Name
Maria Chiara Turrini
Organisation Name
Università degli Studi di Ferrara

Season Team

  • AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2012
    L’area indagata ha un’estensione di circa 40 mq al cui interno è stato possibile riconoscere una serie stratigrafica costituita da una successione di livelli di origine fluvio-lacustre (ghiaie, sabbie e argille) intercalati a sedimenti di origine vulcanica (tufi e cineriti) anche in deposizione primaria, contenenti materiale paleontologico e preistorico. Caratteristica specifica del giacimento è il rinvenimento di una abbondante industria litica caratterizzata da elementi tipologici quali schegge, nuclei, strumenti e percussori, e soprattutto da una significativa presenza di bifacciali (circa 100), strumenti caratteristici dell’Acheuleano, spesso difficili da reperire nei siti e fortemente discussi nel mondo accademico per la loro funzionalità. I resti faunistici associati all’industria litica sono numerosi e permettono di formulare ipotesi sull’antico ambiente naturale; è documentata la presenza di erbivori di grossa taglia, tra cui cervi, bovini, cavalli, rinoceronti ed elefanti. Si tratta di una fauna di ambiente aperto dove il fiume (l’attuale Volturno) rappresentava un elemento insostituibile e di riferimento anche per i gruppi umani. La presenza di grandi erbivori era favorita da una vegetazione aperta, ricca di pascoli, che consentiva la vita a cavalli e pachidermi, mentre nelle aree più umide la vegetazione si infittiva assicurando rifugio ai cervi e ai rinoceronti. Per quanto concerne le testimonianze dell’attività umana sulle carcasse animali, si segnala la presenza su superfici ossee di strie di macellazione dovute all’azione di taglio con strumenti litici per il recupero della carne e di ossa fratturate intenzionalmente per il recupero del midollo a fini alimentari. Il sito di Guado S. Nicola, oltre a costituire un importante punto di riferimento per la preistoria italiana ed europea nell’ambito dei complessi a bifacciali, è estremamente interessante anche dal punto di vista geologico in quanto si può definire come _geosito_, ovvero un bene naturale di particolare pregio scientifico caratterizzato dalla presenza di elementi naturali tali da fornire contributi indispensabili alla comprensione della storia geologica del territorio non solo molisano.
  • AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2014
    Le attività di studio del sito paleolitico di Guado San Nicola a Monteroduni (IS), oggetto di scavi sistematici dal 2008 al 2011 da parte dell’equipe di ricerca del Prof. Carlo Peretto dell’Università degli Studi di Ferrara, hanno finora consentito la ricostruzione del contesto paleoambientale, geomorfologico e cronologico del sito, delle strategie di sussistenze e del comportamento tecno-economico degli ominini che hanno frequentato l’area durante il Pleistocene medio, tra 400.000 e 350.000 anni fa. L’interdisciplinarietà degli studi, unitamente all’integrazione dei contributi di specialisti provenienti da università e istituzioni nazionali e internazionali, hanno confermato l’importanza del sito di Guado San Nicola, la cui rilevanza non si limita al solo contesto locale ma acquisisce significato anche a livello europeo ed extra-europeo, viste la ricchezza della documentazione e l’attestazione di elementi innovativi dal punto di vista culturale quale la padronanza del metodo di scheggiatura Levallois. La comparsa del metodo Levallois, che convenzionalmente segna il limite tra il Paleolitico inferiore e il Paleolitico medio e in Europa, allo stato attuale delle conoscenze, non risulta più antica di 350.000-300.000 anni fa. Pertanto il giacimento di Guado San Nicola, data la sua antichità, costituirebbe uno dei siti chiave nell’ambito del dibattito sull’origine dei complessi culturali del Paleolitico medio e delle sue relazioni con i complessi precedenti. Vista l’importanza del sito, dal 7 al 26 luglio 2014 sono state effettuate specifiche analisi e attività di studio per approfondire determinati aspetti di rilevante interesse. A seguito della sistemazione e revisione del materiale litico e paleontologico, è stato pianificato il programma dettagliato dello studio funzionale e tracceologico dell’industria litica, supportato dalle attività di sperimentazione della scheggiatura del materiale litico tramite l’utilizzo di percussori duri e teneri. Sono state poi condotte analisi dettagliate sugli aspetti archeozoologici, con particolare riferimento all’individuazione di strie di macellazione, morfotipi da fratturazione intenzionale e coni di percussione. La presenza di stigmate da percussione su quattro palchi di cervidi risulta verosimilmente connessa all’utilizzo quali percussori nella scheggiatura del materiale litico, ipotesi corroborata dalle caratteristiche dell’industria litica. Pertanto le analisi funzionali e le attività di sperimentazione consentiranno di meglio definire il comportamento tecnologico, le competenze tecniche, le scelte e le esigenze di produzione dei gruppi umani che hanno frequentato l’area di Monteroduni nel Pleistocene medio, confrontando i risultati con quanto noto a livello europeo. Si è posta particolare attenzione all’analisi spaziale, analizzando la distribuzione dei reperti e la densità di questi, integrando i dati relativi all’insieme litico e faunistico con quelli spaziali e tafonomici, al fine di rilevare eventuali concentrazioni di origine antropica. Si è proceduto poi al lavaggio del sedimento e al vaglio al fine di individuare resti di micromammiferi che potessero contribuire ad un più preciso inquadramento cronologico e paleoambientale del sito. È stata, infine, effettuata una ricognizione dell’area circostante a quella oggetto di studio al fine di individuare fonti di approvvigionamento della materia prima.
