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AIAC_2477 - Masseria De Carolis - 2010
Per la campagna 2010 l’indagine si è concentrata principalmente sul versante meridionale del sito, dove si trovano gli ambienti riscaldati delle terme ed il cortile ad essi antistante. Lo scavo all’interno del _calidarium_ “e” ha consentito di delinearne quasi interamente il perimetro. La stratigrafia al suo interno appariva ampiamente sconvolta dai lavori edili avvenuti al tempo della scoperta del sito, nel 1988. Ciononostante, al di sotto è stato rinvenuto il pavimento dell’ipocausto, in parte spoliato già in antico. Alcuni dei _sesquipedales_ sono provvisti del bollo laterizio “DVO DOM”, prodotto nelle fornaci dei fratelli _Domitius Lucanus_ e _Domitius Tullus_, attive fra il 60 ed il 93/4 d.C. Considerando che l’intero edificio è costruito sopra le ceneri del 79 d.C., è possibile datare l’intera struttura fra il 79 ed il 93/4 d.C. Questo dato è di particolare importanza per la comprensione delle attività di reinsediamento nell’area vesuviana dopo l’eruzione di Pompei.
L’attività di scavo si è svolta anche nel cortile, pavimentato a cocciopesto, a sud degli ambienti termali. Qui la stratigrafia è stata intaccata meno dalla distruzione del 1988 e conserva ancora uno spesso strato vulcanoclastico pertinente all’eruzione del 472 d.C. Sotto di esso, sono state rinvenute due sepolture di infanti in anfora (LRA1 con titulus pictus, Keay LII), a poca distanza fra loro. Sono in corso analisi del DNA per verificarne l’eventuale parentela.
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AIAC_2477 - Masseria De Carolis - 2011
The excavation concentrated on the northern slope, corresponding with the service sector of the baths, and on the south slope where the actual bath structures and the open area in front of them stood. The excavation of the area south of caldarium e (situated in the westernmost part of the excavation area) confirmed that the stratigraphy had been badly disturbed by work undertaken with a mechanical digger in the 1980s. In fact, the presence of an accumulation of ancient material, disturbed first with the remains of a burial and later again by modern work was documented. The burial reused a bipedales robbed from the structure. Mainly cranium fragments remained of the skeleton. A large bone pin was also found. The burial’s original position was probably not far from the two infant amphora burials found slightly further to the east, during the 2010 campaign. The guidelines for the construction of the calidarium walls were visible on the hypocaust floor. To the south, the position of these lines indicated that the wall delimiting this room on that side was not on the same axis as those of adjacent rooms d and b, but further forward. To the west of the baths was an area of _opus signinum_ paving, largely obliterated by rubbish dumped there in 1988. In the north-western corner, a well /cistern curb came to light, buried by the material from the eruption of 472 A.D. The well/cistern was internally and externally faced with opus signinum and had a cylindrical opening with an internal diameter of 1.16 m, which opened into a quadrangular space covered by a barrel vault.
The well/cistern, only excavated to a limited depth, was filled with deposits from the 472 A.D. eruption. At the base of the well-curb, four small symmetrically arranged holes were identified in the _opus signinum_ floor, that probably served to sustain a structure, perhaps mobile, related to the well itself. The trenches dug in the northern part of the site, already investigated in earlier seasons, confirmed the absence of architectural structures and finds within the layer of eruptive material from 472 A.D. Therefore, it may be suggested that this was an external area leading towards the service rooms of the baths. The level of the 79 A.D. eruption was reached in one of the trenches excavated on the north-western edge. This level had been previously identified and partially investigated in a trench put into the praefurnium f. The trench north of f and east of the cistern i revealed part of what was probably a service room.
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AIAC_3311 - Convento di San Francesco a Folloni - 2008I lavori di manutenzione straordinaria della Soprintendenza ai B.A.P.S.A.E. di SA-AV per la realizzazione di un nuovo pavimento hanno rappresentato un’occasione unica per la conoscenza delle prime fasi di vita del convento. I risultati confermano la stessa destinazione d’uso dell’area indagata (saggio II) sin dalla fondazione del convento. Le sepolture emerse, grazie alle analisi al radiocarbonio, ne datano l’impianto agli ultimi anni del 1200 e comunque entro la prima metà del secolo successivo, di fianco ad una chiesa mononave le cui dimensioni sono individuabili dalla rappresentazione nella _Platea_ , con l’ampliamento cinquecentesco. L’uso funerario dello spazio claustrale, sin dagli anni della fondazione, è dimostrato dal rinvenimento di 18 deposizioni integre in fossa terragna, associate a numerose riduzioni generalmente sovrapposte agli scheletri in giacitura primaria. La vocazione funeraria dell’area è nota sin da quando i frati si insediarono al seguito dell’Assisiate (1221-1222) come conferma la datazione al radiocarbonio (metà-fine XIII sec.) di altri 4 scheletri, di cui due parzialmente distrutti dal muro meridionale del chiostro antico.
