Name
Maria Rosaria Manunza
Organisation Name
Soprintendenza per i Beni Archeologici della Sardegna

Season Director

  • AIAC_104 - Bruncu Mogumu - 1998
    Lo scavo ha evidenziato un tempietto nuragico di pianta rettangolare, absidato sul lato corto meridionale, diviso in due ambienti e inserito all'interno di un'area recintata. L'edificio era costruito nella parte alta in blocchi di arenaria, trasportati da lontano, mentre la base era in blocchi di scisto calcareo locale. Alcuni dei blocchi di arenaria, di forma trapezoidale, erano in opera isodoma. Gli strati più profondi hanno restituito reperti esclusivamente nuragici, mentre negli strati più recenti (seconda età del ferro), assieme ai reperti nuragici, si sono rinvenute anche testimonianze della frequentazione fenicia. Il _terminus ante quem_ dell'utilizzo dell'edificio, dopo il crollo, è dato dai reperti del periodo orientalizzante, deposti nella nicchia ricavata sul muro già crollato dell'edificio, mentre lo strato più antico, che, per la presenza di scodelloni lenticolari con ansa verticale, potrebbe essere inquadrato tra il bronzo finale e la prima età del ferro, ci dà la datazione dell'ultimo momento di vita dell'edificio prima del crollo. In origine i due vani erano comunicanti e soltanto in una fase successiva al primo impianto, questo accesso fu chiuso con una struttura più sottile rispetto al muro originario. L'edificio continuò ad essere frequentato anche dopo il crollo della parte alta, come testimonia l'utilizzo del focolare, impiantato all'angolo Nord Est del vano meridionale, che subì successive trasformazioni. L'interesse del monumento è dato dal fatto che, in un momento successivo al crollo e di poco precedente a quello in cui si deposero gli oggetti orientalizzanti della nicchia, in una fase probabilmente iniziale della seconda età del ferro, l'edificio continuava ad essere frequentato da Nuragici che avevano rapporti di scambio con i Fenici. E' probabile che questi contatti avvenissero sul posto, ma non è ancora dimostrato. Restano ancora molti interrogativi che si spera di chiarire con la prossima campagna di scavo.
  • AIAC_105 - Funtana Coberta - 2003
    Il santuario nuragico di Funtana Coberta, di cui si conosceva fino agli anni '90 soltanto il tempio a pozzo e in cui, finora, non erano emersi elementi votivi degni di nota, ha restituito, nella campagna di scavo 2003, un santuario in cui doveva essere presente anche una fonderia per la produzione di ex voto; sono stati rinvenuti _in situ_ un tesoretto di bronzi che comprendeva diversi pezzi lavorati da rifondere, tra cui asce piatte e frammenti di spade votive, assieme a lingotti di rame del tipo a pelle di bue e a panelle; il vaso che li conteneva era un'olla di forma globulare con orlo ingrossato databile al bronzo recente. Il vaso stava sul lato retrostante la camera del pozzo, a ridosso di una struttura che racchiudeva un altro vano, che mostra tracce di ripetuti fuochi. Nell'area del santuario sono stati trovati anche altri reperti di bronzo tra cui una testa di guerriero nuragico e una lama di spada votiva spezzata e riutilizzata come pugnaletto. Nella campagna di scavo del 1998 si sono messi in luce, a circa 50 metri a Nord Est del pozzo, oltre ad una capanna circolare, lastricata, altri due vani di forma irregolare, affiancati, ma ciascuno con un proprio muro, separati da una piccola canaletta. Sul lato NE, a monte del vano A, una buca scavata intenzionalmente, nella roccia, è risultata riempita da un butto che ha restituito un contesto omogeneo d'età nuragica, inquadrabile tra il bronzo recente e il bronzo finale. Questo strato ha restituito resti di pasto costituiti da un 50% di ovicaprini, un 41% di bovini, un 9% di suini, in prevalenza adulti o subadulti, morti per attività umane; macellazione e sezione della carcassa erano presumibilmente effettuate secondo precise pratiche rituali la cui conclusione comprendeva, molto probabilmente, la bruciatura votiva.