  • AIAC_2357 - Guado San Nicola - 2016
    Il sito di Guado San Nicola (Monteroduni, Molise) è datato a 379 ± 8 Ka (MIS 11/MIS 10) sulla base delle datazioni radiometriche (40Ar/39Ar, ESR-U/Th), le quali sono compatibili con la composizione dell’insieme faunistico (tra cui Cervus elaphus acoronatus, Equus ferus). L’industria litica si caratterizza per l’attestazione precoce del metodo Levallois - che convenzionalmente segna il limite tra il Paleolitico inferiore e il Paleolitico medio in Europa - nell’ambito di un contesto sostanzialmente acheuleano, soprattutto per la presenza di numerosi bifacciali di forma e dimensioni molto varia. Per questi motivi Guado San Nicola viene a costituire uno dei siti più significativi per quanto riguarda l’origine dei complessi culturali del Paleolitico medio. Anche nel corso del 2016 sono proseguite le verifiche stratigrafiche poste in luce da erosioni e lavori agricoli ed in particolare dal 10 al 24 luglio 2016 sono state effettuate ulteriori indagini di prospezione archeologica al fine di favorire le ricerche future. Particolare attenzione è stata posta alle attività di sistemazione agricola dell’area prossima agli scavi già condotti, che hanno consentito di recuperare alcuni reperti paleontologici e litici. È stata inoltre effettuata una ricognizione dell’area circostante a quella oggetto di scavo al fine di individuare fonti di approvvigionamento della materia prima. Parallelamente alle attività sul campo sono proseguite le attività di laboratorio con analisi sui reperti paleontologici e litici. Di particolare interesse è lo studio funzionale e tracceologico dei reperti litici, supportato dalle attività di sperimentazione della scheggiatura con percussori duri e teneri ottenuti da frammenti di palchi di cervi. In effetti una caratteristica peculiare del giacimento è l’attestazione dell’uso del percussore tenero per la scheggiatura come dimostrano le caratteristiche delle schegge rinvenute nel contesto stratigrafico. Lo studio delle faune evidenzia la relazione con le attività umane, in particolare per la presenza di strie tipiche dell’attività di macellazione.
  • AIAC_2837 - Malga Staulanza - 2013
    Durante la campagna 2013 è iniziato lo scavo estensivo del sito di Malga Staulanza, oggetto di sondaggi nel 2011 e 2012. Questi avevano portato in luce un’industria litica abbastanza abbondante riferita all’Epigravettiano recente. Nel corso dell’intervento del 2013 è stata indagata una superficie di 5,25m2. L’area interessata dalle indagini è ubicata su un piccolo pianoro delimitato da due solchi erosivi creati dal flusso idrico, a monte di un dosso di limitata estensione. Dopo l’asporto delle zolle di erba è iniziato lo scavo del sedimento con la cazzuola. Sono stati coordinati tutti i pezzi di dimensioni superiori a 0,5 cm ed è stato setacciato tutto il sedimento a secco per il recupero dei reperti più piccoli. I materiali rinvenuti (essenzialmente industria litica e frustoli carboniosi) provengono dalle US 1 (a partire dalla porzione immediatamente sottostante la cotica erbosa), US 7 e US 12. Lo scavo estensivo ha, in grossa misura, confermato le sequenza stratigrafica individuata nel corso delle campagne precedenti. Alla base dell’orizzonte organico superficiale (US 1) è, però, sembrato opportuno distinguere un livello caratterizzato da una matrice di colore bruno e dalla presenza di radi carboncini (US 12), che nelle campagne precedenti era stato scavato assieme ad US 1. Al di sotto di questo si colloca uno strato a matrice limo-argillosa di colore bruno-rossastro che assieme alle US soprastanti ingloba l’industria litica (US 7). Chiude la sequenza il livello denominato US 8 che in base all’approfondimento del 2011 si è visto essere sterile. US 8 rappresenta un livello limo-argilloso di colore grigio con scheletro di arenite vulcanica della taglia della ghiaia. Nei quadrati F1-101 al di sotto di US 1 è stata identificata una concentrazione di carboncini di morfologia circolare e spessore centimetrico denominata US 14, interpretabile come un focolare non strutturato. Tale US riempiva una lieve depressione lenticolare impostata al tetto di US 7, caratterizzata da un’evidente rubefazione della superficie. Non avendo restituito manufatti non è stato possibile mettere in relazione il suddetto focolare con l’occupazione preistorica. Potrebbe, infatti, trattarsi di una struttura molto più recente. Questo particolare dovrà essere verificato mediante datazioni radiometriche. Complessivamente la campagna 2013 ha permesso di rinvenire diverse centinaia di reperti litici scheggiati, 371 dei quali rilevati singolarmente con la stazione totale. Il ritrovamento di numerosi elementi ritoccati, ed in particolar modo di alcune armature a dorso, ha permesso di confermare l’attribuzione culturale all’Epigravettiano recente.
