nuclei, strumenti e percussori. Tra gli strumenti si annoverano soprattutto raschiatoi e denticolati. Abbondante è la fauna rappresentata da resti dentari e diafisari di erbivori di grossa taglia, tra cui cervidi, rinoceronti, elefanti, bovini e cavalli. Particolare è il rinvenimento di numerosi resti di palchi di cervidi, tra cui porzioni basali con rosetta, frammenti di aste e numerosi frammenti di pugnali. Lo studio archeozoologico ha permesso l’individuazione di strie riconducibili ad attività di taglio (macellazione) mediante l’utilizzo di uno strumento litico Per le analisi sedimentologiche, palinologiche e radiometriche, diverse sono state le campionature delle varie US. In particolare per le datazioni radiometriche si è proceduto al prelievo di 5 campioni di sedimento nelle immediate vicinanze di resti dentari in precedenza selezionati mediante l’utilizzo di strumentazione specifica che misura il decadimento radioattivo. Massima cura è stata posta nel restauro del materiale osseo in quanto i resti si presentano diversamente interessati da fenomeni post deposizionali che hanno influito, su una diversa scala di valori, nella loro conservazione. I dati acquisiti in scavo sono stati informatizzati con la creazione di una banca dati alfanumerica sempre aggiornabile, da incrociare con un’ulteriore banca dati in Acces contenente la registrazione di tutti i codici delle schede RA riconosciute dal sistema informatizzato del Ministero per i Beni Culturali. La cartografia realizzata è stata interfacciata con la banca dati delle schede tramite l’applicazione del programma Arcview, che gestisce i dati raccolti al fine di creare un sistema georeferenziato che possa impostare una qualsiasi analisi di distribuzione spaziale e statistica.
  • AIAC_3741 - Terreno di proprietà demaniale presso Palazzo Brunner - 2015
    La campagna di scavo ha avuto un intento esplorativo, al fine di definire lo stato di conservazione delle murature dell’anfiteatro aquileiese, ma anche la potenza del loro interro, e di saggiare le difficoltà inerenti a più esteso scavo del monumento da realizzarsi in futuro. In effetti l’edificio era stato oggetto di una serie di indagini condotte nel suo settore orientale già a partire dal 1700 fino agli anni '40 del Novecento, ma non era mai stato evidenziato nel terreno del Palazzo Brunner, che risultava dunque per questo particolarmente interessante. Grazie agli interventi archeologici pregressi dell’edificio si conoscevano in via del tutto generale le dimensioni complessive (circa m 148 sull’asse maggiore e m 112 sul minore) e l'ubicazione nel quadro della città romana, ma rimanevano ancora da chiarire numerosi aspetti architettonico-strutturali e l'inquadramento cronologico. In base ai dati delle prospezioni geofisiche condotte preliminarmente alle indagini, si sono aperti due settori di scavo (rispettivamente m 9 x 5 e m 17 x 5), che hanno confermato alcuni dati costruttivi del monumento, ma anche rivelato assolute novità. Per quanto l’edificio sia stato oggetto di una spoliazione massiccia nel corso dei secoli, gli scavi hanno portato alla luce una poderosa e finora ignota platea di fondazione, larga quasi 4 metri, che doveva reggere la serie di pilastri esterni della facciata: il dato è di grande rilevanza perché costituisce la prova che l'anfiteatro era dotato di una galleria esterna e quindi presentava dimensioni ancora più ampie di quanto si era finora ipotizzato. Inoltre con gli scavi sono emersi la fossa di spoglio di uno dei pilastri della galleria più interna, già evidenziata nel settore orientale dell'edificio con gli scavi ottocenteschi, e uno dei muri radiali che sostenevano le gradinate per il pubblico, conservato a livello di fondazione: tali strutture si impostavano su una possente massicciata di consolidamento in ciottoli e pietrame ben connessi fra loro e saldamente infissi nel terreno a più livelli. La differenza tecnica e di quota fra tale sistema di fondazione e quello della galleria esterna fa ipotizzare una duplice fase costruttiva dell’anfiteatro, con un più tardo ampliamento. Per quanto la datazione delle fasi costruttive dell’anfiteatro e del suo disuso restino ancora da chiarire, già da ora sembra possibile ipotizzare che la galleria esterna sia stata demolita già attorno al III secolo d.C. quando venne costruita la cinta tardoantica della città, che correva a pochi metri di distanza dal monumento e di cui nell'area di scavo si è individuato il poderoso terrapieno interno. Pur privato di parte delle gradinate, l'anfiteatro doveva tuttavia continuare a essere utilizzato anche in questo periodo. La completa defunzionalizzazione sembra in effetti datarsi nel tardoantico-alto Medioevo, quando nell’edificio si vennero a insediare modeste strutture abitative che riutilizzavano le antiche murature superstiti, attestate da piani d’uso e focolari emersi con gli scavi.