Tra le sepolture monosome si evidenziano due bisome: una di adulti, pertinente alla fase di occupazione preconventuale, e l’altra, ascrivibile al pieno 1300, di bambini inumati entrambi con sudari in tessuto. Gli individui sono tutti di sesso maschile, ad eccezione di una donna. L’età di morte è compresa generalmente tra i 18 e i 30 anni: il più anziano ha raggiunto i 60 anni, 42 mesi quello di più tenera età. La vicinanza delle stesse _ad locum_ (romitorio) identifica l’area con il _paradisus_ : l’area antistante alla porta di accesso al romitorio risulta essere la più frequentata e la camera ipogea sottostante può essere identificata con una tomba privilegiata in muratura con doppio livello di giacitura o al più ad una camera sepolcrale il cui livello inferiore con funzione di ossario e quello superiore destinato all’inumazione primaria.
Le indagini hanno inoltre permesso di riportare in luce il sistema che consentiva di convogliare le acque piovane del cortile verso l’esterno del chiostro: canalette ricavate sui terreni di riporto, i cui materiali in associazione (ceramica, vetri e una moneta federiciana) ne datano il deposito agli anni della fabbrica due-trecentesca. L’impianto del chiostro comportò il definitivo abbandono e la demolizione parziale di murature più antiche, la cui interpretazione resta un vero e proprio rompicapo e la cui datazione entro il 1200 è avallata dalla presenza di ceramica a bande rosse dagli strati di abbandono.
Il materiale a corredo delle sepolture getta diversi interrogativi: la presenza di una ciotola in smaltata dipinta con vetrina piombifera (1250 circa) può identificare l’inumato con un predicatore arrivato a Montella al seguito del santo di Assisi o piuttosto con un procacciatore di elemosine? Chiodi in ferro e fibbie di calzari, rinvenuti in connessione con alcuni corpi, possono essere elementi indicativi della mansione e della classe sociale del defunto? Il ritrovamento di una lastra di legno al di sotto di un corpo quanto può essere indicativo di un rituale funerario?
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AIAC_3311 - Convento di San Francesco a Folloni - 2010Il complesso di San Francesco a Folloni si compone ad oggi di due chiostri, di cui quello più antico, indagato stratigraficamente negli anni 2007-2008, è stato ristretto nella metà del XVIII secolo a seguito dei lavori di realizzazione di un chiostro colonnato adiacente, anche detto ‘antichiostro’, cosicché il corridoio nord di quest’ultimo è venuto ad insistere su quello sud del chiostro più antico.
Questa indagine di scavo consente pertanto di completare il quadro sulle fasi di occupazione e sulle destinazioni d’uso del chiostro antico del convento di Folloni. Il saggio III (1850x250 cm) è stato indagato secondo le modalità di un cantiere didattico di archeologia, data la partecipazione di una dozzina di studenti universitari dell’insegnamento di Archeologia funeraria dell’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli; alla campagna di scavo è seguito anche un laboratorio intensivo sui resti umani. L’indagine ha portato immediatamente alla luce il muro di chiusura del primo chiostro a separazione con la chiesa del Trecento, rimasta in uso fino al terremoto del 1732 e demolita nel 1740-41 preliminarmente ai lavori della nuova chiesa e dell’”antichiostro”.
La muratura, ‘a sacco’ di calcareniti marnose, ciottoli e pietre calcaree legati da una malta a base di tufina, s’imposta sul banco naturale ed è stata realizzata in trincea contro terreni depurati di formazione alluvionale e contro il testimone di un muro preesistente in posizione ortogonale e centrale alla sua estensione la cui identificazione resta poco chiara. I ritrovamenti hanno confermato la destinazione funeraria dei terreni concordemente a quanto scoperto nel resto del chiostro primario (saggio II). Le unità di deposizioni primarie, strutturate e in connessione anatomica, sono 38, oltre a 12 riduzioni. Alcune di queste furono intercettate da due setti murari simmetrici ed equidistanti dal setto suddetto, con funzione di contro-spina al perimetrale sud del chiostro, costruiti immediatamente prima del pavimento in battuto di malta (anno 1524) che pone termine all’uso cimiteriale dell’ambiente. A questo intervento seguì l’impianto di un analogo setto sull’estremità orientale dell’area (metà del XVIII secolo).