  • AIAC_2837 - Malga Staulanza - 2014
    La campagna di scavo del 2014 ha costituito un ampliamento rispetto a quella del 2013. Complessivamente è stata indagata una superficie di 4,25 m2. Dopo la rimozione della cotica erbosa (US 1) è stato messo in luce su tutti i quadrati un livello di colore bruno (US12- suolo sub-attuale) con scheletro di piccoli clasti, radi carboncini, manufatti litici e apparati radicali che si approfondisce per uno spessore variabile tra i 5 e i 12 cm. Al di sotto di questo si è individuato un livello di colore bruno-rossiccio (US7), contenente carboncini e manufatti litici e uno scheletro composto da rado pietrisco centimetrico e decimetrico, rappresentante la porzione decapitata e fortemente disturbata di un suolo di probabile età tardoglaciale (M. Bassetti, indagini in corso). In alcuni riquadri il tipico sedimento di US 7 è apparso frammisto a inclusi di terreno argilloso di colore grigiastro (argilla pura grigiastra) talvolta ricco di carboncini (ceppaie). In altri punti il suolo è risultato, invece, ben conservato (US 18) e caratterizzato al tetto da un livelletto violaceo passante al biancastro (orizzonte eluviale) e al letto da un orizzonte illuviale rosso. Nella porzione sud-ovest della superficie indagata si è riscontrata una situazione anomala: sotto US 12 è affiorato un livello costituito da matrice limosa parzialmente rubefatta (US 17) al di sotto del quale è stato messo in luce uno strato a carboni a disposizione planare fortemente disturbato da bioturbazioni (radici, tane) (US19). Questo ultimo si appoggiava su uno strato caratterizzato da sedimento limoso di colore arancione-rossastro con scheletro quasi assente, in alcuni punti formante una crosta rossastra (US22). Si segnala, inoltre, nella stessa zona la presenza di una piccola chiazza di sedimento limoso di colore marrone con abbondanti carboncini (US15), contenuta in una depressione poco profonda (US 16), che si adagiava sopra US 17 e di una chiazza di sedimento limo-argilloso di colore bruno-grigiastro-verdastro (US20) contenuta in una piccola depressione (US21) formata da una sottile crosta rossastra compatta (deposizione selettiva di ossidi di ferro in presenza di un evento di bioturbazione?). Questa ultima si adagiava direttamente sopra US 22. Un’interpretazione certa di queste evidenze (struttura da fuoco o ceppaia?) potrà essere proposta solo in seguito alle indagini di dettaglio in programma. Al termine della campagna, su tutta l’area indagata, è stato raggiunto il tetto di US8, strato fango sostenuto sterile ad andamento deformato adagiato su un livello di dolomie e fortemente bioturbato. Abbondanti reperti litici riferibili alla fase finale dell’Epigravettiano sono stati rinvenuti all’interno delle US 7, 12 e 18, confermando le ipotesi relative alla cronologia del sito. Di questi, ne sono stati rilevati con la stazione totale 278, mentre i restanti sono stati raccolti tramite setacciatura a secco del sedimento.
  • AIAC_2837 - Malga Staulanza - 2015
    La campagna di scavo 2015 ha costituito un ampliamento rispetto a quelle del 2013 e 2014 ed ha comportato l’apertura di una superficie di 6,50 m2, ampliando l’area indagata in direzione della malga (Nord-Est), a partire dalla zona in cui nel corso delle precedenti campagne si era registrata la maggiore concentrazione di manufatti. Dopo la rimozione della cotica erbosa sono state ripulite le zolle per estrarre i manufatti e i carboncini inglobati alla base ed è stata completata la rimozione _in situ_ del sedimento attribuibile a US 1 fino a mettere in luce su tutti i quadrati il tetto di US 12 (suolo sub-attuale di colore bruno con scheletro di piccoli clasti, radi carboncini, manufatti litici). Sotto US 12 è apparso un’ulteriore suolo di colore rossastro (US 23), di consistenza limo-argillosa e colore bruno-giallastro/aranciato, a tratti bruno scuro, mediamente compatto, uguale a US 12 ma maggiormente pedogenizzato. Questo presentava una particolare abbondanza di manufatti al passaggio con la sottostante US 18. US 18, paleosuolo di probabile età tardoglaciale (suolo bruno/cambisuolo), caratterizzato da una matrice rossastra (illuviale, precedentemente denominato US 7) e da chiazze residue dell’orizzonte eluviale violaceo, presentava andamento abbastanza regolare nella porzione centrale dello scavo, corrispondente alla parte più pianeggiante del pianoretto su cui insiste il sito, mentre tendeva ad approfondirsi e ad assumere un andamento più irregolare lateralmente, dove il piano di campagna degrada verso i due rivoli che delimitano il pianoretto stesso. In alcune aree appariva fortemente disturbato. In una delle zone indagate, verso la sezione Est, formava una depressione di forma ovalare. Le selci, abbondanti, riempivano la depressione fino a pochi cm dalla base. L’ipotesi attuale è che possa trattarsi di un’antica ceppaia, analoga a quelle già rinvenute nel 2013. Nelle aree centrali dove si presentava più stabile, l’US 18 assumeva colore via via più chiaro, approfondendosi. In generale, all’interno dell’orizzonte illuviale, US 18 conteneva uno scheletro di taglia centimetrica composto principalmente da blocchi di arenite vulcanica. Un’unica area era caratterizzata da una situazione differente rispetto a quella appena esposta: ubicata nella zona adiacente alla sezione Ovest questa presentava, tra US 23 e US 18, una concentrazione di carboni isolati (US 26), tagliata da una piccola depressione (probabilmente di origine naturale) (US 25) riempita da sedimento limo-argilloso di colore bruno scuro-marrone piuttosto sciolto (US 24). Al termine della campagna su tutta l’area indagata è stato messo in luce il tetto di US 8, livello basale, sterile, della sequenza. Questo risultava degradante verso i due rivoli che isolano il pianoretto e piuttosto ondulato in alcune zone, per effetto delle bioturbazioni, analogamente a quanto riscontrato per US 18. Il cantiere è stato chiuso, riempiendo lo scavo con il terreno di risulta della setacciatura e riposizionando le singole zolle. Complessivamente la campagna ha permesso il recupero di oltre 1.000 manufatti litici, il cui esame preliminare ha confermato l’attribuzione del sito alla fase recente (probabilmente finale) dell’Epigravettiano. A questa potrebbe associarsi un’occupazione riferibile al Mesolitico antico.
