AIAC_2774 - La Molinara - 2010La campagna di scavo condotta tra settembre 2009 e settembre 2010 ha interessato esclusivamente la _pars rustica_ e _fructuaria_ dell’impianto, muovendosi lungo due direttrici: da un lato, la prosecuzione delle indagini già avviate, dall’altra l’apertura di nuovi fronti di indagine.
Si è completato lo scavo dell’ambiente 25, il vano di prima fase su cui, in età antonina, si imposta il peristilio rettangolare: si tratta di un vano a pianta quadrata esteso su una superficie pari a mq 85, del quale si è anche recuperata la originaria pavimentazione in acciottolato.
Collegata al vano quadrato è anche una canaletta di scarico di andamento nord-est/sud-ovest, lunga m. 8,5 e foderata con tegole allineate, poste di piatto, con le alette rivolte verso l’alto.
L’avvio delle operazioni di scavo all’interno dell’ambiente 44, il corridoio di deambulazione ad ovest del peristilio, ha condotto alla individuazione di una struttura di forma circolare (diametro m. 2,10), delimitata da blocchi di pietra calcarea non lavorati di grandi e medie dimensioni e riempita da sole pietre - parzialmente o totalmente - calcificate. Il particolare contenuto induce a collegare la struttura all’attività di produzione di calce - previa trasformazione del materiale lapideo recuperato in loco. In particolare, la struttura circolare, potrebbe essere interpretata come calcara da collegarsi alla vicina vasca (m 2,90 × 1,80) per lo spegnimento della calce, rinvenuta a ridosso della struttura stessa.
All’interno dell’ambiente 46 si rinvengono un _lacus_ e re _pithoi_ collegabili alla produzione dell’olivo della fase augustea della villa. Il _lacus_ ha forma quadrata (m 1,60 × 1,60, prof. m. 1,68) ha pareti ricoperte da uno strato di _opus signimum_ e un pozzetto di decantazione posto sul fondo. Sulla parete est, un coppo di scolo garantiva l’afflusso del liquido dal vicino ambiente 19, dove è probabile fosse alloggiato un torchio a vite, dei cui pali resta traccia nelle buche che tagliano il pavimento in cocciopesto del vano. Dunque gli ambienti 46 e 19 costituirebbero un unico gruppo funzionale dove avvenire la premitura – di olive o di uva -; il liquido così ottenuto veniva convogliato, tramite il coppo, nel _lacus_ dal quale, a decantazione avvenuta, lo si prelevava per conservarlo all’interno dei tre _pithoi_.
Di questi, dislocati lungo i lati nord e sud dell’ambiente, il _pithos_ n. 1 (diametro massimo m 1,23, prof. m 1,20) è quello in migliore stato di conservazione: è inserito entro una guaina in malta idraulica ( sp. cm 35-45); presenta sul corpo numerose fratture restaurate in antico con grappe in piombo.
Sul versante occidentale, l’ampliamento realizzato entro una fascia di terreno delle dimensioni di m 35 × 5 ha incrementato l’area da sottoporre ad indagine - estesa ora su una superficie pari a mq 2300 – ed ha consentito sia la individuazione del probabile muro di chiusura occidentale del modulo costruttivo della _pars rustica_, sia la individuazione di cinque nuovi ambienti (49, 56, 61, 62, 63) a pianta quadrata che chiudono ad ovest il quartiere residenziale.
Fra le testimonianze riferibili alla più tarda, sporadica frequentazione dell’impianto, è una sepoltura – la tomba 25 – rinvenuta nella zona nord. Del tipo a fossa terragna ed impostata al di sopra dei più tardi strati di crollo, conteneva al suo interno una deposizione infantile supina accompagnata da un paio di orecchini in bronzo in verga a sezione triangolare, da un bottone, entrambi decorati con brevi tratti obliqui incisi e da un piccolo punteruolo in ferro.