Rispetto alle inumazioni singole (saggio II), il saggio III ha restituito, nei cinque settori derivanti, inumazioni che hanno diversa tipologia: due sepolture collettive a fossa di forma rettangolare, con un numero medio di 11 inumati ciascuna (quadrati 1 e 3) per tutta la loro complessiva estensione (386x156 e 418x140 cm); due sepolture collettive a ‘trincea’ (quadrato 2: 392x143 cm), separate da una spalletta di terreno naturale contenenti in tutto 12 scheletri, verosimilmente deceduti contemporaneamente o a breve distanza di tempo, da consentire comunque il seppellimento pressoché simultaneo; al quadrato 4 afferiscono due tombe a cassa in muratura (tt. 22 e 23), di cui la prima bisoma e l’altra individuale. Le inumazioni si riferiscono alla fase di occupazione francescana sia anteriore che posteriore alla costruzione del chiostro ma non mancano, come confermano anche i risultati al radiocarbonio, sepolture afferenti ad un insediamento antropico preesistente la cui entità ed estensione resta un quesito insoluto.
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AIAC_3582 - Monte Santa Croce - 2014
In continuità con il precedente anno, nel 2014 è stata svolta la seconda campagna di scavo a Monte Santa Croce (Piana di Monte Verna, Caserta). Coerentemente allo scorso anno, le esplorazioni hanno interessato in gran parte la chiesa ad aula unica con transetto e tre absidi che costituisce l’elemento strutturale principale dell’insediamento post-antico.
La scoperta più interessante del 2014 è senza dubbio rappresentata dalle vestigia di un edificio di culto più antico della chiesa principale: i resti di un’abside pregressa sono stati infatti individuati nel corso dello scavo pressoché integrale di tutta la navata della chiesa superiore. Allestita sul banco di roccia naturale, la struttura è realizzata in conci calcarei lavorati, malta chiara e filare interno in tufi: fu in gran parte demolita in rapporto alla costruzione del successivo edificio di culto. I resti rinvenuti sono riconducibili con buona probabilità a quanto citato dalle fonti altomedievali circa l’iniziativa dei conti longobardi di Capua o di Caiazzo che fondarono a Monte Santa Croce un monastero tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 del X secolo.
Altre esplorazioni hanno altresì riguardato le immediate adiacenze della chiesa principale, quest’ultima forse attribuibile all’età normanna in ragione delle acquisizioni stratigrafiche e di alcune similitudini con altri edifici di culto di XII secolo. Dalle indagini nell’ambiente esterno e addossato alle tre absidi (ambiente C3) è emersa una fornace di forma circolare utilizzata per la preparazione della malta, come si arguisce dallo strato di legante trovato sul piano di fondo in laterizi; la struttura venne obliterata dai muri d’ambito del predetto ambiente C3.
Le indagini hanno altresì evidenziato altre sepolture apparentemente in fase con le due inumazioni già rivenute nel 2013: una di esse è stata individuata proprio accanto alle due fosse già scavate; altre tre deposizioni sono emerse all’interno dell’ambiente C3; l’ultima è stata scoperta nella navata principale.
Ulteriori indagini sono state svolte nella chiesa, al fine di comprenderne meglio questioni icnografiche ed articolazioni architettoniche. Nei tre ipogei del transetto sono stati evidenziati i piani di calpestio impostati direttamente sul banco roccioso; nell’ipogeo centrale, anch’esso integralmente scavato, sono state riportate alla luce altre porzioni dell’affresco già emerso nel 2009, prima dell’avvio delle campagne archeologiche. Esso si articola in un unico pannello delimitato in basso da cornici rosse campite in blu: nella porzione destra si riconosce una figura umana con mantello e tunica; su una delle cornici nella parte sinistra si intravedono i resti di un’epigrafe dipinta.
Quanto alle questioni strutturali della chiesa superiore, è stato rilevato che i muri d’ambito sono stati allestiti in un’unica fase: la differenza di spessore tra i muri laterali della navata e quello di facciata è giustificabile evidentemente con la presenza di una copertura superiore molto pesante. All’esterno del muro laterale nord sono inoltre emerse le vestigia del piano di calpestio in malta, esterno all’aula di culto.