  • AIAC_2837 - Malga Staulanza - 2016
    La campagna di scavo 2016 ha costituito un ampliamento rispetto a quelle del 2013, 2014 e 2015 ed ha comportato l’apertura di una superficie globale di 5,50 m2. Gli ampliamenti sono stati effettuati lungo i lati N-E e S-E (corrispondenti alle zone in cui nel corso delle precedenti campagne si era registrata la maggiore concentrazione di manufatti) e S-O. Sono inoltre stati aperti due sondaggi esterni di 50 cm di lato. Dopo la rimozione della cotica erbosa (riquadri di 50 cm di lato) sono state ripulite le zolle per estrarre i manufatti e i carboncini inglobati alla base ed è stata completata la rimozione _in situ_ del sedimento attribuibile a US 1 fino a mettere in luce su tutti i quadrati il tetto di US 12 (suolo sub-attuale di colore bruno con scheletro di piccoli clasti, radi carboncini, manufatti litici). Al di sotto di US 12, solo su una porzione della superficie aperta, compariva il suolo denominato US 23 (consistenza limo-argillosa e colore bruno-giallastro/aranciato, a tratti bruno scuro, mediamente compatto, uguale a US 12 ma maggiormente pedogenizzato); sulla restante era attestato un passaggio diretto tra US 12 a US 18 (suolo bruno/cambisuolo di probabile età tardoglaciale a matrice limo-argillosa di colore rossastro con chiazze residue dell’orizzonte eluviale violaceo al tetto). I manufatti litici, attestati lungo tutta la sequenza, si addensavano al passaggio tra US 23 e US 18 e tra US 12 e US 18. Lo scavo dell’orizzonte eluviale di US 18 ha rivelato la presenza di diversi carboncini all’interno delle chiazze violacee nei quadrati più stabili e meno disturbati. Da segnalare la presenza di un livello a matrice argillosa di colore grigio scuro-nerastro (US 27), attestato su un’area ristretta di circa 1m x 0,50 m, interpretato come il riempimento di una cavità originata da radici/ceppaia; questo appariva inglobato all’interno di US 18 e 8. Non trattandosi di un “taglio” vero e proprio (ma di un rimaneggiamento _in situ_ dei sedimenti che non ha comportato asporto) non è stata identificata un’unità stratigrafica negativa. La sequenza, omogenea su tutta la superficie esplorata, appariva, caratterizzata di bioturbazioni diversamente accentuate da zona a zona, attribuibili principalmente all’azione di radici e ceppaie. In uno dei due sondaggi esterni US 18 non era presente e i manufatti rarefatti (probabile area di riporto di in corrispondenza di un piccolo dosso). Al termine della campagna, su tutta la superficie esplorata, è stato messo in luce US 8, livello basale sterile di origine glacio-lacustre, il cui tetto appariva ondulato per effetto delle bioturbazioni. Il cantiere è stato chiuso, riempiendo lo scavo con il terreno di risulta della setacciatura e riposizionando le singole zolle. Complessivamente la campagna ha permesso il recupero di oltre 1000 manufatti litici (600 dei quali localizzati con la stazione totale), il cui esame preliminare ha confermato l’attribuzione del sito alla fase recente (probabilmente finale) dell’Epigravettiano. A questa potrebbe associarsi un’occupazione riferibile al Mesolitico antico.