Quanto ai materiali, restituiti dalla villa di Barricelle in grandi quantità, si ricordano un puntale di cintura antropomorfo in argento; un terminale di cintura in bronzo con chiodino ribattuto ad una estremità; uno spillone in bronzo con la testa decorata da brevi tratti incisi; un pettine in osso lavorato con decorazione incisa del tipo “a occhi di dado” (in basso a destra).
Le prospettive di ricerca nell’area prevedono la prosecuzione delle indagini all’interno dell’area di ampliamento, in modo da poter definire con maggior precisione la complessa articolazione funzionale dell’impianto.
AIAC_4720 - Stompagno - 2009Tra il novembre e dicembre 2009, nel corso dei lavori per la realizzazione di un tratto di 3,5 Km della “Variante al Metanodotto di derivazione per Potenza DN 250”, la sorveglianza archeologica imposta dall’allora Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata (direzione scientifica della dott.ssa Sabrina Mutino) ha consentito di indagare una necropoli altomedievale in località Stompagno, nel territorio comunale di Potenza.
Lo scavo di emergenza (responsabile sul campo dott.ssa Rosanna Calabrese, per conto della ARES s.r.l.) è stato finanziato dalla SNAM S.p.A., ai sensi degli artt. 95 e 96 del vigente “Codice dei contratti pubblici” (D.Lgs 163/2006) e realizzato dalla ditta Co.Ge.Ca.
Lungo il poggio (m. 770 s.l.m.) che è segnato dal bacino idrografico del torrente Tiera è stato ricognito, in collaborazione con il dott. Antonio Bruscella, un ampio areale interessato dalla presenza di materiale sparso ceramico e laterizio.
La località interessata dai lavori si colloca significativamente al centro di snodi viari tortuosi, ma strategici per l’epoca in questione. Studi recenti ipotizzano che la stessa Stompagno costituisse una tappa della via Herculia, a circa 7 km a nord di Potentia lungo il percorso verso Venusia, intersecato da tratturi che collegano ad ovest con la valle del Marmo-Platano, ad est con la valle dell’Alto Bradano e a sud con quella del Basento.
Il rinvenimento di cinque sepolture in discreto stato di conservazione (TT. 1, 4, 5, 6 e 7) e dei resti di almeno altre due tombe sconvolte (TT. 2 e 3), molto probabilmente parte di una necropoli più ampia, permette di ipotizzare la vicina presenza di un piccolo villaggio rurale, tuttora non individuato. Il sito si inserisce in un contesto insediativo di lunga durata, dove è testimoniata anche la presenza più o meno contigua di rinvenimenti coevi, quali, ad esempio, le sepolture di VII secolo sul vicino poggio di Barrata, a ca 2 km ad est, oltre il torrente Tiera.
Le tombe di Stompagno, che presentano la tipologia “a cassa di tegole” (TT. 1, 5 e 7) e “a cappuccina” (TT. 4 e 6) sono estremamente interessanti anche dal punto di vista della ritualità e del costume funerario. In almeno tre casi è riconoscibile un corredo ceramico esterno, oltre a quello interno presente in tutte le sepolture, con la sola eccezione dell’ossario n. 6. Storicamente le notizie della sede vescovile potentina si fermano alla metà del VI secolo, ma proprio in questo periodo si datano le attestazioni epigrafiche delle prime sepolture cristiane nel territorio.
La presenza nella necropoli di Stompagno di ornamenti personali ben attestati in Italia meridionale per la metà VI-inizi VII, oltre che del pentanummo romeo di Giustiniano I (538-565), plausibilmente utilizzato ancora fino alla fine del secolo ed agli inizi del successivo, offrono dei riferimenti cronologici piuttosto definiti. Si tratta, in particolare, dell’orecchino “a cestello” in bronzo con pendente in pasta vitrea blu, di almeno una coppia di orecchini “a cappio” in bronzo dorato e di fibule, elementi caratteristici dell’abbigliamento ed ornamento personale.
Pertanto, la morfologia dei reperti ceramici può rappresentare, nel territorio in questione, una utile integrazione per la griglia cronologica delle ricche e variegate tipologie vascolari altomedievali di produzione locale.