  • AIAC_107 - Carzeranu - 2000
    Nel Marzo 2000, in occasione delle opere per la condotta dell'EAF, a ridosso del versante ovest del rilevato della linea ferroviaria "Cagliari-Mandas", in agro di Settimo San Pietro, ai piedi del versante meridionale della collinetta di Cuccuru Nuraxi, si è proceduto allo scavo archeologico stratigrafico. Delle strutture murarie individuate, relative ad un unico edificio, residuavano soltanto i filari di base, realizzati con pietre di media grandezza, apparentemente senza alcun tipo di legante e caratterizzate dall'utilizzo, come zeppe, di numerosi frammenti di embrici, dei tipi con alette a sezione triangolare e trapezoidale. La ceramica più antica risale ad epoca ellenistica, si tratta di anforette ed unguentari, rinvenuti, quasi integri, al di fuori dell'area dell'edificio, pertinenti ad una necropoli preesistente al fabbricato. In età imperiale, probabilmente tarda, l'area cimiteriale fu sconvolta dalla costruzione del vasto fabbricato, con diversi ambienti, il cui utilizzo, per ora, ci sfugge. Poichè in alcuni ambienti sono emersi resti di mattoni crudi di argilla rosata, si può supporre che la struttura fosse costruita in mattoni crudi poggianti su uno zoccolo di pietre. A conferma di ciò è il fatto che lo strato relativo al crollo era molto esiguo. Quanto alla datazione dell'edificio il _terminus post quem_ è fornito dagli embrici e dalla ceramica utilizzati come zeppe della muratura mentre il _terminus ante quem_ è dato dall'assenza, in tutta l'area, di materiale databile fra l'età tardo antica e quella contemporanea. La datazione dell'edificio rientra, quindi, in un arco cronologico fra la piena età imperiale e l'età tardo antica.
  • AIAC_108 - Siliqua - 2001
    Il monumento, situato in posizione strategica, a quota m 82 s.l.m, alla confluenza del Flumendosa con il Flumeneddu, era posto a guardia di una delle più importanti vie di comunicazione della Sardegna centrale e faceva sicuramente parte di un più ampio sistema difensivo che comprendeva numerose altre fortezze. Il nuraghe, in opera di scisto, costruito con blocchi quadrangolari disposti a filari regolari, messi in opera con uno strato di argilla color ocra gialla, è costituito da una torre principale (torre A) e da un ambiente affiancato (vano B), unito alla prima da una breve cortina muraria. Nella torre A lo spessore murario va ingrossandosi sul lato ovest fino a misurare circa m 2. Il diametro della circonferenza di base della torre A è di circa 9 metri, la sua altezza residua è di circa sette metri. Il vano B è conservato, sul lato ovest, per 6 filari che poggiano e integrano, mimetizzandosi con essa, la roccia naturale, e ha un diametro di circa 8 metri. Nel paramento murario interno della torre A si notano vari vuoti che dovevano servire per l'incastro di un soppalco ligneo. All'esterno, sul lato ovest, erano presenti dei conci perfettamente tagliati a T pertinenti al coronamento terminale della stessa torre. Lo scavo, è stato condotto in estensione ed ha messo in luce, finora, 63 unità stratigrafiche. A nord e ovest, è presente un poderoso bastione rettilineo, che parte dal dirupo a Nord e si interrompe, allo stato attuale dei lavori, in corrispondenza del raccordo fra le due torri; altri tratti di bastione formano il terrazzo superiore su cui si apre l'ingresso della torre A, altri ancora formano i terrazzi orientati a sud ovest.