  • AIAC_2837 - Malga Staulanza - 2017
    Durante la campagna di scavo 2017 si è ampliata ulteriormente la superficie esplorata tra il 2013 e il 2016 interessando un’area di 5,25 m2. Gli ampliamenti sono stati effettuati lungo i lati N-E e S-E (corrispondenti alle zone in cui nel corso delle precedenti campagne si era registrata la maggiore concentrazione di manufatti). Dopo la rimozione della cotica erbosa (per riquadri di 50 cm di lato) sono state ripulite le zolle per estrarre i manufatti e i carboncini inglobati alla base ed è stata completata la rimozione in situ del sedimento attribuibile a US 1 fino a mettere in luce su tutti i quadrati il tetto di US 12 (suolo sub-attuale di colore bruno con scheletro di piccoli clasti, radi carboncini, manufatti litici). Sotto US 12 era presente US 18, un suolo bruno/cambisuolo di probabile età tardoglaciale, a matrice limo-argillosa di colore rossastro con chiazze residue dell’orizzonte eluviale violaceo al tetto. Nella porzione più meridionale dell’area esplorata sono state rilevate alcune discontinuità stratigrafiche legate sia a fattori naturali che antropici. Al tetto di US 18 è stata individuata una lente carboniosa interpretabile come un focolare non strutturato (US 28). Una volta asportata US 18, inoltre, è stata identificata la prosecuzione di US 27 (identificata nel 2016), ossia un livello argilloso di colore grigio scuro-nerastro interpretato come il riempimento di una cavità originata da una ceppaia. US 27 si approfondiva al di sotto di un livello con caratteristiche tessiturali e colorimetriche simili a quelle del livello glacio-lacustre sterile (US 8) che costituisce la base della sequenza archeologica. Quest’ultimo è stato ridenominato US 8B e interpretato come il sollevamento di una porzione di US 8 per effetto dell’azione delle radici. Inoltre, al tetto di US 8B, è stata individuata un’altra struttura di combustione denominata US 31. Accanto a questa ceppaia ne è stata identificata una seconda, di dimensioni più ridotte, denominata US 29. In questa stessa zona dello scavo, nelle porzioni non interessate dalla presenza delle ceppaie, dopo la rimozione di US 18 è apparso un livello marcatamente bruno-aranciato con numerose concrezioni calcitiche, denominato US 30. Tale livello sembra costituire un’alterazione della porzione basale di US 18 per arricchimento di ossidi di ferro e potrebbe essere legato alla presenza di una grossa struttura di combustione nelle zone adiacenti. Una simile situazione era, infatti, stata rilevata anche in corrispondenza del focolare datato (su base radiometrica, ma privo di materiali diagnostici) all’Età del Rame, individuato nel 2014. L’intervento si è chiuso con la messa in luce della già citata US 8 il cui tetto appariva ondulato per effetto delle bioturbazioni. Il cantiere è stato chiuso, riempiendo lo scavo con il terreno di risulta della setacciatura e riposizionando le singole zolle. Complessivamente la campagna ha permesso il recupero di oltre 1700 manufatti litici (772 dei quali localizzati con la stazione totale), il cui esame preliminare ha confermato l’attribuzione del sito alla fase recente (probabilmente finale) dell’Epigravettiano. A questa potrebbe associarsi un’occupazione riferibile al Mesolitico antico.
  • AIAC_2837 - Malga Staulanza - 2018
    Durante la campagna 2018 è proseguito lo scavo estensivo del deposito archeologico identificato nel 2011 e in precedenza indagato tra gli anni 2012 e 2017, ampliando l’area d’intervento verso Est (qq. H-N1 e M-N1-105), su una superficie di 3,75 m2. Dopo la rimozione della cotica erbosa (per riquadri di 50 cm di lato) sono state ripulite le zolle per estrarre i manufatti e i carboncini inglobati alla base ed è stata completata la rimozione _in situ_ del sedimento attribuibile a US 1(suolo attuale) fino a mettere in luce il tetto di US 12 (suolo sub-attuale di colore bruno con scheletro di piccoli clasti, radi carboncini, manufatti litici). Solo su una limitata porzione dell’area aperta (qq. M-N/1), questo appariva eroso e affiorava direttamente US 18 (un suolo bruno/cambisuolo di probabile età tardoglaciale con manufatti litici e resti carboniosi). In seguito allo scavo di US 12 è apparsa una situazione stratigrafica piuttosto articolata. Nella porzione più settentrionale è stata identificata una struttura di combustione. Al tetto, questa presentava un’estensione ampia (qq. M-N/101-105) ed era caratterizzata da un solo bruno ricco di carboncini (US 33 e 34) dello spessore di qualche centimetro. La struttura si approfondiva solo nell’area interessata dai qq. M-N/103-105, caratterizzandosi come un livello a matrice limosa di colore rosso intenso contenente abbondanti carboni, associati a sedimento fine di colore grigio chiaro (cenere?) (US 35) contenuto in una lieve depressione di origine naturale o antropica (US 36) ricavata all’interno di US 18. Nell’area meridionale (qq. H-L1) US 18 appariva, invece, tagliato da due strati sovrapposti: US 8b, interpretata come il sollevamento di una porzione di US 8 per effetto dell’azione delle radici, e US 27 (identificata nel 2016), livello argilloso di colore grigio scuro-nerastro riconducibile al riempimento di una cavità originata da una ceppaia. Completata la rimozione delle suddette UUSS, su tutta la superficie aperta (ad eccezione delle zone dove questa era stata rimossa per effetto della ceppaia) è stata scavata US 18. Nell’area corrispondente ai qq. M1, M-N/1,101-103, sotto questa ultima, è apparso un livello di colore marcatamente bruno-aranciato con concrezioni calcitiche (US 30 -alterazione della porzione basale di US 18 per arricchimento di ossidi di ferro). L’intervento si è chiuso con la messa in luce di US 8 (strato limo-argilloso con ghiaino di arenite sterile che costituisce la base della sequenza). Complessivamente la campagna di scavo ha permesso il recupero di oltre 800 manufatti litici il cui esame preliminare ha confermato l’attribuzione del sito alla fase recente dell’Epigravettiano. A questa potrebbe associarsi un’occupazione del Mesolitico antico. Contestualmente alla prosecuzione dello scavo del sito principale, sono stati effettuati dei carotaggi manuali (n. 14) e dei sondaggi (n. 9 di 50 x 50 cm di lato) presso una zona umida posta circa 200 m più a valle, alla base del dosso morenico prospiciente il sito, con il fine di ricostruire la morfologia originaria e comprendere il potenziale di questo contesto per la ricostruzione della storia vegetazionale e antropica dell’area. Solo due saggi (12 e 17) hanno restituito rispettivamente 10 e 2 manufatti litici, facendo ipotizzare la presenza di un secondo insediamento paleo-mesolitico nell’area di Casera Staulanza.