  • AIAC_3769 - Gazzo, Ronchetrin - 2015
    Nel settembre 2015 si è condotta una seconda campagna di scavo in loc. Ronchetrin a Gazzo Veronese, aprendo una trincea di m 60 x 4, al fine di ottenere ulteriori dati sul tracciato, le tecniche costruttive e la datazione della strada romana che correva da Hostilia a Verona (comunemente nota come “via Claudia Augusta Padana”), già portata alla luce nel 2014. Confrontando i dati emersi nel corso dei due scavi, si è potuto capire che la strada in questo territorio caratterizzato da un’ampia depressione valliva non correva lungo un rettilineo continuo, ma secondo segmenti leggermente disassati, per seguire le unghie dei paleodossi che emergevano nel paesaggio: probabilmente la parte alta degli stessi dossi, più asciutta e sicura, era riservata all’insediamento abitativo e allo sfruttamento agricolo, mentre per il tracciato viario si preferivano questi settori marginali, comunque asciutti. La carreggiata era costruita su un terrapieno realizzato con le stesse sabbie del sostrato naturale, coperte alla sommità da un’inghiaiatura in ciottoli: il materiale derivava dallo scavo dell’unico fossato laterale, aperto dalla parte del dosso, e quindi variamente ubicato a est o a ovest del tracciato a seconda appunto del posizionamento delle morfologie più rilevate del terreno. Sull’altro lato della strada, posto verso la depressione valliva, impaludata o comunque solcata da corsi d’acqua di portata stagionale, non era necessario alcun fossato. Nelle sabbie del paleodosso a diretto contatto con la sponda del fossato stradale si è messa in luce un’area funeraria a incinerazione indiretta: con la campagna 2015 si sono individuate 2 tombe terragne, 9 tombe a cassetta di embrici (di cui una ne presentava tre con lo stesso bollo Veciliai Liberalis), una tomba in anfora segata e un’ultima forse in cassetta lignea, che vanno ad aggiungersi alle due, rispettivamente a cassa di laterizi e ad anfora segata, e al monumento funerario lapideo frammentario, evidenziati qualche centinaio di metri più a nord con lo scavo 2014. Lo stato di conservazione delle tombe è risultato molto diverso per la diversa profondità del loro impianto in relazione alla superficie del dosso, che risaliva di quota verso nord e verso est, e quindi per il diverso intacco subito dalle tombe stesse durante le arature. Le tombe ubicate più a nord risultavano distrutte fino alla base, quelle più meridionali erano meglio conservate, anche perché in parte coperte dalle torbe che si formarono nell’areale dopo la defunzionalizzazione del sistema stradale: di queste, due conservavano ancora gli embrici di copertura. Sempre a causa dell’impatto agrario, che ha gravemente intaccato nel tempo il piano d’uso della necropoli, lo scavo non ha evidenziato nessun segnacolo. Le tombe risultavano disposte - non ordinatamente - secondo file parallele al fossato, seguendo l’andamento del dosso, con orientamenti diversi l’una dall’altra. In nessun caso si sono individuati ossuari entro le fosse: nella maggior parte dei casi la terra di rogo era posizionata all’esterno della tomba, ma anche all’interno si sono trovate piccole concentrazioni di ossa combuste, carbone e ceneri, forse originariamente raccolte in sacchetti di materiale deperibile. La terra di rogo è stata raccolta integralmente tomba per tomba, in prospettiva di analisi osteologiche sulle ossa combuste e paleobotaniche/archeozoologiche sui resti vegetali/animali. I corredi erano molto ben conservati e risultano databili tra la fine del I sec. d.C. ed il II sec. d.C.: si tratta per lo più di olpai, vasi potori, balsamari anche deformati dal calore, lucerne, monete, su cui attualmente sono in corso studi e analisi chimiche dell’interno, al fine di definirne il contenuto.