Name
Maria Adele Ibba
Organisation Name
Università di Cagliari

Season Team

  • AIAC_104 - Bruncu Mogumu - 1998
    Lo scavo ha evidenziato un tempietto nuragico di pianta rettangolare, absidato sul lato corto meridionale, diviso in due ambienti e inserito all'interno di un'area recintata. L'edificio era costruito nella parte alta in blocchi di arenaria, trasportati da lontano, mentre la base era in blocchi di scisto calcareo locale. Alcuni dei blocchi di arenaria, di forma trapezoidale, erano in opera isodoma. Gli strati più profondi hanno restituito reperti esclusivamente nuragici, mentre negli strati più recenti (seconda età del ferro), assieme ai reperti nuragici, si sono rinvenute anche testimonianze della frequentazione fenicia. Il _terminus ante quem_ dell'utilizzo dell'edificio, dopo il crollo, è dato dai reperti del periodo orientalizzante, deposti nella nicchia ricavata sul muro già crollato dell'edificio, mentre lo strato più antico, che, per la presenza di scodelloni lenticolari con ansa verticale, potrebbe essere inquadrato tra il bronzo finale e la prima età del ferro, ci dà la datazione dell'ultimo momento di vita dell'edificio prima del crollo. In origine i due vani erano comunicanti e soltanto in una fase successiva al primo impianto, questo accesso fu chiuso con una struttura più sottile rispetto al muro originario. L'edificio continuò ad essere frequentato anche dopo il crollo della parte alta, come testimonia l'utilizzo del focolare, impiantato all'angolo Nord Est del vano meridionale, che subì successive trasformazioni. L'interesse del monumento è dato dal fatto che, in un momento successivo al crollo e di poco precedente a quello in cui si deposero gli oggetti orientalizzanti della nicchia, in una fase probabilmente iniziale della seconda età del ferro, l'edificio continuava ad essere frequentato da Nuragici che avevano rapporti di scambio con i Fenici. E' probabile che questi contatti avvenissero sul posto, ma non è ancora dimostrato. Restano ancora molti interrogativi che si spera di chiarire con la prossima campagna di scavo.
  • AIAC_2543 - Pauli Stincus - 2011
    In seguito allo scavo e gli studi geomorfologici e pedologici del 2010, la campagna del 2011, svoltasi durante tre settimane fra giugno e luglio 2011, è stata dedicata alla catalogazione, campionatura ed analisi dei reperti ricuperati dallo scavo. La stragrande maggioranza dei materiali è costituita da reperti fittili: da un totale di 31 US, sono stati esaminati 5.545 frammenti ceramici (172,5 kg in peso). Di tutti questi frammenti è stato identificato il cosiddetto fabric ceramico, ossia impasto, con riferimento a una tipologia di impasti già esistenti per questa zona della Sardegna (si veda http://www.facem.at/map/). Inoltre sono stati documentati in dettaglio 1.028 reperti tramite fotografie, descrizioni, anche tipologiche, e disegni. Le analisi dei fabric confermano che la maggior parte dei reperti fittili sono di produzione locale, visto che 4.006 frammenti, cioè 72% del totale analizzato, sono stati identificati come manufatti locali (fabric A). Al livello formale, il materiale ceramico è quasi esclusivamente di tipologie puniche, per lo più oggetti domestici come coppe, pentole e bacini e di forme da uso produttivo come anfore. Sono anche stati riscontrati vari frammenti di ‘tannur’, che sono piccoli fornelli da pane. Anche la maggior parte della ceramica fine da tavola sembra di produzione sarda. Non mancano tuttavia materiali di importazione come anfore provenienti dalla penisola italica e dal Nord Africa, così come ceramica fine da mensa (prevalentemente a vernice nera) importata dall’Italia e dalla Grecia. Una serie di anfore e pentole sono infine state campionate per analisi chimiche di residui grassi (mass spectrometry-based metabolomics) con l’obiettivo di identificare il loro uso. Fra i reperti non ceramici spiccano soprattutto varie monete, tutte puniche. L’insieme di questi materiali indica che il complesso fu occupato intorno alla prima metà del IV secolo a.C. e verosimilmente abbandonato alla fine del II secolo a.C. Il momento di ristrutturazione del complesso rappresentata dalla seconda fase edilizia, rimane da precisare. Una piccola concentrazione di materiali di età romana imperiale in un’area precisa del sito riflette l’uso continuato della zona anche ben dopo l’abbandono della struttura punica. Gli studi geomorfologici e pedologici condotti negli immediati dintorni del sito di Pauli Stincus nel 2010 sono stati seguiti da una prospezione pedologica nel 2011. Questa indagine ha interessato un’ampia zona del Terralbese, confermando sostanzialmente la ricostruzione di un dinamico paesaggio fisico interessato da attivi processi fluviali e lagunari, dove fertili zone agricole coesistevano con dune di sabbia. In conclusione, le indagini hanno pienamente confermato l’interpretazione preliminare del sito come fattoria punica ed ha anche mostrato stringenti similarità con il vicino insediamento rurale di Truncu ‘e Molas, scavato e studiato dal Progetto Terralba negli anni 2007-09.