  • AIAC_543 - La Pineta - 2011
    Le attività di esplorazione, condotte dal 4 al 9 luglio, hanno interessato il livello 3coll nei quadrati 138, 157, 167, 168, 169. Successivamente particolare attenzione viene posta nell’asportazione dei materiali della 3a nei quadrati 167 e 168 con l’intento di approfondire lo scavo fino al raggiungimento dei livelli sottostanti (3b e successivamente 3c). In questi due quadrati si evidenzia la transizione verso la sequenza stratigrafica già esplorata nel 1992 col sondaggio realizzato per consentire la messa in posto di uno dei piloni del nuovo padiglione degli scavi ora in uso. Infatti la paleosuperficie 3a è ricoperta parzialmente da un deposito sabbioso verdastro ricco di cristalli piroclastici già noto in letteratura come 3G. Si procede quindi all’asportazione del sottostante limo sterile (3b) dello spessore di circa 70 cm. di colore grigio verdastro, più argilloso alla base. Il sottostante 3c si identifica per il colore rosso cupo screziato e per la consistenza decisamente sabbiosa, ricco di abbondanti concrezioni di ferro manganese ad andamento irregolare. Si individuano reperti litici e ossei, tra i quali una vertebra di erbivoro. La superficie 3c non è omogenea perché condizionata dall’andamento irregolare del sottostante travertino. Tutti i reperti sono stati cartografati con l’ausilio dell’ortofotogrammetria e della stazione totale; inoltre si è provveduto alla loro determinazione con l’inserimento di ogni informazione dimensionale, tipologica e stratigrafica nel data base generale dell’insediamento. Il terriccio asportato è stato lavato e setacciato con maglie di 1 millimetro al fine di recuperare anche i più minuti frammenti ed in particolare i microvertebrati (anfibi, uccelli e roditori). L’attività è stata orientata anche verso il al controllo dei materiali già scavati negli anni precedenti. Si sono avviate inoltre le attività di restauro di frammenti ossei di grosse dimensioni e la verifica delle determinazione dei reperti posti sulla paleo superficie 3a. Quest’ultima revisione ha consentito l’individuazione di due significati frammenti cranici di megalocero asportati per favorirne lo studio. La loro rimozioni che ha comportato un impegno di più persone per almeno due settimane. Si è provveduto inoltre al restauro sistematico dei reperti paleontologici. L’intervento, semplice per i frammenti più ridotti, è stato complesso e piuttosto lungo per i materiali di grandi dimensioni, con particolare riferimento a vertebre, frammenti cranici, palchi di cervidi, mandibole e costole.
  • AIAC_543 - La Pineta - 2012
    Il sito di Isernia La Pineta apporta un contributo notevole alla storia del popolamento umano del Paleolitico inferiore europeo. L’insediamento è stato scoperto nel 1978 ed esplorato in modo sistematico fino ai nostri giorni. Le campagne di scavo, condotte dall’Università di Ferrara in collaborazione col Ministero per i Beni e le Attività Culturali, hanno posto in luce quattro distinte archeosuperfici molto ricche in reperti preistorici. Particolarmente significativa è la paleosuperficie 3a esplorata su alcune centinaia di metri quadrati, all’interno del nuovo padiglione degli scavi inaugurato nel 1999. L’attribuzione cronologica dei livelli archeologici è di poco superiore i 650.000 anni, età confermata dall’applicazione di più metodi fisici e chimici di datazione. Dalle archeosuperfici 3c e 3a proviene una grande quantità di reperti paleontologici. Una piccola parte di questi è rappresentata da vertebre di pesci d’acqua dolce, resti scheletrici di anfibi anuri (rane e/o rospi), frammenti di carapace o di piastrone di tartaruga palustre ( _Emys orbicularis_ ) e ossa di uccelli come il germano reale ( _Anas platyrhynchos_ ), il tuffetto ( _Tachybaptus ruficollis_ ) e un passeriforme. Questi rappresentano i resti scheletrici di animali che vivevano nelle acque del fiume che ha colmato il lago o che frequentavano le aree riparie di quest’ultimo e si sono accumulati per trasporto e sedimentazione fluvio-lacustre. Quasi tutte le parti dello scheletro di elefante ( _Palaeoloxodon antiquus_ ), comprese le zanne, indicano che questo proboscidato era una frequente preda di caccia; ancora più rappresentato è il rinoceronte ( _Stephanorhinus hundsheimensis_ ) il cui elevato numero di reperti ha fornito lo spunto per lavori di revisione del genere e delle specie pleistoceniche europee. Gli artiodattili sono rappresentati da varie famiglie: gli ippopotamidi e i suidi sono presenti con pochi resti dentari, attribuiti alla specie _Hippopotamus cf. antiquus_ e _Sus scrofa_. I resti di cervidi sono numerosi e rappresentano quattro specie: megacero ( _Megaceroides solilhacus_ ), cervo ( _Cervus elaphus cf. acoronatus_ ), daino ( _Dama dama cf. clactoniana_ ) e capriolo ( _Capreolus sp._ ). _Megaceroides solilhacus_ è un megacero mai abbondante nelle faune della prima parte del Pleistocene medio; i numerosi palchi dei suoli d’abitato fanno sì che Isernia La Pineta sia diventato il giacimento di riferimento per questa specie. L’animale più rappresentato è il bisonte( _Bison schoetensacki_ ), principale obbiettivo della caccia, testimoniato dalle numerosissime cavicchie ossee delle corna, assieme a denti sciolti e a resti di ossa dei cinti e degli arti, specialmente quelle autopodiali. Sono numerosi anche i crani, sfondati inferiormente e mancanti dello splancnocranio. Come per il rinoceronte, anche per il bisonte di Isernia l’abbondantissimo materiale raccolto ha permesso la revisione del genere e la distinzione delle specie di grandi bovidi del Pleistocene medio-superiore europeo. Un altro bovide, ben più piccolo del bisonte e rappresentato solo da tre denti, è il tar ( _Hemitragus cf. bonali_ ). A questi si deve aggiungere anche un leporide, indicato da pochi resti dentari attribuiti a un coniglio di taglia abbastanza grande ( _cf. Oryctolagus_ ). Lo studio dell’industria litica ha evidenziato l’utilizzo di due forme litotipiche differenti, la selce ed il calcare. È probabile che ad una dicotomia litologica si possa ricondurre una significativa dicotomia funzionale e comportamentale tale da giustificare l’intenso sfruttamento della selce, molto evidente rispetto al calcare.