Season Team

  • AIAC_106 - Is Calitas - 1995
    La tomba I di Is Calitas, si presentava come una fossa con pareti non lavorate, scavata in parte nella terra, in parte nello strato roccioso (prof. 74 cm.), coperta, probabilmente, con lastre di pietra. Si trattava forse in origine di una sacca naturale d'argilla, svuotata e utilizzata dai Bonnanaro come sepoltura. Lo scavo stratigrafico ha restituito deposizioni con crani e parti scheletriche, in alcuni casi, ancora in connessione, accompagnate da un ricco corredo omogeneo costituito da tazze, scodelle e tripodi in ceramica d'impasto, un brassard di pietra di forma rettangolare a due fori, nove lesine di bronzo, numerosissimi elementi di collana in conchiglia, denti di animali, zanne di cinghiale e pietra. I corredi rinvenuti, omogenei in tutto lo strato, attribuibili alla facies di Bonnanaro, mostrano chiara derivazione dagli aspetti tardivi del Campaniforme isolano, manifestamente legati alle correnti culturali dell'Europa Centrale per il tramite dell'Italia centroccidentale, su un sostrato permeato degli influssi del Midi francese e della Spagna. Gli oggetti d'ornamento, in particolare, mostrano una decisa derivazione dalle parures campaniformi. I corpi risultavano sovrapposti gli uni sugli altri con pochissima terra, indurita dal tempo, sconvolti e pressati dalla spinta laterale e dal peso degli individui successivamente sepolti, in un utilizzo protratto nel tempo, ma sempre nell'ambito della stessa cultura. L'analisi al radiocarbonio su campioni di ossa ha restituito una datazione convenzionale di 3700? 70 BP, calibrata BC 2290 to 1895. L'analisi antropologica ha consentito di individuare un numero minimo di 61 soggetti adulti (27 maschi, 20 femmine, 14 non determinabili) e 18 subadulti. Nel complesso emerge una popolazione abbastanza robusta, non bassa, senza malattie ricorrenti. L'usura dentaria suggerisce una dieta basata su cibi coriacei o che conservavano residui di materiale litico derivanti dalla macinazione, per esempio dei cereali, e quindi forme di vita legate all'agricoltura.
  • AIAC_1919 - Serucci - 2008
    _GONNESA. Nuraghe e villaggio di Serucci_ Al primo intervento di scavo di A. Taramelli, agli inizi del XX secolo, negli anni “80 scorsi, con fondi della L.R. 10/1965, seguirono due prime campagne di scavo (I – II), incentrate sull’isolato A del villaggio. Con l’acquisizione pubblica dell’area e del medau, e due interventi di valorizzazione areale con fondi regionali (campagne III – IV), presero corpo le successive campagne (1996/97), (2000/2001), (2003/2004), e l’attuale, la VIII (2007/2008, scavo dato in concessione al Comune di Gonnesa, ai sensi dell’art. 89 del Codice dei beni culturali e del paesaggio - D.Lgs.42/2004 e s.m.i.), finalizzata all’apertura al pubblico di parte del sito. Fra i resti dell’abitato, il modulo di aggregazione plurivani dell’isolato A mostra di caratterizzare l’assetto insediativo dell’intero villaggio, alla maniera di quanto interviene a Santa Vittoria - Serri, Su Nuraxi - Barùmini e Brunku Madugui - Gesturi. Nel medesimo isolato A, è significativo il vano 5, per l’articolato repertorio di materiali fittili, ma anche litici, in ossidiana e in metallo, fra cui un frammento di galena piombo argentifera. Le indagini dell’isolato A hanno consentito di far emergere un omogeneo contesto culturale Bronzo Finale (1125-900 a.C.), in armonia con i dati a C/14, non calibrati, derivati da campioni di carbone vegetale del vano n.10, dello scavo Myriam Balmut, in collaborazione con la Soprintendenza, della seconda metà degli anni “80 del secolo scorso: a. campione 1: 