  • AIAC_307 - Capo S. Elia - 2005
    Lo scavo è situato sull’estrema propaggine meridionale del Capo S. Elia nel territorio del Comune di Cagliari. L’area è costituita da un pianoro a 138 m. sul livello del mare. Varie zone hanno restituito materiali archeologici a partire dal VI-V millennio a.C., come la Grotta di S. Elia (Neolitico Antico), quelle del Bagno Penale (Neolitico Medio), di S. Bartolomeo e dei Colombi (Neolitico Antico) e le stazioni all’aperto di Marina Piccola (Neolitico Antico) e del Poetto (Neolitico Medio). Nell’area di S. Bartolomeo è presente una domus de janas. Per la protostoria sono segnalati materiali del Bronzo Antico, provenienti dalle suddette grotte e materiali nuragici sporadici, senza che siano emersi resti di strutture megalitiche. L’area oggetto di scavo è caratterizzata da evidenze che vanno dall’epoca fenicio punica a quella contemporanea: i resti del tempio dedicato ad Astarte in età punica e a Venere in età romana, di cui sono visibili i sistemi idrici (una cisterna di grandi dimensioni databile per tipologia ad età punica, una cisterna a damigiana di tradizione punica, ma presente a Cagliari anche in contesti romani, e un complesso idraulico non ancora ben definito nelle sue componenti). L’età medievale è testimoniata dai ruderi della torre pisana d’avvistamento costiero databile al XIII secolo. Ad età successiva, ma non ben definita, sono da riportare i ruderi della chiesa di S. Elia, nota già dall’XI secolo e diruta nel XVII, edificata probabilmente su una parte del tempio. Dal 2005 l’area è stata oggetto di ricognizioni, effettuate al fine di individuare l’estensione del sito dall’area del tempio di Astarte/Venere e delle sue pertinenze, che hanno portato alla individuazione di un massiccio basamento in opus coementicium di epoca incerta, posto presso la torre pisana; di un insieme di tratti murari nell’area compresa tra i ruderi della chiesetta e la cisterna punica, probabili parti del tempio poste sul declivio, e di un’area di materiale fittile caratterizzata da resti di ceramica a vernice nera, anfore commerciali tardo-puniche e di frammenti di coroplastica. (Alfonso Stiglitz)
  • AIAC_307 - Capo S. Elia - 2008
    Nel 1861 Filippo Nissardi rinvenne presso il Capo S. Elia di Cagliari un’iscrizione punica (III sec. a.C.) con dedica ad Astarte, poi pubblicata dal Canonico Giovanni Spano. Nel periodo 2002-2006 ha preso avvio una intensa attività di prospezione che ha portato a chiarire l’estensione e l’importanza del sito. La preliminare ricognizione bibliografica aveva consentito di appurare che l’area del rinvenimento dell’iscrizione non risultava essere mai stata interessata da indagini archeologiche. Nel 2008 ha avuto luogo un primo intervento di scavo nella zona interessata dalla presenza di strutture murarie. Benché non sia certa che tali resti siano attribuibili alla chiesa medievale di S. Elia, la presenza di una struttura dedicata al culto rende per lo meno plausibile la possibilità che essa possa essere sorta nella stessa area occupata in precedenza dal tempio di Astarte, forse riutilizzando, del tutto o in parte, l’edificio preesistente. A sostegno di tale ipotesi segnaliamo la presenza nello spessore murario delle superstiti strutture della presunta chiesetta di imponenti conci in calcare ben lavorato, che potrebbero essere proprio le tracce delle preesistenti strutture murarie del tempio punico. Parallelamente alle operazioni di decespugliamento e diserbo superficiali, è stata avviata una sistematica ricognizione di superficie (ancora in corso) che ha interessato l’intero colle. Tale indagine ha consentito di individuare una serie di elementi di notevole interesse scientifico: 1) una decina di fronti di cava di varia estensione, ubicati in diversi settori del colle, dei quali al momento non è possibile stabilire l’esatta pertinenza cronologica né la destinazione d’uso del materiale cavato; 2) evidenti tracce di carro orientate in direzione della