  • AIAC_543 - La Pineta - 2013
    Nel corso del 2013 sono continuate le attività di esplorazione all’interno del padiglione degli scavi dell’area archeologica di Isernia La Pineta. In particolare lo scavo ha interessato i qq. 176, 177, 178, 179 del settore I-1, già indagati negli anni precedenti fino all’unità stratigrafica denominata 3s6-9. L’esplorazione della sottostante unità stratigrafica 3colluvio, livello caratterizzato, come già noto, da materiale litico e paleontologico immerso in una matrice sabbiosa debolmente concrezionata, ricca di materiale piroclastico, ha confermato la sua natura di fenomeno di colata colluviale. L’esplorazione ha inoltre consentito di porre in luce l'US 3s10, che si sovrappone al 3a e a tratti al sottostante 3b. Essa si caratterizza per una matrice sabbiosa limosa messa in posto per flusso (debris flow) del tutto simile ad una colata di fango e per questo motivo non si può considerare strettamente in deposizione primaria. Tuttavia lo stato fisico dei materiali e la loro articolata concentrazione non pare aver subito un intenso trasporto, quanto piuttosto spostamenti di lieve entità seppure sufficienti a limitare gli originari rapporti planimetrici tra i differenti reperti. Questa archeosuperficie, individuata per le prima volta nel corso delle indagini svolte nel 1993 in occasione della realizzazione dei plinti di sostegno dell’attuale padiglione degli scavi, è molto ricca in reperti paleontologici e litici e potrà contribuire in futuro ad approfondire il tema della formazione delle archeosuperfici di Isernia La Pineta, oltre che il loro contenuto e l’organizzazione spaziale. Si sottolinea l’individuazione e il recupero di significativi resti paleontologici che vanno ad arricchire e completare le conoscenze sulla fauna pleistocenica di quest'area. A questi si associa un numero rilevante di frammenti ossei indeterminabili oltre a reperti litici in calcare e in selce. In particolare, in questa area indagata, la frequenza degli strumenti in calcare è superiore alla media registrata in altri settori. Tra i reperti in selce si annoverano in particolare schegge di piccole dimensioni e nuclei. Il materiale raccolto è stato cartografato in ambito GIS, restaurato e catalogato con l’utilizzo di schede opportunamente predisposte per la registrazione delle caratteristiche tassonomiche e conservative. Lo scavo ha visto la partecipazione di studenti provenienti da differenti università e istituzioni nazionali e internazionali. Le attività di esplorazione sono state accompagnate da numerose lezioni e da attività laboratoriali allo scopo di completare nel modo migliore la formazione specialistica dei partecipanti. Alle attività sull’area degli scavi hanno fatto seguito anche escursioni sul territorio allo scopo di favorire la conoscenza del patrimonio culturale molisano.