2710 +/- 45 (BP) = 760 + /- 45 (b.C.); b. campione 2: 2930 +/- 50 (BP) 980 +/ - 50 (b.C.); c. campione 3: 2795 +/- 30 (BP) 845 +/ - 30. (b.C.). Sulla base dei dati di scavo della campagna VIII, 2007/2008, il nucleo centrale del nuraghe complesso, ivi compresi gli annessi cortili, Nord/Nord/Est, Est, Sud e Ovest, dovrebbe essere stato eretto nell’ambito del Bronzo Recente (fine XIV-1125 a.C.). In questa direzione orientano i dati materiali emersi nella torre F, nel cortile BI, nella torre G, nel mastio A, nel quale ultimo, si è registrata l’associazione di un frammento di lingotto in rame con un frammento di conca in ceramica grigia, del tipo Antigori, intorno al pieno sviluppo del XIII sec. a.C.. Sulla base di quanto sembra emergere per grandi linee, questo corpo centrale del nuraghe complesso dovrebbe essersi sovrapposto, in parziale tangenza, su una volumetria preesistente di plausibile nuraghe a corridoio, sul fianco Nord Nord Est del mastio A, nel BM III, intorno al X–XIV sec. a.C.. I materiali archeologici rinvenuti fra i depositi di crollo e in contesti di più distinta giacitura stratigrafica, nell’ambiente 1, addossato alla Torre L, sul fianco esterno dell’antemurale orientale e nel c.d. soppalco della Torre G, al di sotto del crollo, sono omogeneamente riferibili all’orizzonte del Bronzo Finale, come già configuratosi nell’isolato A, segnando in pari tempo la fase di definitivo abbandono, prima del riuso cultuale di età tardo repubblicana-ato imperiale (Torre D) e plausibilmente funerario, in età altomedioevale, alla sommità del cortile BI.
  • AIAC_2192 - Pani Loriga - 2009
    Pani Loriga si trova in vista dell’attuale abitato di Santadi, su un modesto rilievo delimitato dal corso del Riu Mannu. La regione è caratterizzata da vari tipi di risorse: boschive, agricole, di caccia e minerarie, che ne hanno favorito la frequentazione fin da epoca molto antica: nel III millennio a.C. Pani Loriga venne utilizzata come luogo di sepoltura essendo interessata da una necropoli a domus de janas. Il sito individuato da Ferruccio Barreca (1966) tramite ricognizioni a metà degli anni Sessanta del secolo scorso. Sul luogo si conosceva l’esistenza di un nuraghe (Nuraghe Diana), ma l’esplorazione topografica effettuata nel 1965 ha rivelato l’esistenza anche di resti punici pertinenti ad un abitato di notevoli proporzioni, di una necropoli rupestre e di un’area sacra. Le prime ricerche hanno avuto luogo fra il 1968 e il 1969 sotto la direzione del Barreca, coadiuvato dall’Ispettore onorario Vittorio Pispisa. Le indagini furono indirizzate allo scavo di strutture ubicate sull’“acropoli” e delle cosiddette casematte, ma successivamente si concentrarono sulla necropoli fenicia ad incinerazione, la cui scoperta avvenne in modo fortuito durante i lavori di sterro per la realizzazione di una nuova strada di accesso al sito. Nel corso del 1969 furono individuate numerose tombe (circa centocinquanta), di cui solo una minima parte venne indagata. I corredi relativi alle sepolture sono stati acquisiti dal Museo Nazionale di Cagliari e sono in corso di studio da parte dell’ISCIMA. Nel luglio 1970 e dal 1973 al 1976 la necropoli fenicia è stata oggetto di indagini da parte di Giovanni Tore su incarico della Soprintendenza delle Antichità di Cagliari. I materiali provenienti da tali scavi sono attualmente custoditi presso il Museo Civico Archeologico di Santadi e sono stati parzialmente pubblicati (Tore 1975, 1995, 2000). I reperti individuati durante le ricognizioni e gli scavi attestano non solo l’antichità della fondazione fenicia, che si può far risalire alla fine del VII