strada carrabile attualmente di utilizzo militare, ma la cui originaria realizzazione deve essere plausibilmente ricondotta all’età punica; 3) struttura muraria di circa 60/70 cm di spessore di cui appare visibile in elevato un solo filare che si snoda per circa 200 metri correndo in parallelo al sentiero a circa 2 metri di distanza dallo stesso; 4) frammenti ceramici inquadrabili in età repubblicana e primo-imperiale rinvenuti nella zona dell’ex Stabulario e sulle pendici occidentali dell’area del colle in cui si trova ubicato il Forte di Sant’Ignazio; 5) ciste litiche (quadrangolari e circolari) di circa 1 m di diametro, che strutturalmente ‘evocano’ tipologie tombali di ambito punico.
  • AIAC_813 - Cuccuru Nuraxi - 2006
    Il complesso nuragico di “Cuccuru Nuraxi”, scavato agli inizi degli anni Sessanta, si estende su una dolce collina conica, alta m 92 s.l.m., che si staglia a sud del contiguo abitato moderno di Settimo S. Pietro, con ampio dominio delle vaste piane circostanti. Alla sommità residuano le possenti strutture ciclopiche dell’insieme monumentale, che consentono, negli smantellati impianti di base, la lettura di almeno due torri, su uno schema planimetrico “a tancato” del tipo cosiddetto ad “addizione frontale trasversale”. Il mastio, a nord, e la torre a sud est, si saldano grazie a una breve cortina rettilinea: sullo spazio sommitale del presumibile cortile, riaffiora un pozzetto votivo, profondo m 3, parte integrante del santuario dedicato al culto delle acque. Il raccordo col tempio ipogeico si evidenzia, lateralmente, attraverso un breve atrio, sfalsato di alcuni leggeri gradini rispetto al piccolo pianerottolo di sosta che immette, illuminato da una finestrella aperta a meridione, in una ripida rampa di scale e quindi, nel fondo, alla tholos sotterranea, caratterizzata da una pseudocupola leggermente schiacciata, alta m 5,75. Centralmente al piano di camera, una monolitica ghiera di marna arenacea, nell’artistica sagoma a coppa carenata, protegge con piatta cornice l’imboccatura della profonda canna d’acqua, che vi cala per circa m 20 sino alla falda freatica alla base del poggio. Lo scavo archeologico propone l’ampia fruizione del monumento da tempi dell’età del bronzo recente fino a momenti protostorici e storici della prima età del Ferro (XIV-VI sec. a.C. circa). Gli scavi attualmente in corso, riaperti nel 1998 sui declivi del colle, attestano, sul primitivo insediamento nuragico, importanti, preziosi momenti di età fenicia nella prospettiva di parallele fasi interattive, con persistenze fino a momenti di tarda età punica-romana. (Enrico Azteni)
  • AIAC_814 - San Giovanni - 2006
    Le ricerche hanno permesso di individuare una struttura romana della quale sono stati evidenziati dei pavimenti musivi, l’edificio termale e una vicina necropoli di età imperiale databile a partire dal I secolo con tombe ad inumazione e incinerazione. Preesistenze sono rappresentate da un ampio insediamento nuragico dell’età del Bronzo a sud-ovest dell’edificio. Utili all’inquadramento cronologico sono frammenti di ceramica a vernice nera di età repubblicana e ceramica sigillata di età imperiale. Il rinvenimento di anfore di epoca punica permette di ipotizzare un precedente utilizzo agricolo, conseguente all’occupazione cartaginese della Sardegna. La prosecuzione in età romana e poi in età medievale dell’uso dell’area rientra nei canoni dell’insediamento rurale sardo. La chiesa pare riutilizzare parte dell’area e delle strutture di una villa rustica romana, caratterizzata da pavimenti musivi. La parte abitativa potrebbe stendersi verso sud-ovest dai cui terreni provengono frammenti di intonaco e mosaico, il rinvenimento, a est, di _tegolae hamatae_ è indicatore della presenza nell’area di un impianto termale. L’edificio ecclesiatico sembra quindi sovrapporsi ad una precedente villa con annesso edificio termale e necropoli, secondo una tipologia nota nelle aree di pianura della Sardegna. Successivamente