  • AIAC_543 - La Pineta - 2014
    Dal 7 al 26 luglio 2014 il sito paleolitico di Isernia La Pineta è stato oggetto di attività di scavo e di studio da parte dell'Università degli Studi di Ferrara, con la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Gli interventi di scavo condotti nel 2014 nel sito paleolitico di Isernia La Pineta si aprono con una importante scoperta che conferisce nuova forza alle consuete attività di ricerca e documentazione: un incisivo di un bambino, verosimilmente ascrivibile, in base alla cronologia del livello archeologico (ovvero circa 600.000 anni), a _Homo heidelbergensis_. Il dente allo stato attuale delle ricerche rappresenta il più antico resto umano rinvenuto in Italia. La scoperta, avvenuta grazie al lavaggio e al successivo vaglio del sedimento proveniente dallo scavo, riveste particolare importanza perché consente di far luce su u periodo cronologico scarsamente rappresentato da resti umani in Europa. L’area oggetto delle attività di scavo è la medesima dell'anno precedente, ovvero il quadrante 1 del I settore di scavo, e include i quadrati 166-169-176-177-178-179. Lo scavo ha visto l’asportazione delle unità stratigrafiche 3s6-9 e 3 colluvio, che restituiscono reperti litici e faunistici, fino all'US 3b che si presenta sterile, fatta eccezione per alcuni frammenti di piccole dimensioni di osso e selce al contatto con la sovrastante US 3 colluvio. Nei quadrati 169, 178 e 179, asportato integralmente il livello sterile 3b, si giunge all’archeosuperficie 3c, scavata, tra il 1980 e il 1993, su una superficie di 52 mq. I reperti litici e paleontologici, la cui concentrazione è minore rispetto all’archeosuperficie 3a, sono inglobati da una matrice sabbiosa dello spessore di pochi centimetri. Oltre all'applicazione delle consuete metodologie di scavo, di caratterizzazione stratigrafica e di analisi, catalogazione e restauro dei reperti, sono state applicate nuove tecnologie, sia per il rilevamento e la documentazione dei reperti in fase di scavo che per la restituzione 3D dell'archeosuperficie. Relativamente al primo aspetto è stata portata avanti la sperimentazione di un nuovo metodo di rilevamento e documentazione, che vede l’eliminazione delle schede materiali cartacee e la registrazione, tramite l’utilizzo di un tablet, di tutte le informazioni relative al reperto che sono disponibili online in tempo reale su un sito appositamente dedicato. Relativamente al rilievo fotogrammetrico della paleosuperficie, si segnala la sperimentazione dell’uso di un micro-drone multi-rotore (quadricottero) per riprese aeree. Il rilevo tridimensionale è stato eseguito dalla “Divisone droni” del Laboratorio ad Alta Tecnologia TekneHub dell’Università di Ferrara, in collaborazione con il laboratorio GREAL (Geographic Reseach and Application Laboratory) dell’Università Europea di Roma. Il rilievo tridimensionale dell’archeosuperificie 3a e dell’area attualmente in fase di scavo sarà utile sia a fini divulgativi che scientifici. Il modello potrà, infatti, essere utilizzato per una navigazione virtuale sulla superficie dello scavo e darà importanti informazioni inerenti la distribuzione spaziale dei reperti.
  • AIAC_543 - La Pineta - 2015
    Dal 12 al 31 luglio 2015 il sito paleolitico di Isernia La Pineta è stato oggetto di attività di scavo e di studio da parte dell’Università degli Studi di Ferrara, con la direzione scientifica del prof. Carlo Peretto, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia del Molise. L’area indagata (quadrati 156-157-158-159-166-176) è ubicata nel quadrante 1 del I settore di scavo. Le attività di scavo sono state orientate alla rimozione dell’unità 3 (depositi fluvio-lacustri con sabbie e ghiaie fini), ovvero, dall’alto verso il basso, dei livelli 3s1-5, 3s6-9, 3colluvio, 3s10 e 3b, al fine di raggiungere e mettere in luce l’archeosuperficie 3c. Questa archeosuperficie, scavata tra il 1980 e il 1993 su una superficie di 52 mq, costituisce la prima attestazione della frequentazione umana del sito di Isernia La Pineta. Essa si caratterizza per la presenza di resti paleontologici e litici inglobati in una matrice sabbiosa dello spessore di pochi centimetri che si colloca immediatamente al di sopra del livello di travertino. I livelli oggetto di scavo hanno restituito reperti litici, perlopiù schegge in selce di piccole dimensioni, e paleontologici, frammenti indeterminabili di dimensioni varie ma anche significativi resti di grandi erbivori, tra i quali vertebre e corna di bisonte. I resti paleontologici sono stati sottoposti a pulizia, consolidamento e restauro. Il rilievo planimetrico e dei reperti è stato facilitato dall’utilizzo di un sistema informatizzato creato ad hoc che consente di automatizzare e velocizzare le attività di documentazione in fase di scavo, riducendo il rischio di errori. Alla sostituzione della scheda di scavo cartacea con una scheda informatizzata costruita con Google Drive, si accompagna l’eliminazione della bussola grazie alla messa a punto di un programma che, tramite più punti rilevati con la stazione totale, consente il calcolo automatico della pendenza e dell’orientamento del reperto. Il lavaggio e vaglio del sedimento ha consentito il recupero di resti di microfauna (perlopiù denti di roditori e vertebre di pesci), malacofauna, piccoli frammenti di macrofauna, piccole schegge e scarti di lavorazione in selce e cristalli di sanidino, particolarmente utili per le datazioni radiometriche. A conclusione delle attività di ricerca, all’interno di un workshop organizzato dall’Università di Ferrara in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia del Molise, sono state presentate alla comunità scientifica e al grande pubblico le più recenti acquisizioni scientifiche sul sito di Isernia La Pineta. Particolare enfasi è stata posta sulla scoperta del dente umano rinvenuto nel 2014 nel livello 3 coll del sito di Isernia La Pineta, che, ascrivibile a circa 580.000 anni fa sulla base delle più recenti datazioni radiometriche, costituisce allo stato attuale delle ricerche il più antico resto umano in Italia. Il reperto, un incisivo mascellare di un bambino di circa 5-7 anni, attribuito a _Homo_ _sp._ , potrebbe verosimilmente essere attribuito a _Homo_ _heidelbergensis_ che in quel periodo aveva popolato il continente europeo.