sec. a.C., ma anche la rete di scambi, verosimilmente mediati dai centri coloniali della costa, con importazioni sia dal mondo greco sia da quello etrusco. A partire dal 2005 l’ISCIMA, in collaborazione con la Soprintendenza e con il Museo Civico Archeologico di Santadi, è intervenuto avviando, inizialmente, ricognizioni archeologiche e rilevamenti topografici. Successivamente, nel 2007, si sono condotti scavi in due settori della collina: l’uno sul pianoro collocato sul lato meridionale dell’altura (Area A), l’altro sul suo versante settentrionale (Area B). Nell’area A sono state messe in luce strutture dell’abitato di età punica che si impostava direttamente sul bancone roccioso con nuclei di ambienti di forma allungata aperti su assi stradali regolari. Lo scavo di un vano ha consentito di ricostruire uno spaccato della vita dell’abitato poiché sono stati ritrovati, integralmente conservati, i piani pavimentali coperti dal materiale in posto sigillato dal crollo di un elevato in crudo, eccezionalmente ben documentabile. L’esame preliminare dei reperti (anfore commerciali, pentole, coppe, piatti, supporti) consente di collocare l’abbandono repentino di questo nucleo di ambienti agli inizi del IV sec. a.C. e una parziale nuova frequentazione in età ellenistica. Nell’Area B, mai indagata in precedenza, i dati raccolti permettono di distinguere due fasi di vita in rapida successione cronologica: la prima, datata al VI sec. a.C., è attestata da labili indizi relativi alle strutture e da scarsi materiali; la seconda fase, invece, presenta caratteri di monumentalità, sia in relazione ai moduli degli ambienti sia alla tecnica edilizia degli stessi, che attestano un forte impegno costruttivo da imputarsi verosimilmente all’importanza strategica rivestita dal sito sin dalle fasi iniziali della presenza cartaginese in Sardegna. Nel corso degli anni 2008 e 2009 è stato possibile mettere in luce un grande edificio di forma quadrangolare irregolare (11/11,70 m x 9,30/9,60 m) orientato a Nord secondo gli angoli e suddiviso in tre ambienti di forma rettangolare. La struttura realizzata nei filari di base con tecnica composita, in cui risulta comunque dominante l’utilizzo di piedritti e grandi blocchi squadrati, sembra essere stata definitivamente abbandonata nel corso del V secolo.
  • AIAC_813 - Cuccuru Nuraxi - 2006
    Il complesso nuragico di “Cuccuru Nuraxi”, scavato agli inizi degli anni Sessanta, si estende su una dolce collina conica, alta m 92 s.l.m., che si staglia a sud del contiguo abitato moderno di Settimo S. Pietro, con ampio dominio delle vaste piane circostanti. Alla sommità residuano le possenti strutture ciclopiche dell’insieme monumentale, che consentono, negli smantellati impianti di base, la lettura di almeno due torri, su uno schema planimetrico “a tancato” del tipo cosiddetto ad “addizione frontale trasversale”. Il mastio, a nord, e la torre a sud est, si saldano grazie a una breve cortina rettilinea: sullo spazio sommitale del presumibile cortile, riaffiora un pozzetto votivo, profondo m 3, parte integrante del santuario dedicato al culto delle acque. Il raccordo col tempio ipogeico si evidenzia, lateralmente, attraverso un breve atrio, sfalsato di alcuni leggeri gradini rispetto al piccolo pianerottolo di sosta che immette, illuminato da una finestrella aperta a meridione, in una ripida rampa di scale e quindi, nel fondo, alla tholos sotterranea, caratterizzata da una pseudocupola leggermente schiacciata, alta m 5,75. Centralmente al piano di camera, una monolitica ghiera di marna arenacea, nell’artistica sagoma a coppa carenata, protegge con