il costituirsi di una comunità cristiana in epoca ancora da definire, dotata di una propria necropoli, porta all’impianto di un edificio ecclesiale con la significativa intitolazione al Battista. L’edificio noto, già nel XIII secolo, presenta rimaneggiamenti databili almeno dal XVI e oltre. Lo scavo ha permesso di dare un inquadramento cronologico e culturale dell’area: una fase più antica, non definita cronologicamente, vede la presenza lungo il lato sud di un muro; un pavimento mosaicato al quale si lega un residuo di muro con resto di intonaco; una fase di abbandono dell’area in cui i mosaici subiscono danni; una fase in cui il pavimento mosaicato coperto da terra rossa e da un sottile strato di calce seguito in alcuni punti da strati di calce più spessi e da strati di bruciato forse per la sistemazione di nuove pavimentazioni; la costruzione di un vano a pianta rettangolare che taglia il mosaico sul lato nord ovest del saggio; segue un crollo costituito da pietrame misto a frammenti di intonaco anche dipinto; dopo una nuova fase di abbandono l’area dovette avere una destinazione funeraria come testimoniano la presenza di due inumati; le ultime fasi sono quelle dell’utilizzo a vigneto e poi ad area di pertinenza del santuario. I materiali rinvenuti tra cui sigillate (di cui una Hayes 99 databile dal VI d.C), steccate del tipo delle c.d. “brocche campidanesi”, il cui arco cronologico sembra andare dal II-III al VI-VII d.C, e frammenti di vetro decorati a goccia, costituiscono elementi utili per la datazione. (Simonetta Angiolillo, Maria Adele Ibba)
  • AIAC_814 - San Giovanni - 2007
    Le ricerche, effettuate nell’area adiacente alla chiesa campestre dedicata a San Giovanni Battista, hanno interessato un nuovo settore di scavo (m 8x12) il cui lato breve, orientato NE/SO secondo l’asse dell’edificio di culto, risulta essere il prolungamento settentrionale dell’area indagata negli anni 2002 e 2004. L’asportazione dello strato vegetale ha consentito di evidenziare, nella parte centro settentrionale, alcuni accumuli di materiale legati ai recenti lavori di restauro della chiesa. Nella parte a S è stata invece evidenziata una fossa rettangolare dai limiti netti che recava i chiari segni lasciati dall’intervento di un mezzo meccanico. Si tratta quindi di un’altra buca, che si aggiunge alle sei identificate nella campagna di scavo 2002, legata, come le precedenti, a lavori di risistemazione e piantumazione dell’area realizzati in tempi recenti. La successiva asportazione di due strati terrosi di accumulo e di un crollo ha consentito di evidenziare un battuto pavimentale in malta di calce interessato dalla presenza di alcune buche e di due tagli, longitudinali e pressoché rettilinei, che, per i limiti netti e regolari, si configurano come trincee. Nei relativi strati di riempimento è stata rilevata oltre alla presenza di evidenze archeologiche (ceramica, fittili da costruzione, strati di preparazione pavimentale, intonaco, una considerevole quantità di tessere musive), anche quella di materiale moderno (grumi di cemento, vetro, plastica) indicatore del fatto che la realizzazione delle trincee sia avvenuta in un periodo corrispondente a una fase di frequentazione contemporanea, non meglio precisata, dell’area. Con la successiva ripulitura delle pareti di sezione delle trincee, relative ai tagli NO e SO del battuto in malta di calce, si è evidenziato uno strato costituito da tessere musive coerente con la presenza di una superficie di rivestimento pavimentale mosaicato. Si tratta di un mosaico policromo (m 2,50x1,20), nel quale è stato possibile riconoscere sia la continuazione e chiusura dei motivi decorativi a trama geometrica vegetalizzata individuati nel 2004 (cornice a treccia, a onda corrente, bordo a ogive e squame, cerchi tangenti con all’interno, alternativamente, un nodo di Salomone o un quadrato a profilo dentato), sia la presenza di nuovi motivi decorativi (losanga, fiori di loto). Nella parte centro meridionale dell’area sono state inoltre individuate due strutture: la prima, di forma quadrangolare (m 0,90x 0,85), è messa in opera con componenti litici in calcare, di cui almeno uno di reimpiego (capitello rovesciato o base di colonna), che mostrano evidenti tracce di ammaltamento; la seconda invece, di forma rettangolare (m 1,60x1), è costituita alla base da una serie di embrici e lastre litiche sistemati di piatto mentre il lato NO, unico attualmente visibile, è delimitato da embrici infissi di coltello. Per tale struttura, parzialmente evidenziata, si ipotizza la pertinenza a una tipologia tombale. Che l’area abbia avuto anche un utilizzo funerario lo attestano infatti le due inumazioni rinvenute nelle precedenti campagne di scavo, oltre alla presenza di sporadici frammenti osteologici umani ritrovati, durante lo scavo, immediatamente a S e a SO della struttura sopra menzionata
  • AIAC_814 - San Giovanni - 2011
    Lo scavo archeologico, effettuato nell’area adiacente la chiesa ha interessato un nuovo settore di scavo che, orientato parallelamente all’asse maggiore dell’edificio di culto, risulta essere il prolungamento settentrionale delle superfici indagate rispettivamente negli anni 2002, 2004 e 2007. La nuova indagine, effettuata in un’area di circa mq 70 ha riguardato infatti l'allargamento (m 2,50x20) del limite settentrionale dello scavo e la rimozione del risparmio di terra (m12x0,80) non asportato durante la campagna 2007 per preservare il mosaico già messo in luce nell’area a O. Sia per i dati raccolti nelle precedenti campagne di scavo, che suggerivano uno sviluppo del mosaico oltre il limite settentrionale della sezione, sia perchè per le parti già messe in luce è in previsione un intervento di restauro, il fine di tale allargamento è stato quello di accertare la prosecuzione e/o probabile conclusione del rivestimento musivo a ridosso del lato meridionale della chiesa per estenderne, anche lì, l’eventuale intervento conservativo. Nella nuova porzione indagata le attività di scavo hanno consentito di individuare: strati terrosi di accumulo, deposito e riempimento alternati a battuti pavimentali in calce, malta di calce o in terra (di cui alcuni presentavano evidenti tracce di termotrasformazione) unitamente ai relativi strati di preparazione. Si sono inoltre evidenziati: una parte di basolato e una struttura rettangolare (m 1,65x0,80) che penetra all’interno del limite settentrionale di scavo, realizzata con materiale litico ed elementi architettonici impiegati in utilizzo secondario, oltre a una nuova porzione di pavimento mosaicato, prosecuzione del mosaico policromo a trama geometrica vegetalizzata già evidenziato nelle precedenti campagne di scavo. Lo sviluppo del mosaico si estende oltre l’attuale limite N della sezione verso il muro meridionale della chiesa mentre sul lato occidentale sembra trovare conclusione nel bordo di tappeto, caratterizzato dal motivo iconografico della scacchiera a quadrati in bianco e nero, che costituisce una novità rispetto agli elementi decorativi già individuati. Il mosaico risulta parzialmente lacunoso: le lacune si riferiscono a tagli irregolari o sub rettilinei praticati in un momento in cui il rivestimento pavimentale aveva perso la sua originaria funzione d’uso visto che lo stesso basolato viene costruito direttamente sopra il mosaico, celandolo sia alla vista sia all’utilizzo. Pertanto, allo stato attuale delle indagini, l’intera area si configura ancora come spazio aperto, mancando quelle attestazioni relative a strutture murarie che possano chiarire una eventuale e originaria suddivisione degli spazi/ambienti occupati dal mosaico. I materiali archeologici rinvenuti attestano una fase preminente di frequentazione dell’area da collocare tra il periodo tardo antico e l’alto Medioevo per gli strati immediatamente sopra il mosaico, dal Medioevo al XVII secolo per gli strati successivi con estensione fino almeno al XIX secolo.