piatta cornice l’imboccatura della profonda canna d’acqua, che vi cala per circa m 20 sino alla falda freatica alla base del poggio. Lo scavo archeologico propone l’ampia fruizione del monumento da tempi dell’età del bronzo recente fino a momenti protostorici e storici della prima età del Ferro (XIV-VI sec. a.C. circa). Gli scavi attualmente in corso, riaperti nel 1998 sui declivi del colle, attestano, sul primitivo insediamento nuragico, importanti, preziosi momenti di età fenicia nella prospettiva di parallele fasi interattive, con persistenze fino a momenti di tarda età punica-romana. (Enrico Azteni)
  • AIAC_817 - Su Mulinu - 2005
    La località di Su Mulinu è ubicata nella regione della Marmilla a ovest dell’abitato di Villanovafranca. L’area archeologica propone una residenza fortificata dell’Età del Bronzo (nuraghe arcaico complesso del Bronzo medio, ristrutturato nel bronzo recente) e un impianto templare nuragico del I Ferro; un esteso abitato nuragico, punico, romano e bizantino; un’area sepolcrale punico-romana e bizantina; tracce di preesistenze eneolitiche (Cultura di Monte Claro). Cronologia estesa dal 2400-2100 a.C all’VII sec. d.C. _Il nuraghe_ Si propone come un protonuraghe ristrutturato a nuraghe evoluto, con 2 cinte murarie esterne in sovrapposizione l’una sull’altra: una del Bronzo Medio, l’altra del Bronzo Recente. Trasformato in tempio nel IX sec. a.C., come evidenzia un grande altare in pietra ancora in situ, rimase in uso con questa funzione sino al II sec. d.C. Nei secoli VI-VII le sue rovine ospitarono un cimitero bizantino. La fortezza è composta da un corpo centrale a 3 lobi (secoli XV-XIV) che comprende su 2 piani alcuni corridoi oblunghi e ovali coperti da volte tronco-ogivali, una più antica cinta protettiva (sec. XV-XIV), una cinta antemurale sovrastante alla precedente e ristrutturata successivamente (sec. XIII) insieme al corpo centrale del nuraghe stesso. _L’area sacra_ Nel I Ferro (IX sec. a.C.) il “Vano E” del bastione fu trasformato nella cella di un tempio composta da un altare di calcare per i sacrifici cruenti, una grande tavola per offerte vegetali contenute in coppe, focolari per la cottura e combustione delle vittime animali e di oli, lucerne in terracotta che documentano un rituale, perdurato dal IX sec. a.C. al II d.C., basato sull’accensione e sull’offerta delle lucerne al solstizio d’estate. _L’abitato_ Durante la I Età del Ferro, quando il bastione fu trasformato in tempio, la corte d’armi ospitò la sala del consiglio degli anziani e altri ambienti pubblici d’interesse amministrativo-religioso dell’abitato. Non sono state ancora messe in luce altre strutture del villaggio nuragico. I momenti dell’occupazione cartaginese e romana del sito sono evidenti nei depositi stratificati di riuso all’interno del nuraghe e nella corte d’armi, oltre che dai manufatti che si rinvengono all’esterno. All’età romana repubblicana e imperiale e all’età vandalica e bizantina, sono pertinenti diversi edifici impostati sopra e a ridosso delle mura del bastione e della cinta antemurale del nuraghe. _L’area sepolcrale_ Non si conosce ancora l’ubicazione dell’area funeraria relativa all’insediamento nuragico di Su Molinu. La frequentazione punica e romana è invece documentata dall’area sepolcrale ubicata all’estremità ovest dell’abitato romano che, in ricerche in superficie ha restituito vasellame e un cippo figurato. Alcune tombe dell’ultima fase di occupazione del sito, al tempo della conquista bizantina della Sardegna, sono all’interno degli ambienti del nuraghe. (MiBAC)

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